contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
07/09/2009

Le belle favole che si raccontano gli intellettuali

Con grande entusiasmo e passione Aldo Schiavone ha presentato il suo ultimo libro, "L'Italia Contesa", alla locale festa del PD. Nel cosiddetto "Spazio Agorà" appositamente predisposto per i dibattiti, eravamo in ... quanti? Quindici, venti? Attorno i consueti rumori delle feste di partito, profumo di bomboloni, musiche da ballo, numeri della tombola, annessi e connessi. Ma non importa. Se c'è una cosa che va riconosciuta a Schiavone, è la capacità argomentativa brillante, che non si è negata nemmeno in questa occasione, nonostante la prevedibile atmosfera paesana. Schiavone è talmente brillante e convincente e persino consolante che quasi dispiace non dargli ragione. Visto che è un ottimista (e Dio sa se non abbiamo bisogno di ottimismo in questi tristi frangenti), obiettare che la sua tesi non pare giustificata fino in fondo, rischia di metterti nella scomoda posizione del guastafeste.

Ma qual è, in estrema sintesi, l'assunto del libro? Una bella narrazione (e Schiavone è maestro nelle narrazioni, come già ha osservato Paolo Rossi nel suo limpido "Speranze" a proposito di un'altra operetta del nostro, "Storia e Destino", della quale già ho avuto modo di parlare sul blog), secondo la quale Berlusconi a suo tempo avrebbe riempito il vuoto creato dalla crisi irriversibile vuoi del vecchio modello economico-sociale, spazzato via dalla globalizzazione e dai profeti del libero mercato senza vincoli e remore, vuoi del sistema politico italiano della cosiddetta "Prima Repubblica", di fatto imploso all'inizio degli anni Novanta, per ragioni esterne (la fine della guerra fredda) e interne (Tangentopoli e quel che ne è seguito).  Ma Berlusconi, che poteva incarnare i tratti di un'autentica "rivoluzione liberale", e vestire i panni di un novello De Gaulle in salsa italiana, ha mancato il bersaglio:  e ora, anche a prescindere dagli scandali che ne stanno logorando l'immagine, la mutata congiuntura mondiale che impone un ripensamento  radicale del paradigma liberista e la necessità di elaborare  risposte diverse per rispondere alla crisi, fanno sì che la sua parabola sia inesorabilmente in declino. A questo punto, mentre la Lega e Tremonti  già si preoccupano di elaborare una sorta di "revisione postberlusconiana", una specie di "neoguelfismo" del Terzo Millennio, alla Sinistra, finalmente fuori dai patemi identitari che la attanagliano da una ventina d'anni o giù di lì,  spetterebbe il compito di costruire "una storia forte e credibile da proporre al Paese,  un modo di raccontarla, e  un protagonista che la interpreti". Cito dalla conclusione del libro: "Oltre che una storia, occorre un modo persuasivo di raccontarla, che arrivi al cuore e alla testa di chi ascolta, che parli ai giovani, che leghi in maniera moderna ragione e passione. E questo non è solo un problema di media e comunicazione. E' soprattutto una questione di anima e di visione. E serve poi un protagonista che sia in grado di condurre questo racconto - un leader, certo: ma intorno a lui un partito, un gruppo,  e dietro ancora una classe dirigente; insomma un "principe" adeguato a un simile compito, che non può essere di una sola persona. Per ora di tutto questo si vedono solo le potenzialità - intelligenze, energie, disponibilità. C'è bisogno che si cristallizzino intorno a un programma e un obiettivo, che abbiano il sapore del realismo e dell'utopia".

Io mi sono provata a dire, con i miei poveri mezzi, che, messa in questi termini, la vedevo un po' complicata. Quale sia stata la reazione alle mie perplessità, espresse in modo effettivamente assai confuso (sarà che la mia chiarezza di idee lascia parecchio a desiderare, in questi frangenti, contrariamente a quello che accade a un intellettuale professionista come Schiavone), lo dirò in chiusura di post. Qui cercherò di esprimere i miei dubbi in modo più lineare rispetto a quanto mi consentissero, l'altra sera, il profumo della cena servita ai tavoli della festa e il chiasso dei bambini fra i vari padiglioni.

Prima di tutto: siamo sicuri che in Italia si sia davvero realizzata agli inizi degli anni Novanta quella discontinuità di cui parla Schiavone, al centro della quale lui pone la figura di Berlusconi che avrebbe in qualche modo "fiutato" il cambiamento del vento? Sì, lo ricordo: dopo la bufera di Tangentopoli niente è stato più come prima. Ma a me pare che la classe dirigente di "prima" si sia allegramente (e gattopardescamente) riciclata nella nuova situazione, a parte qualche vittima collaterale più o meno illustre. Ci sono stati un rimescolamento della carte, un abbandono di antiche rigidità ideologiche, conversioni clamorose, adattamenti e "strappi". Nel grande frullatore dei primi anni Novanta è scomparsa la Dc, è scomparso il PCI, è scomparsa la destra postfascista. Ma non ne sono scomparsi i protagonisti (altrimenti, scusate, perché a tutt'oggi si fa un gran parlare di "gerontocrazia"?). Hanno cambiato vestito e linguaggio, ma sono sempre tutti lì, espressione di mali antichi che si chiamano trasformismo e conformismo.  E non  parliamo del ruolo della Chiesa. Berlusconi scese in campo per salvare se stesso, mica per chissà quale spinta ideale o calcolo realmente politico. Ha incarnato (insieme alla Lega), casomai, l'arretratezza civile di un'Italia che non è poi mutata troppo da quando Pasolini lamentava che il nostro Paese vantava "la borghesia più ignorante e il proletariato più analfabeta d'Europa". Anche gli intellettuali più parolai, si potrebbe aggiungere.

In secondo luogo: un programma che abbia "il sapore del realismo e dell'utopia"? Abbiate pazienza, ma io diffido sempre degli ossimori, che hanno la sgradevole tendenza ad apparire suggestivi ma a significare poco. Non parliamo poi delle utopie: mi pare che abbiano fatto parecchio male nel "secolo breve" che ci siamo lasciati alle spalle e le lascerei volentieri alle analisi degli storici e dei filosofi. Sarò cinica, ma vorrei volare più in basso. Preferisco quelle che Paolo Rossi, nel volumetto che ho citato qualche rigo sopra, chiama "ragionevoli speranze". Preferisco soffermarmi sulle cose urgenti che dovremmo fare, qui e ora. Promuovere la cultura, la consapevolezza, la critica. Recuperare la scuola dal disastro nel quale sta sprofondando, e non solo per colpa della Gelmini. Rispondere all'emergenza economica, rivalutare il ruolo e la dignità del lavoro. Combattere in nome della libertà di informazione. Eliminare sprechi, nepotismi, clientelismi, corruzioni. Ristabilire (o stabilire?) una credibile etica pubblica. E tutto questo nella consapevolezza che ad ogni passo in avanti ne possono corrispondere due indietro, che il compito non è facile, che le contraddizioni sono tante. E che, in primo luogo, è indispensabile raccontare la storia per come è andata e ammettere responsabilità e mancanze. Insomma, un po' di sana onestà intellettuale non guasterebbe: allora sì, forse sì, sarebbe possibile trovare quel "principe", inteso come classe dirigente finalmente pari al suo compito, di cui parla Schiavone. Un passo indietro di chi è sempre stato in prima fila, a ogni livello. Ma noi siamo il paese che considera "divo" Andreotti, la cui frase più celebre, com'è noto,  recita "il potere logora chi non ce l'ha", aforisma che ha sempre trovato una folla di entusiasti  discepoli, a destra, a sinistra, al centro e anche sopra e sotto.

In terzo luogo. L'individuo Berlusconi è probabilmente in declino. Ma siamo davvero sicuri che lo sia il "berlusconismo", un impasto di demagogia, superficialità, approssimazione, opportunismo, ignoranza che, mi pare, affligge da tempo non solo il centro-destra ma anche il centro-sinistra? Siamo sicuri che la democrazia, come afferma Schiavone, non sia in pericolo in Italia, ma solo "stressata" (è esattamente il termine che ha usato Schiavone nel suo intervento)? No, dico: quando la maggior parte degli Italiani si informa solo tramite la televisione, e la televisione è asservita agli interessi di partito, quando la scuola pubblica è logorata e impoverita, quando il potere è gestito, in ogni ambito, in modo verticistico e scarsamente trasparente, quando manca il ricambio generazionale, il merito è solo uno slogan e la demagogia con il suo triste compagno, il populismo, la fanno da padroni ovunque,  quando il sistema dei controlli e dei contrappesi istituzionali viene svuotato e sistematicamente messo in discussione, può essere che la democrazia non rischi, ma di certo non gode di ottima salute. E in questo contesto, raccontare in modo credibile la storia elevata a cui allude Schiavone, quella grande narrazione impastata di grandi ideali che dovrebbero scaldarci il cuore ed accendere il nostro entusiasmo, mi sembra almeno improbabile. Rimbocchiamoci le maniche, piuttosto, e salviamo il salvabile, se siamo in grado.

Com'è andata a finire? Naturalmente Schiavone non mi ha risposto: colpa sicuramente del fatto che sono stata logorroica e poco incisiva. Ha preferito puntualizzare su altre questioni, proposte in tono e stile più "politico" e meno filosofico, meno fumoso del mio. All'uscita del dibattitto, a me e a mio marito è venuto incontro un nostro simpaticissimo amico, vero figlio del popolo, abbastanza alticcio, che mi ha fatto: "Boia deh come sei interessante quando parli! 'un t'ha caàto nessuno. Uno sbadigliava, l'altro si stirava. Li hai proprio ipnotizzati. Mi sono affacciato un minuto e guarda te che spettacolino!" Porca miseria, aveva ragione. Che figura meschina, la mia! Non sarebbe stato meglio se fossi andata a mangiarmi un bombolone e a farmi una birretta?
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27/07/2009

Non sperate di liberarvi dei libri: qualche riflessione sugli ebook

Vi dirò, la scelta di Amazon di cancellare dai terminali Kindle dei clienti proprio i testi di Orwell per imprecisate ragioni di copyright (una cosa parecchio orwelliana, come nota opportunamente il Corriere), nonostante le scuse, mi ha parecchio inquietata. Sarà che proprio in questi giorni stavo leggendo l'ultimo d Umberto Eco, "Non sperate di liberarvi dei libri", una conversazione con Jean Claude Carrière a cura di Jean Philippe de Tonnac, e che pur non potendo vantare la competenza da bibliofili dei due illustri interlocutori, ho riconosciuto nelle loro parole lo stesso feticismo dell'oggetto libro che mi anima (e che in fondo anima ogni vero, appassionato lettore). Non è che io tratti particolarmente bene i libri che ho (e del resto nessuno è particolarmente prezioso): sono ammucchiati ovunque, gratificati da strati più o meno alti di polvere, ma non riesco proprio a concepire l'idea di liberarmene, nemmeno di quelli più vecchi, meno interessanti, o superati. E' un'interessante perversione. Ad esempio non sono capace di leggere libri presi in prestito, con l'idea di doverli prima o poi restituire: il libro deve essere "mio", a disposizione in ogni circostanza, debitamente maltrattato e spiegazzato. Ma lasciamo perdere.

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di ebook, appunto. Solo due esempi: Data Manager Online ha messo a disposizione dei suoi lettori un entusiasta e documentatissimo approfondimento, "Ebook:  né Carta né Web", che per certi versi sfiora l'estasi visionaria. Garamond ha pubblicato online, sotto forma ovviamente di ebook, l'intero dibattito sull'argomento "Ebook a scuola" che si è tenuto su Facebook fra gli iscritti al gruppo "Garamond: per l'innovazione nella scuola" (ci sono anch'io!). Non troverete nessuno, o quasi, in Rete che non sia innamorato, a prescindere, dell'idea del libro digitale: è il feticcio del momento, l'oggetto del desiderio, la sfida cognitiva più alla moda. Sarà per questo che da queste parti pressoché tutti i recensori del testo di Eco e Carriére lo hanno interpretato nel modo più riduttivo, come un attacco passatista al nuovo che avanza, attacco condotto in nome di uno snobismo bibliofilo in perfetto stile antico regime (vedi ad esempio questo commento di Roberto Maragliano). Insomma un caso pressoché esemplare di "apocalittico" messo in croce dai cosiddetti "integrati".

Ma Eco è anche quello che anni fa coordinò il grande sforzo di Encyclomedia, una vera miniera di materiale digitale e multimediale sull'età moderna dal Cinquecento all'Ottocento: che tuttavia io non posso più consultare sul mio Mac (e mi dava qualche problemino anche con Windows XP) ... e in effetti con molta della roba che ho accumulato nel corso degli anni su supporto elettronico ho medesime difficoltà (esito a buttar via tutti i miei floppy, ma dovrò decidermi, prima o poi). Ovvero: Eco non è un attardato professore che frequenta solo incunaboli e non sa come si accende un pc; quando riflette sulla fragilità delle memorie digitali, continuamente messe sotto scacco dall'evoluzione della tecnologia (più o meno manovrata dalla logica del consumo ad ogni costo) non parla a vanvera. Encyclomedia no, non la posso consultare: ma la mia vecchia traduzione cartacea dell'Iliade, ormai vetusta, sì. Persino sulla spiaggia, per dire.

Ma la vera questione non è poi questa. Il libro (di carta) è un libro. L'ebook non è un libro. L'ebook può essere altro, e non ne voglio mettere in discussione l'eventuale validità, ma non si può ragionevolmente pensare che possa sostituire l'impatto cognitivo ed educativo del libro tradizionale. E' come dire che guardare il film ti esenta dal leggere il libro da cui il film medesimo è tratto: siamo ormai tutti abbastanza smaliziati per capire che letteratura e cinema si affiancano, si integrano, si ibridano, ma  l'uno non può sostituire in toto l'altra. Non si capisce perché anche in questo caso non dovrebbe essere lo stesso.  "Non sperate di liberarvi dei libri", per l'appunto, parla di libri: e non solo, se non marginalmente, di cultura libresca vs cultura digitale. Francamente non capisco tutta questa smania di buttare al macero i contenuti delle nostre librerie in nome dell'innovazione ad ogni costo, attaccando con virulenta polemica chi semplicemnete dichiara il suo amore per le pagine di carta. E questo slancio profetico è sbandierato senza riflettere adeguatamente su quello che potremmo perdere o rischiare (vedi il caso del Kindle che citavo a inizio di post: a voi piacerebbe che qualcuno controllasse o indirizzasse in remoto le vostre letture? L'episodio, in definitiva, spalanca uno scenario di questo genere).

Attenzione. La strada non è così lineare. Il ritorno del vinile accanto all'Ipod, per esempio, non è dettato solo dalla smania di alcuni fanatici nostagici di scricchiolii e fruscii: il fatto è che la riproduzione analogica della musica è migliore rispetto alla compressione digitale. Tanti cominciano ad accorgersene.  E se anche la lettura su carta fosse qualitativamente migliore rispetto all'interattività, alla multimedialità etc etc,  di solito associate all'idea dell'ebook? Per esempio garantisce una concentrazione e un approfondimento concettuale forse destinati altrimenti a smarrirsi. E questa perdita sarebbe un bene? Un male?

Comunque sia,  vi consiglio il libro di Eco e Carriére, anche se di ebook non vi frega niente. Soprattutto se non ve ne frega niente. Ci troverete altro: un piccolo assaggio di storia del libro che si fa storia della cultura.




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22/07/2009

Democrazie senza democrazia

" Chi ha oggi un maggior spirito democratico? Colui che si accontenta, o chi non si accontenta dello stato di salute delle nostre democrazie?" E' questa la domanda che campeggia sulla copertina del bel saggio di Massimo L.Salvadori "Democrazie senza democrazia" (Laterza 2009, € 14.00). Libro agile, ben scritto, documentato ma non eccessivamente specialistico: da leggere e meditare senza preconcetti. Viviamo in una strana epoca: da un lato la democrazia di matrice liberale sembra celebrare ovunque i suoi fasti,  accompagnata non di rado da una retorica trionfalistica via via sempre più in difficoltà nel nascondere i motivi di una profonda crisi di credibilità e condivisione; dall'altro i comuni cittadini vivono sempre più spesso un disagio profondo, l'inquietante sensazione di vedere i loro più elementari diritti, che si immaginavano stabilmente acquisiti, gradualmente e irriversibilmente erosi da poteri forti  e incontrollabili, rispetto ai quali mancano validi strumenti di azione e reazione.

Massimo L. Salvadori descrive bene la situazione: "Il cittadino politicamente attivo ha così ceduto alla figura del consumatore, il cui voto, la cui scelta fra gli schieramenti e il cui atteggiamento di fronte ai loro programmi si esprime nel dire "mi piace" o "non mi piace", "compro" o "non compro" sulla base, oltretutto, di una diffusa incapacità di comprendere quali siano gli ingredienti e gli effetti dei prodotti che vengono offerti" (pag. 65, grassetto mio).

Su questo aspetto mi vorrei soffermare. Il libro di Salvadori, per quanto breve, si basa su un'attenta analisi storica della nascita, dell'ascesa, dell'affermazione e della crisi del modello liberaldemocratico, a partire dal XVIII secolo fino a oggi. Non si creda che si tratti di puro sfoggio erudito. Il punto è che la conoscenza storica è fondamentale per comprendere le forze che oggi sono in campo: ad esempio, gli effetti pervasivi della demagogia, il potere delle oligarchie economiche, la personalizzazione della politica, la decadenza dei partiti politici di massa, l'influenza dirompente dei mass media, il logoramento quasi irreversibile degli strumenti di controllo e di indirizzo, la svuotamento dall'interno di quelli che sono i capisaldi dell'impostazione democratica.

La complessità angoscia. E' più facile ricorrere agli slogan, alle formulette che tutti, almeno in apparenza, comprendono con facilità. E' più sicuro ricorrere all'appiattimento del pensiero critico, un meccanismo che finisce invariabilmente nel trasformare l'individuo in uomo-massa, in cliente da blandire e persuadere, con la differenza che, in questo genere di contesto, la clausola "soddisfatti o rimborsati" non vale più di tanto: tornare indietro quando l'acquisto è stato incauto può risultare quasi impossibile. Oggi viviamo nella cosiddetta "età dell'informazione": ma mai come oggi l'nformazione appare manipolata, frammentata, difficile da verificare e confrontare. E non è una considerazione che riguardi solo i mezzi di comunicazione "mainstream": persino qui, nella Rete, nel luogo dove, almeno in apparenza, l'utente medio dovrebbe essere produttore "attivo" di critica e contenuti, si assiste da un lato a reiterati tentativi di imbavagliamento, dall'altro a una diffusione preoccupante, virale, di pregiudizi, sciocchezze, banalità. Insomma: la Rete non come arena del libero dibattito, ma sempre più spesso come specchio di una società culturalmente impoverita, pronta ad arrendersi entusiasticamente allo stupidario del primo ciarlatano populista in grado di scalare il gradimento del cosiddetto "popolo di Internet". D'altra parte l'assenza di proposte forti, di ideali definiti e fondati che forniscano una possibilità concreta di autoriconoscimento, apre per forza di cose la strada a qualsiasi suggestione demagogica (e su questo, in Italia, dovrebbero meditare soprattutto le forze di opposizione).

Ma queste considerazioni ci porterebbero troppo lontano. Per quanto mi riguarda, credo che ci sia necessità di recuperare non l'astrattezza di uno studio fine a se stesso, ma la consapevolezza approfondita della posta che è in gioco: ovvero la possibilità, per noi e per i nostri figli, di affermare compiutamente la nostra autonomia di soggetti liberi e pensanti, non manipolati, non asserviti. Da questo punto di vista, libri come questo sono indispensabili.
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05/07/2009

Facebook, fra Bram Stoker e Casaubon

Che il cosiddetto web 2.0 sia una sorta di vampiro, già lo avevo scritto in tempi non sospetti.  Ma quella che era una mia giocosa intuizione, riceve forza di dimostrazione filologica da questa nota dell'amico (di Facebook, ma non solo: una delle rare persone che posso dire di conoscere personalmente) Marco Trainito. Tanto per essere chiari: Marco è filosofo. Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo. Fra le tante, troppe dissertazioni di marca giornalistico-sociologica che ci affliggono a proposito di social network, innovazione, rete etc etc, si sente talvolta il bisogno di guardare a siffatti elevati fenomeni, anche se solo per ridere (ridere?), da una prospettiva altra. Intertestualità, decostruzione, critica. Tutte cose che, guarda guarda, hanno bisogno dello sguardo disincantato degli immigrati (o ibridi) digitali, gente di buone, solide letture, che, nonostante questo (o forse, badate bene, proprio per questo) non disdegna di mescolarsi con la plebe internettiana, esattamente come il califfo Harun al Rashid che passeggiava in incognito per la città di Bagdad.
Mettetevi comodi, perché la faccenda è un po' lunghetta e eccede le dimensioni asfittiche di un normale post
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03/05/2009

Fenomenologia della cazzata d'autore (3)

Devo confessare un imbarazzante incidente emotivo che mi è occorso qualche giorno fa. Dunque, presenziavo al terzo incontro del ciclo "Visivamente", organizzato dal mio Liceo in collaborazione con il Comune di Piombino. Si proiettava "Elephant" di Gus Van Saint, degnamente introdotto dal mio collega e critico Fabio Canessa. Il quale ha pensato bene di confrontare il film con alcune pagine de "Il sopravvissuto", celebrata opera di Antonio Scurati, romanzo già vincitore del Campiello nel 2005 ma che la sottoscritta non aveva letto. Lo ammetto: sono davvero provinciale ed affetta da quella esterofilia assai dannosa (sì, perché mi perdo sublimi occasioni di divertimento) che mi porta inesorabilmente a snobbare le patrie lettere. Nonostante l'efferatezza del film (si narra la strage di Columbine) e del libro (incentrato su analoga strage compiuta dai un alunno, tale Vitaliano Caccia, che il giorno dell'orale dell'Esame di Stato fa fuori tutta la commissione, eccetto la voce narrante, il prof di filosofia), davanti all'ineffabilità della prosa di Scurati sono stata colta da una crisi di insopprimibile ilarità. Sono intervenuta nel dibattito con osservazioni che mi parevano intelligenti, ma non c'era niente da fare: mi scappava da ridere in modo incontenibile, al punto che i presenti devono essersi sinceramente preoccupati della tenuta del mio equilibrio mentale. Posso rassicurare tutti: sto bene. E' che l'eccesso di seriosità tende ad avere su di me questi effetti nefasti. Nei giorni successivi ho letto il libro, ma l'ilarità non è diminuita.  Si vede che sono proprio fuori squadra: perché,  da una rapida ricerca su Internet, ho ricavato solo un  articolato repertorio di giudizi positivi sul romanzo di Scurati, in particolare da parte di prof che evidentemente godono nel farsi strapazzare a botte di luoghi comuni. 

Insomma, non mi voglio ergere a paladina della categoria alla quale appartengo (secondo l'autore meritevole di  violenta decimazione fisica), altrimenti sembrerei quantomeno interessata e/o preoccupata della mia incolumità.. E invece chissenefrega. Scurati pensi un po' quello che vuole: non sta a me raccontargli che la scuola è anche altro, e che il suo giudizio è, come capita spesso, debitore nei confronti delle troppe approssimazioni mediatiche piuttosto che frutto di un'analisi attenta della situazione com'è davvero. E' proprio la qualità letteraria del libro che mi fa morire dal ridere. Via, ammettiamolo, il ragazzo, simbolo del vitalismo (e nfatti si chiama Vitaliano) giovanile perversamente represso dall'ottusità burocratica di una scuola ingrigita  e priva di ideali,  il giovane "angelo sterminatore" "caro agli dei" (Scurati non fa mancare proprio nulla al suo personaggio) che ammazza un consiglio di classe quasi per intero (compresa la prof di religione che non si capisce cosa ci stesse a fare in una commissione d'esame) è un pretesto narrativo un po' scontato. Sai quanto sarebbe stato più interessante (e straniante) immaginare un tranquillo prof di provincia che, esasperato dalla piatta mediocrità dei suoi alunni, si fosse armato di fucile a pompa e li avesse accoppati  tutti, o quasi. Perché gli adulti saranno  grigi e meschini, ma non è che questi adolescenti ipernutriti ( da qualunque tipo di robaccia in circolazione, in senso sia proprio che metaforico:  dalle merendine ai reality) siano tanto migliori dei loro padri. Immaginatevi la  gioia nel proporre Platone a chi giudica Fabrizio Corona, Marco Carta e Ferdi dei veri maîtres à penser.  Quasi quasi lo scrivo io: dite che me lo pubblicano? Ma no, lasciamo stare: anche questa sarebbe una generalizzazione insostenibile.

Perché Il Sopravvissuto non è popolato da personaggi  con un minimo di credibilità psicologica ma da tipi: il giovane ribelle (vuoi mettere Karl Moor dei Masnadieri?), il prof pensoso (In bilico fra un fustrato superomismo e un esistenzialismo ormai sconsolatamente rétro), lo sbirro sudaticcio (veramente puzza parecchio), il giudice saccente, la collega un po' troia, il prete tossico e  tormentato (con annessa teologiche elucubrazioni sull'impotenza di Dio), la fanciulla non più innocente (comunque bella, come direbbe Battisti), i giornalisti cinici, lo psichiatra supponente (Crepet?) ... Pare di essere capitati nella rivisitazione distorta di una commedia plautina condita in salsa pulp. Deve essere per questo che è piaciuto tanto: perchè concorre a quella visione semplificata, apocalittica e scontata della scuola (e della società) che oggi va tanto di moda. Ma siccome la banalità va travestita (sennò come fa a passare per profonda e intelligente?),  per l'operazione si utilizza una prosa che vorrebbe essere ... boh, iperrealistica? espressionistica? postmodernistica? 

Si veda un esempio per tutti: mise en abîme con punto nero.
Il suo naso era tempestato da una miriade di punti neri. Una distesa di piccoli crateri scavati nei pori dell'epidermide da depositi di grasso e di varie sostanze inquinanti sospese nell'aria. Ben presto, una di quelle minuscole buche riempite di feccia si dilatò fino diventare una voragine. Il punto inghiottì lo spazio. Mentre il corpo vacillava e la mente stordiva, quello che rimaneva di Andrea udì la voce partorita dal deserto della sua coscienza.
Come si vede un'orgia di parole che maschera la scarsa originalità della scena (protagonista in - voluta - crisi d'identità davanti allo specchio, alla faccia di Pirandello: un peeling no? anche perchè l'analogia punto nero - buco nero ecco, mi pare un gocciolino forzata).

