contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
17/11/2009

Reparto Medicina

Non è niente di particolare, non è qualcosa di memorabile. E' solo una curiosa sensazione di estraneità.  Forse non vale la pena di descriverla, e può essere che decidere di scaraventarla qui, in piazza, sia in qualche modo inopportuno. Qualcuno potrebbe rimproverarmi una certa mancanza di delicatezza, un'assenza di pudore che dovrebbe essere imbarazzante per me, in primo luogo, e forse per i miei eventuali lettori.

C'è un tale chiasso, qui in Rete. Non è un rumore fisico che si possa cancellare semplicemente abbassando il volume: bisogna essere più drastici. In effetti basterebbe spegnere il computer, scollegarsi dal resto del mondo, scomparire. Però prendere questa decisione fa paura. Sono qui, che tento come posso di
mantenere l'usuale ritmo della mia esistenza - la famiglia, la scuola, la spesa, le faccende domestiche - ma questo ritmo è violato da una nuova esigenza, da un diverso obbligo, da un'ansia imprevista. Mi manca il tempo. Mi manca il mio tempo. Era, è, un tempo che ormai trascorrevo prevalentemente qui, davanti a questo schermo, a questa tastiera. Avevo qualcosa da dire. Lo dicevo. Qualcuno rispondeva. Tutto sommato ero contenta. Mi divertivo.

Ora ho la testa vuota. No. Non è esatto. Giudizi, opinioni, pensieri, valutazioni sono ancora lì. Solo non mi pare più così importante tirarli fuori. dar loro forma, argomentare, ragionare. Passerà, mi dico. Salterà fuori un nuovo equilibrio e tornerò a riempire questo spazio. Potrei parlare, che so, di politica. Fare la solita spicciola filosofia da blog. Potrei distrarmi con la musica. O raccontare l'ultimo libro che ho letto. Potrei ...

Potrei raccontare di una stanza di ospedale dove quattro vecchie, e c'è mia madre fra loro, con malanni di varia gravità, comunque  irrimediabili, aspettano. Aspettano l'ora del pasto, della visita, il momento di spegnere la luce, quello di assumere le medicine, il passo. Dormire, svegliarsi, dormire di nuovo. Suonare il campanello, se sono in grado. E poi suonarlo di nuovo. E ancora. Se non possono, e mia madre non può, basta un gesto della mano,  basta un gemito, uno sbattere di palpebre che rivela per un attimo uno sguardo stralunato, incerto, spaventato.  Piccoli gesti. Solo per rompere quella insopportabile monotonia, quel dolore sordo di esistere che è qualcosa di più, e di diverso, dal malessere che accompagna la malattia. Togli tutto il resto, quello resta. E forse loro, le "pazienti", non sanno nemmeno di aspettare. Vivono così, sopravvivono. Accompagnate dalla loro pena, dalla nostra pena. Noi,  i parenti,  arriviamo, facciamo quello che dobbiamo, usciamo, rientriamo, usciamo di nuovo. Fuori dal reparto di medicina, immediatamente, riprende il solito tran tran, messo fra parentesi solo per qualche ora. Ma ogni volta, quando mi sottraggo al tempo sospeso di quella camera, mi pare di fare più fatica.

Accendo la tv, leggo il giornale, sbircio quello che succede in Rete. Ascolto il cicalare dei miei figli, preparo la cena, rispondo al telefono. E' tutto normale.  Ma sento che sto scivolando via, che questi gesti non mi interessano, che non riesco, in realtà, ad allontanarmi da quella stanza, da quel cieco pulsare di una vita nuda, che la malattia ha sbarazzato di tutti gli orpelli. Materia fragile, ridotta a semplice fisiologia.

Eppure mi attacco alla futilità quotidiana (starmene qui, a raccontare queste cose a una platea di estranei, non è forse futile?) per non scomparire, per mantenere in primo luogo la presa su me stessa. C'era chi diceva che la vita in sè è una malattia che finisce con la morte. Bisogna dimenticare, se ci si riesce, la spietata verità che questo aforisma contiene.

postato da floria1405 alle ore 00:27 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
|
|categoria: personale, scritture




10/11/2009

Metodo, ragazzi, ci vuole metodo!

Stamani, una mia alunna di prima, una ragazzina svaglia e per niente demotivata, dopo essersi beccata un triste quattro al primo compitino di storia, mi fa: "Prof, posso essere interrogata la prossima volta? Sa, sono piuttosto preoccupata ... perché io non ho metodo, non mi riesce memorizzare ... è sempre stato il mio problema". Naturalmente l'ho rassicurata. Ci mancherebbe che un quattro in questa fase dell'anno scolastico dovesse condizionare il rendimento futuro. Pensa di non avere metodo? Glielo insegneremo. Il quattro è servito giusto a segnalare un problema: un problema di metodo, appunto.

Il metodo ... il fantasma minaccioso che vaga da sempre nelle aule scolastiche. "Suo figlio non ha metodo", tipica frase fatta che echeggia stancamente nel corso della maggior parte dei ricevimenti, con tutta una serie di varianti più o meno scontate. D'altra parte, una gran quantità di libri di testo, dalle elementari al triennio liceale, è ampiamente corredata di indicazioni, schemi, mappe concettuali, consigli e ammonimenti su come si studia, come si prendono appunti, come si traduce, come si svolgono gli esercizi di matematica, come ci si autovaluta, come si scrive un tema e chi più ne ha più ne metta. Ma questo benedetto metodo è come l'Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

Negli ultimi tempi, poi, si è deciso, come dire, di tagliare la testa al toro: non hai metodo? peggio per te. Io ti boccio, ti rimando, e chi si è visto si è visto. Mica posso perdere tempo e fiato con te. Passata l'ubriacatura di didattichese che ci aveva ammorbato dopo la breve stagione berlingueriana, si è ritornati decisamente ai santi vecchi: tempi e mezzi sono quelli che sono, e l'unica strategia possibile sembra essere quella di ingozzare come oche gli alunni di nozioni destinate ad essere più o meno (mal)digerite. E per chi non ce la fa a seguire questa dieta poco salutare, tanti saluti

C'è qualcosa che non torna. Dopo tutte le chiacchiere sulla cosiddetta didattica "metacognitiva", quella che dovrebbe permettere di "imparare a imparare", siamo al punto che l'unico rimedio possibile, per chi se lo può permettere, sono le ripetizioni private, i tutor personalizatti e (orrore orrore!) il Cepu? Leggete questo articolo di Repubblica, un articolo che odora di antico ... in fondo anch'io ho cominciato la mia carriera, nei primi anni Ottanta, dando ripetizioni ai ragazzini rimandati a settembre: ma da quel tempo ormai remoto ci separano anni e anni di pubblicazioni, studi, chiacchiere pedagogico-didattiche. Eppure il cerchio si è chiuso e si tenta di giustificare il ricorso massiccio agli studenti universitari ansiosi di arrotondare i loro magri bilanci con giustificazioni abbastanza risibili: "Questi giovani possono essere un modello per i ragazzini: sono più grandi di loro, ma non ancora adulti, entrano facilmente in comunicazione, si scambiano mail o notizie musicali... E c'è anche un altro messaggio: il ragazzo di 20 o 22 anni che viene a darti lezioni è qualcuno che ancora studia ma intanto lavora per rendersi autonomo, come anche tu potrai fare tra pochi anni". Ma per favore!


Mi piacerebbe sapere, al contrario, perché una ragazzina in gamba come quella che ho ricordato a inizio post, una che ci tiene e che ha concluso la scuola media con pieno successo, possa ammettere candidamente e in tutta sincerità di non sapere davvero come si studia, di non essere capace di memorizzare e di prendere appunti. E non è la sola, anzi: questi casi si moltiplicano. E' sconfortante constatare che non pochi studenti universitari si ritrovano alle prese con problemi "metacognitivi", quegli stessi problemi che noialtri  reduci della vecchia scuola avevamo in qualche modo già risolto, più o meno da soli, senza mappe concettuali o slides in powerpoint, in prima media.

Io qualche ipotesi ce l'avrei. Ma in attesa di completare la mia argomentazione in un post successivo, mi piacerebbe conoscere anche l'opinione di qualche collega. O, meglio di tutto, di qualche studente.
postato da floria1405 alle ore 20:34 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
|
|categoria: scuola, personale, giovani, gelmini




07/11/2009

Fra crocefissi, Guccini e PD.

Stamattina un amico mi incontra e mi fa: "Devo farti le congratulazioni o le condoglianze?" Si riferiva alla notizia, pubblicata giusto ieri sulla cronaca locale, della mia entrata nella segreteria territoriale del PD val di Cornia - Elba. Ieri pomeriggio, in visita dalla madre invalida, sono stata accolta da un indignatissimo "Comunista!" che, nella personale graduatoria degli insulti più sanguinosi concepiti da mammà, occupa senz'altro i primissimi posti. La confusione quaggiù regna sovrana, in famiglia e altrove.

Prendi la faccenda del crocefisso. Se ne parlava giusto ieri in sala insegnanti. Me ne sono uscita con un'ovvia (almeno per la sottoscritta) battuta: "A me il crocefisso appeso al muro francamente interessa poco. Purché il muro resti in piedi". Voglio dire: la situazione dell'edilizia scolastica in Italia è quella che è, le scuole crollano e i ragazzini ci restano sotto, ma noi Italiani ci squartiamo sull'ormai annosa questione del crocefisso, preteso simbolo della nostra identità e della nostra tradizione, delle quali siamo gelosissimi finché ci fa comodo: forse perché, sotto sotto, alcuni sono convinti che certi scivoloni eticamente assai discutibili facciano anch'essi parte della medesima tradizione, quella, per intenderci, che fa capo all'antico adagio "vizi privati e pubbliche virtù". E poi, occuparsi di faccenduole terra terra, tipo le crepe sulle paretii e le infiltrazioni di umidità, non è così chic: sai com'è più esaltante discettare di massimi sistemi, di radici cristiane e identità culturali.

D'altra parte, al Tg5 delle 20 mi sono ritrovata ad ascoltare un po' basita  la singolare intervista a Maurizio Bizzarri (nella foto), sindaco Pd di Scarlino (bersaniano), ben determinato ad appioppare una salata multa di cinquecento euro a chiunque si azzardi a togliere il crocefisso dalle aule delle scuole nel territori del suo Comune. Ricapitolando: mia madre mi accusa di essermi trasformata in una comunista mangiabambini; dall'altra parte, un compagno del PD usa argomentazioni che farebbero invidia al cardinal Bertone; gli amici non sanno se felicitarsi o compiangermi per la mia imprevista "carriera" (chiamiamola così) politica. C'è di che essere perplessi.

Per fortuna, tornando a casa piuttosto stravolta da una mattinata trascorsa in un'aula decisamente troppo piccola per accogliere i miei trenta, chiassosi, simpaticissmi alunni di prima, ho trovato il figlio quindicenne che aveva riesumato il vecchio vinile di "Amerigo" (il vinile! avete capito?) e se lo stava accuratamente studiando. Avete presente le parole di Libera nos Domine?

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Ecco, appunto. Se il buon Gesù
rispondesse alla laicissima preghiera di Guccini, credo che tante questioni si risolverebbero abbastanza felicemente. E' che dobbiamo fare da soli, senza chiese e senza candele, e il crocefisso, presente o meno, non è di grande aiuto in questi non facili frangenti.

E tuttavia un'arma sento di averla, nonostante tutto: l'incapacità di prendermi troppo sul serio. Sono preoccupata per un mucchio di questioni, personali e generali, ma, non chiedetemi perché, ogni tanto, mi scappa da ridere. Insomma, mi sento perfettamente ia mio agio  ascoltando le parole di Guccini (sempre lui) in via Paolo Fabbri 43

Se tutto mi uscisse, se aprissi del tutto i cancelli,
farei con parole ghirlande da ornarti i capelli,
ma madri e morali mi chiudono,
ritorno a giocare da me:
do un party, con gatti e poeti,
qui all' alba in via Fabbri 43!

 


postato da floria1405 alle ore 15:44 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
|
|categoria: musica, politica, personale, laicità, pd




30/10/2009

Non farti cadere le braccia

Quando frequentavo l'Università avevo un'amica, si chiamava Lorella, ed era un'amica vera, una di quelle  che non ti dimentichi anche se non ne sai più nulla da decenni. Passavamo le notti a chiacchierare alla luce fioca della lampada da tavolo, fumando una sigaretta dopo l'altra, e confessandoci le nostre paranoie, le prevedibili crisi esistenziale di studentesse fuori sede, perennemente nevrotizzate da amori che non funzionavano, famiglie che non capivano e troppe pagine astruse da studiare per l' ennesimo esame che ci aspettava di lì a qualche settimana.

Lei fece una cosa, una volta:  prima di andarsene mi lasciò sulla scrivania una scatolina di minerva con un ultimo fiammifero, e sulla scatola aveva scritto: "Non farti cadere le braccia". Ci consolavamo con le canzoni, come potevamo. Comunque un minerva bastava per accendere l'ultima sigaretta prima di andare a letto. Ma quella confezione  l'ho conservata per un sacco di tempo, dopo, così come mi era stata data. 

Non so perché mi è venuta in mente questa cosa (o forse sì), ma mi sentivo di raccontarla e l'ho fatto.






postato da floria1405 alle ore 23:55 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
|
|categoria: musica, personale




16/10/2009

Che noia la politica: meglio il blues

Sto ascoltando una delle più belle canzoni del Boss, "New York City Serenade". Diciamo che ne ho bisogno. Forse anche qualcun altro ne ha bisogno: ve la regalo, via YouTube, così potrete godere dell'ascolto mentre leggete il post.


 Ale, un mio caro amico, collaboratore sull'altro blog e lettore più o meno fedele, già da un po' mi sta implorando di piantarla con la lunga sequela di post "politici" con i quali ho ammorbato il mio esiguo pubblico. Ah sì, ha ragione, lo so.

Ogni sera mi metto davanti alla tastiera e mi dico: "Ora parlerò dell'ultimo libro che ho letto ... Oppure mi abbandonerò alla musica e lascerò che la melodia guidi la scrittura ... O magari parlerò un po' della Rete ... o della scuola ... o di Dylan, che non guasta mai ... o più semplicemente dei fatti miei. E magari potrei pure rimettere mano a piombino.blogolandia.it che langue da un po'. Oppure, ancora, tornerò su Anobii e aggiornerò finalmente la mia libreria, ferma da mesi". Macché, succede sempre qualcosa che mi fa incazzare e finisco per buttare via il poco tempo a dispos
izione a discettare del PD, di Berlusconi o male che vada del Papa. Altro che intossicazione da Internet, sindrome della quale i media straparlano a giorni alterni. E' la situazione generale che è tossica, almeno per quanto mi riguarda, e mi trascina in questo loop di indignazione ciclica che cerco di tenere a bada con l'abusato strumento della parola.

Suvvia, spezziamo il circolo vizioso, almeno per una volta. Mi sono cacciata con le miei mani in questa faccenda delle primarie, al punto da ritrovarmi nella mia provincia in lista per Marino per l'Assemblea Nazionale (per la verità con scarsissime possibilità di essere eletta), ma grazie a Dio il mio Lucrezio mi aiuta a mantenere il giusto distacco:


Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene regioni

elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti,

donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri,

e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura,

la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare di nobiltà,

adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica

per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

 

Di piccoli e grandi opportunismi, strategie, tatticismi, ne ho visti non pochi in queste settimane. Ho usato questi versi come puntello spirituale, mi si perdoni la solennità della formula, assieme al richiamo costante al mio lavoro, la cosa più importante che ho (a parte la famiglia), il che mi ha permesso di non perdere il sorriso e, soprattutto, Deo gratias, di non prendermi troppo sul serio.

Una come me non solo può appoggiarsi ai suoi classici (come diceva Calvino: "È classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno"), e scusate se è poco, ma anche al blues. Blues alle masse, esorta l'amico Fabio Treves (andatevi ad ascoltare la sua trasmissione "Life in Blues", ogni giovedì su LIfeGate Radio, più o meno in contemporanea con Anno Zero, e poi ditemi che cos'è più interessante), e non è solo un bello slogan, vi assicuro.

E allora, a proposito di Fabio Treves, facciamo un po' di promozione, sperando  di dare un'informazione gradita agli appassionati di blues che, più o meno per caso, capitino da queste parti:

Una notizia che farà felici gli appassionati di musica. Lo storico locale Jux Tap di Sarzana (La Spezia) dal 19 novembre riprende la programmazione di musica dal vivo con 3 eventi che saranno di antipasto ad altri concerti nel corso dell’inverno e della primavera.
Il menu è ancora una volta all’insegna dell’alta qualità; il miglior rock, blues e jazz nazionale e internazionale e un ambiente unico dove assistere ai concerti, l’unico club ligure di grandi dimensioni con un’acustica perfetta e un’accoglienza di primo livello, con la possibilità di sedersi ai tavoli e cenare prima degli show in un’atmosfera eccezionale. Il Jux Tap ha rappresentato negli anni un punto di riferimento per la programmazione della musica di qualità live nel panorama nazionale.
Il primo ospite, il 19 novembre, è in tutto e per tutto degno della storia del locale e sarà l’inglese Peter Green, il leader dei Fleetwood Mac e membro storico dei Bluebreakers. Chitarrista sopraffino, Green ha scritto alcune tra le più memorabili pagine del blues inglese al punto di meritarsi la stima incondizionata di mostri sacri del blues americano come B. B. King. In questa serata Peter sarà accompagnato da Mike Dodd alla chitarra ritmica, Geraint Watkins al piano e organo, Matt Radford al basso, Andrew Flude alla batteria e Will Parnell alle percussioni e il set prevede vecchi successi dei Fleetwood Mac e di Green insieme a una selezione di cover di brani blues.

Giovedì 26 novembre sarà la volta del migliore e più longevo bluesman italiano, Fabio Treves, che ha deciso di celebrare il suo 60° compleanno proprio al Jux Tap. Sarà una grande festa con la più energica macchina da blues italiana e tanti amici.

Giovedì 3 dicembre approda al Jux Tap uno dei migliori jazzisti italiani, Francesco Cafiso, uno dei talenti più precoci del jazz italiano che il 19 gennaio ha suonato a Washington durante i festeggiamenti in onore del Presidente Barack Obama.
Ad aprire il concerto di Peter Green la Southside Blues Boys Band, un gruppo di musicisti che da sempre ha fatto del blues una ragione di vita. Prima di Treves il giovane rocker Leo James.
La rassegna non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di SpecTec, azienda che da sempre sostiene la musica di qualità.

Chiudo con un altro video, sempre del Boss: Working on a Dream.

Ognuno di noi sta lavorando al suo sogno, qualunque esso sia, in un modo o nell'altro. Che la sorte ci sia propizia.

postato da floria1405 alle ore 19:47 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
|
|categoria: segnalazioni, politica, personale, blues, bruce springsteen, youtube, anobii, ignazio marino, treves blues band




12/10/2009

Tre Insegnanti

Io mi sono fatta il blog, a suo tempo, con l'idea che, a prescindere dal numero dei lettori eventualmente conquistati, almeno avrei avuto la possibilità di descrivere quello che nessuno (giornalisti, intellettuali, politici, supposti esperti) si prende la briga non solo di raccontare ma, almeno, di vedere: la vita di una persona comune che, incidentalmente, di mestiere fa l'insegnante e che ha la pretesa, non così assurda a ben vedere, di sapere per esperienza diretta che cosa significhi entrare in classe ogni sacrosanta mattina per fare lezione agli adolescenti. Ma per molti aspetti la mia voce da sola non basta più. Ascoltate queste tre storie: Mariaserena potrebbe essere stata mia insegnante, io potrei essere stata prof di Costanza. Tre generazioni di docenti a confronto. La scuola è anche questo.

Lorenza

Mi sono laureata nel 1983, a ventidue anni. Mi sono ritrovata in cattedra subito, in una scuola privata, Nell' 86, come vincitrice di concorso, il primo anno di ruolo alle medie, Nell'87, la cattedra liceale. Sono ventisei anni che insegno: più di un quarto di secolo, un'enormità. Mi piace sempre insegnare? Maledizione, sì. Quando in qualche terza apro per la prima volta la Divina Commedia e comincio a leggere l'Inferno, ci credereste? Mi trema sempre la voce. Perché amo quello che faccio. Non c'entra niente lo spirito missionario o altre bazzecole del genere. C'entra Dante, magari. O la poesia latina. Sentire la bellezza di quello che ho studiato, che studio,  e avvertire la necessità fisica di comunicare questa bellezza ad altri. Retorica? Vi sembro retorica?

Echissenefrega.

Sapete qual è una delle più belle telefonate che ho ricevuto in questi anni di insegnamento? Quella di un ex-alunno, ormai all'università, che mi telefonò per chiedermi: "Ti ricordi quel libro che ci citasti in terza? Quello che parlava del "Potere dei senza potere"? Chi era l'autore?" L'autore era Vaclav Havel, e mai avrei pensato che a distanza di cinque anni o giù di lì quel ragazzo si sarebbe ricordato di quella citazione, buttata lì per caso in una discussione sui fatti di Tienanmen (già, la Storia con la maiuscola ci è passata sotto il naso, per quanto da lontano, mentre noialtri continuavamo a tirare avanti nelle nostre aule un po' squallide: la caduta del Muro, Tangentopoli, la dissoluzione della ex Jugoslavia, la prima e la seconda guerra in Iraq, Berlusconi uno, due e tre, le Torri Gemelle, il G8 di Genova, Bush, la crisi finanziaria, Obama ... e la scuola italiana sempre lì, e sempre lì qualcuno che per un verso o per l'altro evoca il fantasma del 68, povero 68 che ormai appare più remoto del Giurassico). Il potere dei senza potere, di quelli come me, come noi, che, semplicemente, credono in quello che fanno. Quella telefonata fu una rivelazione.

Ma io sono stata fortunata. Pensare che per anni ho rimpianto la possibilità di fare ricerca all'università, scelta che ho dovuto scartare a suo tempo per l'improvvisa disgregazione della mia famiglia d'origine. Non sono comunque stata a piangere sul destino cinico e baro. Ho giocato la carta dei concorsi, visto che allora i concorsi c'erano, e ho vinto al primo colpo. Seduta in cattedra a ventisei anni, praticamente inamovibile. Gettata in braccio ad una vocazione che, prima, troppo giovane e ambiziosa, non avevo voluto vedere. L'ambizione ha preso un'altra strada: quella della responsabilità. Responsabilità verso me stessa e verso i miei studenti.

Mi sono arrabbiata spesso in questi anni, per l'approssimazione delle scelte politiche che ci hanno riguardato, per la pessima immagine che della mia professione veniva scientemente e demagogicamente data dai media, per le riforme mancate, per gli annunci spot, per l'assurdità della burocrazia scolastica, per le chiacchiere dei ministri e l'acquiescenza dei colleghi:  e delle mie arrabbiature, da quando ho aperto Contaminazioni, ho dato puntuale resoconto in queste pagine. Oggi, a volte, mi sento disarmata. Mi pare che la scuola sia abbandonata a se stessa, alle sue contraddizioni, e che la situazione stia precipitando troppo rapidamente. Poi, ogni mattina, entro in classe, guardo i ragazzi e mi dico che, finché si può, bisogna resistere.

Ma ... e se avessi ventisei  (o trenta, trentacinque) anni adesso, sarei comunque così determinata, nonostante tutto? Appesa a un pettine o a una coda, per quanto brava e motivata e preparata? Sarei ancora capace di dire "resistere resistere resistere"?

Maria Serena

Le parole che sempre più di frequente si usano per descrivere la situazione dei nuovi lavoratori sono disillusione, delusione, frustrazione e, purtroppo, rassegnazione.
Li chiamo nuovi lavoratori e non giovani (perchè spesso hanno intorno ai 40 anni) e cerco di non chiamarli precari, anche perchè siamo ad una situazione di precarietà elevata a sistema per cui è una precarietà fissa. Francamente ho difficoltà a trovare le parole.

Io sono in una situazione, credo precedente, ma simile a quella descritta da te; laurea a 22 anni, quattro anni come borsista e nel frattempo abilitazione per esami poi concorso per titoli ed esami e la cattedra. Quindi ho lavorato ininterrottamente da ottobre ’69!
Ci sarebbero, però, da aggiungere tante altre cose: al mio tempo le medie non erano dell'obbligo , le bocciature e le esclusioni iniziavano alle Elementari, alla laurea si arrivava dopo infinite selezioni.
Certamente tutto ciò avrà la sua  importanza.

Ma cos'ha a che fare con la precarietà? Secondo me forse poco. L'ho ricordato, tuttavia, perchè la mia formazione era, già dall'infanzia, improntata a un atteggiamento mentale che non voglio definire aggressivo, ma combattivo sì; e oltre ad essere combattivo si sapeva adattare (senza farsi sopraffare) anche ai difetti della realtà. Per cui le lunghe code per le iscrizioni all’università, gli appelli agli esami anche senza calendario (a volte tutti ammassati e ci interrogavano fin che il professore diceva: basta, andate via tornate domani), le aule universitarie strapiene e dense di fumo, le dispense che non sempre c’erano, l’obbligo di frequenza e il piano di studi rigidissimo... insomma abbiamo affrontato tutto, e superato davvero tante fatiche e frustrazioni spesso ingiustificabili, pre-sessantottine (sono giurassica: mi sono laureata a luglio ’69) che oggi farebbero gridare allo scandalo e al “non ne posso più”. Io/noi invece inghiottivamo, ci arrabbiavamo e proseguivamo.  

Torno a dire che con la precarietà tutto questo ha poco a che fare. Ma quei percorsi erano importanti per la formazione della personalità: quando oggi vedo i precari in mutande io mi innervosisco un po’ e mi chiedo perchè una categoria di docenti non riesca a mettere in atto una forma di manifestazione non dico più dignitosa (la dignità con la mutanda si apparenta anche nella pubblicità) ma più incisiva, seria, propositiva e tutto sommato più cattiva. Io, ragazza attempata e nelle retrovie ho scritto una nota sugli errori della Gelmini e molti altri interventi. Perchè? Che me ne viene? E’ forse la mia battaglia questa? Lo è solo lateralmente: ma il fatto è che quando sei stata tutta la vita sulla barricata ci rimani. Quando hai amato tutta la vita la tua missione (lasciatemi usare una parola di sentimenti) non la molli e continui a crederci. Non credo invece in una lotta fatta in mutande.

Io piuttosto avrei aperto un tavolino davanti alle scuole offrendo lezioni gratis! Avrei scritto un libro bianco insieme ai colleghi, avrei assediato di email tutti: redazioni, tg, istituzioni, parlamento, ministeri, provveditorati. Avrei assediato Rai e Mediaset. Avrei avrei avrei.... probabilmente sembro matta. Ed ho un’età in cui tutto questo non lo posso fare.   Però vi sembra giusto accettare ospitalità alla manifestazione della Stampa e parlare da un microfono non nostro e solo per gentile concessione? Vi sembra giusto che tutti i media televisivi glissino sulla scuola e altri ne parlino solo per dir male (per carità la libertà consente tutto) di Berlusconi? La sinistra che ha fatto per la scuola? E dove sono le proposte loro e nostre? E’ giusto dire VOGLIAMO IL LAVORO. E’ fondamentale. Io sottoscrivo. Ma vogliamo anche dire dove e quali sono gli errori della politica nei confronti della scuola? Vogliamo dire che non ci sono solo ginnasi e licei frequentati da quieti adolescenti o ragazzi motivati, ma ci sono scuole dove  dilagano droga e bullismo, disagio e abbandono ecc ecc ? Vogliamo dire anche quali sono le nuove emergenze dell’educazione dei giovani e con quali proposte si intende affrontarle?

Io mi permetto di dire “meno mutande e più professionalità”. La cultura deve farsi rispettare; anche cominciando dall’abito. Ma certo non solo da quello. Quando si è rifiutati dal mondo del lavoro io credo si debba avere la lucidità di puntare il dito non solo contro la classe politica al governo, ma anche contro la latitanza dei sindacati e dell’opposizione, contro l’atteggiamento autoreferenziale della casta mediatica e, purtroppo, anche contro la diffusa perdita della coscienza politica e dei diritti del cittadino. Perdite che si possono ripianare solo con l’impegno. (Anche la parola “impegno” è decisamente attempatella, mi somiglia.)

Costanza

Con la mente ancora annebbiata stamattina, come Don Abbondio un istante prima di ricordarsi dello scomodo incontro, ho buttato gli occhi su un oggetto di uso comune e ho ricordato di colpo tutto. Il pettine. Inserimenti a pettine. Il ricorso per l'inserimento a pettine. Il ricorso contro l'inserimento a pettine. Quale fare? quale rifiutare?

 Mi sembra  lontano il biennio della SSIS (2004-2005): avevo il pancione ed ero tra le più giovani (classe 78, sessione di laurea 2001-2002); ho cominciato la ssis dopo aver "congelato" il dottorato di ricerca per "scongelare" (sono termini tecnici anche se grotteschi) il posto conquistato alla SSIS superando un concorso tanto estenuante  quanto grottesco nella misura in cui i posti disponibili non erano pochi ma soprattutto poichè -se non ricordo male- l'accesso fu consentito anche ai "soprannumerari" senza grosse difficoltà (qualche pagina in più da studiare agli esami disciplinari). La voce che il V sarebbe stato l'ultimo ciclo SSIS ha funzionato da catalizzatore prolungandosi per i successivi quattro cicli, fino all'effettiva disattivazione. I concorsi sempre più affollati ma, soprattutto,i posti sempre più numerosi rispetto all'effettiva necessità: una macchina dove lavoravano molte persone, una preziosa fonte di entrate per le Università. Questo è fuori discussione. Due anni pesanti, davvero pesanti perchè era palese che, al di là della gratificazione del voto e degli elogi, alla fine eravamo messi tutti sullo stesso piano: tutti abilitati, tutti futuri insegnanti -bravi e meno bravi- ma soprattutto tutti destinati a un lungo precariato. Ho cominciato a lavorare appena abilitata e non ho mai smesso, rifiutando una notevole quantità di supplenze dei presidi durante i quattro anni passati, disillusa e pronta a non aspettarmi il ruolo prima dei 35 anni.

Durante il mio secondo anno di servizio ho approfittato della (seconda) maternità per scongelare il dottorato, scrivere la tesi e discuterla. Un titolo in più. Appena entrata nelle permanenti (2005) mi sono stupita -non nego che sia stato persino piacevole e appagante- dell'esemplarità dei miei dati anagrafici rispetto a quelli della maggior parte dei colleghi inseriti nelle "mie" graduatorie: pochi nati negli anni settanta, pochissimi quelli nati dopo il 1975. Mi sono inacidita quando qualcuno ha giudicato ingiusta la regola per cui tra due abilitati con pari punteggio e condizioni, entrati in graduatoria nello stesso anno, quello più giovane passa avanti. Ho pensato (cinicamente?) che qualcuno avesse sostato più del dovuto all'Università per laurearsi fuori corso o riporre troppo a lungo le stesse mie vane speranze nella ricerca; o che, più semplicemente, i concorrenti più attempati avessero pensato tardi (troppo tardi?) all'insegnamento e, nel frattempo, fatto altro.

Io l'insegnamento l'ho scelto un po' per ripiego, per la sicurezza che le mie scelte di vita privata mi oobligavano a cercare ma, appena ho messo piede in una classe, ho capito di essere nata per questo, per la condivisione e la trasmissione del sapere, della fatica e della gioia della conoscenza e dell'impegno.
La mia posizione e il mio statuto di precaria hanno cominciato a pesarmi, nella sostanza, solo per la mancata certezza di riavere le mie classi, di continuare un percorso umano e didattico in cui non ho mai smesso di credere. L'ansia del posto fisso non mi appartiene.
Spesso mi chiedo che cosa potrebbe migliorare la qualità del mio lavoro e la prima risposta riguarda sempre la mia preparazione: avrei potuto, dovuto, studiare e leggere di più, adottare un rigore e una disciplina ancora maggiori. Stiamo pagando il fio di una scuola aperta ed eccessivamente lassista? Stiamo scontando la conquiste egualitarie? Stiamo facendo i conti con il fantasma di Gentile? Eppure ho avuto la fortuna di frequentare scuole abbastanza serie, superare esami difficili, avere genitori esigenti e intransigenti su certi aspetti, per esempio riguardo alla necessità di laurearmi in corso.

Osservo la differenza, quest'anno per la prima volta, tra le potenzialità didattiche che offre una classe di ginnasio di quattordici ragazzi rispetto a una di liceo scientifico di trentuno: imponderabile. Questo dato di fatto mi porta a ridimensionare la severità verso me stessa e alimentare l'indignazione verso annose politiche scolastiche senza colore e senza partito che rispondono solo ad esigenze di risparmio o di recupero fondi per le università (il caso SSIS), condite, di volta in volta, da ottuse rivendicazioni egualitarie o da assurdi richiami a un rigorismo costruito sui grembiulini, i maestri unici e i voti di condotta ma, parallelamente e vilmente, anche sulla svalutazione in toto della professionalità e serietà dei funzionari pubblici, insegnanti inclusi.

Se quest'anno molti precari non hanno (ancora) lavorato la causa va cercata nelle politiche di ridimensionamento per eccesso del numero di alunni per classe;  se gli sfortunati neo laureati in lettere anche molto bravi non hanno nessuna possibilità di lavorare nella scuola, la causa va cercata nell'assurda politica che per anni ha abilitato migliaia di insegnanti con la certezza assoluta che non c'era e non ci sarebbe stato posto per tutti. E la conseguenza è che si è tolta alla scuola l'opportunità di avere insegnanti giovani, motivati e preparati. Oggi quelli che lavorano rischiano di vedersi scavalcati da un esercito di precari (quasi sempre già avanti con l'età e con il punteggio e quasi tutti dal sud) inseriti "a pettine" che, in molti casi, non credo saranno in grado di garantire continuità e serenità alla proprie classi, per ovvie ragioni logistiche.

I precari sono solo quelli che perdono il massimo in questo sfascio, quelli che ci rimettono in termini economici ma è la scuola nel suo complesso a subire il maggior danno; e la scuola sono tutti gli insegnanti, gli alunni, i genitori, e tutto il resto del personale. Se tutte queste categorie non si uniranno in una protesta comune e prolungata e i sindacati, sempre divisi tra loro, continueranno a fare l'opposto di quello che dovrebbero fare; se, ancora una volta, si sposterà l'attenzione dal generale a particolare (in questo momento la situazione degli imbarazzanti "precari in mutande" da cui mi dissocio) il processo inesorabile e malcelato di affondamento della scuola pubblica giungerà molto rapidamente a buon fine, con buona pace di tutti gli istituti privati che già si fregano le mani e incassano privilegi.

I ricorsi... ho deciso di fare quello contro l'inserimento a pettine ma, in fondo, niente mi impedirebbe di farli entrambi cadendo in una contraddizione tutto sommato pacifica, visti i tempi che corrono.

Scritto di getto col cuore, la bile e le bimbe che mi ronzano intorno

postato da floria1405 alle ore 23:26 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
|
|categoria: scuola, personale, gelmini




05/10/2009

Sono tornata

Non è che mi mancassero gli argomenti. Mi mancavano le energie per mettermi a scrivere post. Troppa carne al fuoco, troppe contraddizioni, troppi motivi di scontento e insoddisfazione. Arrivi a un certo punto e ti chiedi: "Sì, va bene, posso sfogarmi sul blog. Ma a che pro?"

Prendiamo, ad esempio, il mio nuovissimo e inedito impegno politico. In questi ultimi giorni ho vissuto situazioni degne di un film di Nanni Moretti (finita le festa, prometto che ci scrivo su un racconto umoristico). Una ci mette tutta la buona volontà. Non si aspetta molto: forse soltanto di essere almeno parzialmente smentita.
Se in passato ho scelto di non avere tessere, avevo le mie buone ragioni. Questa volta ho preferito mettermi in gioco fino in fondo. Con quale risultato? Le sopracitate  buone ragioni sono state tutte puntualmente confermate. Piccoli giochi di potere di basso profilo. Aggiustamenti. Parole parole parole. Volontà di svoltare davvero? Mah.

Sono andata in giro per circoli a presentare la mozione Marino. Faccio un'unica osservazione: in separata sede tutti a complimentarsi, a sottolineare come, in effetti, gli errori del passato fossero stati gravi e le nostre argomentazioni, al contrario, apparissero convincenti. Nei fatti un gran timore del cambiamento: e, come sempre, tatticismi, furbizie, conformismo, arrivismo, timore. Una votazione dove un candidato ottiene il 90% dei consensi non è sana (ed è quello che è successo nella mia città), non c'è niente da fare: poi la si può spacciare per un grande e autentico successo, ma nemmeno Berlusconi si azzarda a vantare sondaggi in suo favore superiori al 70% di consensi. Che dire? Ormai siamo in ballo e balliamo fino in fondo, per amore di coerenza. Ma sono altri a condurre la danza, secondo regole che non condivido: e non è una situazione che mi piaccia granché. Attendo, fiduciosa nonostante tutto, che i prossimi sviluppi  mi diano torto e che le primarie del 25 ottobre significhino davvero un nuovo inizio per l'unica forza che, almeno sulla carta, avrebbe la possibilità di fare un'opposizione concreta e seria. Ma le premesse (locali e nazionali) non sono incoraggianti.

Nel frattempo sono arrivata alla rispettabile cifra di 1081 amici su Facebook. Che cosa spinga tutta questa gente a seguirmi, resta un mistero. L'originalità dei miei aggiornamenti di status? Banalità. Le brillanti argomentazioni dei miei post? Ma se sono giorni che non produco un accidente. I rari video musicali che mi capita di condividere? Chissà.  La gente di Facebook sta precipitando nella mia vita virtuale come un'inarrestabile frana. Gli argini che ho faticosamente costruito nel tempo terranno?

Detto questo, qualche novità positiva c'è stata. Per esempio la lettura consolatoria del saggio di Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro di civiltà, testo che consiglio caldamente: non tanto perché sia particolarmente originale, ma perché il sano buon senso illuminista che lo ispira è, in fondo, confortante. Per fortuna c'è ancora qualcuno che argomenta senza urlare, che sembra non essere vittima dell'isterismo tipico degli intolleranti a destra come a sinistra. Il ragionamento pacato è come un balsamo, specialmente subito dopo la lettura dei quotidiani e l'ascolto dei tg.

A proposito. Forse dovrei dire qualcosa sulla grande manifestazione di sabato scorso in difesa della libertà di stampa. Il caso Minzolini, in particolare, sta infiammando gli animi: basta dare un'occhiata qui (pro) e qui (contro). La mia opinione, l'opinione di una che non conta un accidente e che si limita a blaterare qualcosa di tanto in tanto sul suo modestissimo blog, è forse in controtendenza rispetto a tutto il coro degli urlatori di mestiere, da una parte e dall'altra. Perchè io lo capisco, al buon MInzo, quando dice: "La manifestazione è per me incomprensibile". Lo capisco senza assolverlo, sia chiaro. Ma non mi si venga a dire che il sistema dell'informazione in Italia è stato in passato un prodigio di libertà e autonomia, messo ora fatalmente in pericolo dal grande Satana, il perfido Berluska (che, casomai, si è fatalmente infiltrato nelle contraddizioni di un sistema peraltro già compromesso). Il conformismo, la lottizzazione, l'asservimento ai poteri forti, la manipolazione del consenso, la censura e l'autocensura non sono novità. Siamo d'accordo: oggi si è persa financo la decenza e di questo dobbiamo ringraziare anche qualcuno di coloro che oggi si strappano le vesti denunciando il rischio (reale, beninteso) che corre la nostra democrazia. MInzolini, (in)degno erede di pratiche che di certo non sono state inventate adesso, sebbene adesso siano state portate all'esasperazione (ad ogni livello, vedi post precedente a questo) si stupisce. E perché non dovrebbe? Vi risulta davvero che il nostro giornalismo, salvo qualche illustre eccezione, sia mai stato all'altezza dei fasti (peraltro oggi un po' appannati) della stampa anglosassone? Il Minzo, poverino, ben sistemato sulla poltrona di direttore del TG1, credeva forse di essere definitivamente al sicuro, all'ombra del padrone di ora: e guarda che razza di tempesta mediatica si è attirato sul lucidissimo cranio. Che non capisca, poverino, mi sembra il minimo (d'altra parte leggete qui il suo curriculum, sul sito del Premio Ischia, da lui ottenuto nel giugno 2009 - mica trent'anni fa -  per scelta di  questa giuria). Perché di padroni e padroncini ce ne sono tanti, ce ne sono troppi, da una parte e dall'altra. 

 

postato da floria1405 alle ore 23:35 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
|
|categoria: politica, personale, televisione, censura, berlusconi, libertà




16/09/2009

Sto per fare delle affermazioni scomode ...

... ma comunque mi sento di scriverle, e quindi procedo. In fondo ho il blog per questo.
Credo che non ci siano dubbi sul fatto che la demagogia di chi ci governa abbia ormai superato il livello di guardia. Ma la demagogia, in genere, fa leva su motivi reali di malcontento. Chiediamoci perché, nonostante tutto, certi proclami, certi provvedimenti, incontrino il favore della gente.

Prendiamo la scuola. La confusione è totale e le mosse del Ministro sono del tutto inadeguate. Le sue esternazioni preoccupanti. Ma Gelmini non è l'unica colpevole, non è il "male". Le radici sono remote.

"Fuori la politica dalla scuola", "Bisogna tornare al merito e alla severità", "E' finito il Sessantotto, è finita la stagione del permissivismo". Sono questi, all'incirca, gli slogan che passano. Intanto si tagliano posti di lavoro, si accorpano classi, si cancellano scuole, si azzerano anni di esperienze didattiche, si impoveriscono i finanziamenti. Sale sulle ferite, rimedi peggiori del male.

E tuttavia. Guardiamoci in faccia e valutiamo la realtà. Per com'era, per com'è. Ci sono o non ci sono docenti incompetenti, impreparati, faziosi, fannulloni? Quanto denaro pubblico, negli anni, è andato sprecato in iniziative pretestuose, in progetti mai valutati, in abbozzi (o aborti) di riforma che sono presto finiti nel dimenticatoio? Quante chiacchiere in scolastichese abbiamo ascoltato, quanti corsi di aggiornamento privi di reale spendibilità nel nostro lavoro ci siamo sciroppati, quanta carta è andata sprecata in verbali che nessuno si è mai preso la briga di leggere, dopo riunioni chilometriche che partorivano il niente? Quante autogestioni studentesche demenziali abbiamo subito,  quante assemblee perfettamente inutili abbiamo tollerato? Quanti furbetti (colleghi, genitori, studenti) abbiamo visto cavarsela senza merito, barcamenandosi astutamente nelle pieghe di un sistema impazzito?

Certo, Gelmini e Tremonti intervengono nel caos a colpi di machete, buttano via il bambino con l'acqua sporca, procedono con sicumera non alla cura e al miglioramento del sistema pubblico di istruzione ma al suo definitivo smantellamento. Ma il punto è un altro. Il punto è che sono nelle condizioni di poterlo fare, con il consenso dei più. Che magari per conformismo hanno taciuto e subito e ora, finalmente, si sentono dalla parte della ragione. E plaudono.  Dopo le prevedibili proteste autunnali, esattamente com'è accaduto nell'anno passato, inghiottiremo l'amaro boccone, a meno che gli equilibri politici non mutino per altre ragioni.  Perché la  demagogia della destra al governo è, in fondo, la risposta prevedibile ad una demagogia di segno opposto che negli anni ha progressivamente logorato la scuola.

E la scuola, per l'ennesima volta, sarà l'unica vera vittima: una scuola (pubblica) che dovrebbe aiutare  a superare le disuguaglianza, rispettare le persone, garantire a tutti pari occasioni formative, essere aggiornata, funzionale, efficace. Non lo era prima, non lo è adesso, non lo sarà in futuro. Chi oggi approva, non si illuda. Ma chi protesta, non manchi di fare un doveroso esame di coscienza.

postato da floria1405 alle ore 18:34 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
|
|categoria: scuola, personale, gelmini




13/09/2009

Domani comincia la scuola

Domani comincia la scuola e, naturalmente, per una prof è doveroso scriverne. Chissà perché non mi viene in mente altro se non " Che Dio ce la mandi buona"? Quest'anno scolastico non inizia sotto i migliori auspici. Troppa confusione, troppe polemiche. Le proteste dei precari, i tagli, una riforma che non è una riforma, la serafica Gelmini che non perde occasione per gratificarci delle sue perle di saggezza, i telegiornali con la loro propaganda ...


No, non ho voglia di parlarne. Avrò tempo e modo in futuro: il blog mi serve anche a questo, in fondo. Ma non solo. Qualche giorno fa, su Facebook, un mio amico comunista mi ha rimproverato per la mia moderazione: dice che mi lamento troppo, ma alla mia protesta, come si dice, mancherebbe il condimento di una proposta che sia davvero "alternativa". Non so, forse vuole convincermi a fare la rivoluzione, e invece si trova a discutere con una scribacchina che
dà fiato solo ai suoi umori e malumori.

E il mio umore di stasera mi suggerisce solo una cosa. Ho una voglia matta di entrare in aula, domani, e di conoscere i miei nuovi alunni. Ho una voglia matta di insegnare latino. E storia (antica). E letteratura. E la grammatica italiana. Dopo anni e anni di triennio liceale, ho scientemente deciso di cimentarmi con una prima liceo (linguistico).
Niente di scontato. Tutto da costruire. O comunque da non sciupare. Interesse, curiosità, motivazione. Passione. Cavoli, a me insegnare piace da matti, nonostante tutto. E mi piace proprio insegnare quello che oggi sembra più improbabile. Altro che rivoluzione.
postato da floria1405 alle ore 22:11 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
|
|categoria: scuola, personale, giovani, gelmini




04/09/2009

Poi è chiaro che ti viene qualche dubbio ...

Gheddafi chiede all'ONU la cancellazione della Svizzera perché non ha perdonato agli Elvetici l'arresto del figlio e della nuora per una vicenda di maltrattamenti.

Berlusconi vuole denunciare mezzo mondo (letteralmente, dall'Italia alla Spagna, dal Regno Unito alla Francia) per pretese offese alla sua onorabilità (e virilità), anzi già denuncia.  Inoltre, per gradire,  minaccia di bloccare i lavori della Commissione Europea se i portavoce non si daranno una regolata. Solo qualche giorno prima, per la precisione il 18 agosto, è volato in Tunisia e in uno straordinario francese, nel corso di un incredibile show sulla tv satellitare Nessma TV (per il 50% di proprietà di Mediaset e di Quinta Communication - di quest'ultima il gruppo Finivest è socio di rilievo assieme a Tripoli, entrata nel capitale attraverso la Lafitrade: vedi qui),  ha promesso ai migranti  di “aumentare i canali di ingresso legali” in Italia,  garantendo “casa, lavoro, istruzione” , “aprendo tutti i nostri ospedali alle loro necessità”, perché “pure gli italiani sono stati emigranti, e quindi devono aprire il loro cuore a chi oggi viene in Italia” (il video in coda al post). Per inciso, ha chiesto anche il numero di telefono a una graziosa giornalista. Scherzava. Scherzava?

E Bossi che ne dice? Forse dsi consola con l'inserimento dell'erede, detto "la Trota", del quale sono note le dubbie performance scolastiche e i graziosi passatempi digitali (tipo il videogioco "Rimbalza il clandestino"), nella speciale commissione che avrà il compito di sorvegliare per conto delle piccole imprese la realizzazione dell'EXPO 2015 e la distribuzione di commesse e prebende.

Nel frattempo i precari della scuola sono letteralmente in mutande, la MInistra spaccia per soluzione un provvedimento per ora vago che non prevede lo stanziamento di un euro in più per risolvere la questione. Aggiungo solo che la paventata invasione del nord da parte dei Presidi meridionali non è avvenuta: della serie, quanto tempo perso a parlare del nulla. Però noi prof siamo destinati a riciclarci anche come paramedici: corsi ai docenti per riconoscere il virus. Che idea grandiosa: mi vengono in mente certe deliziose diagnosi del pediatra che, quando aveva poco tempo da perdere con i malesseri stagionali dei miei pargoli, mi liquidava con un frettoloso "E' un virus!" Grazie tante, una diagnosi così potevo farla anche da sola. Ma "quale" virus? Sai quante curiosità mi toglierò da qui in avanti ...

Va avanti la telenovela Boffo - Feltri, fra le sofferte dimissioni del primo (però a me non pare un martire così credibile, con tutto il rispetto) e lo spettegulèz del secondo sugli altri protagonisti della vicenda (dei quali si racconta tutto, ma proprio tutto, alla faccia della privacy). La Chiesa? Io penso che alla fine venderà il suo sostegno al miglior offerente. Vedremo.

Mah, ho messo in fila un po' di roba. A leggere queste faccenduole tutte di seguito, qualche dubbio ti viene: per esempio, di vivere in una società completamente impazzita. Ma di che cosa stiamo parlando, per davvero? Quanto si è sbagliato Bakunin, quello che diceva "la fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà". Mica aveva prevsito un caso come il nostro, con  il potere, per l'appunto, così fantasioso e ridanciano. E tutti noi, estatici, a corrergli dietro e a prenderlo sul serio.



postato da floria1405 alle ore 00:10 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
|
|categoria: politica, scuola, personale, cronaca, attualità, berlusconi




Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu

Chi sono

Utente: floria1405
Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


Site search Web search

powered by FreeFind


Sottoscrivi il feed


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Feedbox

Add to Technorati Favorites

Elfa Promotin

MigliorBlog.it

Enhanced with Snapshots
Per disabilitare SnapShot, cliccare su "Opzioni" nell'angolo destro in alto dell'anteprima del link

Posta

lboninu at gmail.com

Technorati Profile

Badges



Profilo Facebook di Lorenza Boninu

Un'occhiata fuori

Blog Aggregator 3.3 - The Filter

Links

>Skip Intro
After2000
Ali d'argento
Artaut
Bakis
Barbabianca
Blog Didattici
Blublog
Bookcafè by G.G.
Brodoprimordiale
Buba
Caporale Reyes
Captain's Charisma
Catepol 3.0
CenerAntola
Censura Rossa
Classico e Moderno
Cosette, Casette
Currenti Calamo
Daisy
Diego Petrucci' s blog
Donna Bissodia
E io che mi pensavo
Ecate
Elfluxusvomitato
Errore 404 - Uno strappo nella Rete
Eva Carriego
Far finta di essere sani
Gidibao
Giovy
Glob
Haramlik
heteronymos
I compagni del fuoco
Il Blog di Ivo Riccardo Forni
Il Gossip di Giulia
Il Mazziniano
Inconnuaubataillon
Korus
La torre di Babele
Letture e Riletture
Licenziamento del Poeta
Lipperatura
Lu
Madame de Bergerac
Maria Strofa
Marsilio black
Mauro Gasparini
Minimo Karma new
Momoblog
Nessun giorno senza una riga
Newbrigand
Paese d'ottobre
Pasta al tonno
Pesce Vivo
Peter Sauerkirsche
Phoebe
Pix & Stef
Placida Signora
Polenta e Cammelli
Remo Bassini
Roquentin
Schegge del Tempo
Senza Qualità
shymay
Sichiamamassimo ...
Sole Luminoso
Squonk
Succede@catepol (trasferito)
Temporalia
The Rat Race
Vaghe stelle dell'orsa (Caracaterina)
Venti gocce per tre
Vincenzo Russo
Webgol
Why Don't You Eat Carrots?
Yaub
ZetaVu
Zeus Blog
Zoro
[Quablog]

I miei spazi
Piombino su Blogolandia Contaminazioni Tumblelog
My Twitter Page
My Jaiku Page
Fuori di classe
La mia pagina su Last.fm
La mia libreria

Fortza Paris
Cut & Paste
Gilgamesh
Grande Onda
Squonk
Contaminazioni
YAUB
Maria Circassa

Strumenti
Accademia della Crusca
Roots Highway
Griseldaonline
Il Mestiere di scrivere
Il portale di filosofia
Il sito di Piergiorgio Odifreddi
Liber Liber
I Corsi del MIT
Osservatorio della ricerca
Punto Informatico
Risorse per classicisti
Origine - Scritture in movimento

La cassapanca delle vecchie cose

Partecipano

Contatori

visitato *loading* volte

Site Meter

Who Links Here

Contatore Sito
Bpath Contatore

Banner

GeoURL

Search For Blogs, Submit Blogs, The Ultimate Blog Directory

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Radioblog


Bob Dylan widget by 6L & Daxii