contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
10/11/2009

Metodo, ragazzi, ci vuole metodo!

Stamani, una mia alunna di prima, una ragazzina svaglia e per niente demotivata, dopo essersi beccata un triste quattro al primo compitino di storia, mi fa: "Prof, posso essere interrogata la prossima volta? Sa, sono piuttosto preoccupata ... perché io non ho metodo, non mi riesce memorizzare ... è sempre stato il mio problema". Naturalmente l'ho rassicurata. Ci mancherebbe che un quattro in questa fase dell'anno scolastico dovesse condizionare il rendimento futuro. Pensa di non avere metodo? Glielo insegneremo. Il quattro è servito giusto a segnalare un problema: un problema di metodo, appunto.

Il metodo ... il fantasma minaccioso che vaga da sempre nelle aule scolastiche. "Suo figlio non ha metodo", tipica frase fatta che echeggia stancamente nel corso della maggior parte dei ricevimenti, con tutta una serie di varianti più o meno scontate. D'altra parte, una gran quantità di libri di testo, dalle elementari al triennio liceale, è ampiamente corredata di indicazioni, schemi, mappe concettuali, consigli e ammonimenti su come si studia, come si prendono appunti, come si traduce, come si svolgono gli esercizi di matematica, come ci si autovaluta, come si scrive un tema e chi più ne ha più ne metta. Ma questo benedetto metodo è come l'Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

Negli ultimi tempi, poi, si è deciso, come dire, di tagliare la testa al toro: non hai metodo? peggio per te. Io ti boccio, ti rimando, e chi si è visto si è visto. Mica posso perdere tempo e fiato con te. Passata l'ubriacatura di didattichese che ci aveva ammorbato dopo la breve stagione berlingueriana, si è ritornati decisamente ai santi vecchi: tempi e mezzi sono quelli che sono, e l'unica strategia possibile sembra essere quella di ingozzare come oche gli alunni di nozioni destinate ad essere più o meno (mal)digerite. E per chi non ce la fa a seguire questa dieta poco salutare, tanti saluti

C'è qualcosa che non torna. Dopo tutte le chiacchiere sulla cosiddetta didattica "metacognitiva", quella che dovrebbe permettere di "imparare a imparare", siamo al punto che l'unico rimedio possibile, per chi se lo può permettere, sono le ripetizioni private, i tutor personalizatti e (orrore orrore!) il Cepu? Leggete questo articolo di Repubblica, un articolo che odora di antico ... in fondo anch'io ho cominciato la mia carriera, nei primi anni Ottanta, dando ripetizioni ai ragazzini rimandati a settembre: ma da quel tempo ormai remoto ci separano anni e anni di pubblicazioni, studi, chiacchiere pedagogico-didattiche. Eppure il cerchio si è chiuso e si tenta di giustificare il ricorso massiccio agli studenti universitari ansiosi di arrotondare i loro magri bilanci con giustificazioni abbastanza risibili: "Questi giovani possono essere un modello per i ragazzini: sono più grandi di loro, ma non ancora adulti, entrano facilmente in comunicazione, si scambiano mail o notizie musicali... E c'è anche un altro messaggio: il ragazzo di 20 o 22 anni che viene a darti lezioni è qualcuno che ancora studia ma intanto lavora per rendersi autonomo, come anche tu potrai fare tra pochi anni". Ma per favore!


Mi piacerebbe sapere, al contrario, perché una ragazzina in gamba come quella che ho ricordato a inizio post, una che ci tiene e che ha concluso la scuola media con pieno successo, possa ammettere candidamente e in tutta sincerità di non sapere davvero come si studia, di non essere capace di memorizzare e di prendere appunti. E non è la sola, anzi: questi casi si moltiplicano. E' sconfortante constatare che non pochi studenti universitari si ritrovano alle prese con problemi "metacognitivi", quegli stessi problemi che noialtri  reduci della vecchia scuola avevamo in qualche modo già risolto, più o meno da soli, senza mappe concettuali o slides in powerpoint, in prima media.

Io qualche ipotesi ce l'avrei. Ma in attesa di completare la mia argomentazione in un post successivo, mi piacerebbe conoscere anche l'opinione di qualche collega. O, meglio di tutto, di qualche studente.
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09/10/2009

Storie di ordinaria precarietà

Per me è diffiicile mettermi nei panni di un precario, lo ammetto,  sia che appartenga al mondo della scuola, sia che la sua esperienza lavorativa si svolga in altri ambiti. A ventisei anni ero già di ruolo, a ventisette ero mamma e non mi sono mai dovuta preoccupare di quello che sarebbe accaduto il giorno dopo. Ho sempre fatto il mestiere che avevo scelto, quello per cui avevo studiato, e se pure ho avuto le mie insoddisfazioni e difficoltà, sono sempre state di natura, diciamo così, esistenziale, mai pratiche, mai sostanziali. Ogni volta che ho scelto di mettermi in gioco, l'ho fatto volontariamente, e, alla fine, non ho mai rischiato davvero nulla. 

Oggi mi capita sempre più spesso di interrogarmi su quali saranno le prospettive dei miei figli e non so darmi una risposta. Più precisamente, non so dare una risposta a loro. Cosa dovrei dire? Studiate, impegnatevi, il premio meritato è dietro l'angolo? L'università non è quella che ho conosciuto e certo anche allora era ben lontana da essere perfetta: ma ora si rasenta l'indecenza. Quando mia figlia si lamenta, e in genere si lamenta a ragione (disorganizzazione, corsi fantasma, approssimazione, confusione), mi trovo completamente impotente. Non so darle consigli, se non il prevedibile: "Beh, tu studia, poi si vedrà". Si vedrà che cosa? La cultura migliora la vita, ma la carta stampata, di certo, non è commestibile. E, in ogni caso, gli esempi che il mondo adulto offre non sono dei migliori, anche lì, nel supposto tempio della conoscenza.

