Post leggero, senza pretese
Post leggero, senza pretese, adatto ad un pigro sabato di gennaio. Ebbene, lo confesso, sono una fanatica della pubblicita' televisiva: non dovrebbe essere sorprendente, visto che i palinsesti televisivi, in realta', consistono in un'interminabile distesa di spot saltuariamente interrotta da qualche programma in genere poco significativo. In ogni caso, sin da piccola (erano i tempi di Carosello, mai abbastanza rimpianto), mi sono abituata a stilare le mie personalissime classifiche: la scenetta piu' bella, quella piu' efficace, lo slogan piu'criptico, l'idea piu' scialba, etc. etc.
Attualmente mi pare che la palma dell'idiozia se la contendano degnamente gli spot dei numeri per la ricerca abbonati telefonici. L' 892 892, con quei due odiosissimi sfigati in completino rosso che pretendono di fare concorrenza alla Madonna (o, preferibilmente, al John Travolta di Saturday Night Fever), il 1299, pubblicizzato da una svampita in stile finto anni Sessanta (e' ovvio! roba che ti fa venire voglia di strangolarla all' istante), il 1240, commentato da quell'orripilante jingle che, piu' meno, fa cosi': "dodici quaranta, balla fischia e canta, anche i pinguini del Polo Nord fanno solo un numero, il dodici quarantaaaaa..."
Capisco: lo slogan deve essere ipnotico e insensato, perche' gli sfortunati utenti memorizzino rapidamente, loro malgrado, i magici numerini: qualcosa tipo il ma con gran pena le reca giu', che all' epoca delle prime fatiche scolastiche ci permise di incidere indelebilmente nella nostra mente i nomi delle catene alpine. Che nessuna indicazione precisa e intelligibile venga poi data sui costi e i vantaggi (o gli svantaggi) del servizio pare dettaglio insignificante. E sia. In genere la pubblicita' non fa leva sull'intelligenza della sterminata platea televisiva.
Ma fra pinguini, scimmioni, donzelle dementi e bruttoni baffuti, questi spot raggiungono l' apoteosi del trash. Sono talmente esagerati che ti fanno sospettare, da parte dei loro ideatori, una dose malcelata di autentica (e geniale) autoironia: la pubblicita' che fa la parodia di se stessa, lo spot che si autodistrugge rivelando iperbolicamente la propria intrinseca stupidita', il significante che in una sorta di catodica mise en abîme si trasforma in significato ripiegato su se stesso, in contenitore sublime della propria mancanza di senso.
O forse no. Forse qualcuno e' davvero convinto che l'eta' mentale dei telespettatori sia, piu' o meno, due anni. E si comporta di conseguenza.
Il mondo - blog e' bello perche' vario
L' utente anonimo che mi ha lasciato il commento n°3 al post precedente e', in effetti, uno dei contatti su msn di mia figlia. Credo che le sue visite sul mio blog siano dovute a una loro conversazione: Alek ha asserito che i prof in genere non capiscono niente di computer, mia figlia gli ha fatto notare che sua madre, cioe' io, indiscutibilmente prof, in quel preciso momento stava scrivendo sul suo blog. Naturalmente Alek e' venuto a scuriosare e mi ha fatto i suoi scomplimenti. Successivamente ha precisato: bel sito-- senza scomplimenti o lapsus ...carino e basta ...è bello vedere dei blog intelligenti ogni tanto, non quelli del tipo pieni di foto senza senso e che ricevono tanti commenti sulle grandi piattaforme,come myspace..xanga... ciao!!!
Si da' il caso che Alek sia il padrone di casa di un blog su Xanga esattamente del tipo di quelli che lui cita nel suo commento: pieno di foto e gratificato da un numero di commenti che Contaminazioni non ha mai raggiunto nemmeno nei suoi giorni migliori. Da sottolineare che Alek e' italiano ma su Xanga scrive in inglese (lo fa anche mia figlia, qui): beh, almeno fanno esercizio.
Ebbene, anche questo e' blog. Avendo superato da tempo l'adolescenza, e' pacifico che la sottoscritta non frequenti questi quartieri della blogosfera. Evidentemente, come emerge dal commento di Alek, nemmeno i piu' giovani hanno una grande dimestichezza con le nostre dotte disquisizioni e i nostri intelligenti aggregatori. Il che mi sembra normale, naturalmente. Il blog e' come un quaderno bianco: scegliere come riempirlo spetta a ciascuno di noi.
Vorrei solo ricordare ad Alek che Contaminazioni e' solo uno dei tanti ( nemmeno fra i piu' intelligenti, a dire il vero) e che potrebbe essere interessante, ogni tanto, scuriosare in queste zone del variegato mondo - blog per comprendere come stanno cambiando, dal basso, l'informazione e la comunicazione. Ma poi non e' nemmeno cosi' importante: in questo straordinario gioco senza regole, il divertimento e' comunque assicurato.
Acc! Ho ceduto alla tentazione di fare la prof ! Anche qui, anche sul blog!
P.S. E se fossero loro che stanno operando il vero cambiamento?
Mi sto ammalando di qualunquismo ...
... e tutto sommato non mi piace.
Gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri più vivaci e caldi di natura, come è quello degl’Italiani, diventano i più freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle loro forze. Così negl’individui, così è nelle nazioni. Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci. Quelli che credono superiore a tutte per cinismo la nazione francese, s’ingannano. Niuna vince né uguaglia in ciò l’italiana. Essa unisce la vivacità naturale (maggiore assai di quella de’ francesi) all’indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli altri cagionato dalla mancanza di società, che non li fa curar gran fatto della stima e de’ riguardi altrui: laddove la società francese influisce tanto, com’è noto, anche nel popolo, ch’esso è pieno di riguardi sì verso i propri individui, sì verso l’altre classi, quanto comporta la sua natura. Se gli stranieri non conoscono bene il modo di trattare degl’italiani, massime tra loro, questo viene appunto dalla mancanza di società in Italia, onde è difficile a un estero il farsi una precisa idea delle nostre maniere sociali ordinarie, mancandogli l’occasione d’esserne facilmente e sovente testimonio, perocchè d’altronde non siamo soliti a risparmiare i forestieri. Ma nel nostro proprio commercio, per le dette ragioni, il cinismo è tale che supera di gran lunga quello di tutti gli altri popoli, parlando proporzionatamente di ciascuna classe. Per tutto si ride, e questa è la principale occupazione delle conversazioni, ma gli altri popoli altrettanto e più filosofi di noi, ma con più vita, e d’altronde con più società, ridono piuttosto delle cose che degli uomini, piuttosto degli assenti che dei presenti, perché una società stretta non può durare tra uomini continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri, e darsi continui segni di scambievole disprezzo. In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie (canzonatura, ndr.) il persifflage (punzecchiatura, ndr.), cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di se pousser à bout (spingersi al limite, ndr.) colle parole, più che alcun’altra nazione. Il persifflage degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una specie di polissonnerie (licenza, ndr.), ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di raillerie. I colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa. Così un uomo perito della scherma è sovente sconcertato da un imperito, o uno schermitore riposato da un furioso e in istato di trasporto. Gl’Italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi. [Giacomo Leopardi - "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani"]
Marco Vichi, Perche' dollari?
Il 17 dicembre scorso, nell'ambito di un progetto di promozione della lettura fra i giovani curato dalla Biblioteca della mia Citta', si e' svolto un incontro con lo scrittore Marco Vichi. Per l'occasione mi e' stato chiesto di fare "gli onori di casa", presentando l'autore e la sua ultima fatica, i quattro racconti di Perché dollari?. Con un po' di ritardo, riporto su Contaminazioni la mia breve introduzione. Vichi e' una persona estremamente piacevole: ci ha raccontato il suo modo di fare e di intendere la letteratura con grande naturalezza ma, al tempo stesso, con estrema efficacia. Fra l'altro questa semplicita' mi sembra la caratteristica essenziale del suo stile: una semplicita' che non significa approssimazione ma che rappresenta, al contrario, un approccio alla narrazione estremamente coivolgente. Perche' il lettore deve divertirsi quando legge, no? Se poi al divertimento si aggiunge anche qualche riflessione (e materia di riflessione in questi racconti certo non manca), tanto di guadagnato.
