Mamma mia!
Sinceramente pensavo di essere meno grave. Che abbia ragione il marito quando mi dice che sono fissata con questo maledetto computer?
75%
How Addicted to Blogging Are You?
Via Dario Salvelli
Quanto costa?
Vorrei sapere questa bella pensata di Fioroni quanto costerà al MInistero e, con tutto il rispetto per Benigni, perchè non si spendono soldi per migliorare e arricchire le biblioteche delle scuole di ogni ordine e grado.
P.S. Se poi si vuole una lettura bella e avvincente della Divina Commedia, perché non quella piana e documentata, senza inutili gigionerie, di Vittorio Sermonti?
Perché il blog.
E' trascorso più di un mese e mezzo da quando Adrix mi ha lanciato questa palla, chiedendomi cinque buoni motivi per avere un blog, e solo ora ho trovato l'ispirazione per rispondere: tuttavia non riesco ad arrivare a cinque, e mi fermo a tre.
1) Perché sono una maledetta narcisista egocentrica e non mi ritrovo in nessuna delle rappresentazioni e/o generalizzazioni che i media usuali offrono in chiave professionale, esistenziale, generazionale ... E allora mi autorappresento, alla faccia delle statistiche.
2) Perché mi piace scrivere e mi piace che qualcuno mi legga. Il che rientra nel motivo n°1: l'egocentrismo narcisista.
3) Perché sono curiosa, mi piace conoscere gente, mi piace avere informazioni non scontate, mi piace il gioco dei diversi punti di vista, mi piace esplorare anche campi che sono lontani dai miei interessi abituali, mi piace mettermi in gioco: forse il mio è bovarismo intellettuale, dio solo lo sa, ma di certo vivere in provincia non ti garantisce molto da questo punto di vista. Per fortuna hanno inventato la Rete (e i blog).
La catena è vecchia e per quanto mi riguarda la chiudo qui.
Confronti
Confrontate questo post di Domiziana Giordano con questo di Temporalia: poi tirate le somme.
A me i conti tornano: ma magari si tratta solo di simpatia professionale (o chissà, qualcuno potrebbe dire che sono pedante)
Storia e destino di Aldo Schiavone
Bel libro, questo di Schiavone, sicuramente ben scritto e, per quanto sottile nella mole, adeguatamente documentato. E' uno di quei libri che definirei carezzevoli: perché, forse con minor dottrina, anche a te era capitato di pensare cose simili e quindi, leggendolo, ti senti straordinariamente intelligente e complice dell'autore. Peccato che alla fine ti venga il dubbio di esserti imbattuta in una serie ben confezionata di consolanti luoghi comuni, sia pure con il merito di essere animati da una certa speranza, quando, al contrario, di questi tempi abbondano i profeti di sventura.
Qual è la tesi del libro? In estrema sintesi quella espressa dalla nota sulla quarta di copertina: La nostra civiltà ci ha condotto, attraverso l'ultimo vertiginoso tratto del suo cammino, sul bordo estremo di una soglia oltre la quale ci aspetta un passaggio pieno di rischi ma anche di straordinarie opportunità. Il che è certamente vero: l'evoluzione tecnologica sta sospingendo l'uomo verso una trasformazione radicale anche della sua identità. I pretesi "limiti naturali" che ideologie imbevute di timore apocalittico nei confronti del futuro vorrebbero imporci sono solo costruzioni culturali, proiezioni delle nostre paure, strumenti di un potere che vorrebbe riportare l'uomo a quella condizione di "minorità" dalla quale l'Illuminismo ha tentato di strapparlo.
