La cattiveria dell'italiano medio
Mi ero fermamente proposta di non scrivere niente sul caso di Eluana Englaro, perché sono nauseata dal can can assolutamente strumentale che si è sollevato intorno alla questione. Tuttavia ho seguito commenti, discussioni, interventi e, com'è normale, anch'io ho la mia opinione in merito: ma è un'opinione che non vale nulla davanti al dolore concreto di una famiglia intrappolata in una situazione tanto difficile e, immagino, tormentosa. Quindi non merita di essere espressa.
Ma c'è qualcosa che mi ha colpito, forse solo perché, nonostante tutto, sono un'inguaribile ingenua: la cattiveria di tanti, troppi piccoli uomini che non possono trattenersi dallo spalancare quella specie di fogna che hanno al posto della bocca e vomitare tutta la loro meschinità. Senza possibilità di catarsi. Non mi riferisco ai vip, che siano politici, cardinali o semplici opinionisti: quelli fanno il loro mestiere, che spesso è uno sporco mestiere. Di loro parlerò a fine post. Penso a tutti quelli che di fronte a una tastiera e a uno schermo non sentono la minima vergogna, non hanno alcun scrupolo: gente che accusa il padre di Eluana di avere magari inconfessabili interessi economici o ipotizza innominabili dietrologie; tutti quelli che hanno la verità in tasca e la brandiscono come un'arma impropria; i tanti che si sentono già santificati, che immaginano di avere un filo diretto con Dio e, se potessero, con quello impiccherebbero chi non la pensa come loro. Gente che non conosce misericordia o perdono e che evidentemente ignora il Vangelo, perché altrimenti ricorderebbe quelle frasette che una volta si insegnavano al catechismo, tipo "chi è senza peccato, scagli la prima pietra" o, ancora, "non giudicare se non vuoi essere giudicato". E anche chi, dall'altra parte, usa il pretesto di Eluana per dare libero sfogo al proprio anticlericalismo di bassa lega o all'antipatia che nutre, che ne so, per Ferrara o Berlusconi.
E' lecito pensare qualsiasi cosa, ci mancherebbe: che la sentenza sia giusta o sbagliata, che la vita sia sacra sempre e comunque, oppure che certe condizioni non siano vita, che in un'analoga situazione le nostre scelte sarebbero diverse o simili a quelle della famiglia di Eluana. Ma la violenza, per quanto solo verbale e spesso mascherata da un'untuosa e farisaica (ma questi, lo sapranno chi erano i farisei?) ipocrisia, ecco, non è sopportabile.
Tanto più che spesso si confondono i termini (chi di noi è esperto di "stato vegetativo permanente", di procedure di rianimazione, o davvero si è fermato a riflettere sulla differenza fra "eutanasia" e "accanimento terapeutico", oppure conosce la legislazione in vigore altrove su questi temi?) e non si riesce ad ammettere che la nostra ignoranza è pilotata, che siamo spinti a parlare di cose di cui sappiamo solo quello che altri vogliono che noi sappiamo, che davvero bisognerebbe avere il buon senso, tutti, di fare un passo indietro e riconoscere, molto semplicemente, che per nostra fortuna ignoriamo quello di cui ci picchiamo di discettare in modo così convinto e intollerante. Che la triste vicenda di Eluana meriterebbe, a questo punto, un po' di silenzio e di rispetto e che, casomai, bisognerebbe discutere seriamente e serenamente, senza pregiudiziali ideologiche, di un sistema di regole che garantisca i cittadini, rispettando nel contempo i loro personali convincimenti.
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Naturalmente per tutto questo c'è una ragione: qui in Italia abbiamo l'abitudine di trasformare ogni problema in scontro sui massimi sistemi, di assolutizzare, a parole, idee e convincimenti, laddove nella pratica siamo poi pronti a qualunque porcheria. E la nostra classe dirigente, che ne è perfettamente consapevole, ci gioca su, solletica i bassi umori, ci distrae con proclami e slogan sui sacrosanti principi e intanto cura con soddisfatto cinismo il proprio ingiustificato (perché dietro non c'è niente: né cultura, né senso di responsabilità, né vera coerenza morale) potere.
P.S. Per una volta mi trovo in assoluto accordo con quello che scrive sull'argomento Filippo Facci
Aggiornamento: via BlogBabel (lo vedete che serve!), ho scoperto questa storia e questa bella lettera. L'autrice, evidentemente, parla con piena cognizione di causa e con un tono ben diverso rispetto ai tanti che si sono sentiti in dovere di esprimere, e pure con una certa protervia, la loro (non richiesta) opinione.
Cito dalla lettera di Marina Garaventa (sottolineatura mia): Sicuramente qualcuno penserà che voglio farmi pubblicità e, in un certo senso, è vero: io voglio, per quanto posso, dar voce a tutti quelli che sono nella mia condizione e non sanno o non possono dire la loro.
Parliamoci chiaro: i malati come me, come Welby ed Eluana, sono già morti! Sono morti il giorno in cui il loro corpo ha «deciso» di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l'abbuono, il regalo di un prolungamento dell'esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una grande forza di volontà può sopportare. Nel momento in cui il gioco non vale più la candela il paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo Stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non può arrogarsi il diritto di decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi sta col culo su un bel salotto, ma che diventano assai stucchevoli quando si sta nel piscio. Eluana non può più decidere ma chi le è stato vicino, nella gioia e nella sofferenza, chi l'ha conosciuta e amata non può dunque decidere per lei, mentre possono farlo persone che, fino a ieri, non sapevano neppure che esistesse?
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Lorenza Boninu
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