contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
29/11/2007

Messaggi dal passato (avevo lanciato una bottiglia nell'oceano del tempo e per caso l'ho ripescata dopo venticinque anni)

Nel 1982 ero una ragazzetta di ventun anni molto infelice e con una certa tendenza (mai completamente digerita, a dire il vero) alla retorica. Abitavo a Pisa e, visto che non avevano ancora inventato il blog, sfogavo la mia grafomania disseminando ispirate epistole fra amici e parenti. Oggi pomeriggio, mentre cercavo alcuni documenti, mi sono capitate fra le mani due lettere scritte a mia madre in una delle mie numerose fasi di disagio esistenzial - letterario. La Lorenza dannunziana di allora mi ha fatto ciao ciao con la manina. Ho risposto imbarazzata e, zitta zitta,  mi sono intascata le lettere, pensando che tutto sommato avrei fatto meglio a bruciarle per non lasciare tracce compromettenti. Ma come si fa? Tanto più che in uno di quei fogli ho trovato questa definizione di poesia di A. MacLeish, definizione che avevo completamente dimenticato.

"Cos'è la poesia? Tentare di dire ciò che nessuno sapeva prima, in modo che nessuno lo capisca. Ovvero in modo che nessuno soltanto capisca la poesia, o si illuda che la poesia è una cosa soltanto da capire. E' anche da sentire, da vivere. E' un'esperienza. La poesia non deve significare ma essere. Ma essere, cioè esistere, in modo significativo".

Poco più sotto definivo l'università "questa masnada di eruditi che chiacchiera di poeti solo per il gusto di uccidere la poesia riducendola a qualcosa da capire, come se si trattasse di una formuletta di algebra". E concludevo: "accidenti a loro!"

A mia discolpa va detto che allora l'ambiente universitario era in pieno delirio post - strutturalista. In verità io sono un mancato topo di biblioteca e la poesia dell'erudizione mi ha sempre affascinato. Credo che non ci sia niente di più poetico della filologia. E  se c'è una disciplina che sin dai tempi di Pisa mi ha sempre intrigato è la paleografia greco - latina, figurarsi. In effetti credo di ricordare che in quelle righe mi riferissi ad altro. Del resto nella mia lettera la citazione era preceduta da un lungo passo del "Pianto della scavatrice" di Pasolini: "Solo l'amare, solo il conoscere/conta, non l'aver amato,/non l'aver conosciuto. Dà angoscia// il vivere di un consumato/amore. L'anima non cresce più. Con quel che segue.

Però che la poesia sia qualcosa non soltanto da capire, ma anche da sentire, da vivere, ovvero sia un'esperienza, qualcosa che esiste in modo significativo, bene, questo lo penso ancora oggi.Il problema qual è? Il paradosso di sempre. Come si fa a trasmettere il senso profondo di un'esperienza che, pur nutrendosi di cultura e studio, resta comunque profondamente, essenzialmente personale, almeno se vuole restare autentica?

(penso che a volte, in classe, dovrei limitarmi a leggere una poesia, una qualsiasi, e poi chiudere il libro e restare in silenzio: sai che successo su YouTube!).
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28/11/2007

Grillo parlante

A fare il grillo parlante (e non mi riferisco ad un'improbabile imitazione del Grillo nazionale ma, come vedrete, volo molto più in basso) di questi tempi probabilmente ci si rimette, ma non posso fare a meno di concordare con Gaspar Torriero sull'ultima infatuazione che si sta diffondendo via contest per la nostrana blogosfera (vedi Blogbabel): il concorso che lui definisce argutamente "Vendi il tuo didietro per un gadget". Sì, lo so, anch'io a suo tempo ho concepito insani desideri per un famigerato coniglietto geek ma poi sono fortunatamente rinsavita. Tutto sommato, si può usare il blog per scopi più lodevoli e un po' meno scontati, no?
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27/11/2007

Qualcuno si ricorda della Birmania?

Nel mio umile blog, campeggia in alto la scritta "Blog in rosso per la Birmania". A che serve? In primo luogo a ricordarmi, quando apro il blog, che alcune settimane fa, come molti altri, mi ero mobilitata per questo sventurato paese: in breve, a ricordarmi di ricordare. Leggo adesso questa notizia sul sito dell'AGI:
BIRMANIA: DIAMANTI AIUTANO GIUNTA, 150 MLN DOLLARI DALL'ASTA
Lentamente, inavvertitamente, il terrore sta tornando alla sua aberrante normalità.  Noialtri occidentali non possiamo rimanere indignati troppo a lungo. O invece possiamo? O invece dovremmo?

Sabato 17 novembre ero fra il pubblico pomeridiano dell'iniziativa Birmania: non lasciamoli soli!
che si è tenuta nella mia Città con il patrocinio di una lista lunghissima di associazioni. Ho ascoltato, confusa fra un pubblico tutto sommato esiguo, le belle e intelligenti parole di Mimmo Càndito, inviato della Stampa (questo è il suo blog) e Presidente della sezione italiana di Reporters Sans Frontièrs.
Non mi dilungherò sulla sua attenta analisi  della situazione birmana. Sono informazioni che chiunque, con un po' di buona volontà e un minimo di autentica motivazione, può reperire in Rete. Ma mi ha colpito il suo esordio: ha elencato una per una le associazioni che avevano fornito sostegno all'iniziativa piombinese: Forum della Democrazia, Amnesty international, Arci, Samarcanda, Croce del Sud, Commissione Pari Opportunità, Casa Crocevia dei Popoli, Pubblica Assistenza, Comunità Missionaria del Cotone, Centro Missionario Diocesano, Corriere Etrusco, Lega Ambiente e, ovviamente, l'Amministrazione Comunale. E ha notato che se solo fosse stato presente un paio di rappresentati per associazione, la sala sarebbe stata sicuramente più affollata. Il punto è proprio questo, secondo Càndito: è più conveniente spendersi in belle dichiarazioni di principio e in nobili iniziative sicuramente democratiche che esporsi in modo concreto e agire responsabilmente in prima persona. E' vero per gli Stati (quanti e quali sono gli interessi in gioco nei rapporti dell'Europa con la Birmania e, dietro la Birmania, con la Cina?), è vero per i singoli individui. La colonna sonora del video proiettato nel corso dell'iniziativa era La storia siamo noi. Ecco, ha commentato Càndito, dovremmo convincerci di questo, che la storia siamo noi  e agire di conseguenza, mantenendo desta l'attenzione e continuando a rivendicare un ruolo di opinione pubblica attiva piuttosto che di consumatori passivi di notizie. Purtroppo la velocizzazione dell'informazione comporta di fatto una perdita di qualità e l'impossibilità da parte degli utenti di reale approfondimento.  Riceviamo l'apparenza e la decodifichiamo come realtà, ha detto Càndito. E' vero che i media hanno oggi un ruolo e un potere assolutamente non confrontabili con quanto accadeva in passato: ma la conoscenza che passa attraverso il loro filtro, per quanto pervasiva, spesso consiste soltanto in brandelli di apparenza, più o meno sottilmente manipolati. In qualche modo occorre richiamare l'attenzione sul pericolo connesso a questa straordinaria diffusione planetaria di informazioni che si susseguono troppo rapidamente per essere metabolizzate davvero. In qualche modo occorre risvegliare la capacità di critica e di interpretazione del pubblico, richiamandolo al dovere della cittadinanza e della partecipazione. Perché, appunto, la storia siamo noi e in troppi cercano di farcelo dimenticare. (Di Mimmo Càndito consiglio la lettura di questa bella intervista che tocca molti dei temi affrontati nell'incontro piombinese. E naturalmente vale la pena di acquistare il volume da lui curato Il braccio legato dietro la schiena - Storie dei giornalisti in guerra).

Peccato che ad ascoltare queste illuminate parole eravamo quattro gatti. Va bene che era sabato pomeriggio. Va bene che in televisione davano la partita. Va bene ... va bene così.
(ma intanto la Birmania sembra scomparsa dall'agenda setting. Anche da quella artigianale dei blogger).

P.S.
Al termine dell'incontro mi sono avvicinata al professor Candito e, visto che l'intera blogosfera italica era allora in fibrillazione per l'improvvida sortita di Gabriele Romagnoli, ho chiesto la sua opinione sulla demonizzazione dei blog che certa stampa sembra incoraggiare. Mi ha risposto con grande gentilezza, esprimendo un parere tutto sommato condivisibile: posto che l'attendibilità dei blogger non sempre è il massimo, visto che con i loro post tendono ad esprimere preferibilmente emozioni e soggettivi stati d'animo piuttosto che notizie verificate e verificabili, la demonizzazione non pare la strategia migliore per comprendere i processi comunicativi in atto e il desiderio positivo di critica e partecipazione che l'utilizzo diffuso della tecnologia di fatto comporta.
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27/11/2007

Ma voi la capite la logica delle statistiche?

O forse farei meglio a chiedere: "Ma voi la capite la logica di certi articoli?" Mica per altro, io avrei qualche difficoltà. Secondo l'articolo del Corriere testé linkato, in Italia i clienti tipo della prostituta
hanno un'età compresa tra 35 e 40 anni, lavorano, sono single e con un livello di istruzione medio-alto. Il dato sarebbe frutto di un'analisi dei forum su Internet e dell'elaborazione di un questionario on line. Un paragrafo sotto, tuttavia, si afferma che dalla ricerca sul campo il profilo del cliente risulterebbe ben diverso: età tra 23 e 50 anni, sposato, con un partner regolare e uno o più figli, livello di istruzione basso o molto basso, incontri ogni 15 giorni.  Embé, allora mettiamoci d'accordo: chi mai sarà il puttaniere tipico? Sia come sia, a me questa ricerca, e relativo articolo, sembra la classica puttanata (lo so lo so, il gioco di parole è veramente pessimo) che al massimo può arrivare alla canonica scoperta dell'acqua calda (che ne so, magari è intuitivo che il target delle squillo d'alto bordo non è lo stesso delle battone di una qualunque tangenziale).

Quel che mi colpisce, in ogni caso, è la diffusa nostalgia per le cosiddette "case chiuse", sulle quali, com'è noto, si è esercitata tanta mitologia letteraria paradecadente.  Non sarebbe male ricordare, al di là delle distorte fantasticherie maschili (e non solo maschili),  cos'erano davvero i casini per le donne che lì vivevano e lavoravano e a che cosa mirasse effettivamente, nell'ormai remoto 1958,  la legge Merlin  (secondo la quale la prostituzione non è reato, ma è reato lo sfruttamento).  A parte il doveroso richiamo alla storia, davvero si pensa che siano poi così numerose le donne disposte a guadagnarsi da vivere facendo ufficialmente marchette (oddio, a pensarci bene, con tutto questo precariato ...)  e che i nuovi mercanti di schiave spesso minorenni si adattino così facilmente alla legalità e al pagamento regolare delle tasse liberando di un botto le nostre strade da spettacoli sconvenienti?

(Vi prego: seguite in particolare l'ultimo link, alla puntata "Vendute" della "Storia siamo noi", tanto per capire di che cosa stiamo parlando e quanto sia ipocrita il vagheggiamento di molti, troppi, per la poesia delle case di tolleranza)

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26/11/2007

Allusioni, ibridazioni, contaminazioni, plagi e scopiazzature

Interessante discussione su Ibrid@menti a proposito dell'annoso problema del plagio in Rete, nello specifico nella Blogosfera. Vedete, io penso che noialtri blogger, adusi a perder tempo e a sprecare energie tamburellando sulla tastiera i nostri improbabili sfoghi letterari solo per amor di gloria, in fondo siamo tutti un po' sciroccati. Persino le cosiddette "blogstar", al di fuori del gruppo degli impenitenti aficionados a questo strampalato modo di comunicare,  restano generalmente degli "illustri sconosciuti" (mai ossimoro fu più azzeccato). E sia: ognuno si diverte come può e se può: se invece di farmi una bella passeggiata al mare, ché da queste parti abbiamo pure dei panorami degni, in novembre particolarmente poetici, preferisco incaponirmi davanti al  portatile pur di non deludere il mio minuscolo pubblico, sono fatti miei. E poi mi piace scrivere: tanto basti.

Ma certo mi meravigliano, e non poco, i mediocrissimi fra i mediocri, i quali, pur non avendo un accidente da dire, non rinunciano al blog, che fa tanto figo e, di questi tempi, ha pure un'aura un po' perversa. Codesti tristi figuri, pur di sentirsi dire "bravo!" dai quattro gatti sciagurati che frequentano i loro luoghi virtuali, copiano e incollano post altrui spacciandoli per propri, senza riconoscere il merito a chi di dovere. Perché?

E' già abbastanza patologico passare le notti a scribacchiare aulici pensieri che leggeranno in pochi o pochissimi, se va bene. In ogni caso è roba tua, e un commento positivo, via, è comunque gratificante.  Ma chi abbellisce il blog con mercanzia rubata altrove, che spera di ottenere? Non lo fa per soldi, perché mica si guadagna con questo lavoraccio. Per incrementare gli accessi? Per i complimenti? Un ragazzo che copia un compito cerca di minimizzare lo sforzo e di massimizzare il risultato: non studiare 'na mazza e ottenere in un modo qualsiasi la promozione. Ma, e i copioni della blogosfera? Non può certo giovarsene la loro autostima, perché loro  sanno di essere bugiardi. Godono nell'imbroglio, nel fare fesso l'ingenuo lettore? Ma no, ma no. E'  pura patologia. E' vuoto pneumatico. E mitomania sociale. Senza scopo, senza senso. Roba da studio psichiatrico.

Diverso è il caso del plagio effettuato per fini economici. Saccheggio quel che non mi appartiene, me lo faccio stampare e, se mi va bene, lo vendo pure. Se spulciate nei commenti al post di Ibrid@menti, troverete l'eco di storie e storiacce di questo tipo. Il fatto è che, talvolta, quei blogger sciroccati ma onesti che rammentavo prima, sono pure bravi e, chissà perché, nella mente di tanti quel che giace in Rete è come un relitto non reclamato: chi lo trova per primo, se lo tiene. Disonesto e un po' nauseante. Ma, se vogliamo, abbastanza normale.

Diverso ancora è il caso dell'allusione, della citazione, del rimando più o meno velato. Se dovessimo interpretare questi fatti come plagi, saremmo necessariamente costretti a buttar via, tanto per dire, i quattro quinti della letteratura latina che, com'è noto (se non lo è, non importa: credetemi sulla parola), cresce in apparenza parassitaria, in realtà come intelligente antagonista, della letteratura greca. La letteratura è memoria  spesso involontaria di tutto ciò che abbiamo letto. Ma è anche ricordo consapevole, gioco di rimandi, strizzatina d'occhio al lettore complice che sa riconoscere il trucco e sa anche che il trucco è, appunto, portatore di un senso nuovo. Sto giocando anch'io, in questo momento: chi può riconoscerà nelle mie parole le tracce di quell'arte allusiva (oggi si parla piuttosto di intertestualità, come suggerisce Ezio Raimondi) evocata per la prima volta dal grande filologo Giorgio Pasquali.

Ma questa è una vecchia storia. La Rete, per sua natura, mette in circolazione idee che si modificano, evolvono, si contaminano, si ibridano, si gonfiano e si disseccano, al punto che diventa difficile scovarne l'origine come pretenderebbe il tradizionale rigore filologico. E in questo non c'è proprio niente di male. Qual è il vero "Milione" narrato da Marco Polo a Rustichello da Pisa (già in origine potremmo chiederci chi dei due sia l'autore: ma la domanda è mal posta)? Dobbiamo attribuire il crisma dell'autenticità alla versione francese, ricca di inserti meravigliosi indirizzati ad un pubblico abituato ai romanzi cortesi,  a quella latina per i dotti o  a quella più pratica, in toscano, rivolta a mercanti borghesi interessati ad eventuali affari con l'oriente?

Uh, guarda guarda: la vostra Floria si diverte a fare la professoressa. Il fatto è che quando sento parlare della nuova "autorialità" proposta dalla Rete, mi scappa da ridere. Diritti d'autore,  copyright e similia sono invenzioni moderne e, dunque, piuttosto che un balzo in avanti l'eclissi dell'autore mi pare un evidente ritorno al passato.

Aggiungo, ad ogni buon conto: questi sono problemi seri e mi sa che tutto sommato non si addicono né alla sconcertante disonestà dei plagiatori di post né ai piagnistei offesi delle loro vittime che, forse,  non hanno affidato ai loro blog esattamente pagine indimenticabili e insostituibili nell'economia delle patrie lettere.
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25/11/2007

Che sto facendo?

Ma che fine ha fatto la vostra Floria? Ha corretto un centinaio di compiti in vista delle verifiche di metà quadrimestre. Si è ficcata in un paio di gruppi di lavoro dei quali, sinceramente, le interessa poco: ma il suo presenzialismo continua a fregarla. Ha partecipato a due incontri - conferenza con relatori abbastanza noti, ricavandone moderata soddisfazione e qualche riflessione non sempre positiva. Ha letto l'ultimo romanzo di Ian McEwan e ora si sta deliziando con Nick Horby. Ha discusso con il fratello maggiore dei problemi non piccoli relativi all'assistenza della madre invalida. Ha fatto la spesa, preparato pranzi e cene e, ovviamente, riassettato ogni volta la cucina. Non ha stirato e la situazione in quest'ambito sta nuovamente precipitando. Insomma, il blog langue e questo la fa soffrire, anche perché le idee non mancherebbero. Buona domenica, gente, e a presto (in questo momento i pargoli che si sono appena alzati - ore 11.30, bontà loro -  evidentemente nervosi per la "levataccia" stanno litigando - vado a schiaffeggiarli, metaforicamente si intende).
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20/11/2007

Internet bill of rights

ovvero la "Carta dei diritti di Internet". Non ho molto tempo, in questo periodo, ma non tralascio di dare un'occhiata alle discussioni più calde in bella evidenza sulla prima pagina di Blogbabel. Vedo che la blogosfera italica si appassiona ai gesuiti pedofili (mio Dio, così mi sto conquistando qualche altro referrer demenziale, lo so), alle italiche dodicenni un po' zoccole (secondo il Corriere), ovviamente a Berlusconi e la sua novella pensata e, naturalmente, alla mancata possibilità per gli italici programmatori di partecipare al contest milionario promosso da Google per Android. Tutti temi interessanti, per carità, forse un tantino scontati per chi vuole essere la nuova "pubblica opinione" illuminata e consapevole,  ma possibile che nessuno senta che questo articolo di Rodotà espone problematiche che riguardano molto da vicino gli utenti di Internet e il futuro della Rete?

E voi, che cosa ne pensate?
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16/11/2007

Famiglie smarrite, famiglie immaginarie.


Mio nonno paterno si chiamava Costantino ed era nato a Sedilo in provincia di Oristano. Suo padre, Francesco, sposato con Maria Ruju, proveniva da Illorai. Credo che Costantino avesse diversi fratelli e dunque immagino che numerosi cugini, a me perfettamente ignoti, siano sparsi un po' ovunque, in Sardegna e altrove. Se la memoria non mi inganna, la storia di famiglia narra che Costantino fuggisse in "Continente" a sedici anni e diventasse carabiniere. Sposò poi una romagnola, Argia, di Casola Valsenio. Mio padre è nato a Marina di Pisa nel 1924. Vide il nonno una sola volta e scappò via, impressionato dal suo cipiglio severo. Argia morì a quarantuno anni sotto un bombardamento, nel suo paese d'origine, dove, chissà perché, era voluta tornare. Costantino è morto a cinquantasei anni, di tumore. Ha fatto la guerra, ha subito la prigionia. Dopo la guerra, andò in Romagna e riportò a Pisa, in una cassettina, le ossa della moglie morta troppo giovane.  Io, ovviamente, non li ho conosciuti, anche se l'immagine di questo nonno inquieto e avventuriero mi ha sempre segretamente suggestionato.

Quando ero piccola piccola dichiaravo in tutta serietà che la mia vera patria non era l' Italia ma la Sardegna. Leggevo "Cuore" e naturalmente il mio eroe era il "piccolo tamburino sardo". Sono stata in Sardegna tre volte in tutto, due per il campionato di pallavolo, una in vacanza. Non ho mai visto né Sedilo né Illorai. Però non posso evitare di pensare che una parte di me appartenga a quei luoghi. I casi della vita mi hanno fatto nascere quaggiù. Se mio padre avesse vinto il concorso di pilota a Porto Torres, la "u" del mio cognome sarebbe stata solo una banalità. Lo ha vinto a Piombino e quindi quella "u" è diventata un segno di distinzione, il marchio di una diversità alla quale non ho mai voluto rinunciare.

La mia famiglia smarrita ... Che strano averne trovato le tracce nei racconti  de La famiglia immaginaria e nel romanzo Baffi di cacao  della nostra amica Eva Carriego. Strano? Forse no. I destini dei suoi personaggi (i bizzarri appartenenti alla famiglia Sogos in La famiglia immaginaria e, in Baffi di cacao, l'aspro Antine, il sognatore Christian, la ribelle e svagata Franci Melis, la sfortunata Valeria, il giusto e severo giudice Bellu, Caterina appassionata e libera, la signora Bellu e la sua bellezza incatenata al dolore) si intrecciano in strade imprevedibili. I sogni trascorrono da uno all'altro, le voci si scambiano trascinate da grida di dolore che si incontrano magicamente sull'Oceano, negli occhi dei figli si specchiano le illusioni dei padri, i debiti con la sorte si pagano da una generazione all'altra, i legami segreti e inconsapevoli non si sciolgono mai davvero.

E allora perché dovrei meravigliarmi se anche le voci dei miei mi sono venute incontro inattese attraverso altre voci, altre storie, trovate per caso vagabondando in questo strano luogo né troppo reale né del tutto fantastico che si chiama Rete?

E non c'è solo questo. Nelle pagine di Eva ho gustato nuovamente il sapore di quell'infanzia un po' selvaggia che ho fatto in tempo a vivere negli ormai remoti anni Sessanta: le corse in bicicletta per strade ancora non intasate dalle auto, le affabulazioni avventurose a uso e consumo dei miei compagni di scorribande, gli adulti un po' irosi che inveivano contro le nostre chiassose guerriglie, le sassaiole precisamente organizzate contro i nemici (e poi alleati, e poi ancora nemici) del palazzo accanto, i mercatini improvvisati nei cortili, le confidenze gelosamente confidate alle orecchie delle amiche nei lunghi pomeriggi vuoti e assolati di estati ormai quasi dimenticate. E le persone "grandi",  remote e quasi mitiche, con i loro tic, i rimproveri, le loro parole incomprensibili, i rimproveri e le carezze parimenti ingiustificati ai nostri occhi diffidenti di bambini ben accomodati in un mondo misterioso e segreto che riuscivamo a tenere miracolosamente inaccessibile: persino a noi stessi, quando siamo cresciuti.  Forse gli eventi sono diversi ma l'aria è quella: e, a ripensarci, era un'aria buona, da rammentare con sorridente nostalgia.

Se vi capita, se vi riesce, provate anche voi. Ne vale la pena (grazie, Lina aka Eva).

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15/11/2007

Il triangolo nero

Dalla rubrica delle lettere di "Repubblica" di martedì 13 novembre 2007:

Nell'agosto del 2004 una ragazza rumena di 28 anni, immigrata clandestina, baby sitter presso una famiglia italiana, si tuffò in una piscina di un villaggio turistico in Calabria per salvare la vita a un bambino italiano che stava annegando. Riuscì a salvare il bambino, ma annegò a sua volta. Ricoverata in un Ospedale calabrese (dove lavoro) dopo poco morì. I medici rintracciarono la madre e chiesero il consenso alla donazione degli organi. La madre, malgrado l'immenso dolore diede il suo consenso e per farlo si recò presso uno studio notarile, pagando la relativa tassa, che fu inviata in Italia tramite fax. Gli organi di C.C. furono trapiantati a cittadini italiani. A fronte del nobile gesto della famiglia rumena, spiccò il comportamento vigliacco ed egoista della famiglia italiana dove lavorava, la cui unica preoccupazione fu di nascondere lo sfruttamento di una clandestina per non avere guai. Infatti nessuno si fece mai vedere, nemmeno per chiedere informazioni sulla ragazza che aveva sacrificato la sua vita per salvare il loro bambino. -  Mario Bonura (Ospedale di Crotone)

Avete letto? Meditato? Bene, ora leggete con attenzione quello che segue. E, se condividete, diffondete.

Da Nazione Indiana, Loredana Lipperini e altri

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
 

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori. Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso. Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere. Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada. E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza

Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto. Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto. 

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo? 

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero. 

Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno. Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco. Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere). Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori. 

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco. 

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti. Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom. E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione. Delitti individuali non giustificano castighi collettivi. Essere rumeni o rom non è una forma di “concorso morale”. Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti. Nessun popolo è illegale.

Per aderire on line qui.

Proposto da: Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Alberto Prunetti, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.

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|categoria: segnalazioni, politica, cronaca, petizioni, razzismo, violenza, libertà, società




14/11/2007

Fossimo mai avanti in qualcosa

No, dico, sfogli i giornali e quello che ne ricavi è una sensazione davvero penosa: l'Italia scivola scivola scivola sempre più in basso. Non c'è un problema, uno, che venga risolto ricorrendo a un sano pragmatismo e restando al riparo da infatuazioni ideologiche più o meno miopi  e comunque ammalate di demagogia  nelle sue varie forme, da quelle più eclatanti a quelle più subdole e striscianti.
Può essere che abbiamo la classe dirigente (nella politica, nella cultura, nell'economia, nell'educazione) che ci meritiamo, ma non ne sono poi così convinta. Le spinte alla trasformazione, dal basso, esistono. Ma chi dovrebbe ascoltare, in alto, fa orecchie da mercante. Molto frustrante.

Mentre da noi illuminati pensatori discettano sui pericoli del blog e insigni politici si sentono tanto, ma tanto, tentati da censure di vario tipo e misura, in Danimarca la campagna elettorale si fa a colpi di Web 2.0: del resto, secondo Repubblica,  l' 80% delle famiglie danesi ha una connessione Internet (il 100% fra i redditi medio - alti). A leggere questo rapporto, sembrerebbe che anche gli Italiani desiderino allinearsi alle medie decisamente più alte del nord Europa nell'uso delle tecnologie, ma non ce la fanno (che gli Italiani siano i primi al mondo nell'uso di cellulari e UMTS, comunque, non mi sembra un dato particolarmente consolante: forse la vera innovazione legata alla cosiddetta "società della conoscenza" passa altrove).

L'ultima chicca che ho scoperto navigando in Rete e frequentando quei notori luoghi di perdizione e vacuo cazzeggio che rispondono ai nomi di Jaiku e Twitter è questa: gli sviluppatori italiani, assieme a quelli di Cuba, Iran, Siria, Nord Corea, Burma, Sudan e Québec, non potranno partecipare all' appetitoso contest (10 milioni di dollari in palio!) bandito da Google per promuovere gli applicativi riservati ad Android (la nuova piattaforma per telefoni cellulari di Google), a causa delle restrizioni in materia di concorsi imposte dalla nostra legislazione. Singolare davvero, non trovate? Mica dico che qualche italiano doveva necessariamente vincere, ma insomma,   che  i nostri compatrioti non possano nemmeno partecipare fa riflettere... (immagino che fra poco l'italica blogosfera sarà tutta un fremito: se ne accorgerà qualcuno, là, nelle alte sfere?)

Ulteriori informazioni

Pandemia: http://www.pandemia.info/2007/11/13/litalia_fuori_dallo_sviluppo_d.html
Punto Informatico: ( http://punto-informatico.it/p.... )
980km: ( http://www.980km.com/google/ar... )
Appunti digitali: ( http://www.appuntidigitali.it/... )
Meemi: http://www.meemi.com/capobecchino/meme/2547
postato da floria1405 alle ore 11:57 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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|categoria: politica, tecnologia, blog, attualità, società, web 20




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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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