La tumultuosa diffusione dei blog, dei social network, di applicazioni tipo Twitter (sul quale sono molto meno assidua di un tempo) e Jaiku, senza contare YouTube, annessi e connessi, pone sicuramente qualche problema di responsabilità: a chi gestisce i servizi e, ovviamente, agli utenti.
Prima di tutto un paio di aneddoti più o meno personali.
Credo di aver ritrovato un remoto cugino (diciamo che condividiamo cognome e paese d'origine della famiglia) perché una sua conoscente turca mi ha "scoperta" su Google (le tracce della mia attività in Rete si sono moltiplicate nel corso degli anni) e gli ha chiesto quale mai fosse il nostro legame di parentela. Lui si è incuriosito e Facebook ha poi fatto il resto.
Seconda (poco edificante) storiella. Il solito studente incazzato dopo un compito andato male ha inveito sul suo blog (pubblico) contro la prof (in quel caso non si trattava della sottoscritta, ma non fa differenza, poteva tranquillamente capitare alla vostra Floria), riportando nome e cognome, qualifica, più una serie di epiteti assai poco lusinghieri. In prima battuta è stato smascherato da un' altra insegnante, la quale prima lo ha duramente rimproverato, facendogli presente che esiste il reato di ingiurie, e poi lo ha invitato non solo a cancellare seduta stante i post incriminati ma a scusarsi con l'interessata, che, peraltro, era comunque all'oscuro di tutto. Ma non per molto: un amico della prof, di tutt'altra città, cercando materiale tramite l'onnipresente Google, si è imbattuto nel post incriminato e l'ha avvertita. Lo sprovveduto studente si è bizzarramente giustificato in altro post, affermando che quando lui scrive "xzy (docente) è un tegame (che cosa voglia dire "tegame" nel nostro vernacolo cercate di immaginarlo da soli)" dopo un compito andato male, non intende veramente insinuare dei dubbi sulla moralità dell'insegnante, ma solo sfogarsi come normalmente, a voce, si sfogano tutti coloro che incorrono in disavventure scolastiche del genere. Di sicuro quel po' di latino che in qualche modo ha studiato dovrebbe suggerirgli che "verba volant, scripta manent" ... e Internet, appunto, non è il salotto di casa ma un luogo pubblico, pubblicamente frequentato, dove niente rimane impunito. Per sua fortuna, la docente in questione l'ha presa sportivamente: una risata e via. Ma poteva andare peggio, ammettiamolo.
Mi pare che in molti ragazzi (non solo nei ragazzi, a dire il vero) si verifichi una singolare dissociazione cognitiva. Non è solo questione di esibizionismo o dell'aspirazione ad un perverso protagonismo, come talvolta i media interpretano certe sciagurate performance su YouTube. Credo piuttosto che molti, mentre se ne stanno nella propria camera o nello studio a digitare i propri personali deliri, non riescano a sovrapporre all'ambiente privato nel quale fisicamente di trovano l'idea che le parole gettate nell'universo virtuale della Rete abbiano potenzialmente un pubblico infinito. Hanno i loro contatti su MSN, Badoo, Facebook e immaginano che le loro stupidaggini, piccole o grandi che siano, restino circoscritte nella cerchia di pochi (o molti) amici sicuri. Cosa che in genere accade, ma le vie della Rete sono infinite e, tanto per dire, può essere che professori e genitori siano meno sprovveduti di quanto gli adolescenti (e non solo loro) solitamente immaginano. Insomma, molti non hanno assolutamente consapevolezza della "responsabilità comunicativa" implicata dal frequentare e abitare la Rete.
Quello che sto dicendo per alcuni avrà il sapore del già visto e sentito, ma l'ingenuità (che talvolta confina con la pura idiozia: pensate agli studenti - ed è prassi comune, dal Liceo all'Università - che scaricano lo stesso tema o la medesima relazione, immagino illudendosi che i loro docenti siano dei completi sprovveduti) è molta e forse può essere utile ricordare che la Rete è un' agorà (piazza) molto particolare e le differenze rispetto a un luogo non mediato sono parecchie.
Rubo le parole ad Antonio Sofi (sperando di non tradire il senso della sua relazione) che ha appunto trattato questo argomento proprio qui a Piombino un po' di tempo fa. Le tracce che il nostro passaggio in Internet lascia sono caratterizzate da: persistenza (pensate che basti un click per guadagnare nuovamente l'invisibilità? poveri illusi); ricercabilità (se qualcuno vi vuole trovare davvero, prima o poi ci riesce), replicabilità (frammenti di identità dispersi ovunque e non sempre secondo le vostre intenzioni) e infine dalla presenza, impalpabile ma estremamente concreta, di un pubblico invisibile che, via piaccia o no, si farà i fatti vostri anche in modo assolutamente imprevisto e imprevedibile.
Ammettiamo pure che il rapporto fra vita pubblica - vita privata sia ormai irrimediabilmente modificato dalle nuove tecnologie. Può essere bene, può essere male, soprattutto se questa alterazione non è vissuta con la necessaria cautela. "Fuga da Facebook" titolava Repubblica qualche giorno fa. Vale la pena di citare qualche significativo passaggio: E la casistica di vittime di Facebook si allunga, facendosi sempre più variegata. C'è la compagnia di assicurazioni statunitense che, per negare un risarcimento di spese mediche al cliente, porterà in tribunale delle confessioni online che dimostrerebbero la causa emotiva e non organica dei suoi disordini alimentari.
C'è il procuratore texano che, per provare la colpa di un guidatore che ha ucciso un uomo in un incidente d'auto, allegherà le pagine in cui dichiara "non sono un alcolista: sono un iper-alcolista". E non è necessario dire o fare cose di rilevanza penale per passare dei guai. Come sanno bene i 27 dipendenti dell'Automobile Club della Southern California licenziati per messaggi offensivi nei confronti di colleghi. Regolarmente scambiati - e letti - attraverso il sito. Stando a un sondaggio recente di Viadeo, un altro social network, il 62% dei datori di lavoro britannici darebbero ormai un'occhiata alle pagine di Facebook e simili prima dei colloqui. E un quarto dei candidati sarebbe stato respinto di conseguenza. Per Michael Fertik, presidente di ReputationDefender, la quota di bocciati per incontinenze internettiane negli Stati Uniti è addirittura del 43%. La sua società, a pagamento beninteso, setaccia la rete alla ricerca di potenziali fonti di imbarazzo.
La vostra ombra vi insegue ovunque. Voi credete di essere liquidi e proteici come il cattivo di Terminator 2: macché. Non si sfugge. La Rete impiglia l'identità, la cattura e la risputa, magari un po' ammaccata ma disgraziatamente identica a se stessa, pari pari nella vita cosiddetta reale. Pensateci.
Contaminazioni
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Lorenza Boninu
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