contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
28/06/2009

Come volevasi dimostrare (caro Vittorio Zambardino e C., un po' ve la cercate)

Come volevasi dimostrare, il luogo comune impazza. Il tema sui social network & C ha deliziato i commentatori digitali. Che, naturalmente, non hanno mancato di preoccuparsi dei proveri prof incartapecoriti che si troveranno alle prese con roba che non conoscono, incapaci quindi di correggere senza prevenzioni: ecchepalle, scusate! Incartapecoriti sarete voi.

Vittorio Zambardino (che arriva addirittura a parlare di "emergenza correzione" , nei commenti al suo ultimo post, si è tirato giustam
ente dietro le ire di prof che dell'argomento ne sanno quanto e più dei pargoli. Giovanni Boccia Artieri, di sicuro più equilibrato (ma forse un momentino sviato della sua imprevista ascesa nell'olimpo delle fonti per il compito, accanto a Italo Svevo e a ... Francesco Alberoni) si lancia nella proposta, peraltro condivisibile, di usare i temi (saggi brevi, in realtà, o articoli di giornale) come campione statistico per misurare la consapevolezza di sè  e del loro vissuto che i nativi digitali hanno: ovvia, facciamolo! Mi sa che uscirebbe qualche sorpresa per gli entusiasti della mutazione in atto: magari che i ragazzi sono molto più passivi e convenzionali e banali e, sì, ignoranti, di quanto i vati della "tecnica che si fa cultura" (uào) non pensino. Che i nativi digitali, con tutto il rispetto, rischino di identificarsi con gli I.A.P. (Idioti Abbastanza Preparati) di cui qualche anno fa parlava Savater? 

Per quanto mi riguarda, preferirei un altro genere di statistica: come è andato il compito di matematica? Perché le chiacchiere sono chiacchiere, ma la scienza è scienza, to' (aggiungo
un link, per gradire: ma siccome l'articolo di Ruggero Zanin è riccamente argomentato e non so quanto adatto alla lettura rapida e sincopata tipica della Rete, chissà se  il mio riferimento potrà essere utile ai profeti delle cosiddette "conversazioni dal basso", quelle stesse conversazioni che diffondono, ahimé, con efficacia virale, il contagio esiziale della banalità)

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31/05/2009

La telenovela continua ...

Non mi stancherò di ripeterlo. Siamo un popolo di cialtroni e ha ragione Serra nell' Amaca di oggi: altro che Satyricon, altro che la decadenza imperiale di cui discetta il NYT,  la nostra è una patetica regressione a un'Italietta bigotta, provinciale, piccola piccola e parecchio goffa, nei suoi scandali e scandaletti a misura di casalinga videodipendente.

L'ennesima dimostrazione: il duello (o meglio sarebbe definirlo incontro di wrestling?) fra il Giornale e l'Espresso in merito alla fantomatica intervista a Laura Drezwicka. Chi ha pagato chi? Chi ha le registrazioni? Chi voleva intrappolare chi? Ma soprattutto: di che caxxo stiamo parlando?E' questo il livello a cui è sceso il giornalismo italiano?

(In ogni caso, mi pare che oggettivamente la ragione stia dalla parte dell'Espresso, se non altro perché compravendita non c'è stata e nel corso del colloquio con Laura, come dichiarato dallo stesso Giornale a conclusione del pezzo, i giornalisti coinvolti hanno espressamente affermato:
«Tu non puoi dire che uno è l’amante tuo soltanto sulla base della tua parola» e di conseguenza, senza prove niente intervista, niente soldi: E allora il Giornale di che sta cianciando? Boh)

E mentre questo scandaletto da bacchettoni ossessionati dal sesso sta andando impietosamente in scena davanti agli sguardi allibiti della platea internazionale, la puzza di sacrestia in Italia si fa sempre più forte.
Non ci credete? Andate a leggere questa notizia:
"Il prof Alberto Marani, docente di matematica e fisica presso il Liceo Scientifico “Righi” di Cesena è stato sospeso dalle proprie funzioni e dallo stipendio per due mesi, sanzione decisa dal Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Forlì-Cesena.La motivazione principale è l’avere condotto un’indagine nelle proprie classi per rilevare che percentuale di studenti sceglierebbe la materia alternativa qualora l’istituto la programmasse (finora non è mai stata programmata, e solo 2 studenti su 1300 l’hanno comunque richiesta)". Se è vera (perché, francamente, stento a crederci), nei termini in cui la racconta il sito dell'UAAR, è veramente eloquente.

Amen.
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25/05/2009

Abruzzo, ma che succede?



Giornalisti, vi prego, fate il vostro dovere. Documentate quello che c'è da documentare, raccontate quello che c'è da sapere, fateci sapere il pro e il contro delle situazioni, ma per favore, ritrovate un po' di sana deontologia professionale.

Io in Abruzzo non ci sono stata e non posso assumermi la responsabilità di scrivere qui sul blog di cose che non conosco e che non ho personalmente verificato. Ma guardo i telegiornali, leggo i giornali, frequento i blog e noto una straordianria discrepanza fra i resoconti che vengono fatti rispetto alle problematiche della ricostruzione e alle reali condizioni di vita nelle tendopoli. Allora chiedo, anzi pretendo, di essere messa nelle condizioni di capire, di farmi un'opinione precisa, di non essere manipolata, di giudicare sulla base dei fatti. Chiedo che mi venga garantita la possibilità di essere davvero parte della pubblica opinione,


Giornalisti, vi prego. Dovete capire che le regole del gioco sono cambiate, che altri attori vi rubano la scena.

Sull'ultimo Venerdì di Repubblica, nella rubrica di Michele Serra, leggo questa lettera che riporto così come pubblicata.

Gentile Serra,
sono una cittadina aquilana. Non voglio approfittare della sua rubrica per fare polemica sul circo mediatico cui abbiamo assistito più o meno increduli per oltre un mese intorno alla tragedia che ci è capitata, sulle solite trasmissioni che hanno barattato il dolore con lo share, sulle menzogne indecenti che abbiamo ascoltato quotidianamente nelle affermazioni dei nostri politici, sull'assurdità delle domande rivolte a noi sfollati da alcuni giornalisti, sull'abbondanza di numeri e dati (rigorosamente falsi) sulla ricostruzione che vengono forniti per "drogare"  i meno informati. Però mi e le domando: tra le dirette strappalacrime e il silenzio totale che fine ha fatto l'informazione? Perché nessuno racconta le notizie che pure circolano nei blog, i disagi e le umiliazioni, gli scatoloni di Nike nuove che scompaiono, i Tir di latticini e di carne  che arrivano di notte nelle tendopoli e di cui al mattino non c'è più traccia? Perché nessuno manda in onda le interviste - che pure vengono fatte - a quelli che denunciano? Perché non si viene a sapere che le macerie sono state triturate con tutto il loro contenuto di amianto? Perché nessuno si prende la briga di far sapere che l'organizzazione del G8 all'Aquila non è altro che una passerella elettorale? Perché non viene dato il debito risalto al fatto che lo stanziamento per il territorio è da intendersi in 24 anni? Quando latita la verità, latita pure la giustizia. Ma i media ci hanno dipinto come un popolo pieno di dignità: hanno insistito tanto, così che non ci venisse voglia, magari di alzare un po' la voce. (Paola Pacifici email)


Su Giornalettismo leggo questo pezzo, L'Irrisistibile disastro della ricostruzione dell'Abruzzo, del quale merita di essere citata la conclusione:

Insomma, ammettiamolo: Berlusconi è riuscito a stupirci anche stavolta. Poteva avviare una rapida ricostruzione in emergenza per togliere subito la gente delle tende e sistemarla in moduli abitativi temporanei il più vicino possibile alle proprie case, e contemporaneamente creare consorzi tra tutti i proprietari di prime e seconde case con contributo commisurato al reddito e alla superficie abitativa, e comunque pari al 100% per la prima casa. Ma lui non è scienza, è fantascienza. Lui ha mantenuto la sua promessa. Non ha fatto come in passato. E’ riuscito a fare molto, ma molto peggio.

Badate bene, non sto dicendo che quello che leggo qua e là in Rete sia oro colato solo perché gronda antiberlusconismo. Penso, tuttavia, di non essere la sola a sentire il bisogno di verità, a non poterne più della pessima retorica con la quale ci ingozzano dalla mattina alla sera.
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21/05/2009

Io, una tardiva digitale

A essere "tardiva digitale" mi condanna in primo luogo l'anagrafe: visto che fra un pugno di giorni festeggerò il mio quarantottesimo compleanno, c'è poco da fare, sono "vecchia", per quante arie da rockettara in ritardo mi possa dare, nonostante il blog, nonostante le mie frequentazioni "sociali" in Rete, da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Anobii, da LastFm a Tumblir o a Flickr, nonostante la mia curiosità e la mia voglia di sperimentare. Figurarsi, sono laureata in Letteratura Greca e insegno Italiano e Latino: non ho proprio chance. Sarà per questo che leggendo il pezzo di Luca Sofri, inititolato appunto "L'era dei tardivi digitali", mi sono sentita debitamente urtata e il mio primo pensiero è stato: "ma di che caspiterina - veramente nella formulazione originaria la parolina era un'altra - sta parlando?"

Forse perché per mestiere e legami familiari (madre di una ventenne e un quattordicenne) in mezzo ai cosiddetti "nativi digitali" ci vivo  e lavoro, il primo paragrafo mi ha fatto letteralemente sganasciare. Cito: Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione «entomologica» nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. Le nostre analisi le pubblichiamo ancora sui libri di carta e di centinaia di pagine, come questo. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno: ne frequentiamo uno che risulta sempre più emarginato, illuso da una grande finzione collettiva tenuta in vita dai mezzi di comunicazione che a loro volta gli appartengono e che con lui se ne stanno andando.

Poniamo che l'analisi sia corretta ... a essere sincera, sono quindici anni o giù di lì che in varie formulazioni, questo straordinario luogo comune ci viene sistematicamente somministrato, specialmente a noialtri insegnanti, rimproverati di essere attardati, vecchi, polverosi etc etc, a fronte di ragazzini che, per la prima volta nella storia, sarebbero in grado di insegnare ai loro pretesi maestri. Insegnare che cosa? Come si naviga in Rete, come si scarica via torrent, come si chatta con MSN, come si copia da Wikipedia? Perché sono queste le cose che i ragazzini comunemente fanno e, francamente, non è che occorrano tutte queste capacità cognitive per pigiare un tasto  e rimanere lì a vedere cosa succede.  Attenzione, do una comunicazione sconvolgente, almeno per qualcuno: i "nativi digitali" sono degli straordinari "consumatori" dei materiali e degli strumenti prodotti e diffusi in Rete, ma in quanto a consapevolezza critica e capacità di discernimento lasciano parecchio a desiderare

Sapete dove stanno buona parte dei ragazzini che conosco e che frequento? Ma tu guarda, proprio su Facebook (proprio quel luogo largamente sopravvalutato dai "tardivi", almeno secondo l'opinione di Sofri), a scambiarsi fotografie della cena di classe, a pubblicare video più o meno demenziali. ad iscriversi ai  gruppi tormentone tipo "quello che dormono a pancia in giù con un braccio sotto il cuscino ...", a fare test del genere "che parolaccia sei" o "che personaggio dei manga" o cose così. Sono un po' invelenita, se non altro perché ne ho tanti fra i contatti e con queste piacevolezze mi intasano la home: ma non importa, così da "insetto" posso studiare meglio i cosiddetti "scienziati" e le loro fissazioni.

Non ce l'ho con i ragazzini, sia chiaro. Anzi. Il fatto è che i nostri figli e i nostri nipoti stanno proprio perdendo la battaglia per essere davvero protagonisti dell'innovazione e, con tutta probabilità, la stanno perdendo proprio per colpa nostra. Ovvero per colpa di quegli adulti che hanno identificato nella loro generazione uno straordinario target per il marketing, che hanno avuto tutto l'interesse a trasformare gli adolescenti (non solo loro, per la verità) in consumatori: consumatori passivi di mode,  di simboli, di tecnologia, di atteggiamenti tanto vuoti quanto apparentemente irrinunciabili. Internet poteva (può) forse essere lo strumento per la rinascita di un diverso umanesimo. Si sta implacabilemnte trasformando nel trionfo del conformismo: non solo le idee navigano per le maglie della Rete, ahimé, ma anche l'idiozia, anche il pregiudizio, anche il luogo comune, anche l'insignificanza. Se sono questi i mali che avvelenano il nostro mondo, e Internet è appunto lo specchio del mondo, non si vede come potrebbe evitare di rifletterli.

Confusamente, drammaticamente, i ragazzi ne sono consapevoli. Sono disillusi prima ancora di essere delusi. Non si sentono proprio per niente, e non sono considerati, protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo, come afferma Sofri. Al contrario, vengono sistematicamente spossessati del futuro e della speranza.  E stanno male. Altro che Italia salvata dai nativi digitali, come ottimisticamente si augura Sofri a chiusura del suo pezzo:  questa è solo demagogia generazionale. Sciacquarsi la bocca con l'abusato aforisma "il mezzo è il messaggio" serve a poco, a questo punto. Il fatto è che in questo straordinario medium che è Internet sono proprio i "messaggi", i contenuti che troppo spesso mancano. Per un giovane, un adolescente trovarsi imprigionato in un loop di link che finiscono per rimandarsi l'uno con l'altro, che non riferiscono nulla di quello che veramente vale la pena di conoscere e sapere, che gli raccontano favolette puerili su quello che è importante e su quello che non lo è,  non è poi così esaltante.

Fra i ragazzi cresce il disagio: è un fatto  Mi limito ad un'osservazione. Insegno da ventisei anni e con le crisi esistenziali dei miei alunni adolescenti ho dovuto fare i conti più di una volta (non sono mancate autentiche tragedie), ma negli ultimi tempi mi pare che  i segnali di profondo malessere si siano drammaticamente moltiplicati: crisi di panico, isterismi, autolesionismo fino alle conseguenze peggiori, incapacità di affrontare le difficoltà, uso massiccio di psicofarmaci incoraggiato da psicologi e terapeuti fin troppo disinvolti, famiglie in affanno. Viviamo purtroppo nell'Epoca delle Passioni Tristi, come recita il titolo di un bel saggio di 
Miguel  Benasayag e Gérard  Schmit, saggio che quanti discettano amabilmente sui ragazzi dovrebbero urgentemente leggere.

Possiamo raccontarci quello che accadrà come più ci piace. Lungi da me demonizzare la Rete e quello che in Rete si fa, ma sia chiaro: mi tengo ben stretti la mia cultura classica, i miei libri di carta (non ebook!) e  non per smania  passatista e rifiuto del nuovo. So solo che senza passato il futuro è un'illusione, una mistificazione, un inganno. E allora, cari amici "tardivi digitali", come la sottoscritta, sarà bene, per quanto ci riguarda, tornare ad assumere qualche responsabilità nei confronti dei nostri ragazzi: non siamo "scienziati che studiano insetti", ma siamo uomini e donne che abitano lo stesso mondo abitato dai "nostri" ragazzi e dovremmo sforzarci di guardarli davvero, per quello che sono, e non per quello che sembrano o vorremmo che fossero.
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01/05/2009

Quanto è preziosa la nostra libertà

Leggo con piacere che l'emendamento D'Alia, quello che di fatto avrebbe rischiato di strangolare la Rete nel nostro Paese, è stato cancellato. Non ho ancora capito se D'Alia, e con lui la Carlucci, pecchino di semplice insipienza o siano i burattini di un disegno perverso che, se condotto alle sue estreme conseguenze, potrebbe definitivamente affossare la libertà di opinione in Italia. Certo che, alla luce di quello che scrivevo nel post precedente, non sempre chi gode delle basilari garanzie democratiche riesce a farne un uso appropriato.

