Che il cosiddetto web 2.0 sia una sorta di vampiro, già lo avevo scritto in tempi non sospetti. Ma quella che era una mia giocosa intuizione, riceve forza di dimostrazione filologica da questa nota dell'amico (di Facebook, ma non solo: una delle rare persone che posso dire di conoscere personalmente) Marco Trainito. Tanto per essere chiari: Marco è filosofo. Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo. Fra le tante, troppe dissertazioni di marca giornalistico-sociologica che ci affliggono a proposito di social network, innovazione, rete etc etc, si sente talvolta il bisogno di guardare a siffatti elevati fenomeni, anche se solo per ridere (ridere?), da una prospettiva altra. Intertestualità, decostruzione, critica. Tutte cose che, guarda guarda, hanno bisogno dello sguardo disincantato degli immigrati (o ibridi) digitali, gente di buone, solide letture, che, nonostante questo (o forse, badate bene, proprio per questo) non disdegna di mescolarsi con la plebe internettiana, esattamente come il califfo Harun al Rashid che passeggiava in incognito per la città di Bagdad.
Mettetevi comodi, perché la faccenda è un po' lunghetta e eccede le dimensioni asfittiche di un normale post
Afferma l'on Valentina Aprea, presidente della Commissione Cultura della Camera: "Su nuovo reclutamento e carriera docente siamo alla stretta finale". Nell'intervista rilasciata al Sussidiario.net l'on. Aprea dichiara: Subito dopo le europee presenteremo il testo (dopo tutti i passaggi necessari con il governo, con la maggioranza e con l’opposizione) per arrivare così a una votazione a fine giugno su un testo condiviso. Capite? Il disegno di legge Aprea potrebbe essere votato a fine giugno, nel disinteresse e nella disinformazione (quasi) generali, e comunque con il beneplacito dell'opposizione che ha la malsana abitudine di cavalcare demagogicamente la protesta solo quando la situazione diventa potenzialmente incontrollabile. E così si rischia di ripetere la sceneggiata dello scorso anno: risvegli tardivi e autunnali proteste più o meno convulse, destinate fatalmente a rimanere inascoltate.
Potete trovare un'analisi esauriente di contenuti, finalità e prevedibili conseguenze del disegno di legge Aprea, intitolato "Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”, qui Cito: "Già nel titolo sono enucleati i punti cardine di questo progetto che, se approvato in Parlamento, sarà la tomba dell’intero sistema d’istruzione pubblica. In nome dell’ “autogoverno delle istituzioni scolastiche” e della “libertà di scelta educativa delle famiglie”, gli Istituti statali diverranno “Fondazioni”, gestite da vere e proprie lobby di familismo territoriale. Saranno queste a determinare la progettualità pedagogico-didattica, sottraendola di fatto alla responsabilità professionale dei docenti. Per i quali, non a caso, si prevede “la riforma dello stato giuridico” in senso privatistico".
Le recenti campagne di stampa giocano tutto sulla prevista valutazione dei docenti e l'introduzione di una carriera differenziata ispirata all'abusata nozione di "meritocrazia": ma nel disegno Aprea c'è ben altro (tipo la trasformazione delle scuole in fondazioni, lo svuotamento della funzione didattica dei collegi dei docenti, la metamorfosi degli attuali consigli d'istituto in consigli d'amministrazione). L'impressione è che invece di valorizzare i migliori, si finirà per deprimere ancora di più l'intera categoria, infliggendo un colpo pressoché fatale alla funzione educativa della scuola pubblica, asservita a logiche che non le appartengono affatto. . Visto che siamo in periodo pre-elettorale, vorrei sapere con chiarezza qual è la posizione delle forze dell'opposizione in merito alla questione. Mi pare richiesta legittima e ho avuto modo, a suo tempo, di rivolgerla direttamante anche all'onorevole Giovanni Bachelet, membro della Commissione Cultura, intervenuto a novembre ad un incontro sulla scuola promosso dal circolo locale di Libertà e Giustizia. Non ho ricevuto allora risposta chiara e temo che nessuno potrebbe o vorrebbe rispondermi in modo esauriente nemmeno adesso. Eppure credo che sia legittimo domandare se esistono proposte diverse, se si ha intenzione oppure no di informare e ascoltare chi nella scuola vive e lavora (docenti, studenti, genitori, personale ATA), se al di là di dichiarazioni facili, tutto sommato gratuite e, se vogliamo, parzialmente inesatte, su singoli problemi, tipo questa di Mariangela Bastico sul voto in condotta (un'affermazione di facile propaganda che si basa su un ipotetico caso limite, il somaro sempre zitto e quindi per questo premiato, cosa improbabile perché in linea di massima il criterio di attribuzione del voto in condotta tiene conto anche della partecipazione "attiva" al dialogo educativo: diavolo, ma per chi ci prendono?) esiste una concreta volontà di ripensare un'idea di scuola pubblica davvero alternativa a quella della maggioranza attualmente al Governo, o se dobbiamo continuare a fare questo penoso gioco delle tre carte.
