I giovani riscoprono la protesta, la protesta riscopre i giovani. Qualche giorno fa, durante l'incontro con Fabio Mussi, incontro organizzato dalla locale sezione di Sinistra Democratica, un mio collega (cinquantaduenne e ovviamente molto schierato) si è alzato per elogiare i ragazzi dell'Onda e, come da copione, per deprecare le nostre responsabilità di "adulti": il nostro egoismo e la nostra indifferenza avrebbero costruito un brutto mondo, incerto, violento e precario, avrebbero ammazzato la speranza, soffocato le alternative, mutilato il futuro dei ragazzi.
Oddio. Io sono nata nel 1961. Magari fossi venuta al mondo negli Stati Uniti la storia sarebbe stata diversa. Qui ... nel 1968 ero evidentemente troppo piccola, nel 1977 troppo confusa, negli anni Ottanta ho costruito la mia vita (laurea, lavoro, matrimonio, maternità) in linea di massima facendo assegnamento solo sulle mie forze ed assumendo per intero la responsabilità delle mie scelte, giuste o sbagliate che fossero; da allora in poi ho semplicemente (semplicemente?) lavorato. Non ho beni al sole, non ho privilegi, non ho protezioni di alcun genere, non sono mai stata raccomandata. Non ho nemmeno la casa di proprietà, pensate un po'. E dunque, grazie a Dio, non ho mutui da pagare né debiti di altro genere.
Mah, che cosa dovrei rimproverarmi? Di non aver fatto la rivoluzione? Quelli, un po' più grandi di me, che ci hanno provato, che fine hanno fatto? Ionesco esclamò, rivolto ai manifestanti del maggio parigino: "Morirete tutti notai!" Io, che il Sessantotto non l'ho fatto, morirò professoressa di lettere: ci sono fini peggiori, dopotutto.
I ragazzi gridano: "Non pagheremo la vostra crisi". Beh, e io non voglio assumermene la responsabilità, se permettete. Se non altro perché ho sempre fatto resistenza. Con le umili armi del lavoro, della coerenza morale, dello studio, dell'impegno quotidiano nelle piccole cose, quei minimi ingranaggi che comunque devono funzionare se non si vuole che l'intero meccanismo si inceppi. Mica sono sola. Ho il sospetto (ditemi voi quanto fondato) che la mia sia la generazione degli sfigati: nessun eroismo e, casomai, la difficoltà di scalzare quelli che, di poco o di tanto più vecchi di noi, hanno occupato per tempo tutti i posti disponibili e, almeno per ora, non sembrano intenzionati ad andare in pensione. Noialtri abbiamo fatto del nostro meglio, con quello che avevamo a disposizione, ammaestrati dai fallimenti dei nostri fratelli maggiori, senza grandi fedi: vedevamo bene quale fine avessero fatto le ubriacature ideologiche che avevano alimentato i grandi ideali del passato recente e, d'altra parte, la gerontocrazia al potere non si è mai veramente smossa (prima repubblica? seconda repubblica? ma per favore!). Siamo la patria del Gattopardo (e del "Divo" Andreotti), o no?
Date queste premesse, mi sentirei di raccomandare a questi ragazzi una certa cautela: non tanto nei confronti di chi li critica o li attacca con motivazioni più o meno pretestuose (qualcuno, per favore, informi la Gelmini che il 6 o il 18 politici sono storia), quanto verso coloro che li blandiscono o li esaltano senza nascondere una nostalgia più o meno velata, ma sempre piuttosto parolaia, rivolta a stagioni irrimediabilmente trascorse e non più ripetibili. Le piazze fanno presto a svuotarsi: prima o poi tutti tornano a farsi i fatti propri. E dopo?

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Lorenza Boninu