Marco Vichi, fiorentino, classe 1957, è il “padre” del commissario Bordelli, investigatore malinconico e disincantato che risolve i suoi casi nella Firenze degli anni Sessanta, una città ambigua che dietro la sua estroversa toscanità nasconde lati oscuri degni dei migliori romanzi noir. La scrittura di Vichi è caratterizzata da uno stile asciutto, essenziale e perciò tanto più incisivo nel restituire atmosfere talvolta estreme e comunque sempre coinvolgenti.
La critica non è la mia professione. Sono solo una lettrice accanita e da semplice lettrice posso dire che appunto questo è il tratto che forse più mi ha colpito nelle opere di Vichi: la semplicità espressiva, semplicità che non coincide affatto con la banalità o la sciatteria, ma che acquista via via efficacia a contatto con la materia scottante, a tratti traumatica, che viene affrontata. Prendiamo, ad esempio, il racconto Reparto Macelleria, dove la narrazione delle torture subite dal protagonista in tempo di guerra procede piana, apparentemente senza eccessi di pathos o di retorica, e perciò tanto più coinvolgente, come un filmato in presa diretta che non ha bisogno di effetti speciali per colpire il lettore con la stessa violenza di uno schiaffo in pieno viso.
A questa scelta stilistica corrisponde, in perfetto parallelismo, la tipologia dei personaggi protagonisti delle storie di Vichi: la normalità apparente spesso nasconde un’intima mostruosità e, viceversa, la marginalità o, addirittura, la deformità celano una grazia sfuggente, una gentilezza scontrosa, una bontà senza ipocrisie o conformismi (si veda, nel Portafogli la prostituta incappata in una retata che piange la morte del gatto o il rozzo detenuto che aiuta il protagonista, mentre i secondini non sanno far altro che riempire di botte un poveretto inerme e indifeso).
I quattro racconti di Perché dollari? sono ambientati in una Toscana inedita, mai scontata, a tratti addirittura spiazzante, realistica senza nessuna indulgenza nei confronti dei luoghi comuni e al tempo stesso ricca di echi simbolici, di suggestioni visive prive di qualsiasi tentazione calligrafica.
Ma andando indietro nel tempo vorrei ricordare che Vichi è capace anche di un umorismo sulfureo come dimostra la sua opera prima, L’inquilino, dove la bohème forzata del protagonista è descritta con irriverente ironia (autoironia? Dopotutto il personaggio si chiama Vicarelli) e il delinquente Fred si rivela alla fine un diavolo, sì, ma in definitiva un buon diavolo.
Insomma, quella di Vichi è una voce fresca e davvero accattivante nell’ attuale panorama letterario italiano: in grado di divertire senza alcuna pesantezza ma, al tempo stesso, di intrigare e di far riflettere.
Scrittori si nasce o si diventa?
Ricordo quella mia compagna di universita' convinta che per uno scrittore farsi pagare in cambio dei frutti della sua (vera o supposta) creativita' fosse immorale. Ma la domanda che da un po' di tempo mi pongo e' diversa: da che cosa deriva la convinzione, all'inizio per forza di cose soggettiva ed arbitraria, che valga la pena di diffondere l'esito delle proprie fatiche scrittorie? Uno ha delle storie da raccontare, sente in se' il "sacro fuoco" dell'arte: come comprendere se si tratta di un miraggio, un'illusione, una (mi si perdoni) paranoia, oppure, al contrario, di una pretesa in qualche modo giustificata da cio' che si ha da dire? Perche' di scrittori "falliti", convinti di essere incompresi, ne ho conosciuti piu' d'uno. E di sicuro decidere a un certo punto della propria vita "voglio fare lo scrittore, costi quello che costi" comporta un notevole coraggio, una certa dose di incoscienza, persino un pizzico (forse piu' di un pizzico) di presunzione. E se uno riesce a vincere la scommessa (perche' qualcuno ci riesce), e dopo anni e anni trascorsi a scrivere e a ricevere rifiuti piu' o meno garbati riscuote il premio della sua ostinazione, di certo merita la nostra ammirazione e forse il nostro stupore. Se poi ha davvero talento, tutto di guadagnato, per lui e per i lettori.
Le mie domande sembrano ingenue? Puo' darsi. Ma mi pare che nella loro ingenuita' coinvolgano una questione piu' importante: qual e' oggi il ruolo sociale della letteratura? Da quando l'artista ha perduto (diciamolo à la Baudelaire) l'aureola, dopo che le ideologie sono tramontate e con esse anche il mito di una supposta finalita' pedagogica (ve li ricordate gli scrittori impegnati di una volta?) della letteratura, uno che scrive con la ragionevole pretesa di essere pubblicato, lo fa ... perche'?
P.S. Tanto per chiarire: io non ho nessun romanzo nel cassetto. Sogno da sempre di scrivere La Grande Opera del XXI secolo ma sono decisamente troppo pigra. I posteri sono salvi (i blog non durano cosi' a lungo!).
Marketing scolastico
Massimo si stupisce. E si meraviglia, nei commenti, che io, a mia volta, mi meravigli della sua meraviglia. Fu inventata, un tempo, l'autonomia scolastica e con l'autonomia il mitico POF, Piano dell' Offerta Formativa delle singole scuole. Le intenzioni erano buone: scardinare, finalmente, la rigidita' centralista degli antichi programmi, permettere una piu' efficace integrazione con il territorio, valorizzare le iniziative e le ricerche operate dagli insegnanti nella concreta pratica del loro lavoro quotidiano. Tutto questo, sulla carta (se avete voglia e tempo andate a documentarvi sul sito del Ministero).
Nei fatti l'istruzione scolastica ha subito un'implacabile deriva economicistica (segnalata, fra l'altro, dalla trasformazione del lessico della valutazione: basti pensare ai debiti e ai crediti - scolastici e formativi - che gli alunni accumulano nel corso degli anni, senza contare il misterioso portfolio introdotto da madama Letizia sin dalle elementari). Se trasformi l'alunno in un cliente al quale devi comunque garantire il successo formativo (totem della postmoderna pedagogia), e' ovvio che le scuole si massacrino vicendevolmente con le unghie e con i denti per conquistarsi il maggior numero di acquirenti ... pardon, di studenti. Potenza del vocabolario: noialtri non produciamo piu' cultura, ma siamo equiparati a venditori con la loro offerta formativa.
All' inizio potevamo credere che si trattasse solo di un uso maldestro di metafore tratte dal gergo dominante: ma non si trattava di retorica. Il segnale rimanda ad un piu' profondo ed inquietante mutamento di mentalita' che investe genitori, ragazzi, insegnanti, dirigenti. Il sapere deve essere praticamente ed immediatamente spendibile in termini di opportunita' concrete. Oppure deve essere piacevole e gratificante (da qui il proliferare di laboratori creativi piu' o meno improvvisati, giornalini scolastici, cineforum e quant' altro). Oppure deve fornire "informazione": come si dovrebbe mangiare, come si guida il motorino ...
I docenti della mia generazione (quaranta, cinquant' anni) hanno vissuto il cambiamento dall'inizio fino ad ora. Per questo non si stupiscono piu' di nulla e pazientemente si preparano a subire la prossima "rivoluzione" scolastica, magari elaborando qualche sottile strategia per garantire un minimo di sopravvivenza a quello che, un tempo, hanno scelto di insegnare.