Giocherò a fare l'ingenua fino in fondo. Quanto sarebbe bello se nelle  occasioni che ancora ci restano per alzarci in piedi e far sentire la nostra voce sulle questioni che ci riguardano direttamente fossimo capaci di farlo davvero: discutendo, polemizzando, ascoltando quello che gli altri hanno da dire, per arrivare alla fine a qualche soluzione condivisa e, come si dice, "partecipata". Dalle assemblee di condominio a quelle sindacali, dai collegi dei docenti ai consigli comunali, dalle sedute in Parlamento alle riunioni di partito, dalle assemblee degli studenti alle riunioni di lavoro: fino ai forum e ai commenti ai blog, passando dalle rubriche delle lettere sui giornali.

Di chiacchiere, sicuramente, se ne sentono tante. Una tempesta di parole che non si acquieta mai, un fiume di discorsi che rischia di travolgerci: l'unica difesa pare essere quella rappresentata da una distratta indifferenza, ma allora giusto e sbagliato finiscono drammaticamente per elidersi fra loro, e il brusio che ci circonda naturalmente soffoca anche quel poco che varrebbe la pena di ascoltare e ricordare. Il potere lo sa e furbo com'è lascia fare. Se date un'occhiata alle discussioni più gettonate in Rete, almeno stando a BlogBabel, prevale su tutto l'interesse per l'ira di Veronica, per la diciottenne che chiama Berlusconi "papi", per le veline deluse dalla mancata candidatura. Vero: sono fatti indicativi. Ma non sono quelli decisivi. Tanto più che, se non erro, tutta la polemica è stata innescata da destra, la qual cosa dovrebbe fare riflettere.

Per esempio, una notizia interessante è questa: per quanto riguarda la libertà di stampa, l'Italia fa un passo indietro, ed è l'unica nazione in Europa, almeno stando agli studi di Freedom House. Ma grazie a Dio, ci siamo noi blogger a tenere alto il vessillo della libera informazione. Forse. 

Ecco, io mi chiedo se ci rendiamo conto di quanto sia preziosa la libertà che tanto allegramente sprechiamo in chiacchiere. Forse no, forse non del tutto. Leggo questa intervista a Yoani Sanchez, la blogger cubana segnalata dal Time come una delle 100 persone più influenti del 2008 e nell'apprendere quanto sia per lei macchinoso e difficile e pericoloso aggiornare "alla cieca" il suo blog, io, seduta comodamente nel salotto di casa, intenta a digitare le mie quotidiane quattro sciocchezze, mi sento quasi in colpa. Prendete, per esempio, questo post di Yoani, dal suo blog "Generaciòn Y" (tradotto in italiano dall'amico Gordiano Lupi, del quale vale la pena leggere questo intervento) e riflettete: un sms per noi può essere semplicemente il tramite per una catena spiritosa, per Yoani e i suoi amici è lo strumento semiclandestino per far filtrare quello che il regime non consente di diffondere.

Ecco, dovremmo fare un po' più di attenzione nel maneggiare le nostre parole,  e magari non cedere alla tentazione di  sottovalutare la nostra libertà: siccome non siamo ancora a questo punto, vediamo di non arrivarci.

(Intanto, per non smarrire l'ispirazione e mantenere la giusta misura, non sarebbe male leggere il libro di Yoani: Cuba Libre, Vivere e Scrivere all'Avana)



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28/04/2009

Attenzione! Post molto dotto e noiosissimo

... ma ogni tanto devo pure tornare a fare la professoressa. Si tratta della riscrittura di un mio intervento in preparazione dell'incontro con il senatore Pancho Pardi, incontro che si è tenuto a Piombino lo scorso 21 aprile per presentare il libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta, La Dittatura della Maggioranza, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. La presentazione era stata congiuntamente organizzata dal locale circolo di Libertà e Giustizia e dall'Associazione Democrazia e Territorio.

La dittatura della maggioranza
considerazioni personali a commento del libro di Aldo e Giuseppe Bozzi, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Pancho Pardi, Federica Resta “La Dittatura della Maggioranza”, a cura di Patrizia Cecconi, Edizioni Chimienti. 

Quando Alexis de Tocqueville cominciò a scrivere e pubblicare il suo celebre e molto citato saggio “La democrazia in America” correva l’anno 1835. Tocqueville era un aristocratico, proveniente da una famiglia di antica nobiltà normanna, legata agli ambienti legittimisti. Le istituzioni politiche degli Stati Uniti, istituzioni che intelligentemente Tocqueville decide di studiare, considerandole un modello per le istanze democratiche che si andavano diffondendo in Francia in quel periodo (la cui affermazione Tocqueville considerava inevitabile, senza tuttavia nascondere una buona dose di preoccupazione),   erano all’epoca pressoché sconosciute in un’Europa che  si stava rapidamente trasformando.  Non è il caso qui di fare un’articolata disamina della posizione di Tocqueville ma è importante sottolineare un indispensabile elemento di valutazione: a una lettura superficiale, l’analisi di Tocqueville della cosiddetta “dittatura della maggioranza” (ma, come qualcuno ha notato, Tocqueville parla piuttosto di “tirannide”) presenta indubbie somiglianze con la situazione odierna. In realtà l’analisi di Tocqueville necessita di essere collocata nel suo giusto contesto storico: una situazione nella quale la democrazia, così come oggi la concepiamo, era ancora, per così dire, in una fase “sperimentale”,  le classi sociali avevano una fisionomia ben diversa rispetto a oggi, liberalismo e democrazia venivano ancora da molti giudicati in contrasto,  il funzionamento dell’economia,  la trasmissione della cultura, la diffusione delle informazioni  non erano paragonabili a quello che accade oggi. Il richiamo a Tocqueville è indubbiamente suggestivo ma non tiene conto di tutta l’acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti: d’altra parte anche le “elites” illuminate del secolo XIX nutrivano in linea generale una notevole diffidenza nei confronti del cosiddetto “popolo” (ma anche su questo termine occorrerebbe fare le opportune distinzioni) e la borghesia, nel suo slancio  espansivo e progressivo, non nascondeva il suo timore di essere, per così dire, “scavalcata a sinistra”. La traumatica esperienza della Rivoluzione Francese, seguita dall’altrettanto traumatica avventura napoleonica, era ancora troppo vicina, e minacciosi venti di tempesta si annunciavano all’orizzonte.  In Italia la diffidenza nei confronti del “numero”, che finirebbe inevitabilmente per inquinare la “qualità” delle scelte fondamentali, è ampiamente presente nelle riflessioni di Manzoni e di Leopardi (di quest’ultimo basti citare il Dialogo di Tristano e di un Amico,  così straordinariamente polemico verso la “massa” e la cultura delle “gazzette”). Se lo studio della posizione di Tocqueville è utile in una prospettiva storica, per comprendere radici lontane di fenomeni che ancora ci riguardano, non sembra corretto “tirare” troppo da una parte o dall’altra il pensatore ottocentesco per affrontare l’aspro dibattito politico, ideologico e istituzionale che oggi, nel XXI secolo, ci vede coinvolti  in Occidente e nello specifico nel nostro Paese:  altrimenti ognuno in Tocqueville può leggere quello che vuole e che fa più comodo secondo le contingenze del momento, un’abitudine che  di sicuro può avere una sua efficacia mediatica ma che appare scarsamente proficua da altri punti di vista, più corretti metodologicamente.

Perché l’immagine della “dittatura (o tirannide) della maggioranza” appare oggi efficace, ma forse non del tutto realistica.  Viviamo in un Paese democratico e l’attuale maggioranza al Governo, rispetto alla quale personalmente mi trovo in una posizione fortemente critica, non sta dove sta per un qualche colpo di stato violento e prevaricatore, ma legittimata da un voto democraticamente espresso e da un consenso largamente diffuso.  Questo è il dato dal quale occorre partire: chiedersi come l’esercizio delle libertà costituzionalmente garantite abbia condotto ad un esito tanto paradossale da mettere in discussione la loro stessa ragione di essere. Forse sarebbe più opportuno non scomodare Tocqueville ma considerare fatti a noi più vicini. E cominciare a chiedersi: questa maggioranza che apparentemente esercita la sua “dittatura”, in nome di una concezione semplificata, infantile e retorica della democrazia, è davvero dotata di potere decisionale? 


Si decide in modo autonomo se davvero si ha una piena conoscenza della materia nell’ambito della quale siamo chiamati a scegliere. Viviamo nell’epoca dell’informazione capillarmente diffusa e della scolarizzazione di massa. Conoscenza e cultura dovrebbero liberamente circolare e realizzare in questo modo l’utopia kantiana e illuministica che prevedeva, com’è noto, l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità nel quale i poteri tradizionali lo imprigionavano.  Almeno in Occidente tutti hanno la possibilità di esprimersi e di confrontare liberamente le proprie opinioni con quelle altrui. Forum, blog, social network sono a portata di mouse. Se in Italia potere mediatico e potere politico si sono pericolosamente concentrati nelle mani di un’unica persona, complice l’atteggiamento ignavo e remissivo di chi avrebbe dovuto opporsi, è vero anche che è possibile a chiunque sottrarsi a questo meccanismo infernale e reperire con una certa facilità informazioni e conoscenze alternative. La Cina, almeno in apparenza, è lontana. 


Ma  tutto questo non basta a scardinare il meccanismo perverso del pregiudizio. Perché la supposta “dittatura della maggioranza” proprio su questo fa perno: qualunque sia la maschera che indossa, il potere è diventato così abile e sottile da non avere più bisogno di imporsi violentemente.  Il potere, in apparenza, parla con la voce della gente: le sue parole d’ordine sembrano profondamente introiettate dai sudditi che non si sognano nemmeno di metterle in discussione ma semplicemente le condividono come se le avessero autonomamente concepite (da questo punto di vista, anche se discutibili, appaiono particolaremente interessanti le riflessioni di Luciano Canfora nel suo libro "Critica della Retorica Democratica" e nell'ultima sua fatica "La Natura del Potere"). 


Andiamo ancora più indietro rispetto a Tocqueville, torniamo all’epoca della Repubblica Romana. Secondo Cicerone i tre compiti fondamentali dell’oratore (leggi: uomo politico) sono docere, delectare, movere, ovvero informare, dilettare, commuovere.  Diciamo che oggi il contenuto informativo e educativo del discorso politico si è drammaticamente assottigliato: quello che conta è la piacevolezza dell’eloquio e la capacità di smuovere la componente irrazionale del “popolo” trasformato (e non è una trasformazione da poco) in “pubblico”.  La politica – spettacolo in questo tipo di meccanismo trova la sua giustificazione: tutto deve essere semplice, accessibile, “d’impatto”.  Gli slogan, i luoghi comuni, le formulette interpretative banalizzate e appiattite si diffondono per contagio virale secondo il meccanismo dei “meme”.  In poche parole, tutti chiacchierano presumendo di esprimere opinioni proprie, in realtà trasformandosi in involontari amplificatori di pensieri e giudizi elaborati altrove, per scopi non sempre limpidissimi.


Resta da chiedersi dove si situi questo “altrove” e  quali scopi là si perseguano.  Nel caso dell’Italia la risposta apparirebbe tutto sommato abbastanza semplice e scontata, tanto semplice e scontata da configurarsi anch’essa come un meme di facile diffusione: abbiamo un signore che è sceso in politica non in nome di alti e nobili interessi collettivi ma per tutelare in prima persona i suoi affari; dal momento che nelle sue mani si concentra il potere mediatico non ha dovuto affrontare insormontabili difficoltà per attuare il suo disegno. Spiegare tutto con Berlusconi appare tuttavia riduttivo:  bisognerebbe chiedersi in primo luogo se Berlusconi sia un sintomo o una causa  e a chi abbia fatto comodo (a parte a lui stesso) la sua ascesa apparentemente irresistibile. 


E infine: quali potrebbero essere i rimedi? Naturalmente io ragiono da insegnante e dal mio punto di vista proprio i reiterati tentativi di smantellamento della scuola pubblica rivelano che proprio in quell’ambito potrebbe celarsi la soluzione: in una cura più accorta dell’educazione, nella trasmissione degli indispensabili strumenti critici, nella diffusione  delle conoscenze e della capacità di autonoma valutazione.   Dal punto di vista politico, è vero che occorre ampliare e incoraggiare la cultura della partecipazione dal basso ai processi decisionali e scardinare il sistema partitocratico (di destra come di sinistra, in ambito sia locale che nazionale) che tende ad una perversa autorigenerazione in grado di tagliar fuori ogni forma di autentica meritocrazia nonché l’apporto della società civile: ma se la partecipazione è viziata in partenza  dall’incapacità indotta di valutare e giudicare sulla base di corrette informazioni, sembrerebbe che ancora una volta  si rischi una pericolosa illusione. 


Ma l’aspetto educativo è solo un elemento della possibile terapia. La via è lunga e la soluzione complessa. Non impossibile, tuttavia. Gli spiragli ci sono: nuovi fenomeni economici lasciano intravedere scenari diversi, la stessa globalizzazione è un rischio ma anche un’opportunità, la crisi che stiamo vivendo potrebbe essere il tramite per un ripensamento generale degli assetti, le nuove priorità che si manifestano potrebbero di necessità condurci per una strada di miglioramento. Auguriamocelo.

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02/04/2009

Luoghi comuni

Metto le mani avanti. Questo è un post infarcito di luoghi comuni. Deriva comunque da una lunga e articolata esperienza della sottoscritta in ambienti a predominanza femminile (la mia squadra di pallavolo; il pensionato gestito da Salesiane durante gli anni universitari; infine, la scuola, sempre più un vero gineceo) e da varie avventure e disavventure con le mie amiche e le mie nemiche.  Proprio perché donna,  mi sento di dire a Livio Milanesio, che ha scritto questo  simpatico e ottimistico articolo su Apogeoonline (Il 2.0 è femmina): "Non ti fidare". Può essere che le donne sorridano molto e diano l'impressione di impostare i rapporti secondo dinamiche collaborative e interattive, che sappiano cogliere meglio le sfumature comunicative, che siano maggiormente capaci di empatia nei confronti dell'interlocutore. Può essere.

Ma la verità è che le donne, nei loro guanti di velluto, nascondono mani di ferro capaci di fare molto, ma molto male. Le donne sono vipere velenose (ve l'avevo detto che avrei abbondantemente attinto ai luoghi comuni).
Abituate da millenni alla difficile arte della dissimulazione, educate ad esere seduttive piuttosto che energiche e dirette, maestre nell'inganno verbale, ora che, almeno in teoria, possono aspirare a ricoprire ruoli di potere tradizionalmente riservati ai maschi, non è che poi, nei fatti, siano così interessate alla cooperazione, allo spirito di amicizia, alla solidarietà sociale, come crede Michael Argyle citato da Milesio: le donne ambiziose sono ambiziose, punto. Non sottovalutatele. Sono certo sensibili, ma se decidono di servirsi di quest'arma per far leva sui punti deboli dell'eventuale avversario, punti deboli che riescono ad individuare con invidiabile lucidità, sono guai. I maschi si prendono a sberle, le donne ti distruggono con una parola piazzata al momento giusto e indirizzata là dove fa più male. E sono dannatamente competitive. Lo sono sempre state, anche quando non potevano dimostrarlo direttamente: forse in passato si accontentavano di primeggiare per interposta persona ( i figli, il marito), ora, per quanto frustrate da un contesto sociale poco incoraggiante, sono pronte a sgomitare quanto e più degli uomini per conquistarsi il sospirato posto al sole.

Con tutto il rispetto per Desmond Morris (anche lui citato da Milanesio), una certa immagine della donna, vista come più cordiiale, più gentile, più tenace, più collaborativa dell'uomo, ammesso che almeno in parte corrisponda al vero, è frutto non di biologia ma di un condizionamento sociale che ha agito pervicacemente nel corso dei millenni.

