Con grande entusiasmo e passione Aldo Schiavone ha presentato il suo ultimo libro, "L'Italia Contesa", alla locale festa del PD. Nel cosiddetto "Spazio Agorà" appositamente predisposto per i dibattiti, eravamo in ... quanti? Quindici, venti? Attorno i consueti rumori delle feste di partito, profumo di bomboloni, musiche da ballo, numeri della tombola, annessi e connessi. Ma non importa. Se c'è una cosa che va riconosciuta a Schiavone, è la capacità argomentativa brillante, che non si è negata nemmeno in questa occasione, nonostante la prevedibile atmosfera paesana. Schiavone è talmente brillante e convincente e persino consolante che quasi dispiace non dargli ragione. Visto che è un ottimista (e Dio sa se non abbiamo bisogno di ottimismo in questi tristi frangenti), obiettare che la sua tesi non pare giustificata fino in fondo, rischia di metterti nella scomoda posizione del guastafeste.
Che il cosiddetto web 2.0 sia una sorta di vampiro, già lo avevo scritto in tempi non sospetti. Ma quella che era una mia giocosa intuizione, riceve forza di dimostrazione filologica da questa nota dell'amico (di Facebook, ma non solo: una delle rare persone che posso dire di conoscere personalmente) Marco Trainito. Tanto per essere chiari: Marco è filosofo. Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo. Fra le tante, troppe dissertazioni di marca giornalistico-sociologica che ci affliggono a proposito di social network, innovazione, rete etc etc, si sente talvolta il bisogno di guardare a siffatti elevati fenomeni, anche se solo per ridere (ridere?), da una prospettiva altra. Intertestualità, decostruzione, critica. Tutte cose che, guarda guarda, hanno bisogno dello sguardo disincantato degli immigrati (o ibridi) digitali, gente di buone, solide letture, che, nonostante questo (o forse, badate bene, proprio per questo) non disdegna di mescolarsi con la plebe internettiana, esattamente come il califfo Harun al Rashid che passeggiava in incognito per la città di Bagdad.
Afferma l'on Valentina Aprea, presidente della Commissione Cultura della Camera: "Su nuovo reclutamento e carriera docente siamo alla stretta finale". Nell'intervista rilasciata al Sussidiario.net l'on. Aprea dichiara: Subito dopo le europee presenteremo il testo (dopo tutti i passaggi necessari con il governo, con la maggioranza e con l’opposizione) per arrivare così a una votazione a fine giugno su un testo condiviso. Capite? Il disegno di legge Aprea potrebbe essere votato a fine giugno, nel disinteresse e nella disinformazione (quasi) generali, e comunque con il beneplacito dell'opposizione che ha la malsana abitudine di cavalcare demagogicamente la protesta solo quando la situazione diventa potenzialmente incontrollabile. E così si rischia di ripetere la sceneggiata dello scorso anno: risvegli tardivi e autunnali proteste più o meno convulse, destinate fatalmente a rimanere inascoltate.
Ha ragione Adriano Sofri nel bel pezzo pubblicato ieri su Repubblica quando scrive "per chi non abbia il conforto o l'illusione della religione, noi abbiamo Leopardi. Anche il sole di Foscolo, finché risplenderà sulle sciagure umane. Ma abbiamo soprattutto Leopardi. Abbiamo la luna". Può forse sembrare inutilmente dotto mettersi a citare Leopardi davanti a questa tragedia, davanti alle tante tragedie che la natura impone all'umanità, che l'umanità impone a se stessa. Ma se la scuola serve a qualcosa, dovrebbe forse servire a questo: offrirci un punto di vista diverso, più ampio, più alto, rispetto alla retorica scontata con la quale i media ci stanno bombardando in queste ore. Leopardi è un poeta straordinariamente polemico, pugnace, combattivo. E nella Ginestra, che Sofri cita, non parla solo di generica solidarietà fra gli uomini davanti alla tirannia della natura, "madre di parto e di voler matrigna": ma delle illusioni, degli inganni, delle mistificazioni con le quali ci autoassoviamo rispetto alle nostre responsabilità. Pregare, dopo, non basta, come non basta battersi il petto davanti a un Dio del quale non sappiamo misurare l'abisso (o l'indifferenza?). Che cosa è stato fatto prima?
Mi sono spesso chiesta perché mai le parole del Vaticano, quando si appuntano sugli incubi di un Occidente che da tempo, ormai, non dorme più sogni tranquilli (la povertà, lo sfruttamento, la violenza, la corruzione), appaiono, nella loro genericità, assolutamente innocue, mentre suonano così pesanti, irritanti, insistenti, intrusive se riguardano i temi "sensibili" della bioetica: dalla fecondazione assistita all'aborto, dall'accanimento terapeutico all'eutanasia, senza contare, più in generale, la morale sessuale e l'orientamento di genere. Almeno in Italia, perché, altrove, pare, le cose stanno diversamente.Certo che questo di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana (Siamo i Fangio della cultura che non paga) è un gran bel pezzo, scritto bene, con foga giusta e giusto sgomento. Vale la pena di citarne qualche passo.
Avevo bisogno di prendere fiato. Di riflettere. Come sempre, il mestiere che indegnamente svolgo mi ha aiutato. Ragionare con i miei studenti sul Faust di Goethe e sul Doctor Faustus di Thomas Mann, sul disincanto di Weber, sull' Umanesimo di Salutati, Bracciolini, Valla e Bruni, sul bàlteo di Pallante nell'Eneide e la Venere del De rerum natura. Volare alto, oltre e nonostante le molte ragioni della protesta. Lavorare per l'orientamento, per convincere i ragazzini delle medie che latino e greco non sono solo polverosi fossili di un mondo che fu. La passione di una vita. E, ancora una volta, una fuga altrove. Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu