Facciamo finta. Facciamo finta che Berlusconi sia colto da una profondissima crisi mistica, decida di ritirarsi dalla politica e salga in eremitaggio sul Monte Athos per espiare tutti i suoi innumerevoli peccati. Tutto risolto? Avremo finalmente una democrazia libera e felice, una classe politica all'altezza della situazione, un popolo educato alla libertà e al contestuale dovere della responsabilità? Supereremo d'incanto tutti i problemi, ci lasceremo la crisi alle spalle, allenteremo la morsa della criminalità, cureremo la corruzione, ritroveremo etica, merito, competenza, cultura laddove oggi regnano opportunismo, approssimazione, dilettantismo, ignoranza? Permettetemi di dubitare. Del resto ne dubita anche Gustavo Zagrebelsky che scrive: "La riduzione del contrasto politico a questione personale (so bene peraltro che dietro la persona ci sono questioni aperte molto importanti) è essa stessa un fattore degenerativo".
Ecco perché la manifestazione del 5 dicembre non mi convince, con buona pace di Ignazio Marino e di Ivan Scalfarotto. Certo, Berlusconi non dovrebbe stare dove sta, ma bisogna pure ammettere che qualcuno ce l'ha mandato. E qualcun altro ha contribuito, anche fra chi dovrebbe fare opposizione, in un modo o nell'altro. La demagogia si cura con la demagogia? A una piazza che grida: "Berlusconi, vattene a casa!" risponderà sempre un'altra piazza che pregherà: "Berlusconi, santo subito!"
Magari, se decide di diventare santo, sul Monte Athos ci va sul serio.
Non è niente di particolare, non è qualcosa di memorabile. E' solo una curiosa sensazione di estraneità. Forse non vale la pena di descriverla, e può essere che decidere di scaraventarla qui, in piazza, sia in qualche modo inopportuno. Qualcuno potrebbe rimproverarmi una certa mancanza di delicatezza, un'assenza di pudore che dovrebbe essere imbarazzante per me, in primo luogo, e forse per i miei eventuali lettori.
C'è un tale chiasso, qui in Rete. Non è un rumore fisico che si possa cancellare semplicemente abbassando il volume: bisogna essere più drastici. In effetti basterebbe spegnere il computer, scollegarsi dal resto del mondo, scomparire. Però prendere questa decisione fa paura. Sono qui, che tento come posso di mantenere l'usuale ritmo della mia esistenza - la famiglia, la scuola, la spesa, le faccende domestiche - ma questo ritmo è violato da una nuova esigenza, da un diverso obbligo, da un'ansia imprevista. Mi manca il tempo. Mi manca il mio tempo. Era, è, un tempo che ormai trascorrevo prevalentemente qui, davanti a questo schermo, a questa tastiera. Avevo qualcosa da dire. Lo dicevo. Qualcuno rispondeva. Tutto sommato ero contenta. Mi divertivo.
Ora ho la testa vuota. No. Non è esatto. Giudizi, opinioni, pensieri, valutazioni sono ancora lì. Solo non mi pare più così importante tirarli fuori. dar loro forma, argomentare, ragionare. Passerà, mi dico. Salterà fuori un nuovo equilibrio e tornerò a riempire questo spazio. Potrei parlare, che so, di politica. Fare la solita spicciola filosofia da blog. Potrei distrarmi con la musica. O raccontare l'ultimo libro che ho letto. Potrei ...
Potrei raccontare di una stanza di ospedale dove quattro vecchie, e c'è mia madre fra loro, con malanni di varia gravità, comunque irrimediabili, aspettano. Aspettano l'ora del pasto, della visita, il momento di spegnere la luce, quello di assumere le medicine, il passo. Dormire, svegliarsi, dormire di nuovo. Suonare il campanello, se sono in grado. E poi suonarlo di nuovo. E ancora. Se non possono, e mia madre non può, basta un gesto della mano, basta un gemito, uno sbattere di palpebre che rivela per un attimo uno sguardo stralunato, incerto, spaventato. Piccoli gesti. Solo per rompere quella insopportabile monotonia, quel dolore sordo di esistere che è qualcosa di più, e di diverso, dal malessere che accompagna la malattia. Togli tutto il resto, quello resta. E forse loro, le "pazienti", non sanno nemmeno di aspettare. Vivono così, sopravvivono. Accompagnate dalla loro pena, dalla nostra pena. Noi, i parenti, arriviamo, facciamo quello che dobbiamo, usciamo, rientriamo, usciamo di nuovo. Fuori dal reparto di medicina, immediatamente, riprende il solito tran tran, messo fra parentesi solo per qualche ora. Ma ogni volta, quando mi sottraggo al tempo sospeso di quella camera, mi pare di fare più fatica.
