Ho avuto un attimo di sbandamento. Nei giorni scorsi ho scritto molto di scuola, con accenti assai polemici sulla Gelmini, come tanti altri. E sì, la preoccupazione è d'obbligo. Ma oggi mi sono chiesta: "Di che cosa stiamo parlando, davvero? Di che cosa sto parlando?"
Perché, vedete, fra una settimana sarò in classe, quest'anno, fra l'altro, ho due quinte, e quindi avrò parecchio da fare: gli Esami di Stato, la programmazione, i compiti, le interrogazioni, le lezioni ... Le lezioni. già: la letteratura italiana, gli autori latini, e poi tutto quello che di solito succede in classe, le piccole grandi polemiche, le discussioni, le battute, qualcuno da rimproverare, altri da incoraggiare, ragazzi con i quali parlare, confrontarsi ... Come va, come avete passato l'estate, bene, ora dobbiamo lavorare, c'è poco da ridere, ci sono gli esami, il tempo stringe, ma come? un altro sciopero, l'autogestione, ci sono le valutazioni di metà quadrimestre, e poi quelle finali, consigli di classe, ricevimenti, collegi dei docenti, la sigaretta fumata furiosamente durante la ricreazione, quelli che ti vengono a cercare perché vogliono rimandare la verifica, " mica mi potrebbe interrogare martedì, invece di lunedì?", i giudizi da scrivere, le relazioni , gli ex alunni che passano a trovarti, ti raccontano quello che fanno, li vedi sempre più lontani e prima o poi non li vedi più, hanno altro da fare, e poi magari, siccome sei moderna e sempre connessa, te li ritrovi su Facebook, quanto tempo, santo Dio, ecco, c'è mia madre che era maestra, quando le ho fatto vedere il filmato realizzato da noi per l'orientamento, mi ha detto: " Che nostalgia, la scuola ... " Che nostalgia, la scuola, già.
Diamine, fra uno scherzo e una risata, sono già venticinque anni che insegno, è vero che ho cominciato presto, ma non ho fatto in tempo a uscire dal mio Liceo con la maturità in tasca che, quasi senza accorgermene, c'ero tornata, e dall'altra parte della barricata. Venticinque anni, cari miei, sono una vita, e invece di scrivere quel benedetto romanzo che mi avrebbe garantito rendita e successo, ho solo insegnato, perché, bisognerà che mi arrenda all'evidenza, non so fare altro, a parte straparlare su un blog e di cosa, poi? di scuola, accidenti, sempre di scuola.
Di ragazzi ne ho visti tanti, e i primi che ho visto, ora non sono più ragazzi da un bel pezzo. Io la capisco bene, mia madre ultraottantenne, che quando parla di scuola si commuove. Penso a quel tremito che, invariabilmente, sento dentro ogni volta che, in una nuova terza, apro la Divina Commedia e comincio: Nel mezzo del cammin di nostra vita ... E non si può spiegare, senza diventare, ahimé, un po' retorici. Ma c'entra con il fatto di non sapersi soli, e di avvertire, alle tue spalle, le voci di tutti gli altri che, prima di te, hanno aperto lo stesso libro e letto lo stesso verso.
Di tutto questo non c'è traccia: nelle dichiarazioni del Ministro, negli articoli di commento, nei nostri post allarmati. Non si è mai parlato così tanto di scuola come in questi giorni, ma la scuola, quella vera, quella che io, e tanti altri come me, viviamo ogni giorno, è sempre, comunque la grande assente: evocata, difesa, crocifissa ... però non c'è, e avverto un curioso senso di sdoppiamento, fra la me stessa che si addentra nei retroscena della politica scolastica e l'altra, quella che dal quindici settembre, ammesso che non finiamo inghiottiti in qualche meritato buco nero, entrerà ogni santa mattina in classe per chiacchierare, udite udite, di Foscolo o Lucrezio o Montale o qualche altro sfigato di questo genere, tutta gente che, insomma, mica fa tanto audience fuori dalle aule, e quindi ti capita di chiederti se quello che insegni abbia ancora senso, o valore. Ma sì, ce l'ha un senso, lo sai bene.
Anche se, qualche volta, è dura.