Detto questo e dopo esserci accesi di entusiasmo per le prospettive vagamente "superomistiche" che l'analisi di Schiavone ci spalanca, sorge spontaneo un dubbio. Che il problema non sia il gap fra evoluzione tecnologica e progresso, in termini generali, dell'etica, un'etica che ancora non riesce ad adattarsi all'avanzata impetuosa di possibilità in larga misura inesplorate. Non è una questione, diciamo così, "filosofica" ma esistenziale e psicologica. Il punto è che la maggior parte degli esseri umani, compresi coloro che con responsabilità diverse, governano i destini del mondo, non solo non manifesta eccezionale acume ma è condizionata da meschinità, invidia, superficialità, ambizione, brama di potere, ignoranza, paura, egocentrismo e, soprattutto, una sconfortante mancanza di fantasia. In una parola: mediocrità.
Se la mediocrità fosse consapevole di sé, se fossimo disposti, tutti, a riconoscere i nostri limiti e obbedissimo al più bel precetto del Vangelo, non giudicare se non vuoi essere giudicato, e semplicemente facessimo appello alle doti di empatia, comprensione, autocritica che comunque l'essere umano possiede, forse le cose andrebbero meglio. Macché: nessuno fa un passo indietro e mascheriamo la nostra mancanza di autenticità e gli alibi che nascondono le nostre piccinerie con proclami roboanti e moralismi d'accatto.
Se persino nelle aule universitarie, coloro che dovrebbero essere le vestali della conoscenza si abbandonano a reciproche rivalità degne di comari al mercato, nonostante tutto quello che hanno studiato (mi è capitato di sentire un dotto ricercatore di letteratura italiana, peraltro non più giovanissimo, definire, nel corso di una conferenza dedicata ad un autore del Trecento, l'editore di un suo rivale accademico con il fantasioso epiteto di "livoroso mentore"), davvero ci aspettiamo che l'umanità, nel complesso, sarà in grado di compiere il salto evolutivo che Schiavone auspica? Mi scappa da ridere, davvero.
No, non l'emergenza climatica, non il supposto scontro di civiltà, non la presunzione luciferina dell'uomo che, a imitazione dell'Ulisse dantesco, non esita a varcare le colonne d'Ercole che la natura imporrebbe come confine alla sua brama di conoscenza, non l'imperversare dell'economicismo che riduce l'essere umano, i suoi bisogni, i suoi desideri, a merce di scambio, non le sciocchezze che ci impongono i manipolatori della pubblica opinione, i mass media che spacciano la loro informazione di serie b per adamantina conoscenza ... non sono questi i veri nemici delle magnifiche sorti e progressive dell'umanità futura.Sono piuttosto sintomi, Il nostro peccato originale, quello che finisce per assassinare la nostra pretesa di libertà, va cercato molto più in basso, terra terra, nei meccanismi perversi della vita quotidiana: è l'incorreggibile stupidità, condita di vacua presunzione e, dal lato opposto, di un opprimente, plumbeo conformismo, che si prende sul serio e che non sa mai, davvero, ridere di se stesso..
Paradossi
Che cosa pensassi della prof processata per aver fatto scrivere cento volte all'alunno dodicenne con ambizioni da bullo sono un deficiente l'ho già scritto a suo tempo. Che l'abbiano assolta sono felice, perché, francamente, due mesi di reclusione per un atto evidentemente dettato dall'esasperazione erano eccessivi. Resto convinta che abbia sbagliato anche se una folla di moralisti (a giudicare dalle reazioni in Rete) mi darà addosso: non mi pare che l'insulto, sia pure comprensibile e giustificato, possa essere considerato uno strumento pedagogico. E ribadisco: vorrei proprio vedere tutti questi signori all'assalto del bulletto dodicenne (non certo una perla di intelligenza, ammettiamolo) se il ragazzino tacciato di essere un deficiente fosse stato figlio loro. Con la prole degli altri son tutti buoni a fare i catoni.