Date un'altra occhiata: Le capacità logico - matematiche del suo intelletto, in radicale secessione dalla volontà, stavano addizionando il numero delle persone intrappolate nell'ingorgo e lo moltiplicavano per le due ore necessarie allo smaltimento del traffico, poi moltiplicavano ancora il risultato per il numero di volte in cui quegli stessi viaggiatori si sarebbero trovati nella medesima situazione nell'arco della loro vita, infine elevavano il risultato al quadrato, al cubo, all'ennesima potenza, proiettandolo sul numero totale degli individui che nel mondo vivevano in condizioni di viabiltà tali da richiedere un così salato dazio al tempo dell'esistenza. E che è? Il quiz settimanale della Settimana Enigmistica mischiato agli annunci di Onda Verde, Viaggiare Informati?

Via, basta. Altrimenti mi accascio sulla tastiera in una rinnovata sghignazzata, e non sta bene. Concludo con l'ultima doverosa citazione: L'istituzione scolastica era ormai divenuta il ricettacolo di frustrati, falliti, inetti, mediocri, parassiti, nella migliore delle ipotesi, e di personalità disturbate, psicolabili, stressati, depressi, sadomasochisti, nella peggiore. Più Andrea procedeva nella rilettura del suo diario, più sfogliava a ritroso l'album di famiglia del corpo docente, più vi ritrovava quasi soltanto l'immagine di madri dolorose, fossero essi maschi o femmine. E quei pochi padri che vi comparivano avevano i sorrisi tirati, gli occhi cerchiati, i postumi del doposbornia. Perdigiorno avvinazzati, scioperati, puttanieri ringhiosi e violenti. Quali effetti si poteva sperare che avesse nello sviluppo mentale di un ragazzino il fatto di crescere in una famiglia del genere?

Ora, ammettendo che il mondo della scuola sia così (ma io non sono affatto una mater dolorosa: sono, come dichiarato, una che ride, e parecchio, e di cuore), che dire delle lobby dell' editoria? No. scusate, dopo la farsa dell'autocandidatura di Scurati allo Strega, e questi edificanti raccontini,
e questi gentili scambi di cortesie, quale descrizione potrebbe adattarsi a tale eletta congrega? Che la prosa di Scurati, comunque, non abbia perso certi vizi anche nell'ultimo romanzo, Il Bambino che sognava la fine del mondo, lo lascia intendere questa recensione.
E allora, per non apparire troppo prevenuta, sapete che vi dico? Lo comprerò. Male che vada, mi faccio quattro risate.
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28/04/2009

Attenzione! Post molto dotto e noiosissimo

... ma ogni tanto devo pure tornare a fare la professoressa. Si tratta della riscrittura di un mio intervento in preparazione dell'incontro con il senatore Pancho Pardi, incontro che si è tenuto a Piombino lo scorso 21 aprile per presentare il libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta, La Dittatura della Maggioranza, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. La presentazione era stata congiuntamente organizzata dal locale circolo di Libertà e Giustizia e dall'Associazione Democrazia e Territorio.

La dittatura della maggioranza
considerazioni personali a commento del libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta “La Dittatura della Maggioranza”, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. 

Quando Alexis de Tocqueville cominciò a scrivere e pubblicare il suo celebre e molto citato saggio “La democrazia in America” correva l’anno 1835. Tocqueville era un aristocratico, proveniente da una famiglia di antica nobiltà normanna, legata agli ambienti legittimisti. Le istituzioni politiche degli Stati Uniti, istituzioni che intelligentemente Tocqueville decide di studiare, considerandole un modello per le istanze democratiche che si andavano diffondendo in Francia in quel periodo (la cui affermazione Tocqueville considerava inevitabile, senza tuttavia nascondere una buona dose di preoccupazione),   erano all’epoca pressoché sconosciute in un’Europa che  si stava rapidamente trasformando.  Non è il caso qui di fare un’articolata disamina della posizione di Tocqueville ma è importante sottolineare un indispensabile elemento di valutazione: a una lettura superficiale, l’analisi di Tocqueville della cosiddetta “dittatura della maggioranza” (ma, come qualcuno ha notato, Tocqueville parla piuttosto di “tirannide”) presenta indubbie somiglianze con la situazione odierna. In realtà l’analisi di Tocqueville necessita di essere collocata nel suo giusto contesto storico: una situazione nella quale la democrazia, così come oggi la concepiamo, era ancora, per così dire, in una fase “sperimentale”,  le classi sociali avevano una fisionomia ben diversa rispetto a oggi, liberalismo e democrazia venivano ancora da molti giudicati in contrasto,  il funzionamento dell’economia,  la trasmissione della cultura, la diffusione delle informazioni  non erano paragonabili a quello che accade oggi. Il richiamo a Tocqueville è indubbiamente suggestivo ma non tiene conto di tutta l’acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti: d’altra parte anche le “elites” illuminate del secolo XIX nutrivano in linea generale una notevole diffidenza nei confronti del cosiddetto “popolo” (ma anche su questo termine occorrerebbe fare le opportune distinzioni) e la borghesia, nel suo slancio  espansivo e progressivo, non nascondeva il suo timore di essere, per così dire, “scavalcata a sinistra”. La traumatica esperienza della Rivoluzione Francese, seguita dall’altrettanto traumatica avventura napoleonica, era ancora troppo vicina, e minacciosi venti di tempesta si annunciavano all’orizzonte.  In Italia la diffidenza nei confronti del “numero”, che finirebbe inevitabilmente per inquinare la “qualità” delle scelte fondamentali, è ampiamente presente nelle riflessioni di Manzoni e di Leopardi (di quest’ultimo basti citare il Dialogo di Tristano e di un Amico,  così straordinariamente polemico verso la “massa” e la cultura delle “gazzette”). Se lo studio della posizione di Tocqueville è utile in una prospettiva storica, per comprendere radici lontane di fenomeni che ancora ci riguardano, non sembra corretto “tirare” troppo da una parte o dall’altra il pensatore ottocentesco per affrontare l’aspro dibattito politico, ideologico e istituzionale che oggi, nel XXI secolo, ci vede coinvolti  in Occidente e nello specifico nel nostro Paese:  altrimenti ognuno in Tocqueville può leggere quello che vuole e che fa più comodo secondo le contingenze del momento, un’abitudine che  di sicuro può avere una sua efficacia mediatica ma che appare scarsamente proficua da altri punti di vista, più corretti metodologicamente.

Perché l’immagine della “dittatura (o tirannide) della maggioranza” appare oggi efficace, ma forse non del tutto realistica.  Viviamo in un Paese democratico e l’attuale maggioranza al Governo, rispetto alla quale personalmente mi trovo in una posizione fortemente critica, non sta dove sta per un qualche colpo di stato violento e prevaricatore, ma legittimata da un voto democraticamente espresso e da un consenso largamente diffuso.  Questo è il dato dal quale occorre partire: chiedersi come l’esercizio delle libertà costituzionalmente garantite abbia condotto ad un esito tanto paradossale da mettere in discussione la loro stessa ragione di essere. Forse sarebbe più opportuno non scomodare Tocqueville ma considerare fatti a noi più vicini. E cominciare a chiedersi: questa maggioranza che apparentemente esercita la sua “dittatura”, in nome di una concezione semplificata, infantile e retorica della democrazia, è davvero dotata di potere decisionale? 


Si decide in modo autonomo se davvero si ha una piena conoscenza della materia nell’ambito della quale siamo chiamati a scegliere. Viviamo nell’epoca dell’informazione capillarmente diffusa e della scolarizzazione di massa. Conoscenza e cultura dovrebbero liberamente circolare e realizzare in questo modo l’utopia kantiana e illuministica che prevedeva, com’è noto, l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità nel quale i poteri tradizionali lo imprigionavano.  Almeno in Occidente tutti hanno la possibilità di esprimersi e di confrontare liberamente le proprie opinioni con quelle altrui. Forum, blog, social network sono a portata di mouse. Se in Italia potere mediatico e potere politico si sono pericolosamente concentrati nelle mani di un’unica persona, complice l’atteggiamento ignavo e remissivo di chi avrebbe dovuto opporsi, è vero anche che è possibile a chiunque sottrarsi a questo meccanismo infernale e reperire con una certa facilità informazioni e conoscenze alternative. La Cina, almeno in apparenza, è lontana. 


Ma  tutto questo non basta a scardinare il meccanismo perverso del pregiudizio. Perché la supposta “dittatura della maggioranza” proprio su questo fa perno: qualunque sia la maschera che indossa, il potere è diventato così abile e sottile da non avere più bisogno di imporsi violentemente.  Il potere, in apparenza, parla con la voce della gente: le sue parole d’ordine sembrano profondamente introiettate dai sudditi che non si sognano nemmeno di metterle in discussione ma semplicemente le condividono come se le avessero autonomamente concepite (da questo punto di vista, anche se discutibili, appaiono particolaremente interessanti le riflessioni di Luciano Canfora nel suo libro "Critica della Retorica Democratica" e nell'ultima sua fatica "La Natura del Potere"). 


Andiamo ancora più indietro rispetto a Tocqueville, torniamo all’epoca della Repubblica Romana. Secondo Cicerone i tre compiti fondamentali dell’oratore (leggi: uomo politico) sono docere, delectare, movere, ovvero informare, dilettare, commuovere.  Diciamo che oggi il contenuto informativo e educativo del discorso politico si è drammaticamente assottigliato: quello che conta è la piacevolezza dell’eloquio e la capacità di smuovere la componente irrazionale del “popolo” trasformato (e non è una trasformazione da poco) in “pubblico”.  La politica – spettacolo in questo tipo di meccanismo trova la sua giustificazione: tutto deve essere semplice, accessibile, “d’impatto”.  Gli slogan, i luoghi comuni, le formulette interpretative banalizzate e appiattite si diffondono per contagio virale secondo il meccanismo dei “meme”.  In poche parole, tutti chiacchierano presumendo di esprimere opinioni proprie, in realtà trasformandosi in involontari amplificatori di pensieri e giudizi elaborati altrove, per scopi non sempre limpidissimi.


Resta da chiedersi dove si situi questo “altrove” e  quali scopi là si perseguano.  Nel caso dell’Italia la risposta apparirebbe tutto sommato abbastanza semplice e scontata, tanto semplice e scontata da configurarsi anch’essa come un meme di facile diffusione: abbiamo un signore che è sceso in politica non in nome di alti e nobili interessi collettivi ma per tutelare in prima persona i suoi affari; dal momento che nelle sue mani si concentra il potere mediatico non ha dovuto affrontare insormontabili difficoltà per attuare il suo disegno. Spiegare tutto con Berlusconi appare tuttavia riduttivo:  bisognerebbe chiedersi in primo luogo se Berlusconi sia un sintomo o una causa  e a chi abbia fatto comodo (a parte a lui stesso) la sua ascesa apparentemente irresistibile. 


E infine: quali potrebbero essere i rimedi? Naturalmente io ragiono da insegnante e dal mio punto di vista proprio i reiterati tentativi di smantellamento della scuola pubblica rivelano che proprio in quell’ambito potrebbe celarsi la soluzione: in una cura più accorta dell’educazione, nella trasmissione degli indispensabili strumenti critici, nella diffusione  delle conoscenze e della capacità di autonoma valutazione.   Dal punto di vista politico, è vero che occorre ampliare e incoraggiare la cultura della partecipazione dal basso ai processi decisionali e scardinare il sistema partitocratico (di destra come di sinistra, in ambito sia locale che nazionale) che tende ad una perversa autorigenerazione in grado di tagliar fuori ogni forma di autentica meritocrazia nonché l’apporto della società civile: ma se la partecipazione è viziata in partenza  dall’incapacità indotta di valutare e giudicare sulla base di corrette informazioni, sembrerebbe che ancora una volta  si rischi una pericolosa illusione. 


Ma l’aspetto educativo è solo un elemento della possibile terapia. La via è lunga e la soluzione complessa. Non impossibile, tuttavia. Gli spiragli ci sono: nuovi fenomeni economici lasciano intravedere scenari diversi, la stessa globalizzazione è un rischio ma anche un’opportunità, la crisi che stiamo vivendo potrebbe essere il tramite per un ripensamento generale degli assetti, le nuove priorità che si manifestano potrebbero di necessità condurci per una strada di miglioramento. Auguriamocelo.

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|categoria: politica, libri, media e comunicazione, libertà




25/03/2009

Dal "virtuale" al "reale": una riflessione sulla letteratura e la Rete

Ho già annunciato su piombino.blogolandia che domenica prossima saranno ospiti della nostra Città Mauro Gasparini e Guido Catalano con il loro reading "Una motosega per Brandon Sclero".  Però in quel post mi lancio in considerazioni più generali sul rapporto fra la Rete e la letteratura (ufficiale, ufficiosa, clandestina) che mi pare utile riproporre anche qui. Scrivevo:

Mentre la televisione ci propina le solite pappette più o meno prevedibili e predigerite, in Rete c’è, come dire, tutto un mondo che scrive, colloquia, conversa, fa cultura (prendendosi più o meno sul serio) e sempre più spesso tracima dal virtuale nella realtà, nelle città, nelle piazze, nei festival, nelle rassegne,  nelle tante occasioni di scambio e confronto, persino sulle pagine dei media “old style” e, ovviamente, nelle stanze degli editori, in maniera imprevedibile, anarchica, fuori dai circuiti usati e abusati, lontana dalle dinamiche perverse dell’auditel,  conquistandosi  una platea di fan, lettori, spettatori, ascoltatori via via sempre più numerosa, influente e appassionata.