Personalmente non sono pessimista (altrimenti cambierei mestiere: e non dico di non averne avuto la tentazione ...). Credo che alla fine, quando sara' evidente la vacuita' della maggior parte delle chiacchiere in scolastichese che abbiamo sopportato negli ultimi anni, quando anche i ragazzi e le loro famiglie comprenderanno che la scuola non e' ne' un supermarket ne' un palinsesto televisivo, si tornera' a distinguere l'essenziale dall'accessorio: e chi sa, magari torneranno di moda il buon vecchio latino e la bisbetica matematica.
Come dimostrare la propria mancanza di intelligenza
Sabato pomeriggio, una caterva di lavoro arretrato. Poi una scopre questo test di intelligenza (?) e, invece di compiere scrupolosamente il suo dovere, perde un mucchio di tempo nel tentativo di risolvere il giochino malefico. Sono arrivata a 28 risposte esatte su 33, il che (pare) garantirebbe la mia genialita'. In considerazione del fatto che non ho fatto nulla di quello che dovevo fare e che mi aspetta, per forza di cose, una notte in bianco o quasi, non mi sembra di aver dimostrato una gran furbizia.
Comunque, provatelo. E' frustrante, ipnotico, insopportabilmente divertente.
(via il Tao dei blog)
Ma voi, ci pensate mai ai posteri?
Si dice che il nostro tempo abbia perduto il senso della storia, il legame vitale con il passato, la consapevolezza delle proprie radici. Si dice anche che gli individui oggi vivano in un eterno presente, in una condizione di identita' liquida (Bauman), precari dell'esistenza, privi di progettualita' esistenziale, incatenati nella prospettiva appiattita dell' hic et nunc: niente alle spalle, niente davanti.
Quo animo ad otium sapiens secedit? Ut sciat se tum quoque ea acturum per quae posteris prosit. (Con che spirito il sapiente si ritira a vivere appartato? con la coscienza che compira', anche allora, un'attivita' che gli consenta di giovare ai posteri)
Stavo spiegando questo passo del De otio di Seneca quando, ad un tratto, sono stata colpita da un pensiero. Molti si lamentano che i giovani non siano interessati a conoscere la storia, che la ricchezza spirituale trasmessa dagli uomini e dalle donne del passato oggi si stia disperdendo, che prevalga su tutto una considerazione utilitaristica dello studio e della conoscenza, che la cultura umanistica non sia piu' soltanto marginale, ma addirittura moribonda. Eppure il vero dramma e' un altro. Abbiamo perso il senso del futuro. Nessuno si sente piu' responsabile per coloro che verranno. I ragazzi tirano a campare, sperando di farcela, un giorno dopo l'altro. I piu' anziani scuotono la testa e dicono: "Ai miei tempi ... " Gli adulti fanno le vittime ma poi, se possono, si gratificano con tristi abbuffate di consumismo fine a se stesse. E non parlo solo di un consumismo legato agli oggetti: esiste anche un tragico consumismo delle idee e delle parole.
Ma ve lo immaginate un intellettuale, uno scrittore, uno studioso, un filosofo che, oggi, possa scrivere le medesime parole di Seneca? Uno che abbia la pretesa di durare?
Il presente si e' sempre ribellato al passato, anche quando proclamava di venerarlo. E se la storia e' magistra vitae, lux veritatis, pochi, nel corso dei secoli, hanno avuto la voglia e la pazienza di ascoltarla davvero. I figli hanno sempre rinnegato i padri, salvo poi rammentarli quando diventano padri a loro volta. Ma questa incapacita' di guardare avanti, questa afasia nei confronti del futuro, questa irresponsabilita' verso coloro che ci seguiranno, mi sembrano i tratti caratteristici del nostro tempo. Che non ha niente da insegnare. Che non vuole insegnare niente. Che semplicemente dissipa la sua eredita' senza curarsene. Che non sogna, non immagina piu'. Che ha riunciato all'utopia. Che vive alla giornata, arrangiandosi alla meno peggio, cercando di sottrarsi come puo' all'abisso dell'insignificanza

Piccola sezione della mia libreria.
Crolleranno? Finiro' travolta dal peso della cultura? Chi lo dice che la vita sedentaria e' sicura?
Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu