Tempo di duro lavoro
Tempo di scrutini, tempo di duro lavoro. Il blog langue ma la verità è che, con la scusa di correggere i compiti, in effetti faccio altro. Per esempio. Sono reduce dalla visione di due film apparentemente molto diversi, in realtà in qualche modo imparentati fra loro. Dico subito: uno mi è piaciuto, l'altro no. Uno è I'm not there di Todd Haynes, l'altro è Into the wild di Sean Penn.
I
n che senso sono imparentati? Perché ambedue parlano di fuga, del tentativo di sottrarsi alle regole, di non lasciarsi incasellare, di ritrovare se stessi oltre il giudizio precostituito degli altri. In un caso come nell'altro, splendido montaggio, ottima regia, fotografia efficace e, naturalmente, superba colonna sonora (ma nel caso della vita di Bob Dylan si tratta di un'osservazione scontata). Solo che I'm not there è spiazzante, visionario, inquietante come la vita dell'artista da cui trae ispirazione. Into the wild è stato per me un insopportabile polpettone (peraltro girato benissimo, anche se non mancano inutili lungaggini): la storia di un ingenuo che ha preso troppo sul serio i suoi libri preferiti, (confermando fra l'altro la mia teoria: a qualcuno dovrebbe essere impedita una lettura troppo intensa) e ha fatto la fine del coglione, con tutto il rispetto. Non mancano gli ingredienti soliti: i genitori stronzi e perbenisti, gli hippy alternativi, buoni e tormentati, la simpatica canaglia, l' eremita ex alcolizzato, la città violenta e alienante, la natura crudele e incontaminata. Qualche scena risibile, tipo quella dell'orso che annusa il povero protagonista ormai ridotto al lumicino, lo schifa (troppo magro? troppo malato? presumibilmente indigesto?) e se ne va. Insomma, retorica in pieno stile Thoreau, condita dei soliti tòpoi "on the road", americanata d'autore, inno alla libertà estrema, ma a che pro?
Ribelle per ribelle, meglio il gioco delle identità multiple evocato da Io non sono qui. Meglio la disperazione, l'incoerenza, l'incapacità di fermarsi, l'impossibilità di riconoscersi. Meglio l'ironia che sfiora la morte ma comunque riesce a sfuggire il suo abbraccio. Questo film non racconta Dylan, lo evoca senza spiegarlo, te lo getta in faccia come un riflesso inafferrabile, un sogno, forse un incubo e poi ti dice che ti ha preso in giro, che nulla è vero e se anche lo fosse non sarebbe così importante. Non quanto le canzoni, comunque. Che, tuttavia, sono solo canzoni. Solo?
Aggiornamento:
Io e l'erede più grande siamo quasi giunte alla rissa sul film di Sean Penn. In risposta alle mie critiche impietose, Annalivia ha scritto la sua recensione che, per doverosa par condicio, pubblico di seguito. Spiega molto bene perché questo film piace ai ragazzi e forse lascia fredde le vecchie canaglie come la sottoscritta: al punto che, leggendola, quasi quasi mi sono ricreduta. Che abbia giudicato con eccessiva leggerezza?
Alla scoperta delle terre selvagge con Sean Penn
Il film “Into The Wild”, adattamento del best seller omonimo di Jon Krakauer (uscito nel 1996), racconta la vera storia di Christopher McCandless, giovane benestante, che nel 1990, dopo ottimi risultati accademici, decise di abbandonare famiglia e sicurezza economica per intraprendere un viaggio “on the road” alla scoperta dei luoghi più incontaminati d’America. Un viaggio durato due anni, fino al tragico epilogo sullo sfondo delle montagne innevate dell’Alaska.
“Into the wild”, fortemente lodato dalla critica, in America ha incassato pochissimo al botteghino; questo fatto non stupisce: il film è abbastanza lungo, e certamente non facile. La vicenda del protagonista, è di per sé esposta a critiche certamente non immotivate, fatto che viene del resto riconosciuto da Krakauer nelle pagine del suo libro. In più di un occasione, McCandless ha dimostrato sconsideratezza ed imprudenza. Abbiamo più di una volta l’impressione che il ragazzo si sia buttato a capofitto in una situazione più grande di lui, e il fatto che poi non sia stato in grado di gestirla non è particolarmente spiazzante. E’molto facile criticare il giovane, accusarlo di aver peccato di presunzione e, perché no, pure di ingenuità al limite della stupidità. La vicenda presenta inoltre una serie di cliché: la famiglia borghese e bigotta che soffoca il figlio ribelle ed idealista, la ricerca della libertà nella natura, il tema stesso del viaggio come mezzo per scoprire sé stessi (tema certamente molto caro alla cultura americana). Tutto questo, unito alla lunghezza della pellicola, può in parte spiegarci perché il film non abbia avuto un grande successo di pubblico, ma di certo non è sufficiente per giudicare nel suo complesso l’opera (e la vicenda stessa).
Penn più volte ha sottolineato di essersi rivolto principalmente ad un pubblico giovane; i giovani d’oggi dispongono di un numero pressoché illimitato di comfort, a cui non è facile (e indispensabile) rinunciare. Talvolta faticano a distinguere ciò che è veramente necessario da ciò che è superfluo ed inutile. I giovani, e non solo loro, hanno paura della solitudine, di isolarsi dai propri coetanei; solitudine spesso equivale ad emarginazione. In questo senso McCandless è una personalità anomala e controcorrente. E’ un giovane che ha scelto prima di allontanarsi volontariamente dalla vita a cui si era adeguato nel corso degli anni, e poi dalla vita sociale in sé per vivere l’ultima e più importante parte del viaggio, “la grande avventura in Alaska”, senza curarsi delle conseguenze che sarebbero potute scaturire da questa decisione. L’ardore di Chris non corrisponde ad un capriccio, ma all’esigenza consapevole di andare oltre tutto ciò che viene considerato canonicamente indispensabile dalla società, ma che a lui non basta più (“più che l’amore, i soldi, la fama, datemi la verità”)
La scelta di Chris è estrema, e Penn lo riconosce: non necessariamente un giovane deve immergersi nella natura selvaggia senza soldi e senza precauzioni, troncando ogni possibile contatto con i propri cari, per capire che qualcosa deve essere cambiato nel suo atteggiamento verso gli altri e verso la vita.
E’ quasi impossibile, per un giovane, non riconoscersi almeno un po’ nella passione di Chris, nella sua voglia di vivere fino in fondo, di sperimentare, di andare contro le restrizioni della società. Ed è quasi impossibile non ammirarlo per esserci riuscito, per aver avuto il coraggio di seguire coerentemente i suoi ideali e le sue più intime ambizioni, dando ascolto a cosa era meglio secondo lui e non secondo gli altri. Chris ha seguito alla lettera quello che gli diceva il cuore, senza eccezioni o incertezze, e forse è proprio qui che sta il suo errore. Con un po’ di amarezza, bisogna riconoscere che come è sbagliato affidarsi troppo alla ragione, è altrettanto errato fidarsi ciecamente dell’istinto. E’ proprio questo che ci insegna il film; nella vita (e a maggior ragione quando si è giovani ed impetuosi) ci vuole equilibrio, sia da un lato che dall’altro.
Il cast scelto da Penn è di eccezione, a partire dall’attore protagonista, il promettente Emile Hirsch, che è stato in grado di rappresentare Chris in modo intenso e oggettivo, senza farne né un martire né un eroe. Anche i vari personaggi che Chris incontra, e che verranno toccati indelebilmente dalla sua personalità travolgente, sono interpretati da attori a tutto tondo, quali William Hurt, Marcia Gay Harden (che già aveva lavorato con Penn in Mystic River), Vince Vaughn, Catherine Keener e Hal Holbrook (nominato come miglior attore non protagonista agli oscar 2008).
Sean Penn è stato abilissimo nel farci emozionare e riflettere, creando un’opera in cui ciascuna inquadratura è un piccolo ma inestimabile gioiello finalizzato a dipingere con sensibilità e oggettività quanto accade nell’interiorità del ragazzo e in ciò che lo circonda.
Nulla, insomma, è lasciato al caso; la straordinaria colonna sonora, firmata da Eddie Vedder già leader dei Pearl Jam, accompagna Chris nelle sue peregrinazioni, traducendo in musica quanto il ragazzo fa, vede, prova.
Abbiamo la sensazione di assistere a qualche cosa di compatto, ad un’opera veramente completa su tutti i fronti, in cui ciascun elemento, dalle immagini, alle battute, alla colonna sonora, contribuisce a rafforzare il significato del film e l’impatto che esso ha sullo spettatore.
E' da qualche tempo che ci penso. Ammettiamo pure che il mondo dello spettacolo, dello show business, sia quanto di più effimero e inutile possano generare i nostri confusi tempi moderni. C'è la crisi politica. C'è l'emergenza rifiuti. C'è le difficoltà di tante famiglie ad arrivare decentemente a fine mese. Ci sono guerra, fame, disoccupazione, disperazione, terrorismo. Sulla scena della storia, insomma, c'è tutto il peggio del peggio. E con tutto ciò, danziamo sull'orlo dell'abisso. A molti di noi, specialmente se giovani, più di tutto questo, più della serietà e, oserei dire, dello squallore della quotidianità, interessano le emozioni che possono donare una canzone o la scena di un film o, magari, un video. Ovviamente."Nel 2001, presumibilmente, era studente dell'ITC di Casacalenda (CB). Oggi, sempre che non si tratti di omonimia, una rapida ricerca su Google me lo da' come giornalista o collaboratore del Quotidiano del Molise. Il punto e' che i suoi saggi brevi, risalenti alle sue frequentazioni scolastiche, fanno bella mostra di se' in un paio di quei siti rivolti a studenti lazzaroni che non hanno voglia o tempo di buttar giu' un paio di idee originali e ripiegano sui compiti bell'e fatti: la prof (io) assegna un'esercitazione, lo studente (e dai, ma non lo sai che esiste Internet?) naturalmente copia. Dico: ma potrebbe copiare qualcosa di meglio. Qualche anno fa mi capitavano alunni che copiavano i compiti di letteratura direttamente dalla Storia della Letteratura Italiana del De Sanctis. Oggi copiano da Fabrizio Occhionero. O tempora o mores. La stupidita' era patente in un caso come nell'altro ma almeno il De Sanctis, con tutto il rispetto per Occhionero, era piu' attendibile.
Oggi ho riportato i compiti e abbiamo fatto quattro risate sulla faccenda (oddio, i tontoloni che avevano copiato ridevano a denti stretti: non avevano certo fatto la figura delle aquile): abbiamo deciso di considerare Fabrizio Occhionero membro onorario della classe.
(naturalmente in questo aneddoto c'e' una morale: prof, non siate abitudinari, che' altrimenti la figura dei tontoloni tocca a voi)".
Resta da aggiungere che qualche tempo dopo mi contattò su Splinder, via messaggio privato, lo stesso Occhionero, che aveva scoperto di essere stato citato nel mio blog e, per quanto avesse preso simpaticamente tutta la faccenda, citazione compresa, mi sembrò un po' urtato perché non avevo giudicato bene il suo saggio. Beh, di sicuro era difficile che uscisse vincente dal confronto con Francesco De Sanctis, ma tant'è ... beata gioventù ... e, ancora una volta, imprevidibilità di Internet.
Ma certo è che la V A 2005 - 2006 era una classe sui generis. C'era il barzellettaro cronico: le sue barzellette erano talmente insulse che facevano ridere solo per questo motivo (a parte il fatto che mi tratteneva regolarmente a fine lezione perché proprio non poteva fare a meno di raccontarmi l'ultima che gli era venuta in mente). C'era il rosso e c'era il nero, ambedue accomunati dalla tendenza incoercibile allo smoccolamento (leggi: bestemmia) da perfetti toscanacci doc. Il rosso, poi, cercava sempre di indurmi a dire male del Papa, di Berlusconi e di Bush, qualche volta riuscendoci, a dire il vero. C'era anche, precisiamo, l'alunno più bravo della scuola, che però non era per niente supponente: anzi tutti, senza malanimo, lo giudicavano un gradino sopra, il che rendeva difficile presentarlo come modello, perché si sapeva che comunque sarebbe stato irraggiungibile. C'era pure quello che, per qualche misterioso motivo che non mi è mai stato del tutto chiaro, non stava mai in classe quando io spiegavo ma poi, quando avevo un'ora di buco, mi veniva dietro dietro chiedendomi le più strane delucidazioni e gli approfondimenti più imprevisti (e quindi non era mai in classe nemmeno nelle ore degli altri). C'era un tale soprannominato Fuzzy (come la logica fuzzy) e, sotto un certo profilo, mai soprannome fu più azzeccato, almeno a giudicare dai compiti di latino.