Accendo la tv, leggo il giornale, sbircio quello che succede in Rete. Ascolto il cicalare dei miei figli, preparo la cena, rispondo al telefono. E' tutto normale. Ma sento che sto scivolando via, che questi gesti non mi interessano, che non riesco, in realtà, ad allontanarmi da quella stanza, da quel cieco pulsare di una vita nuda, che la malattia ha sbarazzato di tutti gli orpelli. Materia fragile, ridotta a semplice fisiologia.
Eppure mi attacco alla futilità quotidiana (starmene qui, a raccontare queste cose a una platea di estranei, non è forse futile?) per non scomparire, per mantenere in primo luogo la presa su me stessa. C'era chi diceva che la vita in sè è una malattia che finisce con la morte. Bisogna dimenticare, se ci si riesce, la spietata verità che questo aforisma contiene.
C'è un pensiero che mi assilla, da quando questa triste storia, all'inizio bellamente ignorata dai giornali (a parte Radio Radicale e il Manifesto: solo dopo una settimana dall'accaduto il fatto è approdato sulle pagine dei quotidiani più titolati), è cominciata. Se Stefano Cucchi non avesse avuto alle spalle una famiglia determinata a conoscere la verità, culturalmente attrezzata e in grado di reagire efficacemente al sopruso e all'ingiustizia ... se Stefano Cucchi fosse stato un ignoto disgraziato, un clandestino, un figlio di nessuno, uno senza casa e senza affetti, ne avremmo mai saputo nulla? Quanti "Stefano Cucchi" ci sono nelle carceri italiane?
Finalmente. Cominciavo a pensare di essermi ormai trasformata in una persona cinica e superficiale. Non riesco proprio ad esaltarmi e a commuovermi, dal punto di vista letterario, per l'opera di Saviano e della Merini, due autori che, per motivi diversi, sembrano rappresentare oggi due vere e proprie icone popolari. Poi, per quanto riguarda l'aspetto umano, la valutazione degli aspetti biografici, la storia individuale dei due autori, sono disposta a comprendere l'aura che li circonda e gli entusiasmi che hanno saputo suscitare: ma sono questioni che esulano dalla considerazione della qualità della loro scrittura. In definitiva, quando per passione, per diletto o per mestiere leggo un libro, cerco qualcosa che né l'uno né l'altra sembrano in grado di darmi. Ma affermare a voce troppo alta un'opinione di questo genere è rischioso: puoi ritrovarti travolta dall'indignazione generale. Come minimo ti accusano di essere o invidiosa o dura di cuore.
E tuttavia, il pezzo di oggi sul Corriere "La letteratura? Né realtà né estasi" a firma di Paolo Di Stefano mi ha un pochino consolato. Scrive Di Stefano a proposito della Merini: "A chi le chiedeva come si scrive, rispondeva: "Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi". E' un'idea di rapimento estatico che asseconda l'immagine diffusa e pseudoromantica del poeta ispirato dall'alto e costantemente in trance: il che esclude mediazioni intellettuali, di stile e di forma. Con tutto il rispetto per Alda Merini, niente di più sbagliato: i grandi poeti, non solo Leopardi, hanno insistito sulle "sudate carte". Valéry diceva che il primo verso viene da Dio, il resto è fatica, duro lavoro. Per la Merini, i versi dovevano venir fuori di getto, come un fiotto di sangue da una ferita sempre aperta". Insomma, secondo Di Stefano, la Merini proponeva una "idea semplificata" di poesia, legata ad una "vita maledetta" (serve ricordare l'abusata accoppiata del poeta tutto "genio e sregolatezza"?) che ne ha favorito la visibilità mediatica, fino all'omaggio postumo dei funerali di Stato (e a tutta la retorica che accompagnato la fine della poetessa, retoria sulla quale, credo, lei per prima avrebbe ironizzato). Conclude Di Stefano: "Ma la commozione è commozione, o meglio la demagogia è demagogia, e non serve chiedersi perchè poeti ben maggiori non abbiano meritato tanto: Caproni, Bertolucci, Luzi, Raboni".
