I think I'm going back
to the things I learnt so well
in my youth
Mentre sto scrivendo questo post sto ascoltando Mother Love, l'ultima struggente canzone incisa da Freddie Mercury prima di morire. Nel cd che i miei figli hanno masterizzato perchè mi accompagnasse in auto nel quotidiano tragitto casa - scuola - supermercato - casa e potessi nel frattempo migliorare la mia conoscenza del loro gruppo preferito, per uno strano scherzo del masterizzatore Mother Love segue immediatamente la muscolare, intensa, superomistica I want it all (comunque scritta da Brian May). Lo ammetto, quando i Queen costruivano la loro leggenda ed io ero di parecchio più giovane, i miei gusti musicali battevano decisamente altri lidi. Ma qualche giorno fa, riflettendo su questo particolare e casuale accostamento, mi è parso di comprendere almeno un poco le ragioni per cui questa band esercita ancora un fascino così intenso non solo sui fan per così dire "storici" ma anche su ragazzini che allora non erano nemmeno nati. Voglio tutto e lo voglio ora, cantava Freddie con tutto il fiato che aveva ( e ne aveva tanto), ma solo pochi anni dopo quel grido si era trasformato in preghiera: I long for peace before I die.
C'è molto romanticismo in questa parabola, niente di sentimentale, intendiamoci, anche se i Queen talvolta possono essere molto sentimentali: ma ci ritrovo, forse per deformazione professionale, il mito intramontabile dell'eroe spezzato dalla vita, di chi ha conosciuto e voluto tutto ma alla fine si ritrova con un pugno di mosche, del titano ripiegato sulla propria disperazione, perché alla fine il destino lo ha ingannato e tradito proprio quando credeva di poter andare oltre il limite: la giovinezza e la forza in contrasto tragico con la fragilità e la malattia. Ed è un mito che ai ragazzi non può non piacere, in quella fase particolare della vita in cui si vuole tutto ma allo stesso tempo si ha paura, anzi il terrore confuso, che la realtà inevitabilmente calpesti i sogni. Oggi più di ieri.
E' vero che molto rock sin dall'inizio si è compiaciuto di un maledettismo più o meno di maniera, esibito sul palco fino all'esasperazione perché il pubblico potesse vivere la sua ansia di trasgressione, per così dire, per interposta persona. Ma mi fa pensare il fatto che Freddie Mercury, comunque, ha nascosto la sua condizione fino alla vigilia della morte: non l'aveva cercata, non intenzionalmente almeno, non è che si è sparato in bocca un proiettile come Kurt Cobain o in vena un'overdose fatale come altri. C'era un lavoro da fare, era l'unico lavoro che lui sapesse e potesse fare, e lo ha fatto bene fino alla fine, per rispetto e amore dei suo pubblico (e quanti cosiddetti "artisti", al contrario, si compiacciono di disprezzare apertamente il loro pubblico pagante), anche se era perfettamente consapevole, man mano che le forze venivano a mancare, che la fine si avvicinava: Mother Love sta lì a raccontarci questa serietà, così particolare nel contesto di una musica che ci si ostina a definire leggera. E, se permettete, questo è un grande insegnamento: umano, prima di tutto.
Oggi gli idoli musicali vengono fabbricati nei reality. Ora, è vero che la musica di plastica esiste da sempre e in fondo non manca di un suo fascino (basta fare un giro su YouTube alla ricerca dei tanti video tamarri degli anni Ottanta di band e solisti che sono durati, se gli è andata bene, lo spazio di una stagione ... o di una canzone), ma a volte si ha l'impressione che il marketing televisivo abbia completamente soffocato l'idea che per fare bene musica, sia pure musica POPolare, siano necessari talento, tanta passione e, at last but not at least, una buona dose di professionismo. Viceversa il nostro mondo, in ogni campo e tanto più in quello apparentemente superficiale dell'intrattenimento in ogni forma, tende a privilegiare il dilettantismo e l'improvvisazione. Anzi, addirittura a proporli come modelli. si veda, ad esempio, la mai sufficientemente deprecata pseudo - scuola di "Amici" che riesce in un colpo solo a fare una pessima parodia della scuola, quella vera, e del mondo dello spettacolo.
Ma a questo punto il discorso ci porterebbe lontano, troppo lontano dai Queen e da Freddie Mercury.
Voglio concludere riportando questo video (sicuramente noto a chi ama i Queen, ma forse non ad altri) che documenta la registrazione in studio di "One vision". Quattro ragazzi che ridono, si divertono, si prendono in giro ma, al tempo stesso, curano con estrema attenzione i dettagli. E poi le chiamano "canzonette".

Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu