Di Remo leggo abbastanza regolarmente il blog: mi piacciono i suoi post, così lievi, equilibrati, scorrevoli. A volte strappano un sorriso, a volte turbano, sempre ti fanno pensare. Ma un libro non è un blog, dopotutto. Se pure le pagine riportano testi che già si sono letti in Rete, il peso specifico delle parole appare diverso, e più intensa la permanenza nella memoria e nel cuore. Di Tamarri (Edizioni Historica, Short Cuts, pagg.45, € 4,50), l'ultima sua fatica, una raccolta di brevi frammenti narrativi, avevo già letto qualcosa qua e là, per esempio il racconto che dà il titolo all'opera. Ma queste brevi folgorazioni, queste figure incontrate casualmente e strappate dalla scrittura al passaggio inarrestabile e opaco di una folla anonima, sulla carta hanno una consistenza diversa, un particolare valore aggiunto. Così, dopo aver letto Tamarri sono andata a cercare il segreto di Remo non più sul blog ma fra le pagine del primo romanzo da lui pubblicato, Il quaderno delle voci rubate (La Sesia, 2002). E ho trovato persistenza ed evoluzione, coerenza e mutamento: forse, adesso, la scrittura è più agile e allenata, ma il sentimento è lo stesso e la qualità dello stile la medesima. Qualità che si riassume in una sola parola: semplicità.
Non sono bastati la furibonda campagna mediatica dell'anno scorso sulle derive di YouTube e affini, le polemiche, le denunce, gli ammonimenti. 'Sti ragazzi sono proprio ingenui. Convinti che la Rete sia territorio franco, la usano con disinvoltura pari alla loro irresponsabilità. Fiduciosi che "tanto i vecchi non ci capiscono nulla", resi impavidi dalla convinzione che smanettare qua e là sulle varie reti sociali li renda in automatico abilissimi e impuniti "pirati" informatici, evidentemente ignari del fatto che le tracce elettroniche sono fra le più persisenti che esistano, del tutto inconsapevoli dei meccanismi che regolano il funzionamento dei motori di ricerca, o di faccenduole per loro irrilevanti come indirizzi ip o referrer, pensano che basti un nick fantasioso per garantire anonimato, Proprio non si rendono conto che i blog, i forum, Facebook, non sono il salotto di casa, ma assomigliano piuttosto a scatole di vetro: pensano di poter condividere il loro esibizionismo da quattro soldi con pochi, selezionati, amici e si trovano sbattuti, metaforicamente nudi, nella piazza virtuale. Non parliamo poi di rispetto della privacy altrui, correttezza, e dell'elementare consapevolezza che la materia è regolata da leggi precise.
Tanto per alleggerire l'atmosfera di questo blog. La vostra Floria sta vivendo una fase musicale molto blues ed è scarsamente attratta dal cosiddetto "easy listening". Sarà per questo che, dopo la prima puntata, ha deciso che quest'anno X Factor non è cosa. Snobismo? Può essere. Giuro, tuttavia, che quando sfaccendo per casa (oddio, non è che io sia questa gran casalinga), non vado alla ricerca di un sottofondo particolarmente impegnato: mi va bene, per dire, anche Beyoncé.
Se vi interessa seguire il filo del mio ragionamento, prima di tutto leggete questa storia Zen: "Il suono di una mano sola" (101 Storie Zen - Adelphi Edizioni).
Abbiamo manifestato, partecipato, discusso, scritto, parlato, urlato. Ci sentivamo, assieme agli studenti universitari, a quelli medi, ai genitori, ai colleghi degli altri ordini di scuola, "Onda", finalmente capace di farsi sentire e, almeno, di travolgere le perplesse resistenze della politica.
Fare rete. Io credo che il social network debba e possa servire anche a questo. Reperire informazioni, suggestioni, riflessioni. Condividere sentimenti e ragionamenti. Diffondere appelli, oltre i limiti degli strumenti tradizionali. Facebook non equivale alla Rete, ma è un riflesso della Rete, così come la Rete è un riflesso del nostro mondo.
Ricevo da Marco Menin via Facebook un significativo messaggio, che mi pare giusto condividere qui. Ho letto molto e molto ho ascoltato in questi giorni a riguardo della drammatica situazione di Gaza. Come al solito, molta ideologia. Come al solito, come capita spesso in Italia (e segnalo a questo proposito le considerazioni di Lia e i commenti al suo post), la strumentalizzazione, la disinformazione, la superficialità sono in agguato.
Riicevo questo messaggio su Facebook da Sacha Naspini. Titolo: Abracadabra.
Sono giorni che ci penso. Non che questo blog significhi qualcosa di più che un passatempo per la padrona di casa, e quindi potrei tranquillamente continuare a parlare di sciocchezze, tanto che differenza fa? Ma no, la verità è che quando accendo la televisione e seguo le scene di guerra e distruzione e morte a Gaza mi sento male. Mi sento male perché, in un certo senso, mi sento in colpa. Contaminazioni
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Lorenza Boninu