E poi su Saviano: "Dice che la letteratura "deve essere al servizio della società immergendosi nella realtà, intervenendo" e che il vero scrittore "deve avere un ruolo attivo", a differenza di quello (falso?) che aspetta "il tempo in cui si realizzino le sue fantasie". Mentre la Merini puntava tutto sull'ispirazione dall'alto, Saviano sembra scommettere sull'ispirazione dal basso, condannando gli altri veri scrittori alla sua stessa condanna: realtà e impegno. Come se bastasse un travaso acritico dal piano civile a quello estetico per fare vera letteratura. E come se l'etica non si trovasse altrove che nella realtà. Ambedue, Merini e Saviano, propongono il loro tragico destino come principio universale e capolavoro in sé. Lo scrittore, per essere tale, deve immolarsi alla vita o alla società. Ma secondo questa prospettiva (molto telegenica anche se uscita da un dolore indiscutibile) non sarebbero letteratura i capolavori della letteratura: da Omero a Proust a Kafka a Pessoa a Svevo a Montale ...".
C'è una cosa che mi ha colpito: chiunque si azzardi a dire "beh, a me la Merini, tutto sommato, non piace", prima di tutto si scusa, come se non condividere l'esaltazione generale fosse, per così dire, una colpa o una prova di insensibilità. E lo stesso vale per Saviano. Posso ammettere che siano autori interessanti, ma via, definirli in via assoluta "i più grandi" mi sembra francamente esagerato: c'è troppo conformismo in questo giudizio, c'è approssimazione, c'è semplificazione, c'è una buona dose di retorica, c'è, in definitiva, banalizzazione di una cosa complessa come la letteratura. Baudelaire non era solo un alcolizzato tormentato, né Rimbaud un ragazzino isterico: c'è qualcosa di più che non il dato biografico in quello che hanno scritto, altrimenti dovremmo ridurre ogni valutazione critica a mera aneddotica.
Ma forse il problema non è solo letterario. Il fatto è che abbiamo disperato bisogno di miti che ci permettano di vivere, per interposta persona, quello che non abbiamo il coraggio di affrontare o di ammettere nella banalità della nostra vita quotidiana. La poetessa tormentata e folle, lo scrittore che rischia la vita per la sua coerenza: immagini consolatorie che ci distraggono dal nostro egoismo spicciolo, dalla nostra indifferenza, dalle nostre piccole e grandi viltà, dal nostro perbenismo un po' vigliacco. Sono gli eroi che noialtri non possiamo permetterci di essere e così ci ripagano, complice la grande mamma televisione, della nostra mediocrità e del nostro bovarismo intellettuale.
E va bene. Ma tutto questo cos'ha a che fare con la letteratura?
Stamani, una mia alunna di prima, una ragazzina svaglia e per niente demotivata, dopo essersi beccata un triste quattro al primo compitino di storia, mi fa: "Prof, posso essere interrogata la prossima volta? Sa, sono piuttosto preoccupata ... perché io non ho metodo, non mi riesce memorizzare ... è sempre stato il mio problema". Naturalmente l'ho rassicurata. Ci mancherebbe che un quattro in questa fase dell'anno scolastico dovesse condizionare il rendimento futuro. Pensa di non avere metodo? Glielo insegneremo. Il quattro è servito giusto a segnalare un problema: un problema di metodo, appunto.
Il metodo ... il fantasma minaccioso che vaga da sempre nelle aule scolastiche. "Suo figlio non ha metodo", tipica frase fatta che echeggia stancamente nel corso della maggior parte dei ricevimenti, con tutta una serie di varianti più o meno scontate. D'altra parte, una gran quantità di libri di testo, dalle elementari al triennio liceale, è ampiamente corredata di indicazioni, schemi, mappe concettuali, consigli e ammonimenti su come si studia, come si prendono appunti, come si traduce, come si svolgono gli esercizi di matematica, come ci si autovaluta, come si scrive un tema e chi più ne ha più ne metta. Ma questo benedetto metodo è come l'Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Negli ultimi tempi, poi, si è deciso, come dire, di tagliare la testa al toro: non hai metodo? peggio per te. Io ti boccio, ti rimando, e chi si è visto si è visto. Mica posso perdere tempo e fiato con te. Passata l'ubriacatura di didattichese che ci aveva ammorbato dopo la breve stagione berlingueriana, si è ritornati decisamente ai santi vecchi: tempi e mezzi sono quelli che sono, e l'unica strategia possibile sembra essere quella di ingozzare come oche gli alunni di nozioni destinate ad essere più o meno (mal)digerite. E per chi non ce la fa a seguire questa dieta poco salutare, tanti saluti
C'è qualcosa che non torna. Dopo tutte le chiacchiere sulla cosiddetta didattica "metacognitiva", quella che dovrebbe permettere di "imparare a imparare", siamo al punto che l'unico rimedio possibile, per chi se lo può permettere, sono le ripetizioni private, i tutor personalizatti e (orrore orrore!) il Cepu? Leggete questo articolo di Repubblica, un articolo che odora di antico ... in fondo anch'io ho cominciato la mia carriera, nei primi anni Ottanta, dando ripetizioni ai ragazzini rimandati a settembre: ma da quel tempo ormai remoto ci separano anni e anni di pubblicazioni, studi, chiacchiere pedagogico-didattiche. Eppure il cerchio si è chiuso e si tenta di giustificare il ricorso massiccio agli studenti universitari ansiosi di arrotondare i loro magri bilanci con giustificazioni abbastanza risibili: "Questi giovani possono essere un modello per i ragazzini: sono più grandi di loro, ma non ancora adulti, entrano facilmente in comunicazione, si scambiano mail o notizie musicali... E c'è anche un altro messaggio: il ragazzo di 20 o 22 anni che viene a darti lezioni è qualcuno che ancora studia ma intanto lavora per rendersi autonomo, come anche tu potrai fare tra pochi anni". Ma per favore!
Mi piacerebbe sapere, al contrario, perché una ragazzina in gamba come quella che ho ricordato a inizio post, una che ci tiene e che ha concluso la scuola media con pieno successo, possa ammettere candidamente e in tutta sincerità di non sapere davvero come si studia, di non essere capace di memorizzare e di prendere appunti. E non è la sola, anzi: questi casi si moltiplicano. E' sconfortante constatare che non pochi studenti universitari si ritrovano alle prese con problemi "metacognitivi", quegli stessi problemi che noialtri reduci della vecchia scuola avevamo in qualche modo già risolto, più o meno da soli, senza mappe concettuali o slides in powerpoint, in prima media.
Io qualche ipotesi ce l'avrei. Ma in attesa di completare la mia argomentazione in un post successivo, mi piacerebbe conoscere anche l'opinione di qualche collega. O, meglio di tutto, di qualche studente.
Stamattina un amico mi incontra e mi fa: "Devo farti le congratulazioni o le condoglianze?" Si riferiva alla notizia, pubblicata giusto ieri sulla cronaca locale, della mia entrata nella segreteria territoriale del PD val di Cornia - Elba. Ieri pomeriggio, in visita dalla madre invalida, sono stata accolta da un indignatissimo "Comunista!" che, nella personale graduatoria degli insulti più sanguinosi concepiti da mammà, occupa senz'altro i primissimi posti. La confusione quaggiù regna sovrana, in famiglia e altrove.
Prendi la faccenda del crocefisso. Se ne parlava giusto ieri in sala insegnanti. Me ne sono uscita con un'ovvia (almeno per la sottoscritta) battuta: "A me il crocefisso appeso al muro francamente interessa poco. Purché il muro resti in piedi". Voglio dire: la situazione dell'edilizia scolastica in Italia è quella che è, le scuole crollano e i ragazzini ci restano sotto, ma noi Italiani ci squartiamo sull'ormai annosa questione del crocefisso, preteso simbolo della nostra identità e della nostra tradizione, delle quali siamo gelosissimi finché ci fa comodo: forse perché, sotto sotto, alcuni sono convinti che certi scivoloni eticamente assai discutibili facciano anch'essi parte della medesima tradizione, quella, per intenderci, che fa capo all'antico adagio "vizi privati e pubbliche virtù". E poi, occuparsi di faccenduole terra terra, tipo le crepe sulle paretii e le infiltrazioni di umidità, non è così chic: sai com'è più esaltante discettare di massimi sistemi, di radici cristiane e identità culturali.
D'altra parte, al Tg5 delle 20 mi sono ritrovata ad ascoltare un po' basita la singolare intervista a Maurizio Bizzarri (nella foto), sindaco Pd di Scarlino (bersaniano), ben determinato ad appioppare una salata multa di cinquecento euro a chiunque si azzardi a togliere il crocefisso dalle aule delle scuole nel territori del suo Comune. Ricapitolando: mia madre mi accusa di essermi trasformata in una comunista mangiabambini; dall'altra parte, un compagno del PD usa argomentazioni che farebbero invidia al cardinal Bertone; gli amici non sanno se felicitarsi o compiangermi per la mia imprevista "carriera" (chiamiamola così) politica. C'è di che essere perplessi.
Per fortuna, tornando a casa piuttosto stravolta da una mattinata trascorsa in un'aula decisamente troppo piccola per accogliere i miei trenta, chiassosi, simpaticissmi alunni di prima, ho trovato il figlio quindicenne che aveva riesumato il vecchio vinile di "Amerigo" (il vinile! avete capito?) e se lo stava accuratamente studiando. Avete presente le parole di Libera nos Domine?
Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!
Ecco, appunto. Se il buon Gesù rispondesse alla laicissima preghiera di Guccini, credo che tante questioni si risolverebbero abbastanza felicemente. E' che dobbiamo fare da soli, senza chiese e senza candele, e il crocefisso, presente o meno, non è di grande aiuto in questi non facili frangenti.
E tuttavia un'arma sento di averla, nonostante tutto: l'incapacità di prendermi troppo sul serio. Sono preoccupata per un mucchio di questioni, personali e generali, ma, non chiedetemi perché, ogni tanto, mi scappa da ridere. Insomma, mi sento perfettamente ia mio agio ascoltando le parole di Guccini (sempre lui) in via Paolo Fabbri 43
Se tutto mi uscisse, se aprissi del tutto i cancelli, farei con parole ghirlande da ornarti i capelli, ma madri e morali mi chiudono, ritorno a giocare da me: do un party, con gatti e poeti, qui all' alba in via Fabbri 43!
Quando frequentavo l'Università avevo un'amica, si chiamava Lorella, ed era un'amica vera, una di quelle che non ti dimentichi anche se non ne sai più nulla da decenni. Passavamo le notti a chiacchierare alla luce fioca della lampada da tavolo, fumando una sigaretta dopo l'altra, e confessandoci le nostre paranoie, le prevedibili crisi esistenziale di studentesse fuori sede, perennemente nevrotizzate da amori che non funzionavano, famiglie che non capivano e troppe pagine astruse da studiare per l' ennesimo esame che ci aspettava di lì a qualche settimana.
Lei fece una cosa, una volta: prima di andarsene mi lasciò sulla scrivania una scatolina di minerva con un ultimo fiammifero, e sulla scatola aveva scritto: "Non farti cadere le braccia". Ci consolavamo con le canzoni, come potevamo. Comunque un minerva bastava per accendere l'ultima sigaretta prima di andare a letto. Ma quella confezione l'ho conservata per un sacco di tempo, dopo, così come mi era stata data.
Non so perché mi è venuta in mente questa cosa (o forse sì), ma mi sentivo di raccontarla e l'ho fatto.
Dai, Cate, noialtri peones della blogosfera, siamo comunque con te! Non abbiamo la tua irruenza, il tuo presenzialismo spinto in Rete, la tua inesausta energia, né i nostr blog ambiscono alla tua visibilità (questo qui meno di altri, ondivago com'è e incline ad argomenti seriosi, persino un po' noiosi). Senza contare che, per quanto ci riguarda, la vita vera, quella fuori dal Net, spesso reclama i suoi diritti e ci lascia svuotati, privi dell'energia sufficiente a star dietro a tutto, gli aggiornamenti di Twitter, quelli di Facebook, la lettura dei feed, le conversazioni su FF, e il resto. Ogni tanto ci abbandoniamo persino al grande Satana televisivo e semiaddormentati preferiamo uno stanco esercizio di zapping alla frenetica digitazione di contenuti più o meno spiritosi, più o meno intelligenti sui nostri blogghettini poco conosciuti. E ai barcamp non andiamo, i contest non li facciamo, gli awards di vario tipo e misura non li desideriamo.
Ma non importa, Tu comunque ci rappresenti. Sei la nostra testimonial. Questo mi sento di dirti dopo aver letto l'articolo sul Corriere che ti chiama in causa e il relativo post del Tagliaerbe. Troppo occupata in altre faccende, la polemica mi era sfuggita. Ma non capisco proprio perché si debba polemizzare. Alla fine, tutto va bene, purché se ne parli. Ovvero, purché i media mainstream come il Corriere ne parlino e non descrivano il mondo del social network come una palude, così come sono soliti fare: visto che non di palude si tratta ma di un'opportunità. E per una volta viene detto (come tu stessa lasci bene intendere). Tu sai che sono sincera anche perché la mia presenza nella cricca degli italici blogger che contano è del tutto marginale: non sarò mai blogstar, né mi interessa diventarlo. Se anche conosco qualcuno di quelli che contano, sia pure in virtù di quelle evanescenti amicizie che si possono intrecciare in Rete, la tessera del club non la possiedo. E non ne invidio i membri.
Ebbene, Catepol, che dire? Non ti curar di loro ma guarda e passa. Attaccarsi al fatto che il tuo blog non sia "tecnico", mi pare puerile: almeno sai scrivere e, al contrario di tanti altri guru illuminati, ai poveri newbies della rete riesci a dare delle dritte e dei consigli sensati e praticabili. Francamente paragonarti a Lele Mora e Fabrizio Corona mi sembra una sciocchezza. Senza contare che Videocracy non è questa gran cosa: usarlo come testo sacro per definire il preteso peggio del peggio della comunicazione in rete è solo un omaggio alla facile indignazione modaiola che in fondo non è affatto migliore di ciò che vuole deprecare.
Caro Massimo Mantellini, io una risposta alla tua laconica dichiarazione di "non voto" alle primarie del 25 ottobre tento di dartela qui. Lo snobismo può persino essere più pericoloso dell'incultura dominante. Starsene a casa, sollevando il ciglio con aria scettica, affermando beffardi "Io i due euro non glieli do", non serve. Non serve più. Per quanto mi riguarda, lunedì mattina voglio svegliarmi con la convinzione di aver fatto il possibile per contribuire all'uscita dall'impasse. Se poi non sarà servito a niente, pazienza. Almeno non avrò rimpianti, e se mi lamenterò, potrò sempre farlo con la consapevolezza che non mi sono limitata al solo mugugno. Dopo, qualunque cosa accada, potrò persino permettermi di essere più incazzata di chi, come te, sarà rimasto alla finestra a guardare come andava.
Reduce dalla visione di Videocracy - Basta Apparire, dirò subito che il film documentario di Eric Gandini non mi è piaciuto. Alla fine uno esce dal cinema quasi quasi convinto che a modo suo Fabrizio Corona, moderno Robin Hood che ruba ai ricchi per riempire le tasche di ... se stesso (parole sue), sia una specie di genio, l'incarnazione perfetta di quello che una buona parte degli Italiani vorrebbe essere. Il racconto di Gandini è una narrazione, ma non una vera decostruzione e, in certo modo, non critica ma finisce per mitizzare quella stessa spazzatura che descrive. E' una specie di blob teratologico, un'opera parassitaria che si nutre di quello che vorrebbe denunciare. E alla fine gli fa un piacere (qualcuno se n'è accorto, pare).
Gente, è troppo facile dare la colpa di tutto a Silvio Berlusconi. Silvio è quello che è, non lo nego, ma se sta dove sta, significa che qualcuno ce l'ha messo. Il Grande Corruttore ha trovato un popolo più che disposto a lasciarsi corrompere. Le radici di questa desolante caduta verticale del buon senso comune, del sentimento civico, della responsabilità, della cultura, sono remote. Uno come Berlusconi non spunta dal nulla come un fungo malefico. Ha goduto di connivenze diffuse, di complicità insospettabili. Si è nutrito del conformismo e dell'ignoranza che appestano il ventre profondo dell'Italia.
Com'è che Pasolini definiva la società italiana nel 1963? "Il popolo più analfabeta, la borgesia più ignorante d'Europa". Siamo sempre lì. L'80% degli Italiani non legge i giornali, non frequenta la Rete, o la frequenta male, non compra libri, si nutre di televisione. Non è un fatto di oggi. E' storia antica. Berlusconi, casomai, l'ha capito e ha reso la televisione pervasiva come non mai: questo è il suo clamoroso (de)merito. Ma c'è chi gliel'ha lasciato fare: per ignavia, per imperizia politica, per convenienza, per calcolo. La gente si rimbecillisce davanti al piccolo schermo, ma non è una novità. Non è nemmeno un fatto solo italiano ma è il riflesso di processi che altrove sono iniziati, e altrove continuano a celebrare i loro ignobili fasti. Guardate quello che è accaduto negli Stati Uniti, qualche giorno fa, quando la nazione si è fermata per seguire via TV l'improbabile volo di un seienne in mongolfiera per scoprire poi che si trattava di una montatura demenziale del padre affamato di gloria televisiva.
Ho fatto un giro nel gruppo di Facebook denunciato dal Ministro Alfano, quello intitolato "Uccidiamo Berlusconi". E' sconfortante. Chiaramente le minacce non sono realistiche, anzi, vorrebbero essere ironiche, ma sono comunque imbevute di frustrazione, pessima goliardia, odio malsano. Gente che, se Berlusconi sparisse dalla scena, lo sostituirebbe senza pensare con quell'altro improbabile tribuno di Beppe Grillo. Beppe Grillo premier, sai che progresso.
E' troppo comodo demonizzare il solo Berlusconi anche se, naturalmente, la personalizzazione della politica promossa dal Silvio nazionale a suo esclusivo vantaggio si trascina dietro questa inevitabile coda di reazione becera e per certi aspetti farneticante. Da una parte l'adorazione acritica, dall'altra invettive altrettanto acritiche e, per questo stesso motivo, assolutamente inefficaci, che non solo non incrinano il mito, ma lo rafforzano. Che tristezza.
Su un muro vicino a casa mia da qualche anno campeggia una bella scritta: "Silvio, levati i tacchi". Ecco, proviamo noi per primi a levare metaforicamente i tacchi a Berlusconi, a vederlo per quello che è: non un nuovo principe degno di Machiavelli, non un diabolico seduttore che ha tradito la buona fede degli Italiani, ma un mediocre tribuno, il sintomo perverso di una malattia antica.
Come si cura questo male? Il primo rimedio sarebbe una dose da cavallo di onestà intellettuale. La coerenza fra i proclami e gli atteggiamenti sarebbe la benvenuta. Non guasterebbe un po' di serietà. Mettiamoci anche la vecchia buona etica. E, se vogliamo, anche la cultura e l'informazione obiettiva sarebbero dei sani ricostituenti. Rimboccarsi le maniche e ricostruire. La classe politica d'opposizione, l'elite intellettuale, il ceto dirigente del nostro Paese saranno all'altezza del compito? Dalla risposta a questa domanda dipende molto. Dipende tutto.
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?