E poi. Se posso insultare un alunno, sia pure a fini educativi, potrò anche perquisirlo, se sospetto che sia un truffatore. No? E perché? La pubblica umiliazione in questo caso sarebbe eccessiva? E allora, di grazia, il povero commissario come fa ad individuare cellulari abilmente nascosti se non ricorrendo, appunto, alla perquisizione corporale? Deve aver ragionato così l'incauto e zelante Presidente di Commissione di Teramo che ha disposto la perquisizione dell'alunna sospettata di imbroglio durante gli scritti. E che carine le due prof che si sono prestate alla bisogna: si saranno rese conto dell'enorme sciocchezza che stavano commettendo o il loro raziocinio sarà stato offuscato da un incoercibile sentimento di servilismo nei confronti del Presidente (avendo una certa esperienza di Esami di Stato vi posso assicurare che il potere, per quanto piccolo piccolo e sbrindellato, fa sempre un certo effetto su alcuni colleghi)? E gli altri? Sono rimasti tutti in religioso silenzio? Nessuno ha avvertito il Presidente che stava commettendo un arbitrio? Dico: ma dove avevano la testa? L'hanno persa da qualche parte su You Tube?
Versi di animali
Chunfy gentilmente mi informa, in riferimento al post precedente, che i gabbiani stridiscono (o stridono: il verbo è stridere o stridìre?)? Ora. è indubbio che il verso del gabbiano sia stridente (non ditelo a me che, abitando al quarto piano, vivo praticamente in mezzo alle deliziose bestioline), ma non so se il riferimento sia preciso o generico. Insomma, il cervo bramisce, le rane gracidano, il tordo zirla (a proposito, la conoscete questa di Toti Scialoja? Un tordo vive in ozio/nell'orto di mio zio./ Se il tordo fa uno zirlo/ mio zio corre a zittirlo), ma siamo proprio sicuri che il gabbano stridisca (pur tenendo conto dell'alternativa verbale citata sopra)? Qui, per esempio si dice che garrisce , mentre civetta e pipistrello stridiscono. Anche le rondini garriscono (e le bandiere: misteri della lingua) o meglio zinzilulano. Ulteriori informazioni potrete trovarle in questa pagina ( da un sito dedicato all'insegnamento della lingua italiana agli stranieri: poveretti). Se poi desiderate cimentarvi in un' imitazione diretta degli animali (che ne so, nel caso vogliate una conversazione con un elefante), potete cominciare da qui.
Grrrrrwwww!!! (questo sarebbe il verso dell'orso bruno ... dicono)
Adrenalina
Sto guardando con la coda dell'occhio Quattro matrimoni e un funerale. Sono sveglia dalle quattro. Occhi sbarrati, telecomando in mano: nell'ordine 2001 Odissea nello Spazio, Paradiso Perduto, Falso Tracciato, Law and order (telefilm) e ora questo. Nel frattempo ho letto qualche pagina di Storia e destino di Aldo Schiavone, ho preso il caffè, sono scesa per spostare la macchina dalla zona disco. Sono incerta. Torno a letto, mi faccio un altro caffè, vado a fare la spesa. Erano anni che non mi capitava una notte così. Adrenalina. Eppure ieri sera mi sentivo leggera e soddisfatta. Forse è capitato proprio perchè, avendo definitivamente risolto una grana, ieri sera mi sentivo leggera e soddisfatta.
Squilla il telefono. Lamenti lamenti lamenti della mamma ottantaduenne che vive sola, che si sente sola, che fa sempre di testa sua qualunque cosa tu le dica e poi dopo ti accusa di non averla aiutata sostenuta incoraggiata, sostanzialmente di non averle dato ragione. Va avanti così da quarant'anni, non mi meraviglio più e nemmeno mi arrabbio. Tanto prima o poi tutti diventeremo vecchi. Sforziamoci di guadagnare crediti per il paradiso. Faticosamente concludo la telefonata.
Cavoli, sta piovendo. E allora? Niente mare per oggi, mi sa. Guardo sconsolata il libro di Schiavone: La tecnica, la natura, la specie: esercizi di futuro e di speranza per prepararsi al tempo che ci aspetta. Il manifesto di un nuovo umanesimo. Cavoli, quando si dice l'umiltà. Mi sento un po' rincoglionita, per il sonno e per i film mediocri che ho visto ( escluso Kubrick, in evidente consonanza con Schiavone che infatti cita Arthur C. Clarke). Fuori uno sgallinio di gabbiani (nessuno sa come si chiama il verso del gabbiano): eleganti in volo ma ti bombardano il terrazzo e i panni stesi ad asciugare di guano, il che li rende assai poco poetici, alla faccia di Jonathan. Un paio di giorni fa due piccoli sono riusciti a spiccare il volo dal tetto dei vicini: brutti e goffi come paperi troppo cresciuti, pigolavano di continuo, poi voilà hanno spalancato le ali e via, nel vasto cielo della sera.
Che dire? La vita continua. Anche qua sulla terra.
Amos Oz Non dire notte
Non saprei dire se questo romanzo (scritto da Amos Oz fra il 1991 e il 1993 ma pubblicato in Italia solo nel 2007) sia un capolavoro, sia pure in tono minore come qualcun altro ha scritto. Ma di certo è da tempo che non mi capitava di provare una sintonia così profonda con i personaggi di una storia: forse perché l'età è quella, e sempre più spesso mi capita di interrogarmi sulla vecchiaia, sullo stemperarsi dell'entusiasmo, sui dolori che inevitabilmente e spesso inconsapevolmente abbiamo inflitto, o ci sono stati inflitti, sul senso delle nostre passioni, su quanto sia difficle capirsi anche per un uomo e una donna che da anni condividono senza quasi parlare gli usuali riti quotidiani (preparare la cena, fare la doccia, ascoltare la radio, stirare, vagabondare insonni dalla camera al terrazzo), sul silenzio fra le generazioni e i piccoli gesti che, nonostante tutto, fanno sì che, oltre ogni possibile sottinteso, a volte, imprevedibilmente, ci si comprenda davvero.
Come tutti i libri belli questo romanzo lascia più interrogativi di quanti ne risolva: non ti consola con un prevedibile happy end, ti avvolge piuttosto in un' atmosfera enigmatica e vischiosa come il deserto che circonda la cittadina di Tel Kedar. Ruota intorno a tre frasi, variamente ricombinate negli incontri fra i personaggi: "nessuno sa niente di nessuno"; "le parole sono una trappola"; "chi ha un poco di bontà trova bontà ovunque". Luoghi comuni? Può darsi, se fossero espresse con la certezza apodittica dei pregiudizi dati per scontati. Ma in realtà sono solo frammenti con i quali si cerca di puntellare la propria fragilità, di trovare una strada qualsiasi, di continuare a vivere. Anche se sta scendendo la notte sul deserto e la tempesta di sabbia batte alle persiane e non si sa bene che cosa tutto questo possa significare e non ci sarà nessun profeta Elia a spiegarlo.
Il passo: Theo mi ha toccato con la mano aperta sulla schiena: Guarda, Noa, cerca di capire, quel ragazzo è morto. Ho risposto sottovoce, Lo so. Lo so? Allora dimmelo tu. Ma perché? Dimmelo, Noa, che sia con la tua voce anche. Siamo rimasti lì ad aspettare che cominciasse a venir freddo.
Scrittori e potere nell'antica Roma (e nella nuova Bisanzio?)
Allora, se volete rinfrescare le vostre remote nozioni liceali di letteratura latina, procuratevi questo libro (Luca Canali, Scrittori e potere nell'antica Roma, Rubbettino, 2006). Canali scrive bene e le pagine su Catullo e, soprattutto, Petronio meritano. Se, al contrario, avete a che fare giornalmente con l'argomento, come la sottoscritta, vi avverto: il libro non vi dirà niente che già non sapete e non vi dirà niente di quello che volete sapere. In ogni caso, qualunque cosa dica, la dice bene.
Un'ultima cosa. Se non volete sentirvi dannatamente stupidi, perché non capite, saltate l'introduzione di Genna (sì, lo so, sembra che abbia un fatto personale con Genna: giuro che non è così)
Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu