Tutta colpa di Brian May o del fatto che non ho più l'età per certi strapazzi?
Siamo arrivati intorno alle 15.00 davanti ai cancelli del Palalottomatica. Ho tentato di sostenere insieme alla prole l'improba impresa di rimanere in fila, stile sardine in scatola, per conquistare l'ambito posto sotto il palco, ma ho presto desistito. Abbandonando i figli al loro destino di fan duri e puri senza se e senza ma, prima di una crisi ipoglicemica che mi sarebbe stata fatale, mi sono defilata e ho trascorso le restanti tre ore bighellonando qua e là attorno al Palalottomatica. Fauna interessante, a cominciare dai venditori di perizoma con foto dei Queen stampata in posizione strategica: uno ha cercato di vendere il bizzarro oggetto al consorte, asserendo che quella era una chicca da veri fan. Il marito che, sia detto per inciso, non è un fan dei Queen, l'ha guardato con aria scettica: "Ma che, ti sembro tipo da perizoma, io?" Risposta. " A me sì. Perché, no? Strano". Un panzone, in bermuda e maglietta decorata da un inquietante Roger Taylor che gli ballonzolava sull'adipe, mi si è piantato davanti cantando The Miracle. Non ho ben capito se voleva vendermi un biglietto o acquistare il mio, comunque non ho commentato la performance. Nei dintorni ho incrociato anche un paio di tizi travestiti da Marylin Manson, il fratello brutto di Freddie Mercury (uguali persino i baffi), e diversi genitori in apprensione che cercavano furtivamente di mimetizzarsi fra le bancarelle abusive.
Alle sette si spalancano i cancelli. Ci infiliamo nella ressa e riusciamo a conquistare un posticino sulla sinistra del palco, praticamente a un paio di metri di distanza da gente che era in fervida attesa sin dalla mattina. Naturalmente le persone della nostra età erano quasi tutti comodamente seduti nei vari anelli che lentamente si stavano riempiendo. Noi no: due ore di ulteriore attesa in piedi nel parterre, stretti in un francobollo di spazio, tenacemente attaccati alla nostra privilegiata postazione, circondati da ragazzini che avevano in pratica un terzo dei nostri anni. La prole, irrimediabilmente persa nel mucchio. Io, digiuna o quasi, dal momento che i panini, a suo tempo, erano stati generosamente ceduti ai figli.
E finalmente comincia il concerto. Un delirio, un'apoteosi. I Queen, anche senza Freddie Mercury, non sono una band: sono un culto. E lì si celebrava il loro rito. Non si sono risparmiati ma, come sempre, il vero spettacolo è stato il pubblico. Un vero karaoke collettivo, come già aveva immaginato il blog di Panorama.. Da brividi Love of my life, dedicata a Freddie Mercury, e cantata non dal solo Brian May ma da tutto un palazzetto a un passo dalle lacrime. La vostra Floria partecipava commossa, accompagnado il proprio stonatissimo canto con i dovuti ululati ogni volta che lo stagionato Brian (per il quale, lo confesso, ho un certo debole) arrivava proprio davanti a noi, schitarrando come da copione. Nessuno lo racconti alle mie colleghe, per favore, specialmente a quelle più compassate.
Ma, ahimé, per la sottoscritta era in agguato un nemico insidioso: la pressione bassa (ricordate che il mio stomaco era desolatamente vuoto). E durante l'assolo alla chitarra di Brian May, mentre gli accordi mi trapanavano il cervello, ho sentito lo svenimento arrivare, inesorabile. Diciamo che ho una certa esperienza di collassi: l'ultima volta che sono finita al Pronto Soccorso, qualche anno fa, il medico mi esortò a non tentare inutili eroismi quando mi si fosse abbuiata la vista e mi fossi coperta di sudori freddi. Esattamente quello che stava accadendo: sai che bello (e che figura di ...) se fossi stramazzata a tre metri dal palco in mezzo ai ragazzini deliranti del parterre? C'era una sola cosa da fare: accovacciarsi per terra e aspettare che la crisi passasse, ammesso che passasse. E così ho fatto, ritrovandomi con un nervo per capello ad ascoltare fra una selva di piedi saltellanti quel che rimaneva del concerto . Tentavo via via sporadiche risalite alla luce, per esempio al momento di Radio Gaga o di Bohemian Rapsody: macché, come mi rialzavo, tachicardia, sudorini, gambe molli e velo nero sugli occhi. E giù, ancora una volta, seduta per terra a contemplare le scarpe altrui.
Se Dio vuole, nella breve pausa prima delle ultime canzoni, sono riuscita ad alzarmi e a fuggire. Bisognava che la musica tacesse quel tanto che mi avrebbe permesso di raggiungere l'uscita, perché la batteria di Taylor e la chitarra di May avevano indiscutibilmente un effetto perverso sul mio malessere. Ce l'ho fatta: caffè e un paio di bustine di zucchero mi hanno rimesso in sesto, almeno quel tanto che mi ha permesso di rientrare e di cantare, mani per aria, We will rock you e, ovviamente, We are trhe champion. Accanto a me un tizio che al cellulare urlava "La senti? La senti?" immagino a qualche sventurato che non aveva potuto partecipare.
Era finita. God Save the Queen, lancio d'ordinanaza fra il pubblico delle bacchette di Roger e della moneta-plettro di Brian. Ritroviamo i figli, praticamente senza più voce, ma estasiati dalla catartica esperienza. Ancora una sosta per acquistare magliette e fasce, e poi, lemmi lemmi, ci avviamo alla metro. Per mio marito, che ci ha seguito nell'avventura giusto in nome del suo grande affetto per figli e moglie, visto che lui non è un adepto, la fine di incubo. Dichiaratamente. Per noialtri, a parte il mio rammarico per essermi persa, fra un giramento di testa e l'altro, un bel pezzo di concerto, la gioia di poter dire "C'eravamo anche noi" e un pizzico di nostalgia. Per me un dubbio: sarò mica un po' patetica? Mi consolo pensando alle date di nascita degli inossidabili Queen: Brian May, 1947; Roger Taylor, 1949; e Paul Rodgers, il "nuovo" acquisto, già a Woodstock quando io avevo intorno agli otto anni, anche lui del 1949. Ma questa semplice constatazione aprirebbe la strada a chissà quali elucubrazioni sulla musica e il suo destino odierno. Per il momento, godiamoci lo spettacolo.
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?