Insomma personalmente sto con Elisabeth Badinter quando afferma: "Io non credo che le donne siano più dolci, più generose, più pacifiche degli uomini. Penso che fra uomini e donne ci siano più somiglianze che differenze". Nel bene e nel male.


postato da floria1405 alle ore 23:32 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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|categoria: donne, comunicazione, marketing, media e comunicazione, attualità, pubblicità




25/03/2009

La Follia di Splinder

Come si saranno resi conto tutti coloro che mi leggono via feed, ieri sera Mr Splinder ha avuto un momento di perfetta, surreale follia. O forse è colpa dei Cinesi, che ne so, visto che il post fantasma, ripetuto dodici volte nel feed e in realtà completamente scomparso dal blog, riguardava proprio la censura cinese nei riguardi di YouTube. Grosso modo scrivevo che la Cina è vicina, visto che le affermazioni del Ministro degli Esteri Cinese ( Dall' Unità: Certo è soltanto che sollecitato a rispondere sulle ragioni del blocco, il portavoce del ministero degli Esteri ha ribadito che la Costituzione afferma «chiaramente la libertà d'espressione», ma stabilisce alcuni limiti «attingendo alle esperienze di Paesi come gli Usa e il Regno Unito». «Molte persone -ha poi aggiunto Qin - hanno la falsa impressione che il governo cinese tema Internet», ma la cifra degli internauti cinesi, 300 milioni, e 100 milioni di blog, la comunità di utenti più grande del Mondo, dimostra «che è esattamente l'opposto») potrebbero tranquillamente essere condivise da tutti quei politici italiani che blaterano di sicurezza, Rete e quant'altro, senza sapere esattamente di che cosa parlano (ma nella conclusione mi chiedevo: " O forse lo sanno anche troppo bene?").

Niente,  il post non voleva partire, il server rispondeva "niet". Poi ho scoperto che in realtà avevo pubblicato la stessa cosa non so quante volte, più una serie di "ppppp ... prova", che ora, ahimé, inquinano il feed. Ho cancellato, ma c'è voluta tutta la notte perché il pasticcio scomparisse, e non del tutto. Il Grande Fratello ci osserva e ci sabota i blog.
postato da floria1405 alle ore 15:18 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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|categoria: politica, cina, blog, giornalismo, media e comunicazione, censura, libertà




18/03/2009

Perché no?

Perché non candidare Alessandro Baricco alla Presidenza della Rai?

Beh, non è che Baricco riscuota la mia massima simpatia. E tuttavia, qualche settimana fa,
il suo discusso intervento su Repubblica (Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e TV) mi ha convinto. Può piacere o non piacere, ma la verità vera è che un'autentica promozione culturale non può che passare dalla scuola (pubblica), quella stessa scuola che da anni ci si studia con impegno di smantellare in ogni modo possibile e immaginabile (al punto che mi sono a volte ritrovata a pensare ad una consapevole strategia bipartisan di rimbecillimento di massa). E dopo la scuola, duole dirlo, c'è la  televisione: sempre più scadente, sempre più desolante. Eppure, anche qui, anche in provincia, è tutto un fiorire di iniziative, settimane della cultura, festival vari, fiere e conferenze, appuntamenti teatrali, cicli di performance musicali, regolarmente foraggiati con i soldi pubblici. Gli spettatori? Sempre i soliti quattro gatti. Gli altri se ne stanno rintanati in casa, davanti alla scatola magica, catturati dall'angoscioso dilemma: il martedì,  meglio Amici o X Factor?

Scrive Baricco, a proposito di Berlusconi e del suo roboante successo:
Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull'arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov'erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l'avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.
(notare l'eleganza con la quale vengono usati gli aggettivi "friabile", "marcia", "corrotta" ...  ah, la nobile arte dell'allusione!)

L'intervento di Baricco ha suscitato varie reazioni. Non sto qui a riassumerle tutte: ma Baricco per lo più ha ragione quando dice che spesso chi ha risposto  non  ha mostrato di aver letto per intero, o almeno con sufficiente attenzione, il contenuto della sua provocazione (come Scalfari: che mi pare stia parlando sostanzialmente di altro).  E conclude: Sarà vent'anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica.
Quando cerchiamo di abbozzare idee formate, schizzare modelli alternativi, immaginare soluzioni inedite, stiamo facendo un gesto lungo, sporto nel futuro: stiamo cercando di arrivare puntuali a un appuntamento che avremo tra anni: non domani, non alla prossima riunione sindacale, non alla prossima seduta della Commissione parlamentare, non alle prossime elezioni. Per quello c'è la politica. Ma riflettere, è un'altra cosa. Una cosa che non dobbiamo temere, anche quando strategicamente è scomoda. Un compito per cui nessun giorno è sbagliato.


Perché mai tiro fuori adesso questo dibattito già un po' datato? Perché proprio oggi ho ricevuto via Facebook questo messaggio, che riporto integralmente:

I
n più di quattrocento, via FaceBook, chiedono la nomina di Alessandro Baricco alla presidenza della Rai. Su iniziativa di Giulio Mozzi

Sono più di quattrocento. Tra loro ci sono Guido Michelone, saggista e docente di Storia del jazz; le scrittrici Sandra Petrignani, Maria Pia Quintavalla, Elisabetta Liguori, Carla Menaldo, Silvia Torrealta, Evelina Santangelo; gli scrittori Giuseppe Genna, Christian Frascella, Matteo Galiazzo, Giorgio Nisini, Massimo Cassani, Michele Governatori, Roberto Tossani, Federico Platania; la poetessa Giovanna Frene; l’editore Luca Sossella; l’editrice Chiara Fattori; l’editor Paolo Repetti; il gruppo letterario Sparajurij; l’anima del Premio Chiara Bambi Lazzati; il fotografo Luigi Tirittico; la direttrice della Scuola Holden Lea Iandiorio; l’editor Alessia Polli; il copywriter Giacomo Brunoro; il gallerista Massimo Arioli; la linguista Francesca Serafini; l’italianista Alberto Bertoni; il blogger Bloggo Intestinale; Maria Luisa Venuta responsabile dell’area di ricerca Contabilità ambientale e flussi di materiali del Crasl dell’Università Cattolica; l’architetto Fausto Carmelo Nigrelli; il sacerdote Fabrizio Centofanti, fondatore del blog «La poesia e lo spirito»; e poi semplici lettori & teleutenti, librerie, associazioni culturali, compagnie teatrali, e chi più ne ha più ne metta.

Tanti professionisti della cultura, e tanti «consumatori» di cultura, hanno aderito all’appello donchisciottesco lanciato via FaceBook dallo scrittore (e consulente editoriale, e curatore in rete del bollettino cult vibrisse) Giulio Mozzi per chiedere la nomina di Alessandro Baricco alla presidenza della Rai. «Alessandro Baricco è un intellettuale di fama nazionale e internazionale», dice il brevissimo testo dell’appello; «i suoi libri sono molto amati, ha lavorato con successo nel e per il teatro e il cinema, ha notevoli competenze musicali, ha curato uno dei programmi televisivi culturali più belli e seguiti. Perché non chiamarlo alla presidenza della Rai?».

Nel gruppo in FaceBook non mancano, ovviamente, gli scetticismi, i distinguo, le frecciatine e le indignazioni. «Visto che De Bortoli ha rifiutato quando ha capito che non avrebbe contato nulla, quale posto migliore per Baricco?», scrive nella bacheca Rodolfo Marotta, dirigente di movimento in Rete ferroviaria italiana nonché appassionato jazzista. «Mozzi e compagnia brutta, dovreste vergognarvi! Siete così miseramente ridicoli in questa proposta da minus habens che non posso che insultarvi tutti», tuona l’attore Orlando Cinque; e Saverio Fattori giudica addirittura «scorretta» la recente presa di posizione di Baricco proprio a proposito della distribuzione di risorse tra televisione e altre attività culturali tradizionalmente considerate più “nobili”. D’altra parte Pino Mercuri, pur non condividendo del tutto quella presa di posizione, conclude: «Credo che alla Rai, almeno finché ci sarà bisogno di una televisione pubblica, Baricco farebbe molto bene».

Claudia Casolaro si dice preoccupata che anche Baricco «come autore, pensatore, insomma pensiero “libero”, vada a impantanarsi», essendo quello della Rai «un terreno sconnesso e pieno di insidie»; e Valentina Pigmei si domanda: «Ma con quale coraggio uno potrebbe accettare di finire in un tale groviglio politico?». Alberto Bertoni: «Ma Baricco merita un incastro del genere?». Stella Brandini: «L’iniziativa è da condividere, ma Baricco merita questo uso?». D’altra parte, scrive Alessio Iarrera, deve pur cambiare, prima o poi, la «rosa culturale» italiana.
 
Ora io mi chiedo: perché no? E in alternativa propongo Baricco come prossimo ministro della Pubblica Istruzione: peggio della Gelmini non potrà fare. Anzi.

(Ah, se condividete, diffondete)

postato da floria1405 alle ore 21:59 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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|categoria: segnalazioni, politica, televisione, baricco, media e comunicazione, facebook




19/02/2009

Strangolare la Rete

Da Punto Informatico: Secondo quanto riferito dall'ufficio stampa di Carlucci, l'estratto che ad esempio è stato pubblicato sul blog dell'esperto Stefano Quintarelli dovrebbe ricalcare il testo del progetto di legge.

Di seguito il frammento tratto da Quinta's Weblog.
Disegno di Legge Carlucci per la tutela della legalità nella rete Internet

Parlamento Italiano - Disegno di legge C. 2195 - 16ª Legislatura.
Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l'istituzione di un apposito comitato presso l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
L'articolo 2, che una parte rilevante del DDL, e' il seguente:
  1. E' fatto divieto di effettuare o agevolare l'immissione nella rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima.
  2. I soggetti che, anche in concorso con altri operatori non presenti sul territorio italiano, ovvero non identificati o indentificabilì, rendano possibili i comportamenti di cui al comma 1. sono da ritenersi responsabili - in solido con coloro che hanno effettuato le pubblicazioni anonime - di ogni e qualsiasi reato, danno o violazione amministrativa cagionati ai danni di terzi o dello Stato,
  3. Per quanto riguardai reati dì diffamazione si applicano, senza alcuna eccezione, tutte le norme relative alla Stampa. Qualora insormontabili problemi tecnici rendano impossibile l'applicazione di determinate misure, in particolare relativamente al diritto di replica, il Comitato per la tutela della legalità nella rete Internet (di cui al successivo articolo 3 della presente legge) potrà essere incaricato dalla Magistratura competente di valutare caso per caso quali misure possano essere attuate per dare comunque attuazione a quanto previsto dalle norme vigenti.
  4. In relazione alle violazioni concernenti norme a tutela del Diritto d'Autore, dei Diritti Connessi e dei Sistemi ad Accesso Condizionato si applicano, senza alcuna eccezione le norme previste dalla Legge 633/41 e successive modificazioni.
Come sempre accade, almeno apparentemente, l'intento è buono. Ma naturalmente il testo, così com'è nasconde il suo frutto avvelenato (vedi, ad esempio, questo articolo su Zeus News).
postato da floria1405 alle ore 18:42 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Lorenza Boninu

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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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