Con grande entusiasmo e passione Aldo Schiavone ha presentato il suo ultimo libro, "L'Italia Contesa", alla locale festa del PD. Nel cosiddetto "Spazio Agorà" appositamente predisposto per i dibattiti, eravamo in ... quanti? Quindici, venti? Attorno i consueti rumori delle feste di partito, profumo di bomboloni, musiche da ballo, numeri della tombola, annessi e connessi. Ma non importa. Se c'è una cosa che va riconosciuta a Schiavone, è la capacità argomentativa brillante, che non si è negata nemmeno in questa occasione, nonostante la prevedibile atmosfera paesana. Schiavone è talmente brillante e convincente e persino consolante che quasi dispiace non dargli ragione. Visto che è un ottimista (e Dio sa se non abbiamo bisogno di ottimismo in questi tristi frangenti), obiettare che la sua tesi non pare giustificata fino in fondo, rischia di metterti nella scomoda posizione del guastafeste.
" Chi ha oggi un maggior spirito democratico? Colui che si accontenta, o chi non si accontenta dello stato di salute delle nostre democrazie?" E' questa la domanda che campeggia sulla copertina del bel saggio di Massimo L.Salvadori "Democrazie senza democrazia" (Laterza 2009, € 14.00). Libro agile, ben scritto, documentato ma non eccessivamente specialistico: da leggere e meditare senza preconcetti. Viviamo in una strana epoca: da un lato la democrazia di matrice liberale sembra celebrare ovunque i suoi fasti, accompagnata non di rado da una retorica trionfalistica via via sempre più in difficoltà nel nascondere i motivi di una profonda crisi di credibilità e condivisione; dall'altro i comuni cittadini vivono sempre più spesso un disagio profondo, l'inquietante sensazione di vedere i loro più elementari diritti, che si immaginavano stabilmente acquisiti, gradualmente e irriversibilmente erosi da poteri forti e incontrollabili, rispetto ai quali mancano validi strumenti di azione e reazione.
Che il cosiddetto web 2.0 sia una sorta di vampiro, già lo avevo scritto in tempi non sospetti. Ma quella che era una mia giocosa intuizione, riceve forza di dimostrazione filologica da questa nota dell'amico (di Facebook, ma non solo: una delle rare persone che posso dire di conoscere personalmente) Marco Trainito. Tanto per essere chiari: Marco è filosofo. Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo. Fra le tante, troppe dissertazioni di marca giornalistico-sociologica che ci affliggono a proposito di social network, innovazione, rete etc etc, si sente talvolta il bisogno di guardare a siffatti elevati fenomeni, anche se solo per ridere (ridere?), da una prospettiva altra. Intertestualità, decostruzione, critica. Tutte cose che, guarda guarda, hanno bisogno dello sguardo disincantato degli immigrati (o ibridi) digitali, gente di buone, solide letture, che, nonostante questo (o forse, badate bene, proprio per questo) non disdegna di mescolarsi con la plebe internettiana, esattamente come il califfo Harun al Rashid che passeggiava in incognito per la città di Bagdad.
... ma ogni tanto devo pure tornare a fare la professoressa. Si tratta della riscrittura di un mio intervento in preparazione dell'incontro con il senatore Pancho Pardi, incontro che si è tenuto a Piombino lo scorso 21 aprile per presentare il libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta, La Dittatura della Maggioranza, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. La presentazione era stata congiuntamente organizzata dal locale circolo di Libertà e Giustizia e dall'Associazione Democrazia e Territorio.
Ho già annunciato su piombino.blogolandia che domenica prossima saranno ospiti della nostra Città Mauro Gasparini e Guido Catalano con il loro reading "Una motosega per Brandon Sclero". Però in quel post mi lancio in considerazioni più generali sul rapporto fra la Rete e la letteratura (ufficiale, ufficiosa, clandestina) che mi pare utile riproporre anche qui. Scrivevo:[...]
Ma una cosa va detta: se la premessa è corretta (e penso che lo sia), allora il gioco della scrittura (o la scrittura in gioco, che poi è lo stesso) oggi va cercato dove davvero si fa, nella nuova piazza telematica, dove giullari, trovatori, buffoni, mangiatori di fuoco, giocolieri e acrobati della parola, sorridenti o malinconici, beffardi o teneri, irriverenti o sognatori, fanno la loro strada in compagnia di un pubblico di certo esigente, stanco com’è di essere menato per il naso dalla tetra combriccola della Kultura cosiddetta ufficiale, professionale e professionistica.
Soffermiamoci sull'ultima frase , quella in cui parlo male della "tetra combriccola della Kultura cosiddetta ufficiale". Sia chiaro: non voglio sparare ad alzo zero sul lettore di professione (leggi: critico) e in generale sul cosiddetto establishment letterario (a pensarci bene, tuttavia, analoghe considerazioni potrebbero essere svolte a proposito del mondo musicale o della critica cinematografica). In un certo senso, anch'io sono una "lettrice di professione", visto che con la letteratura lavoro nelle aule scolastiche e per scelta non mi sono mai limitata ad una mera rimasticazione di opinioni altrui: può essere che le mie elucubrazioni blogghettare non siano poi così peregrine, tanto più che non appartengo a nessuna conventicola o parrocchia. E quel che vale per me, vale per altri. Insomma, qualcosa, piaccia o non piaccia, si muove (non è più nemmeno questa gran novità, a pensarci bene) e rapidamente erode le rendite di posizione che qualcuno pensava di aver stabilmente acquisito senza bisogno di ulteriore impegno, se non qualche periodica frase fatta stampata qua e là sui giornali (a proposito, leggete questo bel pezzo di Matteo Sacchi, da Vibrisse)
Certo che questo di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana (Siamo i Fangio della cultura che non paga) è un gran bel pezzo, scritto bene, con foga giusta e giusto sgomento. Vale la pena di citarne qualche passo.
Contaminazioni
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Lorenza Boninu