[...]

Ma una cosa va detta: se la premessa è corretta (e penso che lo sia), allora il gioco della scrittura (o la scrittura in gioco, che poi è lo stesso) oggi va cercato dove davvero si fa, nella nuova piazza telematica, dove giullari, trovatori, buffoni, mangiatori di fuoco, giocolieri e acrobati della parola, sorridenti o malinconici, beffardi o teneri, irriverenti o sognatori, fanno la loro strada in compagnia di un pubblico di certo esigente, stanco com’è di essere menato per il naso dalla tetra combriccola della Kultura cosiddetta ufficiale, professionale e professionistica.

Soffermiamoci sull'ultima frase , quella in cui parlo male della "tetra combriccola della Kultura cosiddetta ufficiale". Sia chiaro: non voglio sparare ad alzo zero sul lettore di professione (leggi: critico) e in generale sul cosiddetto establishment letterario (a pensarci bene, tuttavia, analoghe considerazioni potrebbero essere svolte a proposito del mondo musicale o della critica cinematografica). In un certo senso, anch'io sono una "lettrice di professione", visto che con la letteratura lavoro nelle aule scolastiche e per scelta non mi sono mai limitata ad una mera rimasticazione di opinioni altrui: può essere che le mie elucubrazioni blogghettare non siano poi così peregrine, tanto più che non appartengo a nessuna conventicola o parrocchia. E quel che vale per me, vale per altri.  Insomma, qualcosa, piaccia o non piaccia, si muove (non è più nemmeno questa gran novità, a pensarci bene) e rapidamente erode le rendite di posizione che qualcuno pensava di aver stabilmente acquisito senza bisogno di ulteriore impegno, se non qualche periodica frase fatta stampata qua e là sui giornali (a proposito, leggete questo bel pezzo di Matteo Sacchi, da Vibrisse)
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|categoria: libri, letteratura, personale




16/02/2009

Il buio, il fuoco, il desiderio: ode in morte della musica.

Naturalmente, mentre scrivo, sto ascoltando musica: per la precisione Adam raised a Cain di Bruce Springsteen da Darkness on the edge of town. (1978)
Ah, la musica. La mia generazione non ne può fare a meno. Prima dell'onnipresente IPod, giusto negli anni settanta - ottanta il walkman si diffuse ovunque. Mi rammento che con la supponenza un po' snob tipica della gioventù trovavo la moda delle cuffiette solipsistica, nevrotica e piuttosto narcisista, vero segno della decadenza dei tempi. D'altra parte sono arrivata alla laurea accompagnata  da un costante sottofondo sonoro che faceva letteralmente impazzire le mie vicine di camera, insieme alla pessima abitudine di ripetere gli argomenti di studio a voce altissima e con tono chiaramente predicatorio. 

Ma non dimenticherò mai quando, qualche anno prima, studentella liceale un po' imbranata, nel locale circolo parrocchiale "Giovanni XXIII" che avevo cominciato a frequentare da qualche tempo, mi imbattei in due ragazzotti doverosamente armati di chitarra, bardati con i jeans stinti e la camicia a quadri all'epoca d'ordinanza, che, appoggiati ad una staccionata nel cortile, suonavano insieme Teach your children di Crosby, Stills, Nash. Il Circolo "Giovanni XXIII" non esiste più, quei ragazzi navigano ormai nei dintorni dei cinquanta, ma che bello, nel 2005, condividere a Lucca proprio quella canzone, soprattutto quella canzone con la figlia allora diciassettenne. Che ha ricambiato il favore trascinandoci a Roma per il concerto dei Queen + Paul Rodgers.

Ho letto d'un fiato il bel libro di Castaldo. E stamani, mentre spiegavo in classe Arte poetica di Verlaine (la musica prima di ogni altra cosa ... e tutto il resto è letteratura), me ne tornavano in mente passi significativi, che sembravano accompagnarsi perfettamente ai versi del poeta. La musica che è buio (Darkness on the edge of town, appunto),  fuoco,  desiderio. Soprattutto desiderio: per noi, quando eravamo adolescenti, desiderio di essere altrove, di sfuggire il tempo che inesorabilmente avvertivamo trascorrere, di ritrovare la nostra verità, un'intensità di vita che sfiorava pericolosamente i sentieri dell'autodistruzione, abbacinati da una luce che si rovesciava nel suo opposto, un'oscurità che ci spaventava e ci attraeva ... la maturità ci ha comunque catturato, siamo diventati grandi, almeno quelli di noi che sono sopravvissuti (perché qualcuno no, qualcuno è sprofondato nell'abisso, si è smarrito in un altrove dal quale ci siamo ritratti inorriditi), brave persone alle prese con i doveri quotidiani, la famiglia, la casa, le bollette da pagare, i conti da controllare, i figli da crescere, educare, controllare, i figli, i figli che ci spaventano perché non sappiamo riconoscerli, non sappiamo riconoscere in loro i ragazzi che anche noi siamo stati, la loro confusione che è stata anche la nostra. Può  essere che la loro musica ci appaia plastificata e vuota, roba adatta giusto agli spot e alle suonerie dei cellulari,  e del resto il libro di Castaldo si fregia del sottotitolo "Ode in morte della musica", ma che ne sappiamo di quello che si nasconde giusto dietro l'angolo, che ne sappiamo se quel buio, quel fuoco, quel desiderio non esploderanno ancora in forme che non sappiamo prevedere, che non possiamo intuire ... che ne sappiamo delle trappole del futuro, delle sue svolte repentine, dei suoi scarti imprevisti?

Potevamo immaginare, solo dieci anni fa, la crescita esponenziale della Rete? questa improvvisa e rapidissima diffusione di ogni genere di contenuto, i video di YouTube che raccontano ai ragazzi quello che siamo stati (e raccontano a noi quello che sono loro), le melodie scaricate, condivise, mescolate, contaminate, i gruppi e i solisti che si fanno strada nei siti di MySpace o nelle pagine di LastFm, le community che nascono ovunque, le radio Internet che diffondono generi e performance solitamente snobbati dai canali mainstream (ma sono davvero mainstream, a questo punto?), gli appassionati che si scambiano link, i bootleg prima introvabili e ora improvvisamente disponibili, le riviste online che coltivano i gusti di nicchia di un pubblico ben più frammentato di quanto comunemente si pensi? Che cosa può uscire fuori da questo panorama così polverizzato, eppure globale, trasversale alle generazioni, agli stili, ai linguaggi?

Vale la pena di citare la conclusione del libro di Castaldo:

Immagina Bruce Springsteen che guida la Cadillac rosa decappottabile di Elvis su un'autostrada birmana con a fianco Stanley Kubrick e dietro i Sigùr Ros, mentre decidono le sorti del mondo ...

Immagina Alice che incontra Jerry Cornelius e insieme decidono di cantare Penny Lane sul palco degli déi ...

Immagina che Jack Kerouac non sia morto e stia scrivendo di nascosto un libro che si intitola "On the Net" ...

Immagina  lo spirito di Nina Simone che si impossessa di quello di Amy Winehouse e attraverso la sua voce ci racconta quello che succede in paradiso, o all'inferno, che è la stessa cosa ...

Immagina un sentiero luminoso alla fine del quale c'è la musica che nessuno ha ancora mai suonato...

Immagina Bob Dylan che dice:"Ragazzi, fin qui abbiamo scherzato, il bello deve ancora venire ...

Immagina te stesso cantare ...

Immagina ...

E poi guardate questo video e chiedetevi se non può indicare una strada, se sarebbe stato possibile senza la Rete (fonte: Playing for change)


 

 

postato da floria1405 alle ore 22:15 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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|categoria: musica, libri, personale, scritture, giovani




21/12/2008

Non capisco ma mi adeguo

Certo che questo di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana (Siamo i Fangio della cultura che non paga) è un gran bel pezzo, scritto bene, con foga giusta e giusto sgomento. Vale la pena di citarne qualche passo.

postato da floria1405 alle ore 13:09 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
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|categoria: cultura, libri, letteratura, personale, internet, scritture, attualità, società, anobii




17/10/2008

L'indignazione è un gioco facile. Specialmente in Rete

Su Facebook ricevo quotidianamente non so quanti inviti per le più svariate cause. Ad alcuni rispondo, altri li ignoro. Sono tuttavia abbastanza numerosi da indurre qualche dubbio. Indignarsi a parole è facile. Manifestare la propria indignazione con un semplice clic del mouse è ancora più facile. Uno si sente appagato, "politicamente corretto", felicemente partecipe di un'opinione pubblica affamata di giustizia e verità. Quale sia l'utilità concreta di tutti questi appelli, comunque, resta un mistero ... e fatalmente si insinua un dubbio: non è che sia un modo come un altro per sterilizzare le pur legittime aspirazioni ad un mondo migliore? Un po' come i bravi cristiani che si mettono la coscienza a posto con una distratta elemosina. E tutto resta come prima. Così i nostri "clic" solidali: di certo non mutano lo stato delle cose, però, come dire, ci fanno sentire felicemente dalla parte giusta, qualunque essa sia. Una specie di distorto "consumismo della solidarietà".

E poi ... Poi una si trova a leggere il post di Gian Paolo Serino su Saviano, nonché la chiosa da parte di Corrado Ruggiero sul medesimo blog, e soprattutto la sequela di commenti successivi, specialmente quelli in disaccordo con l'assunto del pezzo: tutti più o meno irosi, tutti più o meno sopra le righe. Saviano non si tocca. Saviano è al di là di ogni possibile dubbio, o critica, o giudizio anche solo velatamente perplesso. Saviano è un eroe, ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di crederci. Saviano è l'agnello sacrificale che si è offerto spontaneamente per compensare la nostra ignavia, il nostro disinteresse, la comodità delle nostre vite ormai da tempo prive di grandi slanci e fulgidi ideali. Puntualmente su FB mi arriva l'invito alla causa " Tutti con Roberto Saviano". E il cerchio si chiude.

In questa sede non voglio entrare nel merito "Saviano sì, Saviano no" ma limitarmi ad osservare la straordinaria fenomenologia di questa appassionata adesione a base di bit e nick. Può essere che la camorra si senta minacciata, ma sarei più propensa a credere che i suoi traffici, già descritti proprio da Saviano, possano procedere indisturbati nonostante il romanzo. E nonostante tutti i nostri appelli via Facebook o altro strumento comunicativo. Con tutto ciò, ho consigliato "Gomorra" ai miei alunni e abbiamo preso spunto dalle dichiarazioni di Saviano sul mestiere di scrittore per discutere questo tema, tanto più che alcuni di loro, alla domanda "Prendendo un autore a tua scelta della letteratura italiana o contemporanea, spiega quale sia il ruolo che ha rivestito nella società del suo tempo e in che modo egli si sia fatto interprete delle istanze e della cultura della sua epoca" proposta in un compito, hanno seraficamente scelto Moccia, e forse a ragione. Forse Moccia è davvero il migliore interprete "delle istanze e della cultura" della nostra epoca se anche lui, dopo tutto, è riuscito a vendere tutto quello che ha venduto in un processo di identificazione collettiva che, emotivamente, vive della stessa passione che qualifica anche i fan di Saviano.

Saviano, Moccia, Hosseini, la Rowling ... pensate che sto mettendo insieme cose troppo diverse? In un modo o nell'altro si tratta sempre della lotta fra il bene e il male, fra l'idealizzazione dei sentimenti e l'arida malvagità della vita. In un modo o nell'altro, che siano pure e semplici fiction o affondino la loro radice nella cronaca, si tratta sempre di semplificazioni che offrono riparo al dubbio e, soprattutto, la possibilità di proiettare le proprie buone intenzioni nelle pagine scritte da qualcun altro, senza rischi e inutili apprensioni. Fenomeni che appartengono più al dominio del "fandom" che a quello della critica motivata e dell'autentico impegno.

Per quanto mi riguarda Saviano è certamente migliore di Moccia: almeno ho letto "Gomorra" fino all'ultima pagina mentre Moccia mi ha causato un impeto di irrefrenabile ilarità più o meno a pagina 3 del suo primo romanzo. Ma mi viene comunque da pensare che la letteratura sia altro, anche la letteratura di impegno civile: che la santificazione non giovi in primo luogo a Saviano e alla sua causa, visto che impedisce ogni discussione, ogni analisi, ogni possibilità di distinguo o critica, per costruttiva che possa essere. Chiunque osi affermare, per esempio, che non ama la qualità della scrittura di Saviano viene immediatamente tacciato di essere un meschino invidioso o, peggio, un indifferente cinico o disimpegnato. Se qualche abitante della Campania si azzarda a dire che, nonostante "Gomorra", la situazione non è cambiata né poco né punto, si ritrova investito da secchiate di pessima ironia sulla sua incapacità di fare la stessa cosa che ha fatto Saviano. Se un critico o un recensore non si uniscono al coro estatico di ammirazione che accompagna costantemente libro e film, vengono automaticamente accusati di essere in malafede se non addirittura conniventi con il crimine organizzato. E pure un po' stupidi.

In questi casi si cita normalmente la frase di Brecht "Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi", veri o costruiti che siano. Anche perché dietro gli eroi è facile nascondersi. E nascondere la propria impotenza. 
postato da floria1405 alle ore 16:34 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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