Ma sì, arriverà in fondo, organizzeremo un bel pranzo di laurea e poi?

Ecco due mail che ho ricevuto, a poca distanza l'una dall'altra. Le riporto così come mi sono arrivate.

"Sono 5 anni e 7 mesi che lavoro in azienda (oggi a rischio chiusura) e.... non sono fisso. Già, ho avuto molti rinnovi di contratto interinale, un paio di contratti interinali, poi quando anche per legge sono costretti a prenderti fisso (non è vero perchè la regola è: o fisso o a casa, quindi devi decidere l'alternativa alla seconda) ti fanno un contratto a progetto (niente ferie, niente tfr, niente straordinari pagati, e così via). Al termine del progetto, di nuovo interinale per 15 mesi (quando l'accordo interno sindacale ne prevedeva 12 e poi l'entrata fissa). Poi la crisi, i rimedi ed un contratto di altri 12 mesi che ti pompa di gioia infinita perchè significa finalmente essere "dentro". Tempo tre settimane e la cassa integrazione, tempo otto mesi e la probabile chiusura dello stabilimento, con i primi ad andarsene proprio noi (otto persone) con contratto determinato e tante promesse alle spalle.
Quindi dal mio punto di vista questa fase di paura, di incertezza, di non sapere che fine fare l' ho già vissuta almeno un'altra dozzina di volte nel corso di questi cinqueanniessettemesi. Non ho quindi i sentimenti di terrore che invece hanno altri con figli, mutui e anni e anni di lavoro qui dentro. In un certo senso io ci sono abituato.
Mi sono arreso e una situazione del genere non credevo potesse esistere.  Sindacati a braccetto con l'azienda. L'azienda che crede di operare in un paese del terzo mondo. Istituzioni che ci considerano come un negozio del corso che chiuderà per poco commercio... Quindi non credo più in niente. Nè nello sciopero come arma, nè nel rimboccarsi le maniche per provare a ripartire".

"Credo sia importante ogni tanto assumere un punto di vista altro... altrimenti si rischia di essere schiacciati dalle IDEE e io non ho IDEE e IDEALI, ma solo speranze, sogni, intuizioni e spero ogni giorno di aprire meglio gli occhi e diventare una Persona, nn un numero, nn un povero operatore del 119 con cui ogni idiota si scaglia senza capire nè vedere oltre... e chi sta dalla mia parte oggi, se anke io sn contro me stesso e i miei simili...

certo leggerai disillusione nelle mie parole, quella di un giovane che ha smesso di rincorrere chimere e cerca di capire il Paese ke ama e in cui vive, in cui è cresciuto.... nel '94 avevo 15 anni... Italia 1 , il grande Milan, le riviste Mondadori, hanno rappresentato la mia formazione, umana culturale e spirituale.... scrivile queste cose nel tuo prossimo post...
io come sempre sarò quello che risponde "Benvenuti nel servizio clienti Tim, come posso aiutarla" e ascolterò Bob Seger e la sua Feel like a number".

Non storie drammatiche, alla fine, ma semplicemente racconti di usuale disillusione. Dietro ai numeri (delle statistiche, delle analisi, delle proposte), persone:  persone come tante, ignote, non dotate di meriti particolari o di particolari talenti. Gente normale. Ma chissà perché, in questo nostro strano paese, proprio la normalità è diventata una colpa o un fardello.

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13/09/2009

Domani comincia la scuola

Domani comincia la scuola e, naturalmente, per una prof è doveroso scriverne. Chissà perché non mi viene in mente altro se non " Che Dio ce la mandi buona"? Quest'anno scolastico non inizia sotto i migliori auspici. Troppa confusione, troppe polemiche. Le proteste dei precari, i tagli, una riforma che non è una riforma, la serafica Gelmini che non perde occasione per gratificarci delle sue perle di saggezza, i telegiornali con la loro propaganda ...


No, non ho voglia di parlarne. Avrò tempo e modo in futuro: il blog mi serve anche a questo, in fondo. Ma non solo. Qualche giorno fa, su Facebook, un mio amico comunista mi ha rimproverato per la mia moderazione: dice che mi lamento troppo, ma alla mia protesta, come si dice, mancherebbe il condimento di una proposta che sia davvero "alternativa". Non so, forse vuole convincermi a fare la rivoluzione, e invece si trova a discutere con una scribacchina che
dà fiato solo ai suoi umori e malumori.

E il mio umore di stasera mi suggerisce solo una cosa. Ho una voglia matta di entrare in aula, domani, e di conoscere i miei nuovi alunni. Ho una voglia matta di insegnare latino. E storia (antica). E letteratura. E la grammatica italiana. Dopo anni e anni di triennio liceale, ho scientemente deciso di cimentarmi con una prima liceo (linguistico).
Niente di scontato. Tutto da costruire. O comunque da non sciupare. Interesse, curiosità, motivazione. Passione. Cavoli, a me insegnare piace da matti, nonostante tutto. E mi piace proprio insegnare quello che oggi sembra più improbabile. Altro che rivoluzione.
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28/06/2009

Come volevasi dimostrare (caro Vittorio Zambardino e C., un po' ve la cercate)

Come volevasi dimostrare, il luogo comune impazza. Il tema sui social network & C ha deliziato i commentatori digitali. Che, naturalmente, non hanno mancato di preoccuparsi dei proveri prof incartapecoriti che si troveranno alle prese con roba che non conoscono, incapaci quindi di correggere senza prevenzioni: ecchepalle, scusate! Incartapecoriti sarete voi.

Vittorio Zambardino (che arriva addirittura a parlare di "emergenza correzione" , nei commenti al suo ultimo post, si è tirato giustam
ente dietro le ire di prof che dell'argomento ne sanno quanto e più dei pargoli. Giovanni Boccia Artieri, di sicuro più equilibrato (ma forse un momentino sviato della sua imprevista ascesa nell'olimpo delle fonti per il compito, accanto a Italo Svevo e a ... Francesco Alberoni) si lancia nella proposta, peraltro condivisibile, di usare i temi (saggi brevi, in realtà, o articoli di giornale) come campione statistico per misurare la consapevolezza di sè  e del loro vissuto che i nativi digitali hanno: ovvia, facciamolo! Mi sa che uscirebbe qualche sorpresa per gli entusiasti della mutazione in atto: magari che i ragazzi sono molto più passivi e convenzionali e banali e, sì, ignoranti, di quanto i vati della "tecnica che si fa cultura" (uào) non pensino. Che i nativi digitali, con tutto il rispetto, rischino di identificarsi con gli I.A.P. (Idioti Abbastanza Preparati) di cui qualche anno fa parlava Savater? 

Per quanto mi riguarda, preferirei un altro genere di statistica: come è andato il compito di matematica? Perché le chiacchiere sono chiacchiere, ma la scienza è scienza, to' (aggiungo
un link, per gradire: ma siccome l'articolo di Ruggero Zanin è riccamente argomentato e non so quanto adatto alla lettura rapida e sincopata tipica della Rete, chissà se  il mio riferimento potrà essere utile ai profeti delle cosiddette "conversazioni dal basso", quelle stesse conversazioni che diffondono, ahimé, con efficacia virale, il contagio esiziale della banalità)

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25/06/2009

Come t'annacquo la prima prova (2)

Già li sento i paladini dell'innovazione internettiana plaudire al tema sui social network e new media.
Domanda: ma lo sapete che a conclusione dell'esame i pacchi dei documenti, verbali, compiti e quant'altro vada inviato all'Ufficio Scolastico Provinciale  vengono sigillati con la ceralacca? Sì, dico, con la ceralacca: usando la candela e il piattino con l'acqua.

Stamattina, da prof di letteratura italiana e latina e, nel contempo, blogger più o meno costante da sei anni a questa parte, mi sentivo curiosamente scissa. Da una parte il rito dell'esame, peraltro ormai spogliato della sua residua sacralità appunto di "rito di passaggio", con i fogli protocollo firmati uno ad uno dai commissari, la consegna preventiva dei telefonini, i verbali, le firme, le fotocopie delle tracce (e la fotocopiatrice doverosamente bloccata verso la fine del suo duro lavoro). Dall'altro titoli che inneggiavano all'innovazione e alla creatività, alla cultura giovanile, alla Rete. Per non peccare di eccessivo entusiasmo nei confronti del futuro, agli anonimi estensori delle tracce deve essere parso opportuno aggiungere fra gli argomenti l'accattivante "Innamoramento e Amore", con relativa citazione di Alberoni, il cui omonimo saggio viene presentato come edito nel 2009 (sbaglio, o la prima edizione risale al 1979?). Alberoni, per quanto mi riguarda, è il Mike Bongiorno della sociologia: qualunque cosa dica o scriva, ti fa sentire immediatamente al di sopra del livello di un professore universitario, il che, se vogliamo, può essere persino gratificante. Alla mia saggia collega di filosofia è parso sconsolante che nelle tracce manchino in pratica citazioni e riferimenti filosofici. In effetti sembra che a questo giro sia stato celebrato il trionfo della sociologia e della divulgazione giornalistica. Ma non solo.


La traccia di ambito socio-economico riguardava la creatività e l'innovazione. E va bene. La traccia di ambito tecnico-scientifico verteva, appunto, sui social network e sui new media. Siamo proprio sicuri che quest'ultima traccia, così com'è stata formulata,  riguardasse scienza e tecnica? In effetti si chiedeva di riflettere sui cambiamenti "sociali" che l'uso di determinati strumenti comunicativi comporta. Insomma: di scienza, per davvero, non si parla e, a ben vedere, anche gli aspetti tecnologici che sono sottintesi all'utilizzo della Rete sono lasciati assolutamente in ombra. Ancora una volta si prende atto che la cultura scientifica ( anche nei suoi aspetti epistemologici) non è patrimonio dei nostri giovani all'uscita della scuola secondaria di secondo grado. Però si presume che grossomodo sappiano che cosa sia facebook.

Da frequentatrice assidua della Rete, dotata di blog, account su Twitter, Facebook, FriendFeed, Anobii, LastFm e qualche altro social network che non ricordo, mi sono sentita piacevolmente sdoganata, senza contare che ho potuto millantare con i miei alunni la presenza fra i miei contatti di almeno un paio delle auctoritates citate nelle tracce (compreso il prof. De Kerchove la cui citazione fuori contesto rischiava di trasformarlo in un passatista, cosa che evidentemente non è). Che per una volta si ragioni dell'innovazione comunicativa in atto senza necessariamente demonizzarla mi pare senz'altro positivo, intendiamoci. Mi fa tuttavia una certa impressione che se ne parli in una circostanza che non è possibile immaginare più vecchia e arretrata di così: in una scuola dove il cambiamento fatica a farsi strada, dove i docenti più giovani sono condannati al precariato a vita indipendentemente dai loro meriti,  dove i fondi vengono tagliati, la didattica non si rinnova o, se prova a farlo, lo fa in un modo raffazzonato e improvvisato ... e per di più durante lo svolgimento di un esame ormai superato nelle modalità e nelle finalità, che poco ha a che fare con l'esperienza quotidiana dei ragazzi,  comunque costretti a vivere in un Paese per vecchi, che mortifica sistematicamente ogni sforzo orientato al cambiamento, governato da una classe dirigente gerontocratica, peraltro anche abbastanza ignorante. Ecco: in una parola, le tracce di oggi mi sono sembrate ipocrite, un tentativo poco riuscito di rincorrere i giovani su quello che presumibilmente dovrebbe essere il loro terreno, di facilitare e assecondare la loro prevedibile tendenza al luogo comune e alla chiacchiera in scolastichese. Approfondimento, poco. Bla bla modaiolo, fin troppo.

(Una notazione personale. Qualche giorno fa ho postato su Facebook l'immagine del quadro di Ensor "L'entrata di Cristo a Bruxelles", intitolandola "L'entrata di Cristo in Facebook". Un mio studente mi ha chiesto se poteva citarla in questi termini. E un altro mi ha confessato di essersi in parte ispirato al mio post di ieri sera. Mi auguro di non avere troppe responsabilità per quello che uscirà fuori da queste impreviste relazioni educative via Rete)
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25/06/2009

Come t'annacquo la prima prova (1)

Divertiamoci a fare le pulci alla Prima Prova e cominciamo con un'occhiata alle cosiddette "consegne".

Esame di Stato, anno scolastico 2008 - 2009

TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE”
(puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)
CONSEGNE
Sviluppa l’argomento scelto o in forma di «saggio breve» o di «articolo di giornale», interpretando e confrontando i documenti e i dati forniti.
Se scegli la forma del «saggio breve» argomenta la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.
Premetti al saggio un titolo coerente e, se vuoi, suddividilo in paragrafi.

Se scegli la forma dell'«articolo di giornale», indica il titolo dell’articolo e il tipo di giornale sul quale pensi che l’articolo debba essere pubblicato.
Per entrambe le forme di scrittura non superare cinque colonne di metà di foglio protocollo.


Esame di Stato, anno scolastico 2007 - 2008 (e tutte le edizioni precedenti)


TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE”
(puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)
CONSEGNE

Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano.

Se scegli la forma del  “saggio breve”,  interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.

Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro).

Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo.

Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’.

Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro).

Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo).

Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

 

Notate le differenze? Per quanto riguarda la redazione del cosiddetto "saggio breve", quello che si richiede quest'anno è, in pratica, la stesura di un temino generico: non è prevista da parte dello studente la scelta della destinazione editoriale, ovvero una riflessione del candidato sulla diversità dei registri linguistici implicati da differenti destinatari, E' intutivo che, nel caso di una scrittura saggistica,  tono e  lessico varieranno, anche in modo significativo,  se ci si rivolge, per dire, a studenti del liceo, a un pubblico indifferenziato, a una platea di specialisti. Poco male, direte. Ma ricordiamo che questa tipologia di prova è stata a suo tempo introdotta proprio per evitare la genericità di una scrittura ibrida ed irreale come quella del tema tradizionale. Perché sì: un temino scolastico è una cosa, un "saggio" breve un'altra, un articolo di giornale un'altra ancora. Io credo che l'omissione sia dovuta semplicemente alla fretta e all'approssimazione: come se ci si fosse stancati di credere ad una pratica didattica mirata ad un articolato "curriculum di scrittura" (pratica che l'introduzione dell'articolo di giornale e del saggio breve fra le tipologie di testi oggetto di prova doveva in qualche modo incoraggiare) e nella consapevolezza che i professori di italiano non sono, in genere, né giornalisti né saggisti, si sia ritornati di fatto, distrattamente, ai santi vecchi.

Chiamatelo "saggio breve", se vi va, ma se non si dice a chi  sia indirizzato e perchè, si trasforma inesorabilmente nel vieto tema scolastico
. Tutti sono rassicurati: gli studenti che smetteranno di giocare agli "esperti", i professori che non proveranno imbarazzo nel correggere prove velleitarie ipoteticamente indirizzate alle destinazioni editoriali più incredibili (dal cosiddetto "fascicolo scolastico di ricerca e documentazione" - dicitura misteriosa che nessuno ha mai capito cosa significasse in realtà - alla rivista Le Scienze - se non addirittura Nature - , passando per Focus, il libro di testo per gli alunni del biennio, la raccolta di saggi di livello universitario) e che, in prospettiva, potranno tranquillamente evitare ogni sforzo per ragionare in termini di "didattica della scrittura"( lo fanno già in molti, ma ora non sono più tenuti nemmeno a sentirsi in colpa). Resta il cosiddetto "articolo di giornale" ... ma si può sempre ricorrere alla facile scappatoia del "giornalino scolastico", come possibile destinazione, e uno sconosciuto studente liceale non si sentirà in obbligo di  fingersi un premio Pulitzer (oddio, potrei citare almeno un paio di testate nazionali che, in quanto a dilettantismo, non hanno niente da invidiare a nessuno, e che quindi si prestano ottimamente alla necessità, ma evitiamo).
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24/06/2009

La "maturità" nell' era di Facebook

I telegiornali hanno trasmesso i loro usuali servizi fotocopia sugli Esami che domani cominceranno. Immagino che moltissimi studenti siano, come sempre accade, a caccia di improbabili anticipazioni sui titoli  della prova di Italiano. Il Ministro ha fatto i suoi auguri e ha pronunciato pubblicamente le solite paroline di raccomandazione e consolazione. Io, per quanto mi riguarda, sono reduce da uno straordinario tour de force su Facebook e Gmail per correggere e discutere con i miei studenti i loro lavori di ricerca e approfondimento. E fra una tesina e l'altra leggevo un istruttivo saggio, "Nati con la Rete. la prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l'uso" di John Palfrey e Urs Gasser.  Checché ne pensi Luca Sofri (autore dell'introduzione all'edizione italiana, con il quale ho avuto un'interessante discussione sui cosiddetti "nativi digitali" proprio qui, su Contaminazioni), si tratta di un testo problematico, non semplicemente entusiastico,  che sottolinea sia le straordinarie potenzialità della Rete, sia i pericoli che un uso acritico e non meditato dello strumento Internet può comportare tanto per i cosiddetti nativi quanto per gli immigrati digitali come noialtri (assai interessantii, da questo punto di vista, i capitoli sulla sicurezza e sulla privacy).

La Rete è un meraviglioso strumento di aggregazione e un infinito contenitore di informazioni. Ma la buona  qualità dei rapporti che si costruiscono in questo ambiente e dei materiali che il Web ospita, naturalmente, non è automatica. Sembra un'affermazione lapalissiana ma a volte ho l'impressione che in alcuni l'entusiasmo faccia velo allo spirito critico, mentre ad altri una diffidenza preconcetta giochi pessimi scherzi. I cambiamenti vanno governati, non subiti. Certo, possiamo lasciare i nostri figli e i nostri studenti soli davanti allo schermo dello computer: prima o poi  ne tireranno fuori qualcosa di buono, anzi, con tutta probabilità, alcuni di loro lo  stanno già facendo. E tuttavia, leggendo per esempio le pagine di "Nati con la Rete" dedicate a Wikipedia, sono stata colta da un pensiero fulminante: i contenuti che rendono attendibile e autorevole un lemma qualsiasi della geniale enciclopedia collaborativa da dove provengono? E, cosa altrettanto importante, come si forma quella capacità di discernimento e di critica che permette ad un utente qualsiasi della Rete di individuare le informazioni corrette fra gli innumerevoli risultati proposti dall'algoritmo di Google?

Esiste una differenza non da poco fra i tanti, giovani o più anziani, che si limitano a "scaricare" la prima cosa che sembra loro utile (o divertente) e chi affronta l'ambiente virtuale in maniera attiva e partecipata. La Rete dissemina intelligenza ma, ahimé, diffonde anche l'insanabile imbecillità che spesso contraddistingue l'umanità. Una volta c'erano i Bignami. Oggi una maggioranza poco accorta di ragazzini utilizza Internet come una sorta di Bignami formato gigante: non è certo l'utilizzo più indovinato, ma si tratta di un esito scontato se si continua a rispondere a nuove esigenze (ed emergenze educative) con un atteggiamento vecchio. Le "tesine interdisciplinari" e i "percorsi" che imponiamo ai nostri studenti sono la riedizione delle vecchie ricerchine che noi copiavamo dall'Enciclopedia dei Ragazzi o da "I Quindici". Non ci scandalizziamo se loro le scaricano da Internet: almeno non faranno fatica a copiare a mano.

Lascio scorrere lo sguardo sulla mia incasinatissima libreria e penso che no, non rinuncerei a nessuno dei libri che ho letto o che ancora devo leggere. Piuttosto posso provare a mettere in comune con altri l'esperienza culturale accumulata nel corso degli anni grazie alla lettura, utilizzando a questo scopo uno strumento veloce, collaborativo, flessibile. Posso dimostrare disponibilità nei confronti di nuove forme di relazione, accettando fra l'altro di ridefinire anche il mio ruolo di insegnante oltre gli angusti confini dell'aula scolastica. Posso tentare di  insegnare un metodo e, al tempo stesso, posso io per prima sperimentare e imparare, integrando le mie competenze (che, sia chiaro, non giudico affatto obsolete) con quelle necessarie ad interagire nell'ambiente virtuale. Posso, in una parola, mettermi in gioco.

Domani celebreremo per l'ennesima volta l'abusato rito dell'esame, quest'anno condito da moralistici richiami alla ritrovata serietà e plausi alla fine ingloriosa della cosiddetta scuola del lassismo (quella del '68, come ha ribadito serafica la Gelmini). E mentre la solita propaganda si trastulla con una poco credibile riedizione del maestro Perboni di deamicisiana memoria (quello che a un certo punto sbatte fuori dall'aula l'incorreggibile Franti), i nostri alunni si destreggiano come possono fra le nostre pretese abbastanza anacronistiche e le loro abituali frequentazioni virtuali, in genere poco meditate.

In questi ultimi giorni mi sono divertita moltissimo. Come racconto rapidamente nel post precedente a questo, ho mantenuto un contatto diretto e costante, via mail e via facebook, con la maggior parte dei miei alunni per revisionare i loro lavori e, se possibile, fornire loro informazioni e suggerimenti, senza tralasciare un sano e sdrammatizzante cazzeggio. L'ho chiamata, scherzosamente, "interessante interazione didattica". In realtà è semplicemente  accaduto perchè tutti noi utilizziamo abitualmente, senza tanto clamore, il social network per comunicare. Fa ormai parte delle nostre abitudini, di adulti e di giovani insieme: c'è poco da sperimentare, casomai è indispensabile utilizzare questo strumento con la stessa tranquillità con la quale, nelle aule, entrano ormai da anni lettori dvd e videoregistratori.

Quali sono state le osservazioni che mi hanno fatto più piacere? L'affermazione di un mio studente: "Ho usato Internet come una biblioteca multimediale, così come lei ci ha insegnato" e l'inusuale ringraziamento, a conclusione di tesina, di un altro: a Facebook, "un social network che è ormai diventato parte stessa del metodo di lavoro di noi studenti".




 


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13/06/2009

La privacy e la reputazione non hanno prezzo. E infatti, chi se ne frega?

Scusatemi tanto se, mentre in Rete ci si accapiglia sugli esiti potenzialmente nefasti dell'articolato riguardante Internet all'interno del disegno di legge sulle intercettazioni (ottima sintesi ne viene offerta su Punto Informatico), io mi soffermo su una problematica evidentemente marginale, legata non tanto alla minaccia che incombe sulla libertà di espressione di noialtri comunicatori via Web (almeno in apparenza), quanto al vissuto concreto della gente comune.

In effetti una violazione del copyright in un filmato pubblicato su You Tube o Facebook, anche se soltanto presunta, comporta la rapida rimozione del contenuto sospetto, qualunque ne sia l'origine o la finalità. Mi è personalmente capitato: sono stata costretta a rimuovere da Google Video almeno tre video didattici, dal momento che contenevano materiale protetto da copyright (ovvero frammenti di note canzoni a commento delle immagini), a seguito di relativa notifica da parte del team di Google. Francamente non mi sono strappata i capelli, anche se mi pare abbastanza risibile che un pezzettino di una canzone di Mika usato come sottofondo alla presentazione  degli indirizzi di un oscuro liceo di provincia rappresenti questo immedicabile danno al diritto d'autore. Ma tant'è, si sa che la legge va rispettata e di fatto l'avevamo violata.

Ma ipotizziamo un altro scenario: un video diffamatorio su un perfetto sconosciuto, magari minorenne (e quindi vittima inconsapevole di uno strisciante cyberbullismo),  o ancora un gruppo di buontemponi su facebook che insultano un malcapitato esposto al pubblcio ludibrio con tanto di foto scattata a sua insaputa. Provate a segnalarli, usando l'apposito tastino, vero monumento all'ipocrisia. Passano i giorni, le settimane, i mesi: nessuno rimuove nulla. Puoi consumarti il dito ripetendo compulsivamente la segnalazione. E non esiste uno straccio di mail, su Youtube o Google o Facebook, che ti permetta di contattare direttamente un responsabile. Ovvio: esiste la possibilità di denuncia alla polizia postale. Eppure non sempre è una strada praticabile o opportuna, almeno in prima battuta, per i più svariati motivi: ad esempio per tutelare la vittima, che magari non si è accorta di niente, e quindi per evitare contraccolpi psicologici, ovvero che il rimedio sia peggiore del male; oppure perché prima di rovinare un ragazzino con una denuncia, preferiresti fargli capire in altro modo che ha sbagliato.
In ogni caso, occorrerebbe monitorare a priori l'esistenza di contenuto del genere che fra l'altro scatena la dubbia fantasia dei commentatori (di ogni età), se non altro perché comunque la segnalazione può arrivare con notevole ritardo, dopo mesi dall'avvenuta pubblicazione del contenuto diffamatorio, quando il danno è già stato fatto, e da tempo.

Ne parlavamo a scuola qualche giorno fa e naturalmente la reazione di qualche collega non particolarmente esperto di scenari digitali è stata drastica: "Sarebbe meglio oscurare tutto". Ecco quindi il nesso con tematiche più ampie, quelle stesse tematiche alle quali accennavo in apertura di post. Il bavaglio alla Rete che la blogosfera politicamente più accorta giustamente paventa ed esecra trova la sua giustificazione propagandistica nelle quotidiane violazioni alla privacy e alla reputazione che l'idiozia della plebe pratica.  Date ad un adolescente (ma anche a qualche maggiorenne privo di criterio) un telefonino e un computer senza controllo e  rischiate di trasformarlo in un'arma letale. L'adulto spaventato, genitore o educatore che sia, preferirà azzerare anche il buono che in Rete esiste, pur di non correre rischi. D'altra parte, per dire, Facebook o You Tube dimostrano di preoccuparsi più del diritto d'autore che dell'onorabilità degli anonimi cittadini: chissà perché.

Io non sono una tecnica, e non so se sia effettivamente possibile studiare delle soluzioni accettabili in grado da un lato di non castrare irrimediabilmente il diritto di espressione e di libera opinione, dall'altro di evitare il gran numero di abusi che di fatto l'anarchia della Rete consente. Mi piacerebbe confrontarmi su questo tema con qualcuno che lavori sul campo, magari nell'ufficio legale in Italia dei network multinazionale più noti: ma sono personaggi sconosciuti e irraggiungibili per gli utenti comuni come la sottoscritta, al punto che sono arrivata a dubitare della loro esistenza. Quando mi ritroverò a fronteggiare situazioni come quelle che ho descritto, continuerò ad insistere, ma senza grandi speranze, con il tasto "segnala". 


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21/05/2009

Io, una tardiva digitale

A essere "tardiva digitale" mi condanna in primo luogo l'anagrafe: visto che fra un pugno di giorni festeggerò il mio quarantottesimo compleanno, c'è poco da fare, sono "vecchia", per quante arie da rockettara in ritardo mi possa dare, nonostante il blog, nonostante le mie frequentazioni "sociali" in Rete, da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Anobii, da LastFm a Tumblir o a Flickr, nonostante la mia curiosità e la mia voglia di sperimentare. Figurarsi, sono laureata in Letteratura Greca e insegno Italiano e Latino: non ho proprio chance. Sarà per questo che leggendo il pezzo di Luca Sofri, inititolato appunto "L'era dei tardivi digitali", mi sono sentita debitamente urtata e il mio primo pensiero è stato: "ma di che caspiterina - veramente nella formulazione originaria la parolina era un'altra - sta parlando?"

Forse perché per mestiere e legami familiari (madre di una ventenne e un quattordicenne) in mezzo ai cosiddetti "nativi digitali" ci vivo  e lavoro, il primo paragrafo mi ha fatto letteralemente sganasciare. Cito: Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione «entomologica» nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. Le nostre analisi le pubblichiamo ancora sui libri di carta e di centinaia di pagine, come questo. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno: ne frequentiamo uno che risulta sempre più emarginato, illuso da una grande finzione collettiva tenuta in vita dai mezzi di comunicazione che a loro volta gli appartengono e che con lui se ne stanno andando.

