contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
29/04/2009

Il perverso virus dell'idiozia attraverso la Rete

Avete presente il famoso detto "la madre dei cretini è sempre incinta e, quel che è peggio, ne partorisce due alla volta"? Com'è noto, io sono una strenua sostenitrice della socialità in Rete. Internet mi ha dato tanto, in termini di conoscenza, condivisione di informazione e, anche perchè no? di sano, liberatorio cazzeggio. Però però però ... ci sono degli aspetti che mi fanno allibire. Sono un'ingenua, lo so, e parto dal presupposto che la media delle persone sia dotata di intelligenza media. Ma alla mia non più verdissima età, dovrei pure aver capito che ciascuno di noi alberga in sè zone oscure di perfetta idiozia.

Per esempio: esaurita la moda dei video stile "Scuola Zoo", che ora i media hanno fortunatamente cessato di propagandare, si è aperto il triste caso dei gruppi su Facebook che irridono, in  genere in modo greve e per niente divertente, nonostante le intenzioni di fondatori e fan siano talavolta benevole, poveri disgraziati per lo più ignari. Ovviamente una categoria particolarmente bersagliata è quella dei professori. Ho già avuto a che fare con situazioni che, pur non riguardandomi direttamente, colpivano altri in modo oggettivamente offensivo. E ogni volta che ho fatto notare quanto certe affermazioni o epiteti rischiassero di tracimare nel reato di diffamazione, i "colpevoli" sono sempre caduti dalle nuvole. Insultare qualcuno pubblicamente in Rete pare un peccatuccio veniale, quasi non ci si rendesse conto
che le piacevolezze digitate nell'intimità della propria stanzetta hanno in realtà una risonanza pressoché globale, peggio che se fossero pubblicate sulla cronaca cittadina del giornale locale. Dico la verità: dovessi mai scoprire qualcosa del genere indirizzato alla sottoscritta, andrei dritta dai carabinieri. Mica per l'offesa in sé: ma per punire la totale mancanza di raziocinio che certe estrinsecazioni per via telematica denunciano.

E passi pure il fatto dei professori: che i docenti non siano particolarmente amati, posso anche capirlo. Ma che dire quando, senza la minima pietà, si sbeffeggiano nella medesima maniera i poveracci, quelli "strani", gente che magari ha problemi anche seri? E' nato un nuovo, triste  personaggio: lo scemo del villaggio globale. Tanto il disgraziato preso di mira, presumibilmente poco aduso alle nuove tecnologie, non lo verrà mai a sapere. Una cosa di una meschinità infinita. E magari condivisa da gente che, tanto per dire, quando ascolta  De André cantare "Un Matto" si sdilinquisce in espressioni in entusiastica approvazione. Ma il politicamente corretto talvolta non riesce a varcare la soglia di Facebook.

Poi ci sono i video. Ne ho appena visto uno, sulla mia home di Facebook, postato a ripetizione da vari miei contatti, ragazzi per niente stupidi ma che evidentemente ogni tanto perdono la bussola: due amici che, urlando come babbuini, sollevano di peso il letto dove un loro compagno sta dormendo, mandando a sbattere il malcapitato sulla parete di fronte, Tutti commentano, ridono, si scompisciano, fra emoticon e esclamazioni varie. Che cosa ci sia di tanto comico in uno che si sveglia di soprassalto rischiando di rompersi la testa su un muro, io proprio non lo so.

Provate a segnalare al network qualcosa di questo genere. Credete che Mr Facebook si muova con celerità? Macché. Per una violazione vera o supposta del copyright non passa un giorno. Per una diffamazione ad personam, roba, lo ripeto, da codice penale, possono trascorrere mesi, sempre ammesso che effettivamente vengano presi provvedimenti.

Lo so, lo so. Sono piccolezze. Ma si tratta di piccolezze diffuse, atteggiamenti assunti senza essere assolutamente consapevoli delle implicazion, qualcosa che la dice lunga su quanto il trash (proprio nel senso di robaccia, spazzatura) abbia colonizzato l'anima di molti. Troppi.
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28/04/2009

Attenzione! Post molto dotto e noiosissimo

... ma ogni tanto devo pure tornare a fare la professoressa. Si tratta della riscrittura di un mio intervento in preparazione dell'incontro con il senatore Pancho Pardi, incontro che si è tenuto a Piombino lo scorso 21 aprile per presentare il libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta, La Dittatura della Maggioranza, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. La presentazione era stata congiuntamente organizzata dal locale circolo di Libertà e Giustizia e dall'Associazione Democrazia e Territorio.

La dittatura della maggioranza
considerazioni personali a commento del libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta “La Dittatura della Maggioranza”, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. 

Quando Alexis de Tocqueville cominciò a scrivere e pubblicare il suo celebre e molto citato saggio “La democrazia in America” correva l’anno 1835. Tocqueville era un aristocratico, proveniente da una famiglia di antica nobiltà normanna, legata agli ambienti legittimisti. Le istituzioni politiche degli Stati Uniti, istituzioni che intelligentemente Tocqueville decide di studiare, considerandole un modello per le istanze democratiche che si andavano diffondendo in Francia in quel periodo (la cui affermazione Tocqueville considerava inevitabile, senza tuttavia nascondere una buona dose di preoccupazione),   erano all’epoca pressoché sconosciute in un’Europa che  si stava rapidamente trasformando.  Non è il caso qui di fare un’articolata disamina della posizione di Tocqueville ma è importante sottolineare un indispensabile elemento di valutazione: a una lettura superficiale, l’analisi di Tocqueville della cosiddetta “dittatura della maggioranza” (ma, come qualcuno ha notato, Tocqueville parla piuttosto di “tirannide”) presenta indubbie somiglianze con la situazione odierna. In realtà l’analisi di Tocqueville necessita di essere collocata nel suo giusto contesto storico: una situazione nella quale la democrazia, così come oggi la concepiamo, era ancora, per così dire, in una fase “sperimentale”,  le classi sociali avevano una fisionomia ben diversa rispetto a oggi, liberalismo e democrazia venivano ancora da molti giudicati in contrasto,  il funzionamento dell’economia,  la trasmissione della cultura, la diffusione delle informazioni  non erano paragonabili a quello che accade oggi. Il richiamo a Tocqueville è indubbiamente suggestivo ma non tiene conto di tutta l’acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti: d’altra parte anche le “elites” illuminate del secolo XIX nutrivano in linea generale una notevole diffidenza nei confronti del cosiddetto “popolo” (ma anche su questo termine occorrerebbe fare le opportune distinzioni) e la borghesia, nel suo slancio  espansivo e progressivo, non nascondeva il suo timore di essere, per così dire, “scavalcata a sinistra”. La traumatica esperienza della Rivoluzione Francese, seguita dall’altrettanto traumatica avventura napoleonica, era ancora troppo vicina, e minacciosi venti di tempesta si annunciavano all’orizzonte.  In Italia la diffidenza nei confronti del “numero”, che finirebbe inevitabilmente per inquinare la “qualità” delle scelte fondamentali, è ampiamente presente nelle riflessioni di Manzoni e di Leopardi (di quest’ultimo basti citare il Dialogo di Tristano e di un Amico,  così straordinariamente polemico verso la “massa” e la cultura delle “gazzette”). Se lo studio della posizione di Tocqueville è utile in una prospettiva storica, per comprendere radici lontane di fenomeni che ancora ci riguardano, non sembra corretto “tirare” troppo da una parte o dall’altra il pensatore ottocentesco per affrontare l’aspro dibattito politico, ideologico e istituzionale che oggi, nel XXI secolo, ci vede coinvolti  in Occidente e nello specifico nel nostro Paese:  altrimenti ognuno in Tocqueville può leggere quello che vuole e che fa più comodo secondo le contingenze del momento, un’abitudine che  di sicuro può avere una sua efficacia mediatica ma che appare scarsamente proficua da altri punti di vista, più corretti metodologicamente.

Perché l’immagine della “dittatura (o tirannide) della maggioranza” appare oggi efficace, ma forse non del tutto realistica.  Viviamo in un Paese democratico e l’attuale maggioranza al Governo, rispetto alla quale personalmente mi trovo in una posizione fortemente critica, non sta dove sta per un qualche colpo di stato violento e prevaricatore, ma legittimata da un voto democraticamente espresso e da un consenso largamente diffuso.  Questo è il dato dal quale occorre partire: chiedersi come l’esercizio delle libertà costituzionalmente garantite abbia condotto ad un esito tanto paradossale da mettere in discussione la loro stessa ragione di essere. Forse sarebbe più opportuno non scomodare Tocqueville ma considerare fatti a noi più vicini. E cominciare a chiedersi: questa maggioranza che apparentemente esercita la sua “dittatura”, in nome di una concezione semplificata, infantile e retorica della democrazia, è davvero dotata di potere decisionale? 


Si decide in modo autonomo se davvero si ha una piena conoscenza della materia nell’ambito della quale siamo chiamati a scegliere. Viviamo nell’epoca dell’informazione capillarmente diffusa e della scolarizzazione di massa. Conoscenza e cultura dovrebbero liberamente circolare e realizzare in questo modo l’utopia kantiana e illuministica che prevedeva, com’è noto, l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità nel quale i poteri tradizionali lo imprigionavano.  Almeno in Occidente tutti hanno la possibilità di esprimersi e di confrontare liberamente le proprie opinioni con quelle altrui. Forum, blog, social network sono a portata di mouse. Se in Italia potere mediatico e potere politico si sono pericolosamente concentrati nelle mani di un’unica persona, complice l’atteggiamento ignavo e remissivo di chi avrebbe dovuto opporsi, è vero anche che è possibile a chiunque sottrarsi a questo meccanismo infernale e reperire con una certa facilità informazioni e conoscenze alternative. La Cina, almeno in apparenza, è lontana. 


Ma  tutto questo non basta a scardinare il meccanismo perverso del pregiudizio. Perché la supposta “dittatura della maggioranza” proprio su questo fa perno: qualunque sia la maschera che indossa, il potere è diventato così abile e sottile da non avere più bisogno di imporsi violentemente.  Il potere, in apparenza, parla con la voce della gente: le sue parole d’ordine sembrano profondamente introiettate dai sudditi che non si sognano nemmeno di metterle in discussione ma semplicemente le condividono come se le avessero autonomamente concepite (da questo punto di vista, anche se discutibili, appaiono particolaremente interessanti le riflessioni di Luciano Canfora nel suo libro "Critica della Retorica Democratica" e nell'ultima sua fatica "La Natura del Potere"). 


Andiamo ancora più indietro rispetto a Tocqueville, torniamo all’epoca della Repubblica Romana. Secondo Cicerone i tre compiti fondamentali dell’oratore (leggi: uomo politico) sono docere, delectare, movere, ovvero informare, dilettare, commuovere.  Diciamo che oggi il contenuto informativo e educativo del discorso politico si è drammaticamente assottigliato: quello che conta è la piacevolezza dell’eloquio e la capacità di smuovere la componente irrazionale del “popolo” trasformato (e non è una trasformazione da poco) in “pubblico”.  La politica – spettacolo in questo tipo di meccanismo trova la sua giustificazione: tutto deve essere semplice, accessibile, “d’impatto”.  Gli slogan, i luoghi comuni, le formulette interpretative banalizzate e appiattite si diffondono per contagio virale secondo il meccanismo dei “meme”.  In poche parole, tutti chiacchierano presumendo di esprimere opinioni proprie, in realtà trasformandosi in involontari amplificatori di pensieri e giudizi elaborati altrove, per scopi non sempre limpidissimi.


Resta da chiedersi dove si situi questo “altrove” e  quali scopi là si perseguano.  Nel caso dell’Italia la risposta apparirebbe tutto sommato abbastanza semplice e scontata, tanto semplice e scontata da configurarsi anch’essa come un meme di facile diffusione: abbiamo un signore che è sceso in politica non in nome di alti e nobili interessi collettivi ma per tutelare in prima persona i suoi affari; dal momento che nelle sue mani si concentra il potere mediatico non ha dovuto affrontare insormontabili difficoltà per attuare il suo disegno. Spiegare tutto con Berlusconi appare tuttavia riduttivo:  bisognerebbe chiedersi in primo luogo se Berlusconi sia un sintomo o una causa  e a chi abbia fatto comodo (a parte a lui stesso) la sua ascesa apparentemente irresistibile. 


E infine: quali potrebbero essere i rimedi? Naturalmente io ragiono da insegnante e dal mio punto di vista proprio i reiterati tentativi di smantellamento della scuola pubblica rivelano che proprio in quell’ambito potrebbe celarsi la soluzione: in una cura più accorta dell’educazione, nella trasmissione degli indispensabili strumenti critici, nella diffusione  delle conoscenze e della capacità di autonoma valutazione.   Dal punto di vista politico, è vero che occorre ampliare e incoraggiare la cultura della partecipazione dal basso ai processi decisionali e scardinare il sistema partitocratico (di destra come di sinistra, in ambito sia locale che nazionale) che tende ad una perversa autorigenerazione in grado di tagliar fuori ogni forma di autentica meritocrazia nonché l’apporto della società civile: ma se la partecipazione è viziata in partenza  dall’incapacità indotta di valutare e giudicare sulla base di corrette informazioni, sembrerebbe che ancora una volta  si rischi una pericolosa illusione. 


Ma l’aspetto educativo è solo un elemento della possibile terapia. La via è lunga e la soluzione complessa. Non impossibile, tuttavia. Gli spiragli ci sono: nuovi fenomeni economici lasciano intravedere scenari diversi, la stessa globalizzazione è un rischio ma anche un’opportunità, la crisi che stiamo vivendo potrebbe essere il tramite per un ripensamento generale degli assetti, le nuove priorità che si manifestano potrebbero di necessità condurci per una strada di miglioramento. Auguriamocelo.

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27/04/2009

Ma che c'entra Morgan con il 25 aprile?

E' una domanda che qualcuno si è posto, quando Morgan è stato invitato nella mia Città, Piombino, in occasione del 25 aprile, per qualificare con la sua presenza la decisione di dedicare il "Centro Giovani" a Fabrizio De André. L'Amministrazione Comunale è stata all'incirca accusata di aver svuotato di senso la festa della Liberazione chiamando un personaggio da "reality", un'espressione di quel vuoto ideale e intellettuale che ormai si riversa quotidianamente nelle case degli Italiani dagli schermi televisivi: e tutto questo, con ogni probabilità, per biechi scopi elettorali.

Mah, non è che io spasimi per Morgan, anche se riconosco al personaggio un suo fascino. Morgan è stato artista tutto sommato abbastanza di "nicchia", forse più famoso per il suo tormentato rapporto con Asia Argento che per la sua musica, sebbene i Bluvertigp siano stati una delle migliori realtà musicali degli anni Novanta. Tuttavia Morgan ha riguadagnato visibilità mediatica  presso l'informe pubblico televisivo appunto con la partecipazione a X Factor: da lì è entrato nel cuore delle ragazzine, quelle che magari non hanno mai sentito parlare né di David Bowie, né di Fabrizio De André.

Strana scelta quella di Morgan, ma non incomprensibile: si è "venduto" al popolo dei reality che, dal basso della sua generica ignoranza, ha immediatamente osannato la sua cultura musicale (basta poco per apparire sensibile musicista, vedi il caso di Giovanni Allevi), anche se poi, alla fine, dal teatrino di X Factor è uscita una Giusy Ferreri con una canzone di Tiziano Ferro, e gli Aram Quartet, vincitori lo scorso anno con un pezzo dello stesso Morgan, "Chi (Who)", si sono rapidamente eclissati. Stringi stringi, i tre finalisti di quest'anno erano quanto di più "nazional popolare" si potesse ipotizzare: Matteo con la sua bella voce tenorile, Juri con quell'aria da bravo ragazzo, i Bastard con le loro supposte trasgressioni formato famiglia.

Morgan non è uno sciocco e avrà fatto bene i suoi conti. A questo punto, che dire? Avevano forse ragione quelli fra i miei concittadini che avrebbero preferito Ivan Della Mea o i Modena City Ramblers? Onestamente,  penso di no.

Sono andata in piazza al concerto di Morgan. Non l'ho visto fino alla fine perché mio figlio (evidentemente di pressione bassa come la sottoscritta, vedi la mia avventura al concerto dei Queen) ha avuto la sciagurata idea di svenire in mezzo alla calca e quindi abbiamo ingloriosamente terminato la serata al pronto soccorso. Colgo l'occasione per smentire ufficialmente il Tirreno: non è vero che quando Francesco (fortunatamente citato nell'articolo in forma anonima: tanto ci pensa mamma a sputtanarlo sul blog) si è accasciato, Morgan abbia rivolto uno sguardo dispiaciuto al malcapitato. Ha ovviamente continuato il suo show, ci mancherebbe altro. Beh, comunque quello che sono riuscita a vedere non mi è dispiaciuto.

Soprattutto un aspetto  mi ha colpito e, tutto sommato, convinto che la scelta dell'Amministrazione non sia stata sbagliata. Morgan cantava De André e i ragazzi attorno a me non ne sapevano niente. Ha esordito con La Canzone dell'Amore Perduto e una giovane pimpante fan del Nostro si è voltata verso un'amica e ha chiesto: "E questa che è?" "Mah - si è sentita rispondere - una canzone vecchia". Ora, può darsi che sia fin troppo ottimista, ma voglio sperare che qualcuno, attraverso Morgan con il suo ciuffo, il suo chinotto e le sue sigarette da falso maudit, arrivi a De André e alla Domenica delle Salme. E questa sì, che c'entra con il 25 aprile, specialmente oggi.

 

Fra l'altro Morgan ha cantato anche  "Morire per delle idee". Straordinaria: bene che gli adolescenti  l'abbiano ascoltata, ignari come sono di De André (e di Brassens). E magari può aver fatto bene anche a qualche adulto, un po' troppo aduso alla retorica, il grande male del nostro popolo, sempre pronto alla chiacchiera e all'indignazione a comando ma poco alla coerenza e all'impegno veri. 

Concludo postando uno dei video che sono riuscita a riprendere. Magari, dopo De André, qualche giovane andrà anche ad informarsi su chi sia stato Piero Ciampi, perché no?

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24/04/2009

Note stonate

Prima nota stonata. Non ne parla quasi nessuno, a parte Il Giornale e pochi altri. Ma il licenziamento in tronco di 29 dipendenti di All Music (su 37), a seguito dei pessimi risultati economici della televisione del Gruppo Editoriale L'Espresso, fa pensare. A casa non vanno i volti noti, beninteso, ma il personale tecnico, gente da 1500 euro al mese. Chiudono gli studi di produzione, ma il lavoro sarà affidato ad agenzie esterne: una canzone vecchia. I dipendenti in agitazione sostengono che la responsabilità non è da attribuire alla crisi mondiale ma ad un'errata gestione che ha finito per penalizzare gravemente i lavoratori: insomma, com'è tristemente usuale, le ultime ruote del carro pagherebbero, e molto salato, le colpe del management. I soldi sono soldi, e non c'è progressismo che tenga: Carlo De Benedetti non fa una bella figura. Si invocano le normative esistenti,  ci si scusa sentitamente, si sbandiera il doveroso rammarico, ma intanto la gente va a casa. Tutte le informazioni sulla vicenda sono pubblicate sul sito aperto dai dipendenti in lotta per il loro posto di lavoro: FALL MUSIC. Il silenzio dei media è quasi assordante: forse 29 licenziamenti sembrano poco significativi, stante la difficile situazione economica, ma badate bene, si tratta di una televisione, il che rappresenta un dettaglio non trascurabile.

