Via Vittorio Zambardino, ho scoperto questa applicazione di FB che illustra bene il meccanismo reticolare dei social network come Facebook. Questa è la mia Friend Wheel: attorno alla circonferenza i nomi degli amici, collegati dalle loro molteplici interazioni. E la vostra com'è?
Tutta colpa di Brian May o del fatto che non ho più l'età per certi strapazzi?
Siamo arrivati intorno alle 15.00 davanti ai cancelli del Palalottomatica. Ho tentato di sostenere insieme alla prole l'improba impresa di rimanere in fila, stile sardine in scatola, per conquistare l'ambito posto sotto il palco, ma ho presto desistito. Abbandonando i figli al loro destino di fan duri e puri senza se e senza ma, prima di una crisi ipoglicemica che mi sarebbe stata fatale, mi sono defilata e ho trascorso le restanti tre ore bighellonando qua e là attorno al Palalottomatica. Fauna interessante, a cominciare dai venditori di perizoma con foto dei Queen stampata in posizione strategica: uno ha cercato di vendere il bizzarro oggetto al consorte, asserendo che quella era una chicca da veri fan. Il marito che, sia detto per inciso, non è un fan dei Queen, l'ha guardato con aria scettica: "Ma che, ti sembro tipo da perizoma, io?" Risposta. " A me sì. Perché, no? Strano". Un panzone, in bermuda e maglietta decorata da un inquietante Roger Taylor che gli ballonzolava sull'adipe, mi si è piantato davanti cantando The Miracle. Non ho ben capito se voleva vendermi un biglietto o acquistare il mio, comunque non ho commentato la performance. Nei dintorni ho incrociato anche un paio di tizi travestiti da Marylin Manson, il fratello brutto di Freddie Mercury (uguali persino i baffi), e diversi genitori in apprensione che cercavano furtivamente di mimetizzarsi fra le bancarelle abusive.
Alle sette si spalancano i cancelli. Ci infiliamo nella ressa e riusciamo a conquistare un posticino sulla sinistra del palco, praticamente a un paio di metri di distanza da gente che era in fervida attesa sin dalla mattina. Naturalmente le persone della nostra età erano quasi tutti comodamente seduti nei vari anelli che lentamente si stavano riempiendo. Noi no: due ore di ulteriore attesa in piedi nel parterre, stretti in un francobollo di spazio, tenacemente attaccati alla nostra privilegiata postazione, circondati da ragazzini che avevano in pratica un terzo dei nostri anni. La prole, irrimediabilmente persa nel mucchio. Io, digiuna o quasi, dal momento che i panini, a suo tempo, erano stati generosamente ceduti ai figli.
E finalmente comincia il concerto. Un delirio, un'apoteosi. I Queen, anche senza Freddie Mercury, non sono una band: sono un culto. E lì si celebrava il loro rito. Non si sono risparmiati ma, come sempre, il vero spettacolo è stato il pubblico. Un vero karaoke collettivo, come già aveva immaginato il blog di Panorama.. Da brividi Love of my life, dedicata a Freddie Mercury, e cantata non dal solo Brian May ma da tutto un palazzetto a un passo dalle lacrime. La vostra Floria partecipava commossa, accompagnado il proprio stonatissimo canto con i dovuti ululati ogni volta che lo stagionato Brian (per il quale, lo confesso, ho un certo debole) arrivava proprio davanti a noi, schitarrando come da copione. Nessuno lo racconti alle mie colleghe, per favore, specialmente a quelle più compassate.
Ma, ahimé, per la sottoscritta era in agguato un nemico insidioso: la pressione bassa (ricordate che il mio stomaco era desolatamente vuoto). E durante l'assolo alla chitarra di Brian May, mentre gli accordi mi trapanavano il cervello, ho sentito lo svenimento arrivare, inesorabile. Diciamo che ho una certa esperienza di collassi: l'ultima volta che sono finita al Pronto Soccorso, qualche anno fa, il medico mi esortò a non tentare inutili eroismi quando mi si fosse abbuiata la vista e mi fossi coperta di sudori freddi. Esattamente quello che stava accadendo: sai che bello (e che figura di ...) se fossi stramazzata a tre metri dal palco in mezzo ai ragazzini deliranti del parterre? C'era una sola cosa da fare: accovacciarsi per terra e aspettare che la crisi passasse, ammesso che passasse. E così ho fatto, ritrovandomi con un nervo per capello ad ascoltare fra una selva di piedi saltellanti quel che rimaneva del concerto . Tentavo via via sporadiche risalite alla luce, per esempio al momento di Radio Gaga o di Bohemian Rapsody: macché, come mi rialzavo, tachicardia, sudorini, gambe molli e velo nero sugli occhi. E giù, ancora una volta, seduta per terra a contemplare le scarpe altrui.
Se Dio vuole, nella breve pausa prima delle ultime canzoni, sono riuscita ad alzarmi e a fuggire. Bisognava che la musica tacesse quel tanto che mi avrebbe permesso di raggiungere l'uscita, perché la batteria di Taylor e la chitarra di May avevano indiscutibilmente un effetto perverso sul mio malessere. Ce l'ho fatta: caffè e un paio di bustine di zucchero mi hanno rimesso in sesto, almeno quel tanto che mi ha permesso di rientrare e di cantare, mani per aria, We will rock you e, ovviamente, We are trhe champion. Accanto a me un tizio che al cellulare urlava "La senti? La senti?" immagino a qualche sventurato che non aveva potuto partecipare.
Era finita. God Save the Queen, lancio d'ordinanaza fra il pubblico delle bacchette di Roger e della moneta-plettro di Brian. Ritroviamo i figli, praticamente senza più voce, ma estasiati dalla catartica esperienza. Ancora una sosta per acquistare magliette e fasce, e poi, lemmi lemmi, ci avviamo alla metro. Per mio marito, che ci ha seguito nell'avventura giusto in nome del suo grande affetto per figli e moglie, visto che lui non è un adepto, la fine di incubo. Dichiaratamente. Per noialtri, a parte il mio rammarico per essermi persa, fra un giramento di testa e l'altro, un bel pezzo di concerto, la gioia di poter dire "C'eravamo anche noi" e un pizzico di nostalgia. Per me un dubbio: sarò mica un po' patetica? Mi consolo pensando alle date di nascita degli inossidabili Queen: Brian May, 1947; Roger Taylor, 1949; e Paul Rodgers, il "nuovo" acquisto, già a Woodstock quando io avevo intorno agli otto anni, anche lui del 1949. Ma questa semplice constatazione aprirebbe la strada a chissà quali elucubrazioni sulla musica e il suo destino odierno. Per il momento, godiamoci lo spettacolo.
Ci sono cose che mi fanno imbestialire. Lo so, lo so, che magari dovrei intervenire nel pubblico dibattito con qualche intelligente analisi sulla crisi della scuola italiana e la disgraziata politica della Gelmini. Dimostrare visione di insieme, accademica pensosità. E invece stasera, reduce dal Collegio dei Docenti, mi sento stanca, nervosa e intollerante. In particolare contro la patente idiozia di certi servizi televisivi, così smaccatamente in malafede da nauseare. Così servili. Così falsi. Così stupidi.
Un professore, oserei dire un sedicente professore, si fa condannare in via definitiva dalla Cassazione per furto, abuso d'ufficio, minaccia aggravata. Impartiva ripetizioni a pagamento ai suoi studenti. Li minacciava di arbitraria bocciatura se per qualche motivo non gli piacevano. Devo dirlo? Lo dico. Lo dico come prof. La Cassazione ha fatto bene. La scorrettezza, la prepotenza, la minaccia non sono strumenti educativi. Lo sono la chiarezza e la trasparenza. L'onestà e il dialogo. Anche la severità e l'autorevolezza, certo, quando servono. Ma uno che sventola ipotetiche bocciature sotto il naso di una ragazzina perchè la madre dell'alunna non gli piace non è né severo né autorevole: è un debole. Uno che non ha altre armi per farsi rispettare se non raccontare fole e fare il gradasso, lui, adulto, con ragazzini quindicenni. E se sorpassa il limite, chi lo denuncia fa bene e chi lo condanna fa meglio. Con buona pace di Castelli, della Garavaglia e dell'ineffabile Moige che, ancora una volta, dimostrano di non sapere di che cosa parlano, quando parlano di scuola.
E poi la televisione. Il TG5 di stasera ha costruito il servizio su questa notizia così: i soliti tre video, quelli della prof palpeggiata dagli alunni, del docente sbeffeggiato e del ragazzino che scorrazza per le aule in motorino con un commento che più o meno recitava così: "Poveri prof, non hanno più autorità. Gliel'hanno tolta prima gli alunni, poi i genitori, ora ci si mettono anche i giudici ... " Segue il racconto del fatto, ovviamente aggiustato e depurato dai dettagli più significativi (la bocciatura, per dire, era stata minacciata non perchè l'alunna non studiava ma come pura ritorsione). Infine i vari giudizi dei politicanti di turno che in una botta sola squalificano i prof lassisti e i giudici cialtroni. Ciliegina sulla torta: a questo servizio, ne viene fatto seguire un altro, sull'insegnante che si è improvvisato rapper per far apprezzare la letteratura ai suoi alunni: ma l'inventiva del docente, inconsapevole e ingenuo protagonista di questa commedia degli equivoci perfidamente costruita dalla redazione del tiggì, pare, in questo contesto, solo una bizzarria che nei fatti conferma la sottintesa nostalgia delle bacchettate sulle dita.
Ma per favore! Piantiamola con questa retorica nazional popolare che serve solo a mascherare i pessimi intenti del Ministro nei confronti di professori, alunni e famiglie. Si fa intendere che la scuola italiana sia un cumulo di macerie, destinata a risorgere a nuova vita grazie al tocco salvifico dei gelminiani grembiuli e del cinque in condotta. E già che ci siamo, una bottarella anche alla magitratura ci sta sempre bene. Che tristezza.
A parte il cazzeggio su Facebook, oggi ho trascurato Contaminazioni per scrivere altrove. Per la precisione: La memoria della memoria - Orgoglio piombinese Travaglio superstar.
Visto che in questi post affronto argomenti non esclusivamente connessi alla realtà della mia Città, segnalo anche qui.
Dall'intervista a William Gibson sull'ultimo numero di "D - La Repubblica delle Donne"
"La lettura di un libro è diventata un'esperienza ancora più desiderabile di prima. C'è uno speciale silenzio nell'entrare in un testo fisso, immutabile, una singola unità di un'architettura letteraria. E poi siamo diventati più selettivi: l'esistenza di Internet, la necessità di distribuire razionalmente il tempo mi ha reso più esigente riguardo agli autori che leggo su carta. Però il libro non ha perso la magia della codifica e decodifica dell'immaginario: penso qualcosa, tratteggio piccoli segni neri sulla pagina, una dall'altra parte del mondo legge i segni, vede un'immagine mentale simile alla mia".
Dall'intervista a Keith Richards su "Repubblica" di oggi (a proposito di Mick Jagger)
"Quando Mick attacca a trotterellare lontano, verso il pubblico, quando prende un ritmo sbagliato, inizia a cantare su una scala musicale cinese, allora con Charlie (Watts) ci guardiamo: "Riprendilo, riprendilo ...". E' un problema, riesce a rovinare qualunque canzone. Ma ogni tanto nella vita bisogna pur lavorare".
C'è il festival di filosofia e quello di letteratura. Il festival della mente, il festival della scienza, il festival della creatività. Quello del diritto. E non dimentichiamo il festival della matematica (che peraltro ha inaugurato la stagione cultural - festivaliera, essendosi già svolto diversi mesi fa) Insomma, fra gli ultimi scampoli d'estate e le umide avvisaglie dell'autunno, è tutto un fiorire di happening culturali, fatti di incontri, conferenze, proiezioni, recital, intrattenimento vario, purché intelligente. Sponsor gioiosi e pubblico adorante.
Visto che la piazza televisiva snobba l'impegno e preferisce i calciatori, le veline e gli stagionali (a volte stagionati) eroi dei reality, lettori delusi in fuga dalle banalità del piccolo schermo accorrono in massa nelle piazze vere, per contemplare estasiati i propri idoli che graziosamente dispensano ai fan pillole della loro augusta saggezza. Che so, Umberto Galimberti o Remo Bodei come i Tokio Hotel.
Evoluzione del termine e del ruolo. Festival, un tempo, era termine che si applicava alla festa popolare all'aperto, di tema per lo più musicale, al punto che qualche purista storse il naso quando fu creato il "festival della canzone italiana", trattandosi di stonata (!) ripetizione e tautologia (fu proposto per tradurre il forestierismo l'insostenibile "Musicone"). Certo, si potrebbe dire che in questo modo, almeno metaforicamente, gli intellettuali se le cantano e se le suonano da soli. Non dubito comunque che il fenomeno abbia una sua utilità, almeno in termini di promozione e pubblicità. Per le persone comuni è bello, forse, scoprire di non essere sole a coltivare certe passioni. E dire all'ammirato conoscente di turno: "sono stato al festival di ... dove ho ascoltato PIncopallino che ha svolto una stupenda lezione su ..." appaga certo quello snobismo che sotto sotto il pubblico cosiddetto "di nicchia" alimenta nel suo colto cuoricino. Anche se, a onor del vero, queste iniziative cominciano ad essere un po' inflazionate.
Quanto a me, non mi fido. Il Musicone di Filosofia, o, per dire, quello della Mente o ancora, della Creatività, chissà perché, mi ricordano irrimediabilmente la Sagra del Tortello o del Carciofo. Di certo un po' misantropa, e forse più snob degli snob citati sopra, me ne resto rintanata nel mio appartamentino ingombro di libri, e lì celebro il mio ( e solo mio) solitario festival culturale.
E' ben vero che io sono una tendente alla iperconnessione maniacale: e dunque non pretendo che nessuno segua il mio pessimo esempio. Ma insomma: la cassetta delle lettere, quelle cartacee, voialtri la controllate e svuotate giornalmente, immagino. E perché mai tanti non fanno lo stesso con le mail? Dunque, il fatto è questo. Riunione di commissione. Necessità di elaborare un documento di sintesi da presentare al prossimo collegio dei docenti. Mi assumo l'incarico. Gli altri mi passano i loro indirizzi e-mail, in modo tale che possa far circolare la bozza, per eventuali aggiustamenti, correzioni etc. Ci lavoro per un paio di pomeriggi (restando lontana da Internet!) e, come d'accordo, spedisco. Tre persone mi rispondono immediatamente. Due, comunque, mi mandano la ricevuta. Una mi dice che ha controllato ma non ha visto niente: prometto di rispedire. Gli altri ... silenzio. Aspetto qualche giorno, poi chiedo: "Ti è arrivato il documento?" "Mah, non saprei, sai io la posta non la controllo spesso, il computer non l'accendo ..." D'accordo: meglio una passeggiata al sole che stare appiccicata ad uno schermo. Ma se sai che una cosa deve arrivare e che una disgraziata, invece di farla lei, la passeggiata al sole, ci ha lavorato secondo gli accordi, perché diavolo non controlli la posta? Perché mantieni questa strana diffidenza in virtù della quale, mentre la televisione viene comunque accesa ogni santo giorno, il computer è un giocattolino strano con il quale divertirsi una volta ogni tanto e non uno strumento di lavoro e di comunicazione? Perché ti rivolgi alla sottoscritta con un sorriso ironico, come se fosse una specie di adolescente in ritardo di trent'anni? "Tu che sei brava ..." Sottinteso: tu che hai tanto tempo da perdere ... Non è la prima volta che accade e non sarà l'ultima: e mentre i nostri figli scorrazzano in Rete facendo non si sa bene cosa, noi chiamiamo il tecnico solo per configurare un account di posta, che poi non sappiamo o non vogliamo utilizzare. Boh.
Ecco, mi sento giù. L'inizio della scuola mi ha travolto. Solo stamani ho parlato per quattro ore quattro (in due classi diverse) della Divina Commedia, riassumendo i cinque canti finali del Purgatorio, parafrasando e commentando alcuni passi significativi, spiegando allegorie, raccontando, per maggiore chiarezza, parabole evangeliche, facendo riferimenti all'Apocalisse, alla Vita Nova, all'Eneide e, sulle orme di Gianfranco Contini, a Marcel Proust, intervallando il tutto con qualche battuta estemporanea tanto per alleggerire la tensione e, ovviamente, non riuscendo ed esaurire in tempo debito l'argomento. Tutto questo davanti ad una platea di adolescenti reduci dalle vacanze estive e, com'è ovvio, non particolarmente interessati al tema: del resto, suscitare il loro interesse rientra nei miei compiti e quindi non mi lamento. Però, obiettivamente, questa è roba che ti lascia svuotata per un pomeriggio.
Ma non è colpa dei miei studenti se mi sento giù. La colpa è dei blogger e della BlogFest di Riva del Garda e di tutto quello che è seguito. Odio essere lasciata indietro. Odio non trovarmi al centro di quello che accade. Odio perdermi le puntate precedenti. Odio sentirmi una prof di provincia un po' sfigata che per sfizio tiene il blog, ma tanto nessuno la conosce né la conoscerà mai, e lei comunque non riesce a rimanere aggiornata sulle essenziali faccende della blogosfera che conta.
Accidenti, ma chi è 'sto Vicki Gitto che tanto casino ha creato definendo nel corso dell' Advcamp l'attentato alle Torri Gemelle "un'idea creativa della Madonna"? Il fidanzato della Lucarelli? Ma non era sposata con il figlio di Adriano Pappalardo?
"Annalivia .... ma la Lucarelli non era sposata con il figlio di Adriano Pappalardo?" L'erede, che dovrebbe essere l'esperta di gossip della famiglia, mi guarda perplessa e fa spallucce. No, decisamente la vita della Lucarelli non interessa alla mia famiglia.
Ma come, l'italica blogosfera è in fibrillazione (linko a caso uno dei tanti post che ne parla) per il minacciato pestaggio di Marco Camisani Calzolari ad opera di detto Vicky (Vicky?) e io non ne sapevo nulla? Persa nel dantesco Paradiso Terrestre, alle prese con Virgilio, Beatrice, Matelda, la Bestia, la puttana e il gigante, intenta a tediare i miei studenti con questa roba pesante e polverosa, mi sono lasciata sfuggire l'elevata diatriba generata dalla bizzarra rivalutazione della creatività di Osama ad opera, per l'appunto, di un creativo doc, del quale colpevolmente, ignoravo l'esistenza, e ho il coraggio, nonostante questo, di definirmi blogger?
Questa lettera, pubblicata oggi nella rubrica di Augias su Repubblica, mi ha molto divertita:
Caro Augias,
in sede di esami mi è capitato di sentirmi dire: 1. "mi sono iscritto a questo corso per problemi peronali, ma voglio fare il cantante"; 2. "i foglietti (appunti fotocopiati e ridotti) mi servono per sicurezza interiore, non li avrei mai guardati"; 3. "non ho studiato molto per questo esame, ma è l'ultimo, devo laurearmi fra un mese, l'esame all' inizio di settembre non è facile dopo le vacanze. Mi sembra una follia perdere sei mesi di vita e aspettare la prossima sessione per un (insignificante?) ultimo esame".
Piccolo esempi, completano il quadro deprimente in cui versa l'università dopo la riforma. Un' università che non viene più presa sul serio dagli studenti (in buona parte!), vissuta come un passaggio obbligato verso il lavoro e l'età adulta, mentre si fanno tante altre cose. Non si fa più il cameriere per mantenersi agli studi (un lavoro onesto per una nobile causa), al contrario si lavora e si studia sommariamente come seconda attività. E si chiedono gli "aiutini" ai professori per appelli straordinari e nello studio.
"Prof., che le costa? Veniamoci incontro, dai!". Un altro brandello del nostro tessuto civile lacerato e frantumato, che mette in ombra studenti e professori seri e capaci. Laura Sartori, sociologa, Università di Bologna.
Mi chiedo dove la prof. Sartori sia vissuta finora. La situazione dell'Università mi è nota attraverso quello che mi raccontano i miei ex studenti (e qualcosa so più direttamente da mia figlia e dai suoi amici). Visto che il "pezzo di carta" non ti garantisce più un futuro, che l'università è popolata, fra l'altro, di insegnanti convinti che leggere (non commentare, ampliare, discutere)diapositive in PowerPoint significhi fare lezione, che i semestri, in realtà, durano tre mesi (e qualche corso termina a metà del semestre, per l'eccelsa durata di un mese e mezzo se va bene), che le strutture sono quello che sono, anche a paragone di tasse universitarie abbastanza esose, che i giovani capaci sono costretti, se vogliono fare ricerca, ad emigrare o a campare da precari con stipendi da fame, c'è bisogno di scandalizzarsi se qualcuno dice che studia per passatempo e in realtà vuole fare il cantante? Se ha una bella voce e un briciolo di talento ... fa bene.
Fra l'altro, mi pare che baronie e nepotismo, mali atavici della nostra Università, siano ben lontani da essere stati eliminati o, almeno, ridotti. Nelle ultime settimane, in molti hanno deprecato la chiusura delle SSIS da parte della Gelmini. E' vero che così si priva di prospettive un buon numero di giovani (e meno giovani) aspiranti all'insegnamento, ma è altrettanto vero che le SSIS erano in mano a persone che avevano avuto l'ultimo contatto con la realtà delle scuole medie all'epoca del loro esame di maturità, che "insegnavano ad insegnare" senza avere la minima esperienza concreta, che stavano lì non per conclamata competenza didattica e pedagogica, ma per scelte e logiche di potere tutte interne alla gerarchia universitaria. Insomma, il male viene da lontano e la riforma (fra l'altro realizzata nelle sue linee fondanti dal centrosinistra), se pure ha peggiorato la situazione, non può essere additata come l'unica responsabile dell'attuale degrado
Poi è ovvio che, come in ogni situazione, ci sono i buoni, i meno buoni, i mediocri, gli incapaci e persino i corrotti, e non si può fare di tutta l'erba un fascio. Ma, come dire, se il difetto sta, fra l'altro, anche nel manico, non ci lamentiamo troppo. Rimbocchiamoci le maniche, piuttosto.
C'è una mia amica, una molto sensibile ai temi sociali e sempre in lotta contro le ingiustizie vere o presunte, che, quando i miei figli erano piccoli, li invitava a stare attenti, se per caso c'era una carovana di nomadi nelle vicinanze "perché gli zingari rubano i bambini". Quando le feci notare che non esisteva un solo caso documentato e la esortai a piantarla di terrorizzare i miei figli, lei mi rispose che no, non era vero, mi sbagliavo, gli zingari li rubano i bambini, eccome! E avrei fatto meglio a stare attenta.
Ora, immaginate di passeggiare tranquillamente con vostra figlia di otto anni in una città straniera. A una passante, una perfetta estranea, sembra che la bambina abbia qualche somiglianza con una piccola rapita qualche anno prima in un'altra nazione, un caso relativamente noto ma del quale non avete mai sentito parlare.. Avverte la polizia, e dunque vi fermano, vi interrogano abbastanza bruscamente, mettono in dubbio la vostra identità, non credono alle vostre ragioni, naturalmente balbettate abbastanza confusamente, vista la situazione, vi separano da vostra figlia (di otto anni, non dimentichiamolo e quindi debitamente terrorizzata dal repentino distacco) che viene sbattuta in qualche casa-famiglia in attesa che la vostra posizione si chiarisca. Nel frattempo i giornali strombazzano i dettagli più strampalati, e lasciano presagire che in breve giustizia sarà fatta: la perfida ladra di bambini (voi) punita e la vittima restituita alla famiglia d'origine. La faccenda si scioglie, effettivamente, ma non nella direzione auspicata dalla stampa, e grazie al DNA potete dimostrare che sì, siete la madre naturale, che no, non avete rubato nessuna bambina. Se vi capitasse una cosa del genere, credo che vi irritereste non poco, magari scrivereste ai giornali e forse ci scapperebbe anche una bella denuncia, che ne so, per abuso d'autorità, diffamazione o qualcosa del genere. Se viceversa una cosa così capita a una giovane nomade, com'è accaduto in questi ultimi giorni a Kos nel corso delle ricerche di Denise Pipitone, nessuno si sente in debito, nessuno riflette un poco su quanto sia fuorviante, anche da un punto di vista investigativo, continuare ad alimentare l'ipotesi che Denise sia stata rapita dagli zingari: se non altro perché se la vera Denise per caso venisse avvistata non in compagnia di nomadi ma di persone "normali", ben vestite ed educate, si correrebbe il rischio che nessuno nutra sospetti, nessuno si rammenti di eventuali somiglianze con le foto da tutti conosciute, nessuno la riconosca e la segnali. Si sa che gli zingari rubano i bambini e quindi il sospetto è legittimo, i controlli doverosi, l'emergenza giustificata.
Ora, siccome esiste la Rete e abbiamo la possibilità di informarci oltre i luoghi comuni, le deformazioni, le generalizzazioni e le manipolazioni dei mass media, non sarebbe male tentare di andare a fondo delle questioni, senza ingollare acriticamente qualsiasi beverone preconfenzionato ci venga propinato.
Per esempio, provare a leggere: Luoghi comuni contro Rom e Sinti: parte 1, 2, 3, 4
di Alberto Prunetti su Carmilla on line. Lettura illuminante.
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?