Malvino ha certo ragione quando scrive: "Io, dal minuscolo spazio di questo blog, lancio una proposta che è rivolta a tutti i blogger che ritengano vergognosa questa storia: un post che riproduca l’opera di Martin Kippenberger, anche senza commento. Personalmente, non la ritengo un capolavoro, anzi, mi pare anche bruttina, ma essa assume il valore di un simbolo, quella della libertà di espressione (in questo caso artistica) aggredita dalla millenaria arroganza di chi pretende di poter decidere per tutti, oltre che per il suo gregge di bestie ottuse e belanti, cosa debba o non debba poter essere visto, letto, sentito.
Se solo per un giorno o due La Rana Crocifissa girasse in internet, sarebbe un segno – piccolo, senza dubbio – ma un segno".
E tuttavia va detto:al di là dei roboanti proclami in difesa della libertà di espressione, la faccenda è davvero surreale. Al punto che, quando su "Repubblica" di ieri ho letto questo articolo dal titolo emblematico, "Il Papa non vuole la rana in croce", ho avuto il dubbio che si trattasse di un fake, uno scherzo. O della sceneggiatura di un film satirico e ampiamente sperimentale. No, dico, quando si leggono affermazioni di questo genere: «La Rana deve essere inserita in un costruttivo dialogo socio-politico. L' opera non deve essere estrapolata dal contesto», che cosa si dovrebbe credere? Sarà che sono una toscanaccia e qui in Toscana la gente smoccola (bestemmia) ogni due parole, e non per cattiveria, ma quasi con affetto nei confronti della Madonna e Tutti I Santi. Insomma, più che un moto di indignazione, mi è venuto da ridere.
Leggete la parte finale dell'articolo di Repubblica:
Sono ormai tre mesi che in Alto Adige ci si accapiglia intorno all' opera di Kippenberger, che voleva simboleggiare l' ipocrisia di una società la quale, corrotta nel suo profondo, mantiene un' immagine irreprensibile all' esterno. La chiave sta tutta nelle prossime elezioni provinciali di fine ottobre, con il partito di maggioranza assoluta, la Svp, che teme di perdere la decennale supremazia e cerca di riacquistare credibilità nelle frange integraliste. L' eroe della lotta contro la Rana è l' esponente riconosciuto di questa frazione della Svp, Franz Pahl, che in realtà dovrebbe baciare il ranocchio, perché potrebbe tramutarsi in un bel gruzzolo di voti. Dalla sua parte il sindaco di Bolzano, il presidente della Provincia Durnwalder, il Pdl, il vescovo Wilhelm Egger. A favore della Rana in croce la direzione del Museion e i partiti di sinistra. A inizio giugno le prime bordate: «La Rana deve essere inserita in un costruttivo dialogo socio-politico. L' opera non deve essere estrapolata dal contesto», suggerisce l' assessore alla Cultura, Kasslatter Mur. Pahl inizia lo sciopero della fame. Il museo reagisce fornendo ai visitatori dépliant informativi sull' opera di Kippenberger. Il 28 luglio arriva in Alto Adige il Pontefice e immediatamente il vescovo gli espone la «questione». Il senatore centrista Gubert annuncia un esposto in procura, mentre la stampa locale - soprattutto quella di lingua tedesca - attacca ad alzo zero l' opera «blasfema». Il museo fa una piccola, ma non sufficiente ritirata: sposta la statua al terzo piano, accanto a opere dello stesso artista, e la copre in parte con gli articoli di giornale usciti in quei giorni. Pahl interrompe lo sciopero della fame, ma promette: «La mia battaglia non è conclusa». E quando ha in mano la lettera del Papa, scatena l' ultima offensiva.
Pare che la storia della Rana sia finita bene (vedi questo post di SegnaVia), per la Rana, s'intende. Ma la faccenda, mi sembra, ha a che vedere con il Vaticano solo marginalmente (beh, come vi aspettate che reagisca il Papa in un caso del genere?): resta la brutta impressione suscitata da una strumentalizzazione politica che non ha temuto di ricoprirsi di ridicolo per ragioni con tutta evidenza di bassa cucina demagogica.