Poniamo che l'analisi sia corretta ... a essere sincera, sono quindici anni o giù di lì che in varie formulazioni, questo straordinario luogo comune ci viene sistematicamente somministrato, specialmente a noialtri insegnanti, rimproverati di essere attardati, vecchi, polverosi etc etc, a fronte di ragazzini che, per la prima volta nella storia, sarebbero in grado di insegnare ai loro pretesi maestri. Insegnare che cosa? Come si naviga in Rete, come si scarica via torrent, come si chatta con MSN, come si copia da Wikipedia? Perché sono queste le cose che i ragazzini comunemente fanno e, francamente, non è che occorrano tutte queste capacità cognitive per pigiare un tasto  e rimanere lì a vedere cosa succede.  Attenzione, do una comunicazione sconvolgente, almeno per qualcuno: i "nativi digitali" sono degli straordinari "consumatori" dei materiali e degli strumenti prodotti e diffusi in Rete, ma in quanto a consapevolezza critica e capacità di discernimento lasciano parecchio a desiderare

Sapete dove stanno buona parte dei ragazzini che conosco e che frequento? Ma tu guarda, proprio su Facebook (proprio quel luogo largamente sopravvalutato dai "tardivi", almeno secondo l'opinione di Sofri), a scambiarsi fotografie della cena di classe, a pubblicare video più o meno demenziali. ad iscriversi ai  gruppi tormentone tipo "quello che dormono a pancia in giù con un braccio sotto il cuscino ...", a fare test del genere "che parolaccia sei" o "che personaggio dei manga" o cose così. Sono un po' invelenita, se non altro perché ne ho tanti fra i contatti e con queste piacevolezze mi intasano la home: ma non importa, così da "insetto" posso studiare meglio i cosiddetti "scienziati" e le loro fissazioni.

Non ce l'ho con i ragazzini, sia chiaro. Anzi. Il fatto è che i nostri figli e i nostri nipoti stanno proprio perdendo la battaglia per essere davvero protagonisti dell'innovazione e, con tutta probabilità, la stanno perdendo proprio per colpa nostra. Ovvero per colpa di quegli adulti che hanno identificato nella loro generazione uno straordinario target per il marketing, che hanno avuto tutto l'interesse a trasformare gli adolescenti (non solo loro, per la verità) in consumatori: consumatori passivi di mode,  di simboli, di tecnologia, di atteggiamenti tanto vuoti quanto apparentemente irrinunciabili. Internet poteva (può) forse essere lo strumento per la rinascita di un diverso umanesimo. Si sta implacabilemnte trasformando nel trionfo del conformismo: non solo le idee navigano per le maglie della Rete, ahimé, ma anche l'idiozia, anche il pregiudizio, anche il luogo comune, anche l'insignificanza. Se sono questi i mali che avvelenano il nostro mondo, e Internet è appunto lo specchio del mondo, non si vede come potrebbe evitare di rifletterli.

Confusamente, drammaticamente, i ragazzi ne sono consapevoli. Sono disillusi prima ancora di essere delusi. Non si sentono proprio per niente, e non sono considerati, protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo, come afferma Sofri. Al contrario, vengono sistematicamente spossessati del futuro e della speranza.  E stanno male. Altro che Italia salvata dai nativi digitali, come ottimisticamente si augura Sofri a chiusura del suo pezzo:  questa è solo demagogia generazionale. Sciacquarsi la bocca con l'abusato aforisma "il mezzo è il messaggio" serve a poco, a questo punto. Il fatto è che in questo straordinario medium che è Internet sono proprio i "messaggi", i contenuti che troppo spesso mancano. Per un giovane, un adolescente trovarsi imprigionato in un loop di link che finiscono per rimandarsi l'uno con l'altro, che non riferiscono nulla di quello che veramente vale la pena di conoscere e sapere, che gli raccontano favolette puerili su quello che è importante e su quello che non lo è,  non è poi così esaltante.

Fra i ragazzi cresce il disagio: è un fatto  Mi limito ad un'osservazione. Insegno da ventisei anni e con le crisi esistenziali dei miei alunni adolescenti ho dovuto fare i conti più di una volta (non sono mancate autentiche tragedie), ma negli ultimi tempi mi pare che  i segnali di profondo malessere si siano drammaticamente moltiplicati: crisi di panico, isterismi, autolesionismo fino alle conseguenze peggiori, incapacità di affrontare le difficoltà, uso massiccio di psicofarmaci incoraggiato da psicologi e terapeuti fin troppo disinvolti, famiglie in affanno. Viviamo purtroppo nell'Epoca delle Passioni Tristi, come recita il titolo di un bel saggio di 
Miguel  Benasayag e Gérard  Schmit, saggio che quanti discettano amabilmente sui ragazzi dovrebbero urgentemente leggere.

Possiamo raccontarci quello che accadrà come più ci piace. Lungi da me demonizzare la Rete e quello che in Rete si fa, ma sia chiaro: mi tengo ben stretti la mia cultura classica, i miei libri di carta (non ebook!) e  non per smania  passatista e rifiuto del nuovo. So solo che senza passato il futuro è un'illusione, una mistificazione, un inganno. E allora, cari amici "tardivi digitali", come la sottoscritta, sarà bene, per quanto ci riguarda, tornare ad assumere qualche responsabilità nei confronti dei nostri ragazzi: non siamo "scienziati che studiano insetti", ma siamo uomini e donne che abitano lo stesso mondo abitato dai "nostri" ragazzi e dovremmo sforzarci di guardarli davvero, per quello che sono, e non per quello che sembrano o vorremmo che fossero.
postato da floria1405 alle ore 13:45 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
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14/05/2009

Se questo me lo chiamate noioso ...

Domani pomeriggio, nel corso dell'ultimo incontro del ciclo "Visivamente - Cinema e Pensiero fra Filosofia e Cultura Classica, introdurrò la professoressa Monica Longobardi, invitata a parlarci della sua pregevolissima traduzione del Satyricon di Petronio, recentemente pubblicato per i tipi della casa editrice Barbera,
E ora, chi capita qui per caso o per scelta, magari in virtù di qualche bizzarro capriccio di Google, potrà anche, se vuole, chiudere tutto e andarsene, temendo magari la solita pallosissima dissertazione da occhialuta prof di latino che ogni tanto, persino qui, sul blog, destinato in genere a ben diversi argomenti e cazzeggi vari,  si ricorda di essere una persona seria, con un'antica vocazione alla filologia. Beh,  peggio per lui, arrivederci e grazie della visita. Sappia comunque che si sbaglia, e di tanto.

Prima di tutto, perché Petronio è tutto meno che un autore noioso, e non solo perché il Satyricon è un romanzo un po' porco (figurarsi, con un protagonista perseguitato dall'ira di Priapo che gli sabota sistematicamente la virilità sul più bello, accompagnato per di più da un corteggio scalcagnato di froci, puttane, arricchiti, profittatori, ruffiani, intellettuali falliti, vecchiacce sordide, streghe, lupi mannari, cacciatori di eredità ... altro che il "pio Enea" e i suoi scrupoli da eroe riluttante). In realtà si tratta di un'operazione geniale e misteriosa di contaminazione letteraria e linguistica, una miscellanea di situazioni grottesche, di parodie finissime, di humor nero, il tutto contemplato con uno sguardo disincantato, ironico, che non giudica mai, ma si limita a prendere atto dell'insondabile complessità della vita, persino nei suoi aspetti più turpi e impresentabili.

E poi perché questa traduzione è straordinaria. Va detto: Dio ci salvi dai professori di latino. Ne abbiamo bisogno, perché non si può pretendere che il popolo dei lettori comuni dotati di comune cultura possa accedere direttamente al testo in lingua originale, sebbene per il Satyricon, che basa buona parte del suo fascino sul gioco linguistico, sull' intreccio e la sovrapposizione di diversi registri stilistici, sui motti di spirito, sullo stravolgimento dei generi, parrebbe quasi indispensabile, pena la rinuncia ad una piena comprensione del meccanismo di funzionamento del testo. Ma troppo spesso le traduzioni sono scialbe, piatte, magari "grammaticalmente" corrette, ma prive di quella verve espressionistica, quell'istrionismo comunicativo che rappresentano la cifra distintiva di questo vero unicum delle letterature classiche. 

Petronio è una sfida che i traduttori sembrano destinati invariabilmente a perdere. Non in questo caso. Monica Longobardi è filologa, certo, e l'operazione che compie si basa non sull'arbitrio, ma si fonda su una salda consapevolezza delle caratteristiche originarie dell'opera e su una riflessione attenta e motivata, come dimostra il ponderoso saggio introduttivo che dà conto puntualissimo e documentato delle motivazioni alla base delle singole scelte di traduzione, nonché dei presupposti metodologici che hanno guidato la curatrice in un'operazione che lei stessa definisce "arrischiata, incauta e spericolata": . Ma Monica Longobardi, per così dire, "ha orecchio", Non tradisce e non appiattisce. Ma interpreta in modo originalissimo e intelligente la polifonia varia delle mille voci che si incontrano nel Satyricon. Il risultato non solo è godibile ma è letterariamente ineccepibile: la traduzione è una riscrittura originale, viva, autentica in un senso che va al di là di una "fedeltà" magari erudita ma troppo spesso un po' pedestre, asfittica, esangue.

Concludo con una notazione solo apparentemente off topic. Leggo sul Corriere di oggi un pezzo per me abbastanza scioccante che riferisce i risultati di una ricerca condotta fra 1508 ragazzi della fascia d'età 19 - 25 anni delle province di Lecce, Siena, Bologna. Titolo: "A scuola meno latino e più italiano" Occhiello: "Molto apprezzati inglese e informatica. Bocciate letteratura, matematica, musica. Critiche sulla competenza dei professori". Catenaccio: " I giovani giudicano i programmi appena studiati: insofferenza per la teoria, voglia di materie subito utili". Il succo sarebbe questo:  i ragazzi vorrebbero più inglese (ma non per leggere Shakespeare!), più informatica,  e, per favore, via letteratura, via filosofia, via matematica. E noialtri prof? Giudicati noiosi, pedanti, spenti, non all'altezza.

Mi limito a un paio di considerazioni.  Poverini, questi ragazzi, che giudicano
una cosa inutile, vuota, insensata quella cultura che è il sale della vita, la panna montata che addolcisce la sconfortante noia di un'esistenza altrimenti piatta, unicamente votata al consumo e alla routine (compresa la routine della trasgressioni del finesettimana). Non sanno quello che si perdono: per esempio il ghigno sarcastico che di certo Petronio rivolgerebbe ai tanti discendenti di Trimalcione che popolano ancora oggi i palinsesti televisivi e non solo

Poveri noi prof, che abbiamo fra le mani questo tesoro e lo affoghiamo nella demotivazione, quella nostra e quella dei nostri alunni, nella ripetitività, nella mancanza di entusiamo, nell'incapacità di comunicare quella che pure dovrebbe essere la nostra passione.

E infine povera questa società che giudica superflui l'intelligenza, la bellezza, lo spirito  che ci sono stati tramandati e sarebbe disposto a barattarli per un corso di lingua De Agostini o una patente ECDL o un corso di educazione stradale o, peggio del peggio,  una canzonetta di Marco Carta.

Grazie a Dio, ogni tanto escono libri come questa traduzione: libri che sanno tenere lontana la noia senza rinunciare al rigore, capaci di restituirci la fiducia nella possibilità di scuotere via la polvere dai cosiddetti "classici", in grado di ridarceli vivi e veri: libri che ci fanno sentire quanto sia ancora entusiasmante continuare a studiare, a riflettere, a ragionare sulla nostra eredità. E chi non lo capisce ... mah.



postato da floria1405 alle ore 00:16 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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Lorenza Boninu

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Utente: floria1405
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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