(a proposito di scuola che ascolta e vorrebbe essere ascoltata: prima di sottoporre all'attenzione dei lettori la dichiarazione che segue, segnalo un piccolo, istruttivo aneddoto - che mi ha visto - involontariamente - tra i protagonisti, insieme a Libertà e Giustizia della Val di Cornia, all'on. Giovanni Bachelet, a Maurizio Falsone. Lo racconto qui, su piombino.blogolandia.it )
Dichiarazione del Comitato "In ... Movimento", composto da insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado di Piombino (Livorno)
La scuola è un argomento delicato e complicato, tanto più in un momento come quello odierno in cui è investita da venti di tempestoso cambiamento che coinvolgono tutti, docenti, genitori, studenti. In queste settimane abbiamo partecipato a diversi incontri, ci siamo confrontate, abbiamo discusso, abbiamo letto, ci siamo documentate. Gli argomenti degni di menzione sono molti, forse troppi. Le contraddizioni innumerevoli. Gli animi sono accesi. La polemica è dirompente. Da un certo punto di vista, pensiamo che l’agitazione odierna sia un bene. Finalmente si parla di educazione, di formazione, di ricerca. Si parla di futuro. Si cercano soluzioni. Si propongono interventi. Dopo anni di silenzio, di disinteresse, di riforme solo abbozzate e mai veramente condivise, la gente che vive e lavora ad ogni titolo nel mondo della formazione finalmente ha fatto sentire la sua voce al di là degli schieramenti politici e sindacali, cercando per quanto possibile di non farsi contagiare dai pregiudizi ideologici.
Perché un fatto è incontrovertibile: spesso, troppo spesso, i mutamenti che pure ci sono stati, sono passati sopra la testa di tutti coloro che nelle aule degli istituti di ogni ordine e grado, dalla materna all’università, si trovano quotidianamente in trincea, a combattere con strumenti non di rado insufficienti contro le tante inefficienze che, è inutile nasconderlo, affliggono il sistema dell’istruzione. Sprechi, cattiva organizzazione, eccessiva burocrazia, scarse risorse, resistenza al cambiamento, disconoscimento del merito, perdita di autorevolezza: sono tutti mali che ben conosciamo e nessuno, fra tutti coloro che oggi si sono ritrovati, per così dire, sulle barricate della protesta, nonostante quello che una certa propaganda, spesso acriticamente sponsorizzata dai mezzi di informazione, vuole far credere, si schiera in difesa dello status quo.
E allora che cosa chiediamo?
Chiediamo, molto banalmente, che non si getti via il bambino con l’acqua sporca.
Chiediamo che la scuola pubblica non venga smantellata per mere esigenze di cassa.
Chiediamo che il lavoro dei tanti insegnanti che comunque in questi anni si sono dati da fare per compiere con dignità e onestà intellettuale il loro mestiere non venga vanificato o ridicolizzato. Chiediamo che i giovani meritevoli possano contare su un futuro degno e non siano costretti ad emigrare per trovare riconoscimento.
Chiediamo che a tutti vengano garantite pari possibilità di accesso alla formazione, indipendentemente dal censo, nell’ottica di una autentica strategia di promozione sociale. Chiediamo che la cultura sia considerata non un costo ma un indispensabile investimento per il futuro.
Chiediamo un progetto di riforma condiviso e non più, come è accaduto troppe volte in passato, come purtroppo sta accadendo anche oggi, imposizioni rozze, tagli selvaggi, soluzioni provvisorie, palliativi destinati a lasciare il tempo che trovano.
Chiediamo che si parli, finalmente, di didattica, di contenuti, di qualità dell’educazione.
La politica ci deve una risposta e una risposta che sia al tempo stesso trasparente e coerente. Una risposa concreta, si badi bene, non annunci o slogan destinati poi ad essere smentiti dai fatti. La scuola non è un’azienda. La scuola non può essere liquidata da un paio di articoli della Finanziaria. La scuola non è terreno di coltura per la pianta avvelenata della demagogia a buon mercato. La scuola è il futuro e una scuola di qualità è la migliore risposta a lungo termine alla crisi che investe il nostro Paese: una crisi che non è solo economica, ma di credibilità, di valori, di speranza.
Noi siamo insegnanti, abbiamo scelto la nostra professione per vocazione e non certo per ripiego, e crediamo con forza in quello che facciamo. Il nostro lavoro, il nostro impegno nell’aggiornamento, la nostra fatica nel costruire quella trama fitta di relazioni umane ed educative che si tesse ogni giorno nelle aule scolastiche, non meritano certo di essere ridotti a ridicoli cliché. L’educazione dei bambini e dei giovani non può essere condotta con le armi di un autoritarismo ottuso, fuori dal tempo, forte solo dei rassicuranti santini del “grembiulino” e del “voto in condotta”. Noi intendiamo la scuola pubblica, almeno fin quando rimarrà tale, come palestra di civile e motivato scambio di idee, luogo di educazione alla democrazia (non certo confinata nella risibile “ora di Costituzione” ma praticata costantemente nella complessità delle relazioni educative) e quindi sede di “educazione politica” nel senso più alto e nobile del termine (ovviamente non di faziosità o di vieta propaganda).
Oggi, da parte di esponenti della maggioranza attualmente al Governo, a mo’di rimprovero nei confronti della protesta si sente spesso ripetere il ritornello: “Nella scuola non si deve fare politica!” Ma noi non comprendiamo in che modo la scuola, proprio la scuola, dovrebbe rimanere silenziosa e impotente, in una sorta di limbo o arcadia (assai poco serena per la verità), mentre altrove, nelle misteriose sale del Palazzo, si prendono decisioni che la colpiscono direttamente al cuore. La scuola non vuole più tacere. La scuola vuole ascoltare e vuole essere ascoltata.

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Lorenza Boninu