Il video che vedrete è stato realizzato da un gruppo di "creativi" della mia classe, la IV B del Liceo Scientifico, in occasione dell'incontro "Dante nella Rete: Insegnare Dante con gli strumenti informatici" promosso questa primavera dal Dipartimento di Studi Italianistici dell'Università di Pisa. Dico la verità: avessi avuto tempo e modo di seguire il lavoro, senza essere costretta dall'incalzare di altri appuntamenti urgenti (In particolare "Incontri con il Classico") a lasciare carta bianca ai ragazzi (il mio apporto è consistito nel fornire un po' di materiale, nell'illustrare brevemente il problema e nello spostare in avanti un minaccioso compito di italiano in modo tale da consentire la conclusione del progetto entro la scadenza prevista), il risultato sarebbe stato senz'altro diverso. Così, mi sono trovata in mano questo trailer che mi ha lasciata piuttosto perplessa, anche se, in definitiva, non mi è dispiaciuto. E mi ha fatto riflettere.
Contenuto informativo? Nullo, o quasi. Impatto visivo? Considerate la fretta e qualche inevitabile ingenuità, notevole. Non c'è niente da fare: questo è il linguaggio dei ragazzi, iconico, sincopato, emotivo, sopra le righe ... il linguaggio dei videoclip e della pubblicità. Che cosa ha a che fare tutto questo con la Divina Commedia? Forse niente. O forse molto, a patto di essere in grado di coniugare la struttura complessa delle nostre adulte analisi critiche e filologiche con le forme che assume l'immaginario nell'esperienza quotidiana degli adolescenti.
Io credo che Dante possa benissimo sopportare la sfida: ci sono canti dell'Inferno, dopotutto, che reggono benissimo il confronto con le immagini più truculente del postmoderno genere pulp. Ma non si tratta semplicemente di appiattire quelli su queste, tanto per renderli più gradevoli e sopportabili a uno sguardo "giovane", a prezzo di un inevitabile anacronismo. Si tratta piuttosto di dimostrare che un grande classico non perde comunque vitalità anche se "tradotto" nelle forme espressive tipiche del nostro tempo, senza timore di contaminazioni sacrileghe o d peccati di lesa maestà.
Ma perché la sintesi sia credibile occorre di fatto che l'adulto, figlio della cultura del libro, accetti la provocazione senza inutili prevenzioni e senza acritici entusiasmi (conosco più che bene sia austeri figuri per i quali tutto quello che proviene dalla televisione o, Dio ne scampi, da Internet è frutto del demonio, sia ingenui "bamboccioni" di mezza età che ancora si raccontano la consolante fola che oggi finalmente i grandi imparano dai bambini così bravi a "smanettare" sul pc, vissuto piuttosto come feticcio mitico che come strumento tecnologico in grado di veicolare contenuti e non solo effetti speciali). Mettere insieme passato e presente, la nostra consapevolezza critica e le modalità di un linguaggio apparentemente "altro" che possiamo tuttavia piegare alle esigenze di un vitale approfondimento: è questo il nostro compito. Compito non facile e non scontato, che implica una precisa assunzione di responsabilità da parte di chi, senza dimenticare la propria storia e la propria eredità, sia in grado di cogliere gli spunti che provengono da logiche espressive diverse come precise occasioni di rinnovamento.
Per il momento, divertiamoci con questo "Pop Dante", fra l'ingenuo e l'irriverente, Matrix e Topolino, Botticelli e Fratelli Mattioli.
Come promesso alle ineffabili alunne che hanno scattato questa foto, posto l'inquietante immagine di due professori fortunosamente giunti al traguardo dell'ultimo giorno di scuola (la vostra Floria/Lorenza accanto al grande Fabio Canessa, fra l'altro critico letterario e cinematografico di vaglia). Dunque, lo so che sono trascorse più di due settimane dall'ultimo post, ma francamente mi devo ancora riprendere dall'affannosa e affannata conclusione dell'anno scolastico, senza contare che il secondogenito era comunque sotto esame (III media) fino a venerdì scorso. Non avendo niente di particolarmente significativo da scrivere ( e di cosa avrei dovuto parlare? di Berlusconi? degli esami di maturità? della Nazionale di calcio? Uh, che palle), ho preferito tuffarmi a corpo morto nella lettura e nello studio.
Fra l'altro, presa da un insano impulso masochistico, mi sono volontariamente sobbarcata i corsi di recupero di Greco nel mio Liceo: è ben vero che sono laureata in Letteratura Greca e doverosamente abilitata, ma non l'ho mai ufficialmente insegnata e le mie ultime esperienze di lezioni private datano addirittura al remoto 1987. Non avendo l'abitudine di fare colazione a latte e Platone in lingua originale, ovviamente ho dovuto liberarmi di parecchia ruggine linguistica. Lo faccio per soldi, che credete? Tutto nel fondo "Nuovo notebook per Floria, possibilmente un Mac". E poi dicono che la cultura umanistica non serve.
Ma c'è altro. Sto ripensando il blog, la sua logica, la sua finalità. Non chiudo, state tranquilli (ammesso che a qualcuno interessi la mia piccola voce in blogosfera), ma sento il bisogno di battere altre strade, di conquistare un altro tono, di sperimentare una diversa modalità di scrittura. Insomma, sto meditando. Appena l'ispirazione arriva, sarà mia cura avvertire i miei superstiti venticinque lettori .
Giornata memorabile, quella di oggi. Praticamente ultimo giorno di scuola, fra festeggiamenti e gavettoni d'ordinanza. Ma soprattutto ultimo incontro di "Intersezioni culturali", ciclo di conferenze a cura della mia collega Ebe Serni, quest'anno sul tema dell' Identità. Protagonisti Maria Antonella Galanti, docente presso l'Università di Pisa, ma soprattutto persona squisita, sensibile, intelligente e simpaticissima, e Antonio Sofi ... aka Webgol: ho bisogno di dire chi è Antonio Sofi? Siamo, per così dire, "amici di blog" sin dal 2003, ma oggi ci siamo incontrati de visu per la prima volta. Così, visto che non frequento raduni di blogger e barcamp, Antonio ha potuto constatare che effettivamente esisto, che sono fisicamente abbastanza ingombrante, che la mia inconfondibile logorrea in Rete corrisponde ad una altrettanto marcata tendenza alla chiacchiera conviviale, che, in poche parole, non sono un'illusione virtuale. Insomma, Floria c'è! E stasera è particolarmente contenta, perché le pare che tutto sia andato bene, che il dibattito sia stato interessante e stimolante (e meritevole di ulteriori approfondimenti), che fra vita "reale" e vita "virtuale"(per quello che valgono queste definizioni), una volta di più, si sia innescato un circolo virtuoso di contatti, relazioni, motivazioni, riflessioni, suggestioni.
Mi accingo ad archiviare il mio quarantasettesimo compleanno, memore della frase di Mussolini che mio padre (fra l'altro assiduo lettore a distanza del mio blog) usava citare in questo genere di occasioni: "Non festeggio il compleanno, lo subisco". Ho trascorso questo triste giorno leggendo Carofiglio, del quale ho sostanzialmente esaurito l' opera omnia, ed ascoltando Bruce Springsteen.
Ieri, come premio per la vigilia, mi ero concessa serata cinematografica con Il Divo: che non mi è piaciuto, e non perché nutra particolare simpatia per Andreotti, anzi. Ottimo esercizio di stile, sia chiaro, con uno spettacolare Servillo nel ruolo principale. Ma del Divo Giulio condivido sostanzialmente quel che ne ha scritto Massarenti: un politico i cui celebri aforismi, scopiazzati senza capirli dai moralisti francesi, potevano conferirgli un'aura di saggezza solo in un Paese sostanzialmente analfabeta come l'Italia. Se Sorrentino, come ha avuto modo di dire, ha scritto questo film per i giovani, perché sappiano e ricordino, posso tranquillamente dire che ha mancato il bersaglio: quel che ellitticamente viene narrato, o piuttosto accennato dall'autore, non è comprensibile, nel film, se non a chi quelle vicende, per ragioni anagrafiche, ha seguito e vissuto. Resta, alla fine, soltanto la maschera del protagonista
Capisco l'intento dell'opera: la rappresentazione di quel particolare impasto di ambiguità, mediocrità, cinismo e indifferenza che il potere è stato in Italia per lunghi decenni (e che probabilmente è ancora). Ma c'è qualcosa di irrisolto in questo film, qualcosa di forzato e artificioso, qualcosa che mi ricordava piuttosto le vignette di Forattini che il vero Andreotti.
No, Andreotti non meritava questo film: magari meritava di peggio in termini di satira, o di dramma, ma non questo paradossale intreccio di grottesco e tragico che non riesce a decidersi fra una specie di perversa ammirazione e un disprezzo fazioso e in definitiva scontato.
Fra l'altro qua vicino, a Campiglia Marittima, era prevista ieri sera una serata in omaggio a Bob Dylan, serata alla quale ho doverosamente e seriosamente preferito il film premiato a Cannes: e me ne sono assai pentita, dico la verità. Mi sarei risparmiata qualche sbadiglio di troppo, credo.
Detto questo (e so bene che sono in controtendenza rispetto a buona parte delle recensioni che ho letto), vi lascio a meditare su questa particolare lezione di storia della musica che ho scovato su YouTube grazie alla segnalazione della primogenita. E' una canzone che ho sempre amato molto, e ben prima della zuccherosa versione di Madonna. E dedicandomela, mi faccio gli auguri da sola.
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?