(Le belloccia nella foto, con giacchettina rosa, bocca vezzosa, capello fatto e aria furbetta è Valentina Aprea, per chi non l'avesse capito)
Devo confessare un imbarazzante incidente emotivo che mi è occorso qualche giorno fa. Dunque, presenziavo al terzo incontro del ciclo "Visivamente", organizzato dal mio Liceo in collaborazione con il Comune di Piombino. Si proiettava "Elephant" di Gus Van Saint, degnamente introdotto dal mio collega e critico Fabio Canessa. Il quale ha pensato bene di confrontare il film con alcune pagine de "Il sopravvissuto", celebrata opera di Antonio Scurati, romanzo già vincitore del Campiello nel 2005 ma che la sottoscritta non aveva letto. Lo ammetto: sono davvero provinciale ed affetta da quella esterofilia assai dannosa (sì, perché mi perdo sublimi occasioni di divertimento) che mi porta inesorabilmente a snobbare le patrie lettere. Nonostante l'efferatezza del film (si narra la strage di Columbine) e del libro (incentrato su analoga strage compiuta dai un alunno, tale Vitaliano Caccia, che il giorno dell'orale dell'Esame di Stato fa fuori tutta la commissione, eccetto la voce narrante, il prof di filosofia), davanti all'ineffabilità della prosa di Scurati sono stata colta da una crisi di insopprimibile ilarità. Sono intervenuta nel dibattito con osservazioni che mi parevano intelligenti, ma non c'era niente da fare: mi scappava da ridere in modo incontenibile, al punto che i presenti devono essersi sinceramente preoccupati della tenuta del mio equilibrio mentale. Posso rassicurare tutti: sto bene. E' che l'eccesso di seriosità tende ad avere su di me questi effetti nefasti. Nei giorni successivi ho letto il libro, ma l'ilarità non è diminuita. Si vede che sono proprio fuori squadra: perché, da una rapida ricerca su Internet, ho ricavato solo un articolato repertorio di giudizi positivi sul romanzo di Scurati, in particolare da parte di prof che evidentemente godono nel farsi strapazzare a botte di luoghi comuni.
Insomma, non mi voglio ergere a paladina della categoria alla quale appartengo (secondo l'autore meritevole di violenta decimazione fisica), altrimenti sembrerei quantomeno interessata e/o preoccupata della mia incolumità.. E invece chissenefrega. Scurati pensi un po' quello che vuole: non sta a me raccontargli che la scuola è anche altro, e che il suo giudizio è, come capita spesso, debitore nei confronti delle troppe approssimazioni mediatiche piuttosto che frutto di un'analisi attenta della situazione com'è davvero. E' proprio la qualità letteraria del libro che mi fa morire dal ridere. Via, ammettiamolo, il ragazzo, simbolo del vitalismo (e nfatti si chiama Vitaliano) giovanile perversamente represso dall'ottusità burocratica di una scuola ingrigita e priva di ideali, il giovane "angelo sterminatore" "caro agli dei" (Scurati non fa mancare proprio nulla al suo personaggio) che ammazza un consiglio di classe quasi per intero (compresa la prof di religione che non si capisce cosa ci stesse a fare in una commissione d'esame) è un pretesto narrativo un po' scontato. Sai quanto sarebbe stato più interessante (e straniante) immaginare un tranquillo prof di provincia che, esasperato dalla piatta mediocrità dei suoi alunni, si fosse armato di fucile a pompa e li avesse accoppati tutti, o quasi. Perché gli adulti saranno grigi e meschini, ma non è che questi adolescenti ipernutriti ( da qualunque tipo di robaccia in circolazione, in senso sia proprio che metaforico: dalle merendine ai reality) siano tanto migliori dei loro padri. Immaginatevi la gioia nel proporre Platone a chi giudica Fabrizio Corona, Marco Carta e Ferdi dei veri maîtres à penser. Quasi quasi lo scrivo io: dite che me lo pubblicano? Ma no, lasciamo stare: anche questa sarebbe una generalizzazione insostenibile.
Perché Il Sopravvissuto non è popolato da personaggi con un minimo di credibilità psicologica ma da tipi: il giovane ribelle (vuoi mettere Karl Moor dei Masnadieri?), il prof pensoso (In bilico fra un fustrato superomismo e un esistenzialismo ormai sconsolatamente rétro), lo sbirro sudaticcio (veramente puzza parecchio), il giudice saccente, la collega un po' troia, il prete tossico e tormentato (con annessa teologiche elucubrazioni sull'impotenza di Dio), la fanciulla non più innocente (comunque bella, come direbbe Battisti), i giornalisti cinici, lo psichiatra supponente (Crepet?) ... Pare di essere capitati nella rivisitazione distorta di una commedia plautina condita in salsa pulp. Deve essere per questo che è piaciuto tanto: perchè concorre a quella visione semplificata, apocalittica e scontata della scuola (e della società) che oggi va tanto di moda. Ma siccome la banalità va travestita (sennò come fa a passare per profonda e intelligente?), per l'operazione si utilizza una prosa che vorrebbe essere ... boh, iperrealistica? espressionistica? postmodernistica?
Si veda un esempio per tutti: mise en abîme con punto nero. Il suo naso era tempestato da una miriade di punti neri. Una distesa di piccoli crateri scavati nei pori dell'epidermide da depositi di grasso e di varie sostanze inquinanti sospese nell'aria. Ben presto, una di quelle minuscole buche riempite di feccia si dilatò fino diventare una voragine. Il punto inghiottì lo spazio. Mentre il corpo vacillava e la mente stordiva, quello che rimaneva di Andrea udì la voce partorita dal deserto della sua coscienza. Come si vede un'orgia di parole che maschera la scarsa originalità della scena (protagonista in - voluta - crisi d'identità davanti allo specchio, alla faccia di Pirandello: un peeling no? anche perchè l'analogia punto nero - buco nero ecco, mi pare un gocciolino forzata).
Date un'altra occhiata: Le capacità logico - matematiche del suo intelletto, in radicale secessione dalla volontà, stavano addizionando il numero delle persone intrappolate nell'ingorgo e lo moltiplicavano per le due ore necessarie allo smaltimento del traffico, poi moltiplicavano ancora il risultato per il numero di volte in cui quegli stessi viaggiatori si sarebbero trovati nella medesima situazione nell'arco della loro vita, infine elevavano il risultato al quadrato, al cubo, all'ennesima potenza, proiettandolo sul numero totale degli individui che nel mondo vivevano in condizioni di viabiltà tali da richiedere un così salato dazio al tempo dell'esistenza. E che è? Il quiz settimanale della Settimana Enigmistica mischiato agli annunci di Onda Verde, Viaggiare Informati?
Via, basta. Altrimenti mi accascio sulla tastiera in una rinnovata sghignazzata, e non sta bene. Concludo con l'ultima doverosa citazione: L'istituzione scolastica era ormai divenuta il ricettacolo di frustrati, falliti, inetti, mediocri, parassiti, nella migliore delle ipotesi, e di personalità disturbate, psicolabili, stressati, depressi, sadomasochisti, nella peggiore. Più Andrea procedeva nella rilettura del suo diario, più sfogliava a ritroso l'album di famiglia del corpo docente, più vi ritrovava quasi soltanto l'immagine di madri dolorose, fossero essi maschi o femmine. E quei pochi padri che vi comparivano avevano i sorrisi tirati, gli occhi cerchiati, i postumi del doposbornia. Perdigiorno avvinazzati, scioperati, puttanieri ringhiosi e violenti. Quali effetti si poteva sperare che avesse nello sviluppo mentale di un ragazzino il fatto di crescere in una famiglia del genere?
Ora, ammettendo che il mondo della scuola sia così (ma io non sono affatto una mater dolorosa: sono, come dichiarato, una che ride, e parecchio, e di cuore), che dire delle lobby dell' editoria? No. scusate, dopo la farsa dell'autocandidatura di Scurati allo Strega, e questi edificanti raccontini,
e questi gentili scambi di cortesie, quale descrizione potrebbe adattarsi a tale eletta congrega? Che la prosa di Scurati, comunque, non abbia perso certi vizi anche nell'ultimo romanzo, Il Bambino che sognava la fine del mondo, lo lascia intendere questa recensione.
E allora, per non apparire troppo prevenuta, sapete che vi dico? Lo comprerò. Male che vada, mi faccio quattro risate.
Ha ragione Adriano Sofri nel bel pezzo pubblicato ieri su Repubblica quando scrive "per chi non abbia il conforto o l'illusione della religione, noi abbiamo Leopardi. Anche il sole di Foscolo, finché risplenderà sulle sciagure umane. Ma abbiamo soprattutto Leopardi. Abbiamo la luna". Può forse sembrare inutilmente dotto mettersi a citare Leopardi davanti a questa tragedia, davanti alle tante tragedie che la natura impone all'umanità, che l'umanità impone a se stessa. Ma se la scuola serve a qualcosa, dovrebbe forse servire a questo: offrirci un punto di vista diverso, più ampio, più alto, rispetto alla retorica scontata con la quale i media ci stanno bombardando in queste ore. Leopardi è un poeta straordinariamente polemico, pugnace, combattivo. E nella Ginestra, che Sofri cita, non parla solo di generica solidarietà fra gli uomini davanti alla tirannia della natura, "madre di parto e di voler matrigna": ma delle illusioni, degli inganni, delle mistificazioni con le quali ci autoassoviamo rispetto alle nostre responsabilità. Pregare, dopo, non basta, come non basta battersi il petto davanti a un Dio del quale non sappiamo misurare l'abisso (o l'indifferenza?). Che cosa è stato fatto prima?
Da tempo il dibattito etico nel nostro Paese e altrove si avvita ideologicamente sui temi della morale sessuale e del cosiddetto "rispetto della vita" (eutanasia, aborto, procreazione assistita, pillola del giorno dopo e similari), Temi importanti, per carità. Ma c'è da chiedersi, davanti all'immoralità diffusa di un Paese che vive troppo spesso di espedienti: i difensori della vita ad ogni costo, quelli che non si fermano nemmeno davanti alle porte delle camere da letto, quelli che negano persino la possibilità di un'etica laica (un'etica combattiva e disincantata, la stessa che propugna Leopardi), davanti ai piloni impastati con la sabbia di mare che si sono accartocciati come stuzzicadenti per un colpo di tosse appena più intenso di Madre Natura, non trovano proprio niente da dire, non hanno voglia di indignarsi anche per questa forma di disprezzo degli altri, di mancato rispetto per il valore dell'esistenza? Solo giustificazioni? Non potevamo prevedere, non potevamo sapere ... Troppo spesso ci si fa scudo con i cosiddetti valori "assoluti, non negoziabili", ma si distoglie lo sguardo dalla semplice, banale cura dell'interesse collettivo, cura che dovrebbe essere l'interesse primario, quotidiano, senza tanta propaganda, della politica. Vale per la destra come per la sinistra, intendiamoci. Non si fa altro che chiacchierare di progresso, modernizzazione, adeguamento delle infrastrutture, e poi scopriamo (ma non lo sapevamo già prima?) che piccole e grandi furbizie ci condannano a vivere in un contesto urbano destinato a collassare alla prima, banale sollecitazione.
Leopardi non è solo il poeta dei garzoncelli e delle donzellette, non si limitava solo a contemplare sospirando la luna. Era uno che aveva le idee piuttosto chiare sulle caratteristiche dei nostro compatrioti: "Gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri più vivaci e caldi di natura, come è quello degl’Italiani, diventano i più freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle loro forze. Così negl’individui, così è nelle nazioni. Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci". Nascondere il cinismo dietro le lacrime di circostanza. E magari non esitare a fare i conti dell'auditel.
Le parole leopardiane che ho citato sono del 1824. L'Italia, come nazione, doveva ancora nascere. Siamo sicuri di aver scontato pienamente il nostro peccato originale?
(Io, della Ginestra, mi ero ricordata anche in occasione dello tsunami. Le riflessioni che posso fare oggi non sono molto diverse da quelle di allora)
Mi sono spesso chiesta perché mai le parole del Vaticano, quando si appuntano sugli incubi di un Occidente che da tempo, ormai, non dorme più sogni tranquilli (la povertà, lo sfruttamento, la violenza, la corruzione), appaiono, nella loro genericità, assolutamente innocue, mentre suonano così pesanti, irritanti, insistenti, intrusive se riguardano i temi "sensibili" della bioetica: dalla fecondazione assistita all'aborto, dall'accanimento terapeutico all'eutanasia, senza contare, più in generale, la morale sessuale e l'orientamento di genere. Almeno in Italia, perché, altrove, pare, le cose stanno diversamente.
E' una semplicissima questione di potere. Perché qualsiasi altra questione etica non marcherebbe nessuna differenza significativa rispetto ad altre impostazioni ideologiche in concorrenza con quella della Chiesa. Voglio dire: siamo tutti, più o meno, persone civili ed educate, viviamo in società e, almeno in teoria, siamo d'accordo che sarebbero preferibili maggiore equità, giustizia sociale, la pace nel mondo, la fratellanza, la solidarietà, l' amore reciproco etc etc. Ma sul piano dei diritti individuali la differenza si sente, altroché. Per la Chiese il diritto del singolo si interrompe davanti alla colpa. La Chiesa ha il potere (e dal suo punto di vista il dovere) di sciogliere e legare, di colonizzare le coscienze, di imporre il proprio diktat etico in nome della salvezza. Ma se, molto semplicemente, io non mi sento in colpa nel momento in cui compio una determinata azione, questo potere automaticamente evapora. Se penso di non aver niente di cui scusarmi, non ho bisogno di nessuno che interceda per me presso l'Inquilino del piano di sopra. E se qualcuno pretende di farlo, molto gentilmente posso invitarlo a levarsi di torno: soprattutto se la questione riguarda quello che accade nella mia camera da letto. Punto.
La modernità ha costantemente limato questo genere di potere. Fino a non molto tempo fa, credevo che non fosse possibile tornare indietro e mi illudevo che l'individuale libertà di coscienza, almeno in Occidente, non solo fosse ormai un dato di fatto ma fosse anche socialmente e politicamente tutelata. E invece no, non siamo affatto al sicuro. La Chiesa sa perfettamente quello che fa: da parte sua non è questione di attardata sessuofobia ma di una reazione assai meditata che ha come ultimo scopo il mantenimento di un ruolo pubblico dominante, con tutto quello che ne consegue. Fa leva su paure antiche, su tabù, nonostante tutto, radicati, sui sentimenti più istintivi pronti ad accendersi ogni volta che si toccano le questioni fondamentali: la vita, la morte, il sesso. I nostri politici, poi, venderebbero l'anima al diavolo per una poltrona, figurarsi se non sono pronti a venderla a Dio. D'altra parte le crociate più o meno pretestuose consentono di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica da altre, più imbarazzanti, faccende.
Se c'è una cosa che mi pare di aver capito da tutto quello che ho letto in vita mia, è che la ragione, anzi, la ragionevolezza ha poco fascino. Contano molto di più i pregiudizi, il sentito dire, le mitologie prête à porter. Se l'Osservatore Romano insinua che la pillola anticoncezionale non solo è abortiva, ma per di più inquina le acque, da brave persone di mondo possiamo anche scuotere ridacchiando la testa ed esclamare: "Che assurdità!" Ma la Chiesa conosce bene l'animo dei semplici: è il suo mestiere. Non la sottovalutiamo.
Certo che questo di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana (Siamo i Fangio della cultura che non paga) è un gran bel pezzo, scritto bene, con foga giusta e giusto sgomento. Vale la pena di citarne qualche passo.
Vagabondando qua e là su Internet, mi sono imbattuta in questa lettera di un ricercatore universitario dell'Università di Urbino: Atenei: prima dov'era la Sinistra?
Bella domanda: mi piacerebbe che qualcuno desse una risposta, possibilmente non scontata e non ideologicamente orientata. Perché ho l'impressione che oggi si scontino errori, negligenze, oscillazioni, trascuratezze che hanno profonde radici nel passato. In attesa di lumi, cito qualche passo significativo della lettera in questione.
Dalla destra ci si possono e forse devono aspettare misure pensate con il criterio della gerarchia sociale, ma dove sta scritto che dalla sinistra ci si debba aspettare il nulla e il silenzio? Perché tutti si sono svegliati solo ora che il governo sembra voler affrontare una situazione che non può più andare avanti in questo modo, fornendo inevitabilmente l’immagine di una sinistra sempre al rimorchio d’idee d’altri, prontissima ed efficace a contestarle ma tristemente incapace di proporne di proprie a tempo debito? Facendo prosperare questo sistema di «baronaggio onnipotente», abbiamo lasciato che l’università, luogo cardine della cultura di un Paese, si impoverisse e degradasse fra docenti improbabili e sconosciuti alla comunità internazionale (ma ben conosciuti ai piccoli potentati locali e territoriali), e studenti che «seduti dall’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzicano frasi per lo più sconnesse, ciancicano frattaglie di nozioni irrancidite, rimasticano rigurgiti di conoscenze mal digerite» (Antonio Scurati, La Stampa del 1° novembre). [...]
Io accuso la sinistra italiana di prolungata latitanza, accuso chi ha gestito le università finora d’irresponsabilità e spirito di casta, accuso un Paese in cui la cultura sta diventando roba noiosa, per reietti da ogni reality show che si rispetti, e accuso anche me stesso di aver avuto più di un timore a firmare questa lettera. Accuse ben più gravi di quelle comunque sacrosante che mi verrebbero da rivolgere a un giovane e improvvisato ministro che agisce evidentemente sotto l’«egìda» di qualcun altro...
Avevo bisogno di prendere fiato. Di riflettere. Come sempre, il mestiere che indegnamente svolgo mi ha aiutato. Ragionare con i miei studenti sul Faust di Goethe e sul Doctor Faustus di Thomas Mann, sul disincanto di Weber, sull' Umanesimo di Salutati, Bracciolini, Valla e Bruni, sul bàlteo di Pallante nell'Eneide e la Venere del De rerum natura. Volare alto, oltre e nonostante le molte ragioni della protesta. Lavorare per l'orientamento, per convincere i ragazzini delle medie che latino e greco non sono solo polverosi fossili di un mondo che fu. La passione di una vita. E, ancora una volta, una fuga altrove.
Altrove, sì. Ma non troppo lontano, in fondo. Giusto il tempo di recuperare l'opportuno distacco critico, lasciar decantare l'indignazione, non permettere che l'irritazione offuschi la capacità di analisi. Perchè oggi più che mai, nel momento in cui si sta giocando una partita decisiva per i destini della scuola pubblica italiana, occorre essere onesti e riconoscere che nell'opera di sistematico sfascio del sistema dell'istruzione stiamo solo assistendo all'ultimo atto di un processo che ha radici lontane. Gelmini. E prima di Gelmini, Fioroni. E prima di Fioroni, Moratti. E prima di Moratti, Berlinguer. E prima ... Da destra e da sinistra. Velleitarie pretese di rinnovamento. Follie pseudopedagogiche. Ideologismi d'accatto. Finanziamenti a pioggia, progetti e progettini che nessuno ha mai seriamente verificato. Clientelismo. Interessi corporativi. La furbizia di alcuni, la dabbenaggine di tanti, l'ignavia di molti. Tutti sulla stessa barca, i bravi, i mediocri, i furbetti, gli opportunisti. Chiunque abbia frequentato negli ultimi anni quelle bizzarre riunioni solennemente battezzate collegi dei docenti, veri psicodrammi collettivi dove ognuno recita il suo stereotipo, sa di che cosa parlo. Ora ci viene presentato il conto: è un conto salato, fatto di tagli indiscriminati, di facile demagogia e, ancora una volta, di incompetenza mascherata da efficientismo, di slogan pomposi, di sostanziale indifferenza verso i problemi reali e le possibili soluzioni concrete. E quello che esaspera è la sensazione che si stia osando tanto perché convinti che dall'altra parte non ci sia più niente da difendere, nessuno che creda ancora davvero in quello che fa, che la cancrena sia ormai così profonda e irreversibile che non valga più la pena curara la grande malata, la scuola: tanto vale darle il colpo definitivo e affossarla una volta per tutte.
Maledizione, io amo questo mestiere. E oggi vivo un curioso senso di sdoppiamente fra la gioia che, nonostante tutto, provo quando racconto ai ragazzi quello che mi appassiona e la desolazione nel seguire la cronaca delle proteste, delle risposte dei politici, delle inevitabili strumentalizzazioni di chi cavalca la situazione da una parte e dall'altra. Forse andrò a Roma il 30 ottobre ma, lo confesso, senza nessuna ebbrezza particolare, perché sono convinta che, comunque andrà a finire, i conti non torneranno e là dove si decide non ci sarà nessuno che abbia a cuore davvero il miglioramento del nostro sistema formativo. Si può solo sperare che i danni non siano troppo gravi, che qualcosa si salvi, che alla cultura, alla conoscenza, all'educazione, alla ricerca venga comunque concesso un margine di sopravvivenza.
Su Repubblica di oggi Adriano Prosperi scrive a proposito dell'Università (ma il ragionamento potrebbe applicarsi benissimo al resto della scuola): Riuscirà la protesta degli studenti a frenare la deriva italiana? La giovinezza e la speranza di cambiare in meglio il mondo sono sorelle. Speriamo, dunque. Quanto ai compagni di strada che i giovani in agitazione e le loro famiglie stanno incontrando, la loro solidarietà non potrà esimerli da qualche esame di coscienza. Sulla protesta dei sindacati gravano quei limiti corporativi che tanto hanno pesato in passato nell´ostacolare l´avanzata dei docenti migliori e la rimozione dei peggiori e nel sostituire pressioni e contrattazioni alla logica del concorso pubblico senza limitazioni, senza fasce protette o categorie riservate. Ma è ai docenti e al sistema che governa l´università come luogo di insegnamento e di ricerca che oggi si chiede una prova speciale di credibilità. Ne saranno, ne saremo capaci? C´è da dubitarne. E conclude: Ora siamo arrivati al rendiconto finale. Lo sforzo degli studenti in agitazione per coinvolgere i docenti e di riceverne pacche sulle spalle è patetico. Ci fa misurare la distanza dalle aspre e irridenti satire del ´68, quando l´apparizione di un professore in un´assemblea studentesca faceva scattare cori di derisione. I giovani di allora oggi sono vecchi. Molti di quelli che allora dominarono le assemblee studentesche occupano o hanno occupato cattedre, ministeri seggi parlamentari. Pesa sulle loro spalle un fallimento che non hanno saputo evitare, che hanno spesso contribuito ad accelerare. Il loro eventuale appoggio andrebbe esorcizzato come una minaccia da chi vuole veramente che la scuola e l´università italiana riprendano la loro funzione di cuore pulsante della società. Lo tengano presente i giovani che oggi, timidamente, cominciano a uscire dal torpore di un paese gravemente malato.
Spero che il mio alunno Mirko non consideri un' insostenibile offesa alla sua privacy il fatto che pubblichi qui il nostro scambio di messaggi su FB. Mi incoraggia il fatto che il giorno dopo ha cercato di rinnovare la discussione in classe ma io l'ho immediatamente stoppato con una fluviale spiegazione sullo Sturm und Drang: gli esami attendono al varco e ogni tanto bisogna pure parlare di argomenti, diciamo così, più tradizionali. D'altra parte il nostro colloquio epistolare mi pare indicativo di un diverso approccio (diciamo un approccio "generazionale") alle nuove tecnologie della comunicazione e dell'informazione.
Punto di partenza è stato questo articolo di Zambardino, già citato nel post precedente: Facebook, o del gusto degli altri. Ho spedito il link agli studenti presenti nei miei contatti su FB (oggetto: "affrontare criticamente Facebook"), accompagnandolo con queste parole: "Se avete voglia, provate a leggere quest'articolo del giornalista Zambardino (Repubblica) sull'esperienza Facebook: tanto per non essere solo "fruitori passivi" ma protagonisti consapevoli".
Risposta di Mirko: "senza offesa profe ma non mi pare così illuminante... Sarò un genio io (o banale lui) ma mi sembrano tutte riflessioni abb ovvie. FB è uno strumento. Sul tipo d strumento e sui modi di approcciarsi potremmo stare qui a parlarne x secoli, trovando altre svariate analogie alla psicologia umana. In fondo anke un cacciavite è uno strumento, posso usarlo per avvitare uno sportello, per cavarci un occhio o per scavicchiare una serratura. Rimane uno strumento. FB può essere Pet Society o un nuovo modo di comunicare e socializzare con infinite possibilità, rischi e opportunità. Ma questo, mi pare, già si sapeva...
Insomma nn sn rimasto impressionato, molto + illuminante cazzo miocuggino..." (il riferimento a Dick Mycousin va collegato alla bufala sulla morte di Marge Simpson che avevo utilizzato come esempio - limite della necessità di tenere sempre gli occhi aperti, in Rete e altrove, sull'attendibilità di ciò che si legge - nota di Floria -).
Risposta mia: "No, la questione è un'altra. Per i cosiddetti "nativi digitali" come siete voi, è ovvio che i social network, come strumenti di svago o informazione, non abbiano segreti. La faccenda è un po' meno scontata per quelli della mia generazione qui, in Italia, dove la "rivoluzione digitale" stenta ad essere pienamente compresa: quanti prof del nostro liceo, ad esempio, sanno che cos'è e a che cosa possa servire FB? Non lo dico per stabilire un confronto improprio fra me (che lo uso) e gli altri (che non si pongono nemmeno il problema e al massimo condividono l'allarmismo dei media tradizionali su questo genere di realtà): lo dico perché è, semplicemente, un fatto. Evidentemente la situazione non è così diversa fra i giornalisti, altrimenti Zambardino (che facendo il mestiere che fa, ha il compito di informare) non scriverebbe quello che scrive. Credo anche che i giovani usino certi strumenti in modo non sempre completo: FB è "pet society" e va bene, ma anche qualcosa di più (che mi piacerebbe sperimentare con voi in quest'anno scolastico: e i nostri scambi epistolari servono anche a questo)".
Contro - replica di Mirko: "Si ma allora il problema si estende mooooolto oltre FB e ritorna ad essere il solito, trito, ritrito discorso da latte-ai-ginocchi, in cui quei poveri suoi coetanei sono anche quelli che non sanno accendere un Ipod o fare una banale ricerca su google. Così come si rischia di tornare al solito, trito e ritrito discorsetto dei giovani che sanno usare solo emule e MSN... ripeto: dv sta la novità?"
A questo punto l'ora tarda ha interrotto lo scambio, ma la disinvoltura con cui Mirko liquida FB (e analoghe esperienze digitali) come mero strumento che ognuno può usare come vuole senza drammatizzare troppo ha continuato a martellarmi in testa.
Personalmente continuo a pensare che la differenza fondamentale sia questa. Noi, che ovviamente proveniamo da altre esperienze culturali e formative (di tipo, per intenderci, "analogico", se volete passarmi la metafora) abbiamo comunque un atteggiamento di distacco critico nei confronti del mondo dell'informazione e della socializzazione digitale (che pure abbiamo contribuito a costruire), anche nel caso in cui ci immergiamo nel variegato mare della Rete con un certo entusiasmo e con volontà di sperimentare. I ragazzi, i nostri figli (qualche volta i nostri nipoti), i nostri studenti, sono pienamente immersi in questo mondo, lo vivono con invidiabile naturalezza, ma, allo stesso tempo, non si rendono compiutamente conto né dei rischi né delle opportunità che esso offre: e così corrono il pericolo di trasformarsi da protagonisti di una possibile e fruttuosa "conversazione dal basso", creatori in proprio di cultura e informazione (la "loro" cultura, la "loro" informazione), in consumatori un po' sciocchini delle mode del momento veicolate dalla Rete con una velocità prima sconosciuta. Nel mezzo, in particolar modo in Italia, stanno coloro che sono affetti, a vario titolo e in misura più o meno grave, da una sorta di analfabetismo tecnologico (talvolta anche un po' snobistico) che rischia di tagliarli fuori da un mondo "liquido" che non sono più in grado né di interpretare né di governare.
Dall'intervista a William Gibson sull'ultimo numero di "D - La Repubblica delle Donne"
"La lettura di un libro è diventata un'esperienza ancora più desiderabile di prima. C'è uno speciale silenzio nell'entrare in un testo fisso, immutabile, una singola unità di un'architettura letteraria. E poi siamo diventati più selettivi: l'esistenza di Internet, la necessità di distribuire razionalmente il tempo mi ha reso più esigente riguardo agli autori che leggo su carta. Però il libro non ha perso la magia della codifica e decodifica dell'immaginario: penso qualcosa, tratteggio piccoli segni neri sulla pagina, una dall'altra parte del mondo legge i segni, vede un'immagine mentale simile alla mia".
Dall'intervista a Keith Richards su "Repubblica" di oggi (a proposito di Mick Jagger)
"Quando Mick attacca a trotterellare lontano, verso il pubblico, quando prende un ritmo sbagliato, inizia a cantare su una scala musicale cinese, allora con Charlie (Watts) ci guardiamo: "Riprendilo, riprendilo ...". E' un problema, riesce a rovinare qualunque canzone. Ma ogni tanto nella vita bisogna pur lavorare".
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?