contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
28/02/2009

Le voci del cuore

Su suggerimento di Dario "Twist of Fate" provo anch'io a fare il verso al numero di febbraio di Rolling Stone e a stilare la mia personale classifica: cento voci sono decisamente troppe per i miei poveri mezzi e le mie insufficienti conoscenze, senza contare che  di certo i miei gusti personali e le mie altrettanto personali idiosincrasie non possono certo aspirare all'universalità. Ma una cosa voglio dirla: la mia classifica (o la classifica di chiunque altro) ha, in fondo, lo stesso valore di quella di Rolling Stone, per autorevole che sia la rivista. Vale la stessa considerazione per qualunque hit parade in qualunque settore dello sterminato territorio della cultura (occidentale). Gli anglosassoni sono maestri in questo genere di giochetti: lo hanno fatto, ad esempio, anche per i dieci libri più belli di tutti i tempi ( e la lista che ne è risultata esclude, per dire, la Divina Commedia). Una volta, tanti anni fa, ho provato a proporre un sondaggio del genere in una delle mie classi: i tre film del cuore. Era il 1993 o il 1994, non ricordo con precisione, e i vincitori, se non erro, furono  "Mamma ho perso l'aereo", "Ghost" e "La Guardia del Corpo", evidentemente non capolavori assoluti, con tutto il rispetto: ma erano i film "di cassetta" del periodo.  D'altra parte la classifica del Time dei 100 migliori film di ogni tempo, nella quale, se ho visto bene, mancano 2001 Odissea nello Spazio o Kagemusha, pecca per analogo arbitrio. Alla fine il problema è meno ozioso di quanto sembri. Ogni antologia letteraria in adozione nelle scuole è una sorta di classifica, entro la quale, peraltro, il professore compie per necessità le sue scelte personali, spesso drammatiche quanto più ci si avvicina ai tempi attuali: su che base, ad esempio, si conclude che Italo Svevo è imprescindibile, mentre Gadda può essere tranquillamente bypassato? Perché il tempo mi costringe a tagliar via, che so, Pasolini ma ad ammettere nel mio personale Parnaso Calvino? D'altra parte sono anni che, in spregio al nome del mio Liceo, "salto" Carducci, magari per ragionare più diffusamente di autori stranieri come Flaubert o Baudelaire: faccio bene? faccio male?

Si fa presto a dire, banalmente, che le preferenze, alla fine, sono soggettive. Le 100 voci di Rolling Stone, naturalmente, sono tutte anglosassoni, e la rivista ha proposto la medesima classifica in tutte le sue versioni europee. Ma certo risulta strano che Christina Aguilera si sia guadagnata il 58° posto e Lou Reed sia rimasto al 62°. E se Rod Stewart occupa il 59°, voialtri che mi leggete e, presumibilmente siete tutti Italiani, dove avreste collocato Fabrizio De Andrè?  Voglio dire che è anche questione di egemonia culturale. Siamo, in un modo o nell'altro, provincia dell'Impero: chissà se un domani, cambiando gli equilibri, canteremo tutti in cinese? E quali saranno le cento voci migliori per un francese? Sarà disposto, che ne dite, a dimenticarsi di Edith Piaf?

Detto questo, lo ammetto: sono anch'io una provinciale, abbondantemente colonizzata dalla cultura anglosassone. E le mie "voci del cuore" (non arrivano a dieci) sono tutte di lingua inglese. Non solo: sono tutte legate a specifiche canzoni e/o album. Insomma, cambiando un po' le regole del gioco, se naufragassi in un'isola deserta con un Ipod ad energia solare, le voci (e le canzoni) per me irrinunciabili sarebbero queste

1) Bob Dylan ( e ti pareva), Blood on the tracks, John Wesley Harding, Oh Mercy.
2) Bruce Springsteen,  Born to Run, Nebraska, The River
3) Neil Young, Harvest, Rust Never Sleeps
4) Freddie Mercury, tre canzoni su tutte: Somebody To Love, Innuendo, Mother Love
5) Dire Straits ( Mark Knopfler): Love over Gold
6) Paul Rodgers: diciamo che mi accontenterei del Live at Glasgow
7) Tom Waits: Closing Time
8) Jeff Buckley: Live at Sin-é

Sono gli otto cantanti migliori di tutti i tempi? Certamente no. Sono gli otto cantanti migliori per me, perché sono legati a riflessioni, sentimenti, momenti particolari della mia vita. Sono disposta, per dire, ad ammettere che John Lennon, o Elvis Presley, o, ancora, Bob Marley sono grandissimi: li amo, li ascolto con piacere, ma manca quel brivido particolare che, in determinate circostanze, ti fa sprofondare dentro te stessa e ti fa ritrovare, in un meccanismo che definirei proustiano, memorie che pensavi cancellate. Sono  voci che risvegliano sogni, ti rammentano quello che eri, quello che volevi diventare, quello che ancora vorresti dalla vita. E infatti sono voci che preferisco ascoltare quando sono sola, in genere quando sono in auto o, come adesso, mentre sto scrivendo. Sono voci che, in un certo modo, si accordano ad un'altra voce: la mia voce segreta, quella che a tratti si fa sentire persino qui, sul blog, ma che nessuno conosce davvero.

Abbandonando imbarazzanti lirismi, vorrei comunque sottolineare una lacuna nella classifica di Rolling Stone: le donne sono poche (22 su 100, anche se il primo posto è stato riservato ad Aretha Franklin) e ne mancano di significative, come Tracy Chapman, Joan Baez e Lucinda Williams ... e, a dirla tutta, riservare a quell'autentico genio che è Patti Smith solo il posto n° 83 mi pare abbastanza discutibile)

Amici lettori, se vi va, se vi sembra il caso, perché non provate a raccontare nei commenti e sui vostri blog quali sono le vostre "voci del cuore"? Io, intanto, vado a rilanciare il "meme" su Facebook.
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27/02/2009

Fra Catullo, compiti e raffreddore

Questo è un post scritto in preda ad un delirio parainfluenzale, a conclusione di una giornata trascorsa correggendo compiti di latino, per la precisione la parte che mi compete delle maledette "simulazioni di Terza Prova" in previsione dell'Esame di Stato. Non sapete di che si tratta, a meno che non siate alunni di Quinta Liceo? Buon per voi. In pratica si tratta di questo, visto dalla parte del docente: inventarsi tre domande alle quali gli alunni dovranno rispondere in non più di cinque - sette righe, valutare la "pertinenza della risposta",  l' "utilizzo corretto del lessico specifico", la "capacità di sintesi", attribuire a ciascuna voce un punteggio, dal punteggio ricavare la valutazione in quindicesimi, fare la media, e infine tradurre il tutto in decimi per riportare il voto sul registro. Che cosa tutto questo abbia a che fare con la Cultura (quella con la C maiuscola, di cui parecchi discettano in questi giorni), con il "sapere", "saper fare", "saper essere" di berlingueriana memoria, e infine con Orazio o Lucrezio,  resta un mistero. Si deve fare, si fa.

Sarà stata colpa del virus che mi tormenta, ma oggi l'assoluta, disperante mancanza di significato di quello che stavo facendo, almeno in rapporto al senso profondo che dovrebbe avere il mio lavoro, mi ha colpito come una sassata in piena fronte. O forse la responsabilità va attribuita alle parole  di Ron Jones, il professore americano che con il suo esperimento di "ingegneria sociale"
ha ispirato il film "L'onda" (per chi non fosse informato, nel 1967, Jones, professore progressista in una scuola superiore, intese dimostrare in una sorta di gioco di ruolo come può nascere una dittatura con il pieno consenso della massa: militarizzò la classe, inventò un simbolo, un inno, ruoli, regole, disciplina. In brevissimo tempo i ragazzi abbandonarono il loro scetticismo,  si entusiasmarono,  si identificarono con le parti loro affidate, l'esperimento sfuggì al controllo, si sfiorò la paranoia, il fanatismo, la violenza), parole pubblicate sul numero odierno de "Il Venerdì di Repubblica".

Alla domanda "È un esperimento che si potrebbe ripetere ancora oggi'", Jones risponde: "Me l'hanno chiesto spesso e ho sempre rifiutato. Ma succede ancora. Basta andare in qualsiasi scuola: dov'è la democrazia? Ne parliamo ma non la stiamo vivendo. Non si può decidere quali libri leggere, quali sogni inseguire, come aiutarsi a vicenda per diventare cittadini migliori. Si deve seguire solo un programma imposto. Il fascismo, in assoluto, è sempre possibile, perché instaurarlo è tanto semplice e la gente è tanto frustrata. Perdiamo il lavoro, la dignità, il senso della vita e se qualcuno viene a dirci "io ho le risposte", la tentazione di seguirlo è fortissima".

Vi chiederete: "Cosa c'entra questo con i tuoi compiti di latino?". C'entra. Perché prendere per buona l'idea che argomenti complessi  possano essere ridotti alla misura di massimo sette righe valutabili con un numeretto (dietro al quale, va detto chiaramente, non sta chissà quale sapienza docimologica ma semplicemente l'arbitrio più o meno in buona fede di un docente che si arrabatta come può per andar dietro ad una pseudo pedagogia imposta da qualche burocrate ottuso), apre la strada a conseguenze non prevedibili. Intanto nessuno si interroga sul perché le cose debbano stare così e non altrimenti. L'interpretazione viene ridotta ad una formuletta da Bignami (o da Yahoo Risposte, se vogliamo fare un paragone più aggiornato). La forza, la bellezza, il potere della letteratura (tanto per restare nell'ambito delle mie materie) vengono disinnescati in nome di un rigore che rigore non è, ma solo scolastica banalizzazione. Davanti a tanta aridità i ragazzi smarriscono entusiasmo e motivazione. Non devono pensare, valutare, giudicare, sia pure dopo uno studio attento ed umile: devono solo ripetere come pappagalli formulette imparate a memoria. E chissà, magari un qualche slogan ben congegnato potrebbe, un domani, emozionarli di più.

Un esperimento l'ho fatto anch'io. Sono entrata in una classe a me sconosciuta per una supplenza breve  e, tanto per trascorrere in letizia due ore non altrimenti preparate, ho chiesto ai ragazzi se si erano mai domandati perché studiavano quello che studiavano, per esempio la letteratura latina. Come previsto le risposte sono state vaghe, incerte, vagamente ruffiane: si studia il latino per "cultura personale", per "imparare a parlare meglio", "perché il latino aiuta a ragionare". E sia, ho ammesso per poi continuare: "Ma per esempio Catullo (per l'appunto il poeta che stanno studiando) vi piace o no?" Sì, no, chissà, boh.

Diavolo, ma è Catullo, non si può liquidare con un boh. Catullo è la passione, il gesto di rivolta, l'amore che ti trascina, ti travolge, ti uccide, l'amicizia che ti consola e ti sorregge, il disprezzo per le convenzioni, per i vecchi tromboni, per il moralismo d'accatto di una società ipocrita e malata, ormai prossima al crollo finale. Catullo è la parola turpe e il sussurro d'amore, il bacio e lo sberleffo, l'angoscia della morte e l'ansia della vita, il disprezzo per il potere. Ho improvvisato su due piedi, fra una risata e una battutaccia su Lesbia che era una facile, ma poi non è vero, era solo una donna libera che faceva quello che voleva e che quindi si esponeva al disprezzo di una società ovviamente maschilista che voleva la donna "o troia o sposa" (ci sta bene Ligabue con Catullo? ma sì, ci può stare),  una lezione su Catullo che, in quella circostanza, mi potevo permettere, tanto mica li dovevo interrogare e nemmeno dovevo inventarmi un questionario a crocette per la verifica.

Sto giocando sporco, ed è anche un gioco pericoloso. Perché lo so che questo blog lo leggono alcuni miei alunni, ex-alunni e anche alunni non miei. E mi potrebbero rinfacciare l'ambiguita della mia posizione: alla fine ho corretto le verifiche, ho scritto i miei numerini, ho calcolato le medie, ho fatto il  mio compitino di brava prof ligia al dovere, sebbene piuttosto malata e in fervida attesa della brunettiana visita fiscale che accertasse la mia reale condizione di temporanea inabilità al lavoro e non di spregevole dipendente pubblica vagabonda. Le mie nozionistiche domandine hanno momentaneamente assassinato lo scandalo di un Lucrezio capace di affermare che la religione può spingere l'uomo alle peggiori empietà (quando verrà espunto dai libri di testo? di questi tempi potremmo pure aspettarcelo). Domani andrò a scuola e spiegherò in modo molto professionale e, temo, assai noioso, quell'altro deliquente sporcaccione di Petronio. E allora perché sul blog scrivo queste cose? Perché mi lamento e straparlo?

Mah, forse perchè continuo a non sentirmi troppo bene.
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20/02/2009

Di apostrofi ed altre quisquilie.

Sia. Sono prof di italiano, e per di più figlia devota di insegnante elementare in pensione. Vecchia scuola, per intenderci. Dunque scusatemi se, nonostante l'attualità offra ampia messe di argomenti scottanti dei quali discutere con passione sul blog e altrove, mi soffermerò su un tema assai marginale: ma l'articolo di Stefano Bartezzaghi, pubblicato qualche giorno fa su Repubblica, è occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Perché finalmente ho trovato conforto.  Per esempio, Bartezzaghi scrive: È infine inqualificabile l'usanza di trascrivere i discorsivi "ci hai sonno?" e "ci avevo fame" come "c'hai sonno?" o addirittura "ch'avevo fame". Grazie, Stefano: finalmente qualcuno lo afferma forte e chiaro. Quasi pensavo di essermi sognata la regola fonetica che presiede alla giusta grafia.

Destinata a  sicura sconfitta la crociata che mira a dimostrare che "qual è" non vuole l'apostrofo: trattasi di troncamento, non di elisione. Non parliamo poi di accenti e apostrofi allegramente intercambiabili:  si scrive non un pò ma un po',  tanto per intenderci. Ma gli Italiani, dopo essersi scoperti tutti blogger, presi dalla passione polemica e dalla verve espressiva, visto che è così facile lasciar scivolare il ditino sul tasto "pubblica" senza prima aver riletto i propri capolavori argomentativi, pensano evidentemente che la loro fantasiosa creatività possa applicarsi, senza pagar pegno, anche alla grammatica.

Sarò vecchia, polverosa e sorpassata: ma, ahimè, quando mi imbatto in certe mostruosità ortografico - morfologico - sintattiche, per brillante che sia l'esposizione, finisco per dubitare che chi scrive abbia le idee davvero chiare. Perdonate la citazione evangelica, ma anche Gesù diceva: "Chi è fedele in cosa di poco conto, è fedele anche in cosa importante" (Lc 16, 10). Se uno non sa mettere le virgole al posto giusto e il suo pensiero si contorce negli anacoluti, se non riesce a rispettare quelle quattro regolette che si reputano comprensibili persino ai bambini di seconda elementare,  posso credere che sappia sul serio quello che dice?

Lo confesso: vorrei che si diffondesse una sorta di "ecologia della parola", ovvero, come pensava Calvino, un'ecologia del pensiero.
"A volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioé una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le forme espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze [...] Ma forse l'inconsistenza non è solo nelle immagini e nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio nè fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco di opporre l'unica difesa che riesco a concepire: un'idea di letteratura". (Italo Calvino, Lezioni Americane)
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19/02/2009

Strangolare la Rete

Da Punto Informatico: Secondo quanto riferito dall'ufficio stampa di Carlucci, l'estratto che ad esempio è stato pubblicato sul blog dell'esperto Stefano Quintarelli dovrebbe ricalcare il testo del progetto di legge.

Di seguito il frammento tratto da Quinta's Weblog.
Disegno di Legge Carlucci per la tutela della legalità nella rete Internet

Parlamento Italiano - Disegno di legge C. 2195 - 16ª Legislatura.
Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l'istituzione di un apposito comitato presso l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
L'articolo 2, che una parte rilevante del DDL, e' il seguente:
  1. E' fatto divieto di effettuare o agevolare l'immissione nella rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima.
  2. I soggetti che, anche in concorso con altri operatori non presenti sul territorio italiano, ovvero non identificati o indentificabilì, rendano possibili i comportamenti di cui al comma 1. sono da ritenersi responsabili - in solido con coloro che hanno effettuato le pubblicazioni anonime - di ogni e qualsiasi reato, danno o violazione amministrativa cagionati ai danni di terzi o dello Stato,
  3. Per quanto riguardai reati dì diffamazione si applicano, senza alcuna eccezione, tutte le norme relative alla Stampa. Qualora insormontabili problemi tecnici rendano impossibile l'applicazione di determinate misure, in particolare relativamente al diritto di replica, il Comitato per la tutela della legalità nella rete Internet (di cui al successivo articolo 3 della presente legge) potrà essere incaricato dalla Magistratura competente di valutare caso per caso quali misure possano essere attuate per dare comunque attuazione a quanto previsto dalle norme vigenti.
  4. In relazione alle violazioni concernenti norme a tutela del Diritto d'Autore, dei Diritti Connessi e dei Sistemi ad Accesso Condizionato si applicano, senza alcuna eccezione le norme previste dalla Legge 633/41 e successive modificazioni.
Come sempre accade, almeno apparentemente, l'intento è buono. Ma naturalmente il testo, così com'è nasconde il suo frutto avvelenato (vedi, ad esempio, questo articolo su Zeus News).
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18/02/2009

Blog compleanno

Un paio di giorni fa "Contaminazioni" ha compiuto sei anni. Per l'occasione sono andata a rileggere il mio primo post, anzi il primo post di Floria, questo scomodissimo alter ego che in verità ha poco a che fare con la sottoscritta (o no?). Un post assolutamente casuale, buttato giù in pochi minuti da una che non aveva la più pallida idea di quello che stava dicendo e che, soprattuto, non prevedeva affatto che quest'avventura comunicativa sarebbe durata tanto a lungo e con esiti assolutamente imprevisti.

Floria giocava a fare la riservata, non voleva fare concessioni  (cito testualmente) "
al narcisismo che pubblicare su Internet, in un modo o nell'altro, sottintende". Lorenza, figurarsi, si è allegramente sputtanata. Floria voleva essere solo "parola, frammentaria e disincarnata, come si conviene al cyberspazio". Lorenza chiacchiera parecchio, è vero, e con Floria ha in comune una certa prosopopea comunicativa, ma di certo non si è mai nascosta. Chi, per un motivo o per l'altro, capita sul blog si ritrova ad essere informato per filo e per segno sui suoi gusti musicali, sui libri che ama, sulle sue disavventure domestiche, su quello che le accade a scuola e bla bla bla. Con quale utilità, poi, non saprei dire.

Lorenza ha trascorso sei anni di vita a straparlare quasi ogni sera sul blog, continuando a rimpiangere quel famoso romanzo che vuole scrivere da quando andava alle elementari. A pensarci bene, con tutte le parole sprecate da Floria (e da Lorenza) su Splinder, chissà, di romanzi  ne sarebbero usciti fuori almeno tre o quattro. Il blog, il rifugio dei cialtroni e degli inconcludenti. Se poi vado a leggere il secondo post del neonato Contaminazioni, con sotto l'ineffabile commento dell'ineffabile prof Traina ("per uno che dice di non tirarsela, mi sembra un po' troppo"), devo effettivamente concludere che Floria, con quel suo tono supponente da maestrina in incognito, era davvero un po' antipatica. Lorenza è prof nell'anima, ma almeno lo ammette e se spesso sale in cattedra, via, concediamoglielo, in fondo è solo una prevedibile deformazione professionale.

E allora, buon compleanno, caro "Contaminazioni". Qualcosa di buono almeno lo hai portato, sia a Floria che a Lorenza: hanno mancato clamorosamente l'occasione di diventare blogstar (  c'è chi lo ha spiritosamente notato: e vediamo se con il link ci guadagniamo un'altra segnalazione), ma almeno si sono divertite, e tanto.

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16/02/2009

Il buio, il fuoco, il desiderio: ode in morte della musica.

Naturalmente, mentre scrivo, sto ascoltando musica: per la precisione Adam raised a Cain di Bruce Springsteen da Darkness on the edge of town. (1978)
Ah, la musica. La mia generazione non ne può fare a meno. Prima dell'onnipresente IPod, giusto negli anni settanta - ottanta il walkman si diffuse ovunque. Mi rammento che con la supponenza un po' snob tipica della gioventù trovavo la moda delle cuffiette solipsistica, nevrotica e piuttosto narcisista, vero segno della decadenza dei tempi. D'altra parte sono arrivata alla laurea accompagnata  da un costante sottofondo sonoro che faceva letteralmente impazzire le mie vicine di camera, insieme alla pessima abitudine di ripetere gli argomenti di studio a voce altissima e con tono chiaramente predicatorio. 

Ma non dimenticherò mai quando, qualche anno prima, studentella liceale un po' imbranata, nel locale circolo parrocchiale "Giovanni XXIII" che avevo cominciato a frequentare da qualche tempo, mi imbattei in due ragazzotti doverosamente armati di chitarra, bardati con i jeans stinti e la camicia a quadri all'epoca d'ordinanza, che, appoggiati ad una staccionata nel cortile, suonavano insieme Teach your children di Crosby, Stills, Nash. Il Circolo "Giovanni XXIII" non esiste più, quei ragazzi navigano ormai nei dintorni dei cinquanta, ma che bello, nel 2005, condividere a Lucca proprio quella canzone, soprattutto quella canzone con la figlia allora diciassettenne. Che ha ricambiato il favore trascinandoci a Roma per il concerto dei Queen + Paul Rodgers.

Ho letto d'un fiato il bel libro di Castaldo. E stamani, mentre spiegavo in classe Arte poetica di Verlaine (la musica prima di ogni altra cosa ... e tutto il resto è letteratura), me ne tornavano in mente passi significativi, che sembravano accompagnarsi perfettamente ai versi del poeta. La musica che è buio (Darkness on the edge of town, appunto),  fuoco,  desiderio. Soprattutto desiderio: per noi, quando eravamo adolescenti, desiderio di essere altrove, di sfuggire il tempo che inesorabilmente avvertivamo trascorrere, di ritrovare la nostra verità, un'intensità di vita che sfiorava pericolosamente i sentieri dell'autodistruzione, abbacinati da una luce che si rovesciava nel suo opposto, un'oscurità che ci spaventava e ci attraeva ... la maturità ci ha comunque catturato, siamo diventati grandi, almeno quelli di noi che sono sopravvissuti (perché qualcuno no, qualcuno è sprofondato nell'abisso, si è smarrito in un altrove dal quale ci siamo ritratti inorriditi), brave persone alle prese con i doveri quotidiani, la famiglia, la casa, le bollette da pagare, i conti da controllare, i figli da crescere, educare, controllare, i figli, i figli che ci spaventano perché non sappiamo riconoscerli, non sappiamo riconoscere in loro i ragazzi che anche noi siamo stati, la loro confusione che è stata anche la nostra. Può  essere che la loro musica ci appaia plastificata e vuota, roba adatta giusto agli spot e alle suonerie dei cellulari,  e del resto il libro di Castaldo si fregia del sottotitolo "Ode in morte della musica", ma che ne sappiamo di quello che si nasconde giusto dietro l'angolo, che ne sappiamo se quel buio, quel fuoco, quel desiderio non esploderanno ancora in forme che non sappiamo prevedere, che non possiamo intuire ... che ne sappiamo delle trappole del futuro, delle sue svolte repentine, dei suoi scarti imprevisti?

Potevamo immaginare, solo dieci anni fa, la crescita esponenziale della Rete? questa improvvisa e rapidissima diffusione di ogni genere di contenuto, i video di YouTube che raccontano ai ragazzi quello che siamo stati (e raccontano a noi quello che sono loro), le melodie scaricate, condivise, mescolate, contaminate, i gruppi e i solisti che si fanno strada nei siti di MySpace o nelle pagine di LastFm, le community che nascono ovunque, le radio Internet che diffondono generi e performance solitamente snobbati dai canali mainstream (ma sono davvero mainstream, a questo punto?), gli appassionati che si scambiano link, i bootleg prima introvabili e ora improvvisamente disponibili, le riviste online che coltivano i gusti di nicchia di un pubblico ben più frammentato di quanto comunemente si pensi? Che cosa può uscire fuori da questo panorama così polverizzato, eppure globale, trasversale alle generazioni, agli stili, ai linguaggi?

Vale la pena di citare la conclusione del libro di Castaldo:

Immagina Bruce Springsteen che guida la Cadillac rosa decappottabile di Elvis su un'autostrada birmana con a fianco Stanley Kubrick e dietro i Sigùr Ros, mentre decidono le sorti del mondo ...

Immagina Alice che incontra Jerry Cornelius e insieme decidono di cantare Penny Lane sul palco degli déi ...

Immagina che Jack Kerouac non sia morto e stia scrivendo di nascosto un libro che si intitola "On the Net" ...

Immagina  lo spirito di Nina Simone che si impossessa di quello di Amy Winehouse e attraverso la sua voce ci racconta quello che succede in paradiso, o all'inferno, che è la stessa cosa ...

Immagina un sentiero luminoso alla fine del quale c'è la musica che nessuno ha ancora mai suonato...

Immagina Bob Dylan che dice:"Ragazzi, fin qui abbiamo scherzato, il bello deve ancora venire ...

Immagina te stesso cantare ...

Immagina ...

E poi guardate questo video e chiedetevi se non può indicare una strada, se sarebbe stato possibile senza la Rete (fonte: Playing for change)


 

 

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13/02/2009

Giocattoli

Aiuto! Ci vogliono togliere il giocattolo! Gli Italiani si stanno riversando in massa su Facebook:  ammettiamo pure che nella maggior parte dei casi si tratti dell'ultima moda del momento, di una manifestazione di collettivo, imprevisto narcisismo, di una bolla destinata ad implodere semplicemente perchè, una volta entrati nel magico mondo della Rete, bisogna anche sapere cosa fare, perchè farlo e, soprattutto, se vale la pena di farlo. Ma lasciamo perdere le considerazioni un po' snob, la sociologia spicciola, i facili moralismi.

Su Facebook, a oggi, ho 584 amici: giovani e giovanissimi, adulti, di mezze età, anzianotti. Diverse le professioni, le provenienze geografiche, gli interessi, le modalità di esserci e di interagire in Rete. Molti li conosco di persona, con tanti ero in contatto via Rete già da tempo, altri sono arrivati alla pagina del mio profilo per caso, perché amici di amici, o magari perchè conoscevano il blog. Ci sono i miei studenti attuali e molti ex-alunni dei quali avevo perso le tracce e che mi ha fatto piacere ritrovare. Ci sono concittadini, politici locali, colleghi, amici "reali" di vecchia data. Ci sono persone che condividono con me passioni e interessi, gente dalla quale ho imparato qualcosa e che mi hanno permesso, via facebook, di accedere a conoscenze e informazioni che, altrimenti, mi sarebbero rimaste precluse. E' vero: periodicamente faccio pulizia e ignoro una serie di inviti, giochini, test più o meno oziosi. Ho i miei personali filtri e li uso. Magari fra un po' mi stuferò e procederò al mio virtuale harakiri. Per ora mi diverto, non faccio del male a nessuno ... e se qualcuno si vende per esigenze di marketing le mie informazioni personali (che comunque doso con una certa attenzione), tanto meglio: almeno chi si diletta di ricerche di mercato saprà che faccio parte della cosiddetta "Coda Lunga" e che, grazie al cielo, i miei interessi non coincidono più di tanto con quelli imposti dalla pubblicità generalista.

Ora guardate questo signore.



Naturalmente, visto che siamo tutti blogger di mondo, sappiamo chi è: il senatore D' Alia, il nostro castigamatti, quello che con il suo emendamento al decreto sicurezza impone l'oscuramento dei siti disobbedienti, che se ne esce fuori con questa ineffabile intervista, insomma il cattivone che ci rompe il giocattolo. Ma Gilioli ha ragione quando scrive:

Il problema è che lui e quelli come lui - maggioranza in Parlamento - sono serenamente in buona fede, e convinti di fare del bene al Paese togliendo di mezzo i siti Internet che non obbediscono.

Il problema è che lui e quelli come lui non si rendono neppure lontanamente conto delle enormità che dicono (e che fanno), della loro drammatica appartenenza culturale a un altro secolo e a reticoli concettuali premoderni.

Ignoranza, dunque, congiunta ad una buona dose di arroganza intellettuale e di pregiudiziale faciloneria. Ma il miscuglio è micidiale. Su Facebook ci sono quattro imbecilli che inneggiano a Riina? Basta, va chiuso, in barba ai milioni di utenti che lo usano in tutta correttezza, facendosi tranquillamente i fatti propri. Sulla base di quali considerazioni? Ma naturalmente in virtù delle approssimazioni giornalistiche, del comune "buon senso", della morale spicciola, del perbenismo un po' isterico che chiacchiera solo per sentito dire. Che poi, qualunque sia la presumibile buona intenzione, tutto questo diventi di fatto complice di un disegno autoritario che puzza di censura lontano un miglio, che il cittadino venga trattato come un suddito un po' rincoglionito da difendere in primo luogo da se stesso, ebbene, questo dovrebbe preoccuparci davvero.

Perché di Facebook possiamo anche fare a meno. Ma di altro, proprio no.

(ah, a proposito, fra i tag inserirò anche "Birmania" e "Cina": indovinate perché)

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11/02/2009

Eutanasia della ragione

Ho ripreso in mano il Vangelo, ho sentito il bisogno di sfogliarlo, di cercare qualcosa, una parola di consolazione, di riconciliazione. Una parola, forse, di verità. Perché qui tutti si fanno schermo delle loro fedi, del loro livore. Si fa finta di parlare del caso Englaro, in realtà si parla d'altro. Smanie di potere. Opportunismo politico. Esibizionismo dell'argomentazione. Isterismi comunicativi. Snobismo dell'opinione.  Persino sondaggi taroccati: ma già l'idea del sondaggio on line, per tastare il polso di un'opinione pubblica comunque eccitata da un'informazione in un senso o nell'altro sopra le righe pare, in questo contesto, insopportabilmente frivola. Tutti, in un modo o nell'altro, abbiamo sputato sentenze. Forse il silenzio era impossibile, magari non era nemmeno auspicabile. Ma è certo che se la decenza, il pudore, il rispetto imponevano un limite, questo limite è stato abbondantemente valicato.

" Non giudicate, così non sarete giudicati. Infatti con il giudizio con cui giudicate sarete giudicati; e con la misura con cui misurate vi sarà misurato. Perchè osservi la pagliuzza che sta nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che sta nel tuo? Oppure: come puoi dire al tuo fratello: "Lascia che tolga dal tuo occhio la pagliuzza", mentre la trave è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello". (Matteo 7, 1 - 6)
Per inciso la nota esplicativa aggiunta a questo passo sulla Bibbia delle Edizioni Paoline recita:  Per poter giudicare rettamente occorre possedere gli elementi di giudizio: conoscere intenzioni, capacità, coscienza etc, ciò che a noi manca riguardo al prossimo, di cui non conosciamo neppure le doti , la resistenza, la volontà, le motivazioni ...

(Grazie a Mauro Biani per la toccante immagine che ha voluto regalare a tutti noi)

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|categoria: religione, bioetica, attualità, laicità




09/02/2009

Tema in Classe


6 marzo 1954 ... questa la data del tema in classe che l'amico Giorgio Chini ha ritrovato per caso in un rifugio di montagna sul Passo Pordoi. Giorgio ci scrive:

"
A voi che siete insegnanti, in particolare di Italiano, mi fa piacere
sottoporre questo meraviglioso tema in classe che ho trovato appeso in un
rifugio di montagna sul passo Pordoi. Lo leggete nell'immagine allegata.
Il tema non mi entusiasma perché mi diverto semplicemente a irridere gli
errori grammaticali, né tantomeno l'imbarazzante situazione familiare che
descrive. Piuttosto lo trovo splendido nella sua sintesi, con un incipit che
mi fa venire a mente La Metamorfosi. Poi c'è qull'enumerazione delle azioni,
lunga ma tirata via, dove il bambino o la bambina - non so - fa trasparire
la giusta scocciatura derivante dall'adempimento del dovere scolastico del
compito in classe, e infine il disilluso e definitivo bilancio sui risultati
ottenuti. C'è anche, ben marcata, la coscienza di un radicato approccio
commerciale alla religione, che - scusatemi - me lo fa anche apprezzare con
un certo ghigno satirico.

Spero di avervi divertito. Come sapete mi occupo di altre cose, quindi
volendo giocare con la critica letteraria e avendo poco tempo, mi sono
occupato di un testo che meritava molto di più di molti libri che escono in
continuazione".

Io, invece, mi sono chiesta che fine avessero fatto tutti quanti. Se la sorella maritata avesse poi avuto la grazia, se il bambino dell'altra sorella, quella "incidentata", fosse  nato e che cosa combina ora, se i genitori delle due fanciulle avessero debitamente bestemmiato vista la cattiva riuscita della visita al santuario, se si fossero piamente rimessi alla volontà della Madonna, e naturalmente, che cosa avesse mai fatto della sua vita il giovane scolaro (o scolara) che ha candidamente raccontato questa familiare disavventura. Sapore di anni CInquanta, sembra preistoria e, al contrario, sono le nostre radici.
postato da floria1405 alle ore 15:00 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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|categoria: memoria, scritture




08/02/2009

LastFm o delle gradite scoperte

Premessa metodologica

Qualche tempo fa ho trovato nella bacheca della mia pagina su LastFm questo messaggio:
"Ciao, sono garbatamente entrato in questo sito per promuovere gli album degli APUAMATER combat folk pseudojazz e newprog...apuano d'azzardo. Aggiungili alla tua libreria e dimmi cosa ne pensi, se vuoi anche del mondo intorno...saluti http://www.lastfm.it/music/Apuamater "

Più o meno nello stesso periodo, Mayat ha lasciato sul mio blog questo commento che riporto in parte (a proposito di Facebook): Sono perfettamente d'accordo sulla "dissipazione cognitiva"...se non fosse per il fatto che alcuni contatti li ho solo su fb, già avrei eliminato il profilo...trovo molto più interessante myspace sezione musica, dal momento ke mi occupo di musica, myspace è per me una fonte...(ancor di più last.fm che è stata la mia grande scoperta su internet, una vera e propria risorsa!)... fb è acqua stagnante..questa è la mia opinione..Certo è che uno strumento ognuno lo utilizza come vuole, ma ho la sensazione di restare imbrigliata in un loop di attività (anche se esigue) a cui non darei spazio nella mia giornata se non ricevessi inviti , commenti, ecc. ecc...uscire da fb mi sembra una scelta radicale...basta ke non lo considero più di tanto, come in realtà già faccio...

Diciamo che questo post, destinato ad essere condiviso sul mio profilo di Facebook con i miei contatti, tutto sommato abbastanza numerosi e sparsi un po' ovunque in Italia e altrove, vuole essere un tentativo di interazione "sociale" fra le possibilità di comunicazione che i diversi social network offrono. Io sono solo una semplice utente della Rete, ma se il bello della Rete è appunto la possibilità di costruire dal basso contenuti ed informazioni non altrimenti reperibili (e in questo, nonostante tutto, credo ancora), vale la pena provare. Non fossi stata iscritta a LastFm, quale possibilità avrei avuto, in concreto, di conoscere questa esperienza musicale? In questo momento la televisione è accesa sul penoso spettacolo di "Amici". Devo aggiungere altro?

Apuamater, folk apuano d'azzardo

Dopo aver letto il messaggio su LastFm, sono andata, ovviamente, a scuriosare sulla pagina degli Apuamater. Mi hanno colpito, e molto. Non sono affatto un gruppo facile e il semplice ascolto dei loro brani che non tenga conto della dimensione teatrale del testo e della performance non rende piena giustizia al loro intenso lavoro. Un lavoro che incrocia suggestioni folk, citazioni letterarie, rimandi storici, sperimentalismo musicale: e i toni variano fra il drammatico, l'ironico, l'arrabbiato, il provocatorio, il malinconico.  Di se stessi gli Apuamater scrivono:

"L’ intento primo che anima la compagine degli Apuamater è quello di contribuire a creare un' idea contemporanea di folk apuano, anche in considerazione del fatto che Carrara è priva di una tradizione musicale vera e propria. Il primo album, “Un cavatore, un partigiano, un vagabondo, un marinaio,”(Sanarecords 2005) è registrato con strumenti acustici in una soffitta con una trentina di “amici” di Davide Giromini tra cui Carlo Monni, les Anarchistes, Massimiliano Larocca, i Delsangre, Pardo Fornaciari e molti altri musicisti e attori tra Carrara e Firenze. Il disco è un viaggio che parte dalle cave di Carrara e i cavatori per narrare della resistenza sulle Apuane, passando per il G8 di Genova e sfociando nel mare con Corto Maltese e l’affare Dreyfus. Folk, dunque; apuano, dal momento che i rappresentanti del gruppo vivono dislocati all' ombra dei monti che al territorio danno il nome; d'azzardo, perché con la loro musica gli Apuamater tentano un difficile connubio dei generi più disparati, dal new folk russo ad uno sgangherato pseudo-jazz tutto nostrano. Nel 2006 arriva “Delirio e castigo”(Corasong 2006). I testi, ancora di Giromini e Rapisarda, sono inquiete riflessioni sull' anima, la solitudine, l' isolamento e la follia dell' uomo. I recitativi che fanno da filo conduttore sono della regista fiorentina Virginia Martini. Innumerevoli le citazioni e le interpretazioni personali: da Dostoievskij a Checov, da Shakespeare a Fenoglio, fino a Fellini, a Gianni Nebbiosi ed al suo brano "E qualcuno poi disse", canzone conosciuta grazie all' Amleto in foggiano dell' attore-regista Gaetano Ventriglia, cantata da Marco Rovelli, inseparabile amico e compagno.  Il tutto a formare un vero e proprio concept album sulla pazzia e la solitaria condizione dell'uomo, con lo sfondo di un nuovo folk, psicologico e psichedelico, pur sempre acustico; insomma, folk apuano d' azzardo. Nel 2008 Gli Apuamater diventano Cyberfolk e approdano a “2076:il ritorno di Kristo” (Corasong 2008). Una storia laica e fantastica di un Cristo che torna nel 2076 per liberare l’uomo dall’alienazione mediatica. Gli strumenti acustici degli Apuamater vengono “plastificati” dai Plug-in del computer in un intenso lavoro di Gabriele Dascoli, il bassista. Nel Cyberfolk etica ed estetica si fondono con sperimentazione e disgusto".

Come si vede, intenti davvero ambiziosi che si traducono in una straniante esuberanza espressiva, sia dal lato linguistico che da quello musicale. Ma  appunto l'esuberanza espressiva, da un certo punto di vista volutamente eccessiva e barocca, rende perfettamente la qualità contraddittoria dei nostri tempi, confusi fra il desiderio di ritrovare le radici, qualunque cosa esse significhino (e da qui i numerosi richiami a umori  tipicamente popolari), l'aspirazione al mito e l'intreccio caotico fra tradizioni, suggestioni, tentazioni molto lontane fra loro, tipiche dell'epoca globalizzata e "liquida" (tanto per citare Bauman) che ci ritroviamo a vivere. Veramente una riuscita mescolanza fra "alto" e "basso", fra "comico" e "sublime", teatrale, espressionistica, travolgente.

Ovvio che l'ascolto degli Aquamater non è affatto rilassante e tranquillizzante. I loro pezzi ti obbligano a concentrarti sulle parole, sul senso non immediato dei testi, e ti lasciano addosso un'inquietudine sottile: non possono funzionare come piacevole sottofondo , non "divertono" (nel senso etimologico del termine: distoglierti, allontanarti da qualcosa o da qualcuno) ma ti costringono a rientrare in te stesso, a soffermarti con un'attenzione più acuta sul senso che vogliono suggerire. Musica impegnata, ma forse sarebbe meglio dire, musica "filosofica", in un suo modo peculiare. Prego astenersi se si preferiscono le plastificate pappette che i circuiti mainstream normalmente propongono. Ma se si è disposti ad accettare la provocazione, la voce profonda e drammatica di Davide Giromini sarà in grado di dare quello che troppo spesso   altrove si cerca inutilmente.

Sito MySpace degli Apuamater
La Pagina su LastFm
Apuamater su YouTube
  (da guardare con attenzione, perché il gruppo ha una notevolissima dimensione live)


postato da floria1405 alle ore 17:48 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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|categoria: segnalazioni, musica, web 20, apuamater




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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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