Seconda nota stonata. Leggo questo post di Leonardo e mi chiedo: "Ma di che cosa sta parlando?" Lasciamo perdere il giudizio di merito sui "Bastards". Sono giovani, sono pop, sono carini, piacciono alle ragazzine. Immagino che questo sia quanto di meglio possa concedere questo genere di programma. Ma non mi farei troppe illusioni. Il meccanismo di X Factor pare sia questo, ampiamente pilotato dalle major. Altro che televoto.

Terza nota stonata. L'hanno detto e l'hanno fatto. LastFm è diventata a pagamento. Magari abbonarsi non ti manda in rovina, ma l'impossibilità di ascoltare la radio finisce per penalizzare proprio quegli artisti cosiddetti "emergenti" che si servivano di questo canale per promuovere la loro musica. Benissimo, possono tutti tentare di sedurre Mara Maionchi. Presentandosi al provino cantando roba medievale, come i Bastards.

(Io, intanto, sto naturalmente ascoltando Together Through LIfe di Bob Dylan. E questa non è una nota stonata)



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22/04/2009

Dylan, vecchio, adorabile marpione

(impressioni dopo il concerto del 18 aprile 2009 al Mandela Forum di Firenze)

Ah che barba, che noia, che barba, che noia! Gente, cerchiamo, se possibile, di scrollarci di dosso lo stereotipo del fan di Dylan deluso, incazzato, scontento o, al contrario, estatico, entusiasta, perennemente in crisi mistica davanti al Vate. Sai che risate si farebbe Dylan se solo potesse leggere le troppe parole sprecate per ogni sua singola performance, per ogni gesto o tic o smorfia che si lascia scappare quando è sul palco, per ogni vezzo della sua voce, per ogni occhiata che rivolge alla band o in direzione del pubblico. Se potesse …  probabilmente non vorrebbe. Dylan, maledetto arrogante.

A volte nelle canzoni si dicono certe cose anche se c’è solo una piccola probabilità che siano vere. A volte si dicono  cose che non hanno niente a che vedere con la verità di quello che si vuole dire, e altre volte ancora si dicono cose che tutti sanno essere vere. O magari si finisce per credere  che l’unica verità al mondo è che sul mondo non c’è nessuna verità. Qualunque cosa si dica, la si dice in modo meccanico. Non c’è mai tempo per pensare. Cucire, stirare, impacchettare e spedire; ecco quello che si fa”. (da Chronicles, volume I)

Questo è Dylan. Faremmo meglio a dargli retta. In ogni caso a Firenze ha cucito, stirato, impacchettato e spedito il suo show. In modo impeccabile. Mi è piaciuto? Diciamo pure che mi ha esaltato. Non mi sono fatta mancare niente: l’attesa in mezzo ai fedelissimi, la corsa all’apertura dei cancelli, l’ardua conquista del posto (quasi) in prima fila, le chiacchiere con chi, più fanatico di me, si era doverosamente fatto anche le date di Milano e Roma.  E poi è arrivato lui, con quel suo ghigno accennato, la mano che spesso correva al petto, spesso alla guancia, quel suo muoversi a scatti, i suoi passetti un po’ rigidi. Qualcuno ha parlato di cabaret, e lo ha fatto in modo velatamente dispregiativo, come dire “credevamo fosse rock and roll e guarda cosa ci tocca”. Beh, se anche era cabaret, era cabaret ben fatto. E secondo me, c’era anche parecchio rock and roll, perché, diavolo, non avrei mai pensato che Dylan, proprio lui, mi facesse venir voglia di ballare: ma è successo, grazie Bob, che almeno mi hai comunicato un po’ di sano buonumore.

Io non sono affatto un’ esperta di musica. Leggo le recensioni dei critici di professione e mi perdo. Leggo le recensioni degli appassionati e mi perdo lo stesso. Sono una che nella sua vita ha ascoltato tanto, ma senza metodo, senza approfondire, senza stare a cercare influenze, filiazioni, confronti, legami, rapporti e tutto il ciarpame che si porta dietro la supposta competenza. Certo che amo Dylan più di qualsiasi altro e gira che ti gira sempre lì torno: ma sono una povera letterata e quindi da questa falsa recensione non aspettatevi sottili disamine del timbro, dell’interpretazione, dello stile, dell’arrangiamento di ogni singolo pezzo.  Semplicemente posso dire che ho adorato il modo quasi giocoso in cui ha eseguito “Mr Tambourine Man”, che mi sono deliziata ascoltando “Man in the long black coat” alla chitarra, che ho avuto i brividi per tutto il tempo in cui abbiamo cantato insieme con lui “Like a rolling stone”, che mi ha colpito l’interpretazione di “The lonesome death of Hattie Carrol” (così astratta, remota, simile ad una favola nera, ad un mito senza tempo), che quando ha attaccato “Workingman’s blues #2” ho avuto la tentazione di salire sul palco e abbracciarlo,  che mi è piaciuta moltissima l’idea di chiudere il cerchio di “All along the watchtower” ripetendo in conclusione la prima strofa, che ho trovato cosa buona e giusta lo stravolgimento di “Blowin’ in the wind” , la canzone più abusata e forse più fraintesa di Dylan.

Ma non è solo questione di “Blowin’ in the wind” … Vogliamo dire che Dylan quando canta i suoi cavalli di battaglia è assolutamente ironico e, quel che più conta, autoironico? E’ uno strano circolo vizioso: Dylan che si rifiuta di trasformarsi nel monumento di se stesso, i fan che non glielo permettono, e lui che continua a prenderli in giro, a prendersi in giro, e che proprio per questo si rivela assolutamente geniale, un passo avanti a tutti, e suscita ancora e ancora e ancora le medesime reazioni … chi lo chiama traditore, chi semplicemente lo adora, chi si sente urtato, chi si taglierebbe le vene per l’idolo, chi non capisce, chi pensa di capire tutto.  Sono più di quarant’anni che va avanti questa storia, mi sa che Dylan ha smesso da un pezzo di farci caso.  Fa parte del copione, ognuno ha la sua parte e la recita come meglio crede.  La verità è che l’artista vero, in qualunque campo operi, non sta lì a chiedersi se e come accattivarsi il pubblico: se ha qualcosa da dire, la dice, senza tanti complimenti, se si sente di fare una cosa piuttosto di un’altra, la fa. La logica dell’audience appartiene alla pessima televisione italiana, quella di Amici e di X Factor, delle cover plastificate e del “pianobarismo” (rubo la definizione a Morgan, peraltro complice di certe operazioni) pretestuosamente innalzato al rango di profonda interpretazione, non certo a Dylan.

Dylan a Firenze era tranquillo, divertito, rilassato. Ha suonato con evidente piacere. Eravamo tanti, ma era come essere in pochi ad ascoltare un vecchio amico con la sua band in qualche locale fumoso.  Accanto a me c’era un ragazzino con una capigliatura (finta?) stile Caparezza, peraltro molto interessato all’influsso di Rimbaud su Bob; davanti, un giovanotto venticinquenne (classe 1984 l'anno in cui io ho visto Dylan la prima volta a Roma) che, dopo essersi imbattuto  in Dylan a Bologna, quando il nostro Jokerman si esibì davanti a Giovanni Paolo II, se ne è istantaneamente innamorato nel vederlo tendere sportivamente la mano al Papa;  e ancora una signora più o meno mia coetanea che mi ha raccontato, con le stelline nello sguardo, di Roma e Milano;  e poco prima, mentre ancora eravamo in fila, avevo origliato il resoconto estasiato di un tizio che il giorno prima era riuscito a seguire il concerto dal backstage. Beh, un concerto di Dylan è anche questo, il mescolarsi delle generazioni, il rendersi conto che, grazie a Dio, non è solo questione di attardati e attempati nostalgici,  ma che il vecchio Bob può dare ancora qualcosa anche ai nostri figli, ai nostri fratelli minori.  Per esempio lo scatto imprevisto che ci riporta a prima, a quando tutto è cominciato, al blues delle origini, che ci rammenta che se vogliamo davvero un nuovo inizio, dobbiamo volgere lo sguardo indietro nel tempo, a quando la musica aveva un’anima e un senso, e non si era ancora trasformata in un repertorio di suonerie per cellulari.
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|categoria: musica, personale, bob dylan




14/04/2009

Figurette

Mettete insieme l'articolo di Bernardo Valli pubblicato su Repubblica di oggi ("E Le Monde scopre che crticare l'Italia non si può",  vedi  anche qui, Il pdf integrale dell'articolo è qui), la piccata reazione della Farnesina, l'illuminante video di un'intervista a Berlusconi che ha fatto il giro del mondo ma che Rai e Mediaset hanno doverosamente censurato, il Giornale che fa il funerale a gente viva e vegeta, l'ultima lezione di giornalismo di Montanelli pubblicata sulla Stampa, e poi tirate le vostre conclusioni. A questo punto non so più se si tratti davvero di censura autoritaria e di bavaglio all'informazione o se possiamo parlare, molto più semplicemente (e tristemente),  di sconfortante cialtroneria e abituale servilismo (cortigiani, vil razza dannata).
Per completezza di informazione, ecco anche il link all'articolo di Philippe Ridet su "Le Monde" che ha ispirato Bernardo Valli.

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|categoria: politica, giornalismo, censura




12/04/2009

E meno male che a Maroni piace Springsteen.

Insomma, alla fine pare proprio che il concerto del 19 luglio del Boss si farà. Perchè Springsteen è per Maroni passione di vecchia data. Sentite che cosa dice il nostro Ministro: "Le canzoni di Bruce Springsteen sono state le prime che suonavo da giovane con la mia band. Ho visto il suo primo concerto a Milano, credo fosse l'82, la sua canzone The river è in assoluto una delle mie canzoni preferite. E conservo ancora i vinili. Quando ho letto la notizia sul giornale, che il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza poneva il problema della concomitanza del concerto con i Mondiali di nuoto, sono rimasto molto colpito. Non ero stato informato e ho deciso di chiamare il prefetto Pecoraro".

Ora, sia chiaro: ci compiacciamo del buon gusto musicale del MInistro, visto che condividiamo con lui l'amore per le musica di Springsteen. E siamo felici che si possa risolvere la faccenda, per tutti i fan del Boss che aspettano con ansia la sua data italiana (che noialtri ci perderemo per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, accidenti). Ma non possiamo sottrarci ad un pensiero malizioso: e se Maroni avesse ignorato, o addirittura odiato, l'opera del Boss? Se invece di Springsteen si fosse trattato di un altro, che ne so, degli Oasis, tanto per citare un gruppo che non ci piace più di tanto? Se il Ministro Maroni fosse stato appassionato esclusivamente di Mozart? Ecco, è questo modo un po' troppo personale di intendere le cose da parte degli esponenti delle nostre Istituzioni che ci  irrita un po' (come nel caso della Gelmini e di Gaber, per intenderci). Anzi, si potrebbe dire che ci preoccupa, solo un gocciolino, intendiamoci: avvertiamo, come dire, un certo qual sentore di demagogia a buon mercato. Ma può darsi che ci sbagliamo, eh.
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10/04/2009

Ma che gli ha fatto Bruce Springsteen agli Italiani?

Vi risulta che un concerto del Boss abbia mai causato problemi di ordine pubblico (a parte il risicato comitato di cittadini che ha montato una causa a Claudio Trotta della Barley Arts per lo sforamento dell'orario durante l'ultimo concerto dell'artista americano a San Siro)? Alla Prefettura di Roma sono convinti di sì, visto che la concomitanza con i mondiali di nuoto renderebbe ingestibile la situazione, pena una militarizzazione dei luoghi assolutamente improponibile data la natura dell'evento sportivo.  E dunque il concerto del prossimo 19 luglio a Roma sarebbe a rischio.

Insomma. 40.000 biglietti già venduti, prevendita iniziata a gennaio, location prenotata a dicembre e solo ora ci si accorge che negli stessi giorni ci saranno i mondiali di nuoto? Francamente l'intera faccenda, se non rischiasse di apparire patetica (ah, i soliti Italiani casinisti e disorganizzati!), fa quasi ridere: mi auguro che si trovi una soluzione, per evitare di rimarcare una volta di più il provincialismo desolante e meschino  che ci contraddistingue. Ma insomma, che ci ha fatto il Boss?

Come non sottoscrivere quello che
scrive oggi Gino Castaldo su Repubblica? "Ora la data è a rischio per motivi d'ordine pubblico. Peccato che le guerre siano altrove, che sono le partite di calcio a mettere spesso a dura prova l'ordine pubblico. Non i concerti, meno che mai quelli di Springsteen. Nel suo "rumore" c'è più consapevolezza civile e più amore di quanto le forze d'ordine e i rigidi comitati cittadini possano mai neanche lontanamente supporre."

Sarà mica per questo che lo si boicotta?
postato da floria1405 alle ore 19:06 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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|categoria: musica, bruce springsteen




10/04/2009

Leopardi, Sofri, la natura e il terremoto

Ha ragione Adriano Sofri nel bel pezzo pubblicato ieri su Repubblica quando scrive "per chi non abbia il conforto o l'illusione della religione, noi abbiamo Leopardi. Anche il sole di Foscolo, finché risplenderà sulle sciagure umane. Ma abbiamo soprattutto Leopardi. Abbiamo la luna". Può forse sembrare inutilmente dotto mettersi a citare Leopardi davanti a questa tragedia, davanti alle tante tragedie che la natura impone all'umanità, che l'umanità impone a se stessa. Ma se la scuola serve a qualcosa, dovrebbe forse servire a questo: offrirci un punto di vista diverso, più ampio, più alto, rispetto alla retorica scontata con la quale i media ci stanno bombardando in queste ore. Leopardi è un poeta straordinariamente polemico, pugnace, combattivo. E nella Ginestra, che Sofri cita, non parla solo di generica solidarietà fra gli uomini davanti alla tirannia della natura, "madre di parto e di voler matrigna": ma delle illusioni, degli inganni, delle mistificazioni con le quali ci autoassoviamo rispetto alle nostre responsabilità. Pregare, dopo, non basta, come non basta battersi il petto davanti a un Dio del quale non sappiamo misurare l'abisso (o l'indifferenza?). Che cosa è stato fatto prima?

Da tempo il dibattito etico nel nostro Paese e altrove si avvita ideologicamente sui temi della morale sessuale e del cosiddetto "rispetto della vita" (eutanasia, aborto, procreazione assistita, pillola del giorno dopo e similari), Temi importanti, per carità. Ma c'è da chiedersi, davanti all'immoralità diffusa di un Paese che vive troppo spesso di espedienti: i difensori della vita ad ogni costo, quelli che non si fermano nemmeno davanti alle porte delle camere da letto, quelli che negano persino la possibilità di un'etica laica (un'etica combattiva e disincantata, la stessa che propugna Leopardi), davanti ai piloni impastati con la sabbia di mare che si sono accartocciati come stuzzicadenti per un colpo di tosse appena più intenso di Madre Natura, non trovano proprio niente da dire, non hanno voglia di indignarsi anche per questa forma di disprezzo degli altri, di mancato rispetto per il valore dell'esistenza? Solo giustificazioni? Non potevamo prevedere, non potevamo sapere ... Troppo spesso ci si fa scudo con i cosiddetti  valori "assoluti, non negoziabili", ma si distoglie lo sguardo dalla semplice, banale cura dell'interesse collettivo, cura che dovrebbe essere l'interesse primario, quotidiano, senza tanta propaganda, della politica. Vale per la destra come per la sinistra, intendiamoci. Non si fa altro che chiacchierare di progresso, modernizzazione, adeguamento delle infrastrutture, e poi scopriamo (ma non lo sapevamo già prima?) che piccole e grandi furbizie ci condannano a vivere in un contesto urbano destinato a collassare alla prima, banale sollecitazione.

Leopardi non è solo il poeta dei garzoncelli e delle donzellette, non si limitava solo a contemplare sospirando la luna. Era uno che aveva le idee piuttosto chiare sulle caratteristiche dei nostro compatrioti:
"Gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri più vivaci e caldi di natura, come è quello degl’Italiani, diventano i più freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle loro forze. Così negl’individui, così è nelle nazioni. Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci".  Nascondere il cinismo dietro le lacrime di circostanza. E magari non esitare a fare i conti dell'auditel.

Le parole leopardiane che ho citato sono del 1824. L'Italia, come nazione, doveva ancora nascere. Siamo sicuri di aver scontato pienamente il nostro peccato originale?


(Io, della Ginestra, mi ero ricordata anche in occasione dello tsunami. Le riflessioni che posso fare oggi non sono molto diverse da quelle di allora)

postato da floria1405 alle ore 11:13 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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|categoria: cultura, politica, cronaca, giornalismo, bioetica, attualità, terremoto




07/04/2009

Fatui

Sono stata zitta, seguendo alla televisione e su Internet le notizie sul terremoto in Abruzzo. Non sono stata sola, lo so: tanti hanno avvertito il medesimo pudore. Ma intanto molti altri parlavano: giornalisti, politici, commentatori, esperti, blogger. E quindi al terremoto si è aggiunto, come da copione, il solito diluvio di parole più o meno insensate: la ricerca delle testimonianze, gli articoli strappalacrime, le promesse della ricostruzione, le polemiche trite e ritrite. E qui, in Rete: gli aggiornamenti in tempo reale su Twitter, la facile solidarietà su facebook, i gruppi demenziali, sempre su facebook (quelli che quando c'era il terremoto, dormivano, quelli che hanno sentito la scossa, mamma che paura), i thread su Spinoza.it sull'opportunità o meno di fare satira a partire dal terremoto, il facile sarcasmo sulla foto sbagliata nell'homepage del Corriere ... Francamente, a parte qualche lodevole eccezione, un mucchio di chiacchiere da parte di chi, è evidente, non aveva meglio da fare. Da ogni singolo post, un diluvio di commenti, citazioni, altri post, rimandi, link. Emotività? Voglia di esserci? Sincera partecipazione? Esibizionismo? Le persone sanno essere molto leggere, fatue, inconsistenti, anche quando sbandierano la più compita serietà. Siamo così: ci sono gli eroi, ci sono gli sciacalli, reali o metaforici, consapevoli o inconsapevoli. Per quanto realmente turbati, la nostra attitudine dominante rischia di essere quella dello spettatore destinato a commuoversi, a indignarsi, a brontolare a comando. Può essere che la bulimia dell'informazione, e il conseguente dilagare dei commenti, alla fine attutiscano proprio la nostra capacità di sentire davvero la sofferenza degli altri (che dire dei video di Repubblica preceduti dall'inserzione pubblicitaria? Quale cortocircuito cognitivo si attiva a partire dalla compresenza dei bambini morti sotto le macerie e della schiuma da barba di ultima generazione?).

Di tutte quello che ho sentito o letto, poco mi sembra degno di menzione. Una citazione da condividere, questa: Macerie, da Carmilla on line.

Aggiornamento: va letto anche questo, assolutamente in tema.
postato da floria1405 alle ore 20:45 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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|categoria: blog, comunicazione, giornalismo, attualità, terremoto, facebook




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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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