In terza, se non erro, c'era il club dell' ARCI (S)CACCIA, i cui soci erano drammaticamente single loro malgrado (con il tempo comunque hanno risolto). Una volta arruolarono in classe perfino Platone (o era Aristotele?): utilizzando la copertina del libro di filosofia come faccia, improvvisarono con cappello, sciarpa e giacchetto una sorta di manichino e mi indussero a convincere la severissima prof di scienze ad accogliere, obtorto collo, il nuovo alunno. Durante una gita a Pisa per ritirare un premio, salirono tutti contenti e assai chiassosi in treno, ognuno con un palloncino di McDonald, del tutto incuranti degli sguardi perplessi di una scandalizzata e seriosissima scolaresca delle elementari. Una volta tentarono ai miei danni uno scherzo davvero di pessimo gusto: schiaffarono sulla mia sedia un assorbente tinto di rosso con il pennarello, aspettando eccitati che mi abbattessi sul sedile con la mia abituale mancanza di grazia. Solo che quel giorno proprio mi dimenticai di mettermi a sedere e alla fine, dopo un quarto d'ora di appassionata lezione in piedi, una ragazza mi scongiurò: "Professoressa, la prego, si sieda!" Naturalmente mangiai la foglia e, scoperto l'innominabile oggetto, lo presi con due dita, feci: "E questo? Che vuol dire? O perché?" Poi, imperturbabile, lo gettai nel cestino e continuai a spiegare, nell'imbarazzato silenzio del mio uditorio che, forse, si sarebbe aspettato una sfuriata dei quelle epiche: ovviamente, nei giorni successivi, mi vendicai appioppando nel compito una perfida versione di latino sulla buona educazione dei giovani. Ma non so se compresero l'allusione, visto che non capirono un acca del testo.
Se volete avere un'idea del clima che si respirava in quella classe, andate a leggere questo vecchio post (Ultimo giorno di scuola) su Fuori di Classe
Ma la verità è che era una buona classe. Ciascuno di questi episodi, se filmati con il cellulare e caricati su YouTube, farebbe la gioia di ScuolaZoo e, probabilmente, scandalizzerebbe, poco o tanto, i benpensanti. Ecco perché è difficile giudicare dal di fuori quello che avviene nello strano universo parallelo chiamato "scuola" (o bisognerebbe dire SKUOLA?).
E lo sapete perché ho scritto questo post? Perché un ex alunno, ora serissimo studente universitario (ma sarà vero che è diventato così serio?), nonché lettore del mio blog, me lo ha chiesto, forse perché assalito da un sentimento di imprevista nostalgia. E il bello è che la nostalgia ha preso anche me, per loro e per tutti gli altri alunni che si sono susseguiti nel corso degli anni, anche per quelli che mi hanno fatto sputare sangue ed eccedere in qualche urlata di troppo. Date retta, il mio è un bel mestiere, checché se ne dica.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà e la nostra gratitudine ai docenti firmatari dell'appello affinché la partecipazione di Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico venisse annullata.
Apprezziamo la sensibilità del Papa per aver declinato l'invito; non altrettanto si puo` dire del Rettore Renato Guarini, che si è mostrato inadatto al ruolo che ricopre, incapace di tutelare la laicità dell'Università e il dialogo universale. Inadempiente alle sue responsabilità di garante, ha posto i firmatari del suddetto appello nella scomoda posizione di dover supplire ai compiti di garanzia che gli sarebbero stati propri e determinato una spiacevolissima situazione.
Siamo inoltre stupiti ed amareggiati per la superficialità con cui esponenti politici e istituzionali di primo piano, tra cui dispiace in particolar modo dover annoverare il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Ministro dell'Università Fabio Mussi, si sono uniti al linciaggio morale cui i firmatari dell'appello sono stati e sono tuttora sottoposti.
Infine, ci dichiariamo esterrefatti dalla devastante superficialità ed incompetenza di gran parte della stampa, che si è lanciata alla ricerca dello scoop nel migliore dei casi, o della strumentalizzazione politica nel piu` frequente. In particolare, è stato completamente stravolto il significato dell'appello, non certo inteso a tacitare una voce e a impedire il dialogo e il confronto, ma a tutelare il profondo significato storico e morale dell'inaugurazione dell'anno accademico, la piu` solenne cerimonia accademica, nella quale l'università celebra la libertà del sapere universale, idealmente libera da qualunque condizionamento e patronato.
Sincerely,