Ricevo da Marco Menin via Facebook un significativo messaggio, che mi pare giusto condividere qui. Ho letto molto e molto ho ascoltato in questi giorni a riguardo della drammatica situazione di Gaza. Come al solito, molta ideologia. Come al solito, come capita spesso in Italia (e
segnalo a questo proposito le considerazioni di Lia e i commenti al suo post), la strumentalizzazione, la disinformazione, la superficialità sono in agguato.
Invito chi passa di qui a visitare il sito dell'iniziativa "
Fiori di Pace" e a leggere
i messaggi che i ragazzi israeliiani e palestinesi si sono scambiati a proposito di Gaza.
Questo è il messaggio di Marco.
"Oggi ho partecipato ad una manifestazione contraddittoria e, per me, sofferta, per la pace in Palestina. Al di là della ovvia banalità, per cui tutti vorremmo la pace, il problema è quello di capire quali obiettivi concretamente porsi e proporre.
A parte l'emotività, che certo gioca brutti scherzi ma non possiamo farne a meno, non vedo futuro nelle posizioni partigiane, di chi dice "noi siamo i buoni, perciò abbiamo sempre ragione, andiamo dritti verso la gloria!".
Dico una cosa LAPALISSIANA ma che talvolta molti dimenticano: la pace la si deve fare col nostro nemico, mica con il nostro fratello.
a Verona la manifestazione è stata ordinata e tranquillissima, ma gli slogan erano unilaterali. Io non sono parte in causa diretta, non ho morti da piangere, e posso concedermi il lusso di ragionare sulla prospettiva: che fare per aiutare la pace?
certo credo non serva a nulla dire "colpa tua, colpa sua..."
E così abbiamo distribuito 500 copie di questo volantino, prima di tutto a coloro che partecipavano alla manifestazione; poi l'ho letto dal palco, e molti (anche se non tutti) hanno anche battuto le mani, forse per educazione... avevano applaudito anche agli interventi più accesi di condanna di Israele (solo di Israele...)
Ma è stata una grande fatica.
Mi auguro sia servito almeno ad aiutare qualcuno a ragionare che fra israeliani e palestinesi l'unica vai possibile è quella del dialogo e della riconciliazione...
Incollo di seguito il testo del volantino, sul cui frontespizio era disegnata una provocatoria colomba con la stella di Davide su un'ala e la bandiera palestinese sull'altra".
Il volantino di Fiori di Pace
Da anni lavoriamo per un grande sogno, che in questi momenti drammatici rischia di apparire come un’illusione velleitaria: offrire a ragazzi israeliani e palestinesi l’opportunità di un incontro impossibile nella loro terra e di avviare un dialogo fra loro, attraverso il progetto Fiori di Pace.
Oggi crediamo opportuno tacere per un momento e lasciare la parola a Samer, studente palestinese di Jenin, oggi diciottenne, accolto a Verona negli anni scorsi in iniziative di dialogo: crediamo che fra tante parole nate dalla rabbia e dalla disperazione di questi giorni, sia giusto porci in ascolto di testimoni diretti.
Samer ci ha raccontato la sua angoscia, che deriva non solo dall’assistere impotente al massacro di tanti suoi compatrioti, ma anche da un risvolto personale. Alcuni giorni fa ci ha scritto, infatti “oggi sono stato fortemente turbato: mentre guardavo la televisione, ho visto uno dei miei amici israeliani, che aveva partecipato con me al campo per la pace organizzato in Austria nel 2006 fra ragazzi israeliani e palestinesi… il mio amico è ora un soldato nell’esercito israeliano, e mi ha scioccato quando l’ho visto con altri due soldati su un carro armato mentre lanciava razzi verso Gaza. Non posso credere che uno dei miei amici sia diventato un criminale... Egli non era così... Mi sento come se qualcuno mi avesse pugnalato alla schiena... Come può un amico che ha creduto nella pace diventare oggi un criminale ed essere coinvolto in un massacro, un crimine in cui centinaia di bambini e civili sono stati uccisi?”
L’angoscia che vive, però, non ha impedito a Samer di riflettere su quanto sta accadendo e su tante reazioni dall’una e dall’altra parte, a partire da quelle fra gli stessi ragazzi israeliani e palestinesi che hanno partecipato alle iniziative di incontro e dialogo. “Tutti noi, un tempo, abbiamo pronunciato parole di pace… ma cosa sta accadendo oggi? Vedo che da una parte e dall’altra stiamo seguendo quelli che hanno la mentalità che i problemi possano essere risolti con la violenza, uccidendo e distruggendo. Vedo che gli israeliani tentano di giustificare la guerra brutale e sproporzionata ed i crimini contro l’umanità che il loro esercito commette a Gaza. E, nello stesso tempo, i palestinesi cercano di giustificare con il trattamento che gli israeliani riservano al loro popolo gli atti di Hamas ed il lancio di razzi contro Israele, che sono anch’essi atti di violenza.
Sappiamo bene che queste azioni sono sbagliate e vanno contro i diritti umani: perché stiamo tentando di giustificarle? Perché, quando siamo consapevoli che la violenza non ci porterà la pace? Perché oggi parliamo come fossimo un leader di Hamas o un portavoce dell’esercito Israeliano? Perché è il loro linguaggio ad essere usato da noi, quando siamo d’accordo che questa gente non risolverà i nostri drammi?
Vi prego: smettetela di difendere quelli che credono nella violenza e agiscono di conseguenza, smettetela di dare alle loro azioni un look accettabile, perché non è così. Noi abbiamo un modo diverso di pensare: non dovremmo lasciarci guidare dalla loro propaganda.
Adesso, come persone che credono nella pace in entrambi gli schieramenti impegniamoci a pensare ad un modo migliore per reagire alle sofferenze cui sono costretti i nostri popoli. Cosa possiamo fare come attivisti per la pace in entrambe le parti per fermare questo massacro, questa guerra vendicativa e che genera solo odio? In questo dobbiamo investire le nostre energie, per trovare strade nuove. Dovremmo iniziare a parlare di cosa noi – la gente che crede nella pace – possiamo fare per arrestare questa assurda violenza. È ora, per tutti noi, di riconoscere che le persone che agiscono con la violenza, non importa a quale parte appartengano, stanno sbagliando, e da qui partire per elaborare un progetto di cosa noi possiamo fare”.
E in questa direzione un suggerimento viene da Itai, ragazzo israeliano anch’egli coinvolto nel progetto Fiori di Pace. Anche in una situazione di conflitto, secondo Itai, ogni persona può fare una scelta diversa: “la “regola” per questa scelta è che almeno una persona dall’altra parte ti stia ascoltando. Questa scelta è ascoltare e rispettare questa “persona dall’altra parte” per un grande obiettivo: comprendersi. Cercare di capire perché è così arrabbiato o perché è così triste, prudente o felice. Comprendere è qualcosa di grande e piccolo, e non è così facile, perché nessuno che viva “dall’altra parte” può davvero comprendere cosa significhi attendere ore e ore ai checkpoint o convivere con la paura dei soldati, oppure quali siano i sentimenti di una madre che lascia i suoi figli andare alle armi, o un uomo che piange mentre suona l’allarme missilistico…
Questi sono gli identici codici dei sentimenti umani. Ed io credo che questa comprensione sia necessaria per riprendere a camminare, passo dopo passo, lentamente ma con cura, verso giorni migliori per tutti e noi non saremo capaci di muoverci in avanti senza di essa. È qualcosa che noi insieme possiamo sentire con lentezza, un po’ per volta.”
OGGI LA PRIORITÀ ASSOLUTA È CHE TACCIANO LE ARMI E SI FERMINO I MASSACRI.
Ma crediamo che queste parole forti e decise debbano essere uno sprone a cercare anche noi le strategie per realizzare un reale processo di pace fra due popoli che meritano ben altro che una guerra che si trascina ormai da 60 anni.