contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
14/12/2009

Sintomi natalizi

Il Natale in Rete è fatto anche di questo: un gruppetto di blogger meritoriamente reclutato da Sir Squonk per buttar giù, ognuno come sa e come può, il suo piccolo pensierino natalizio. Eccolo qui, puntuale, il Post sotto l'Albero 2009. Scaricatelo, diffondetelo, regalatelo.

Quest'anno c'è qualcosa di mio. Questo.

Assenza

Deve essere accaduto qualcosa che proprio non riesco a capire.  Ora la casa è vuota. La mia compagna è improvvisamente scomparsa. Se n’è andata, forse, o piuttosto qualcuno l’ha portata via (camminava con grande fatica, negli ultimi tempi, e trascorreva buona parte del suo tempo in poltrona … mi pare difficile se ne sia andata da sola) mentre non c’ero: magari, chissà, stavo dormendo, e non mi sono accorta di niente. Sono giorni e giorni che non si vede. La casa è vuota. Esco, vagabondo un po’ nei dintorni, tengo d’occhio l’entrata, rientro. Mangio qualcosa, dormo un pochino.  C’è un gran silenzio. Da fuori i rumori arrivano ovattati. Quando il sole va giù, un’oscurità ostile avvolge le stanze. La casa è fredda, come mai in passato. Io sono sola. Non so bene cosa fare. Forse dovrei allontanarmi. Forse chi l’ha  presa, o costretta ad allontanarsi, minaccia anche me. Non so. E comunque, per il momento, non riesco a pensare a un altro posto. Questa, in fondo, è l’unica vera casa che abbia mai conosciuto. E allora aspetto. Aspetto.

C’è stata un po’ di confusione, qualche giorno fa. Facce nuove, facce strane, gente che entrava, frugava, spostava alcuni oggetti, altri ne portava via.  Io me ne stavo nascosta. Non mi sembrava il caso di fare alcuna resistenza o di richiamare l’attenzione. In fondo non sono nessuno, solo una povera vagabonda accolta quasi per caso, anni fa, un’ospite provvisoria che poi si è fermata, grata.  Non posso accampare diritti. D’altra parte, nessuno mi ha dato mai veramente fastidio.  Chi viene non mi rivolge mai la parola, se non di rado. Insomma, vivo tranquilla.

Fin troppo tranquilla, a dire il vero. Un tempo questa casa era piena di voci. Arrivava una ragazza, la mattina presto. Lei e la mia ospite chiacchieravano fitto, mentre la ragazza rassettava, puliva, cucinava. Squillava il telefono, bussavano alla porta. Il giardiniere sistemava il giardino. Una coppia di anziane signore, di quelle con la voce gentile e l’aria volenterosa,  portava la spesa. Capitavano anche  parenti e amici in visita, e nessuno mancava mai di rivolgermi un gentile saluto, complimentarsi per il mio aspetto,  sorridere per le mie strane risposte e le mie buffe moine.  Il pomeriggio la padrona di casa si appisolava davanti alla televisione accesa. Ora la televisione tace. E anche la luce del salotto resta spenta quando viene buio.

Tutto è fermo, sospeso. Una volta al giorno una donna, una di quelle che più spesso capitava in passato, entra, spalanca le finestre, si guarda intorno, cerca qualcosa. Ha un’espressione tirata, seria. Ho capito che non mi farà del male, non mi pare minacciosa.  Sembra, come dire? Triste, anzi no, direi quasi rassegnata a non trovare quello che pure sembra cercare con tanta insistenza. Faccio capolino dal mio rifugio, lei mi guarda, mi parla, mi fa cenno di seguirla in cucina. Ha portato qualcosa da mangiare, me lo offre con gentilezza, mi  invita ad avvicinarmi.  Mentre mangio, lei esce, sale le scale. Sento che apre la porta di una delle camere da letto. La seguo, incuriosita. Sta sfiorando le foto disposte sulla mensola accanto al letto. Le prende in mano, sembra quasi che un sorriso le aleggi sulle labbra, ma è solo un’ombra, forse una mia illusione. Tira giù qualche libro dalla libreria, lo sfoglia, lo rimette a posto.  Si volta, mi vede, immobile sulla soglia, mi fissa, inespressiva.  Scende le scale, si prepara ad andarsene.  

Ora che mi ricordo, di questi tempi,  quando le giornate si accorciavano e una luce fredda si diffondeva nel cielo, in casa succedeva sempre qualcosa.  Festoni colorati abbellivano la porta d’entrata e sul tavolino, proprio accanto al telefono, venivano disposte delle graziose statuine colorate. Un alberello adorno di luci  intermittenti appariva in un angolo e c’era anche un carillon che diffondeva uno squillante tintinnio di musica. Ogni anno, mentre sistemava questi pochi oggetti, la mia amica sembrava particolarmente allegra e mi parlava, suadente, indicando via via le statuine, i festoni, l’alberello, i fiori stellati che qualcuno  immancabilmente le regalava. 

Adesso niente si muove, niente cambia.  Ieri ho visto la donna che quotidianamente si ferma in questa casa (ogni giorno un po’ di meno, a dire il vero) tirar giù le statuine e l’alberello di plastica dallo scaffale dove erano stati riposti. Li ha guardati, in silenzio, poi ha sospirato: “Eh, mamma, non ha tanto senso tirar  fuori gli addobbi natalizi solo per la gatta”.  Mi ha guardato: “Gatta, che mi dici? Ti manca la padrona, vero?”.  Ha fatto una pausa: “Manca anche a me, sai?” ha sussurrato. Mi ha carezzato, lentamente, con un’aria un po’ assorta: “Dovremo trovarti una sistemazione, mi sa”.  Ha sospirato ancora: “Accidenti, mamma – ha esclamato, e nella sua voce c’era un tremito – dove sei? Mi puoi sentire? Dovevi morire proprio prima di Natale?”. Ha fissato l’alberello, la scatola dove erano allineate le statuine: ha esitato, poi, con un gesto deciso, li ha messi nuovamente  nello scaffale e ha chiuso con un colpo secco lo sportello del mobile.  Ha indossato il cappotto e se n’è andata, senza voltarsi indietro, sbattendo la porta.

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17/11/2009

Reparto Medicina

Non è niente di particolare, non è qualcosa di memorabile. E' solo una curiosa sensazione di estraneità.  Forse non vale la pena di descriverla, e può essere che decidere di scaraventarla qui, in piazza, sia in qualche modo inopportuno. Qualcuno potrebbe rimproverarmi una certa mancanza di delicatezza, un'assenza di pudore che dovrebbe essere imbarazzante per me, in primo luogo, e forse per i miei eventuali lettori.

C'è un tale chiasso, qui in Rete. Non è un rumore fisico che si possa cancellare semplicemente abbassando il volume: bisogna essere più drastici. In effetti basterebbe spegnere il computer, scollegarsi dal resto del mondo, scomparire. Però prendere questa decisione fa paura. Sono qui, che tento come posso di
mantenere l'usuale ritmo della mia esistenza - la famiglia, la scuola, la spesa, le faccende domestiche - ma questo ritmo è violato da una nuova esigenza, da un diverso obbligo, da un'ansia imprevista. Mi manca il tempo. Mi manca il mio tempo. Era, è, un tempo che ormai trascorrevo prevalentemente qui, davanti a questo schermo, a questa tastiera. Avevo qualcosa da dire. Lo dicevo. Qualcuno rispondeva. Tutto sommato ero contenta. Mi divertivo.

Ora ho la testa vuota. No. Non è esatto. Giudizi, opinioni, pensieri, valutazioni sono ancora lì. Solo non mi pare più così importante tirarli fuori. dar loro forma, argomentare, ragionare. Passerà, mi dico. Salterà fuori un nuovo equilibrio e tornerò a riempire questo spazio. Potrei parlare, che so, di politica. Fare la solita spicciola filosofia da blog. Potrei distrarmi con la musica. O raccontare l'ultimo libro che ho letto. Potrei ...

Potrei raccontare di una stanza di ospedale dove quattro vecchie, e c'è mia madre fra loro, con malanni di varia gravità, comunque  irrimediabili, aspettano. Aspettano l'ora del pasto, della visita, il momento di spegnere la luce, quello di assumere le medicine, il passo. Dormire, svegliarsi, dormire di nuovo. Suonare il campanello, se sono in grado. E poi suonarlo di nuovo. E ancora. Se non possono, e mia madre non può, basta un gesto della mano,  basta un gemito, uno sbattere di palpebre che rivela per un attimo uno sguardo stralunato, incerto, spaventato.  Piccoli gesti. Solo per rompere quella insopportabile monotonia, quel dolore sordo di esistere che è qualcosa di più, e di diverso, dal malessere che accompagna la malattia. Togli tutto il resto, quello resta. E forse loro, le "pazienti", non sanno nemmeno di aspettare. Vivono così, sopravvivono. Accompagnate dalla loro pena, dalla nostra pena. Noi,  i parenti,  arriviamo, facciamo quello che dobbiamo, usciamo, rientriamo, usciamo di nuovo. Fuori dal reparto di medicina, immediatamente, riprende il solito tran tran, messo fra parentesi solo per qualche ora. Ma ogni volta, quando mi sottraggo al tempo sospeso di quella camera, mi pare di fare più fatica.

Accendo la tv, leggo il giornale, sbircio quello che succede in Rete. Ascolto il cicalare dei miei figli, preparo la cena, rispondo al telefono. E' tutto normale.  Ma sento che sto scivolando via, che questi gesti non mi interessano, che non riesco, in realtà, ad allontanarmi da quella stanza, da quel cieco pulsare di una vita nuda, che la malattia ha sbarazzato di tutti gli orpelli. Materia fragile, ridotta a semplice fisiologia.

Eppure mi attacco alla futilità quotidiana (starmene qui, a raccontare queste cose a una platea di estranei, non è forse futile?) per non scomparire, per mantenere in primo luogo la presa su me stessa. C'era chi diceva che la vita in sè è una malattia che finisce con la morte. Bisogna dimenticare, se ci si riesce, la spietata verità che questo aforisma contiene.

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21/05/2009

Io, una tardiva digitale

A essere "tardiva digitale" mi condanna in primo luogo l'anagrafe: visto che fra un pugno di giorni festeggerò il mio quarantottesimo compleanno, c'è poco da fare, sono "vecchia", per quante arie da rockettara in ritardo mi possa dare, nonostante il blog, nonostante le mie frequentazioni "sociali" in Rete, da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Anobii, da LastFm a Tumblir o a Flickr, nonostante la mia curiosità e la mia voglia di sperimentare. Figurarsi, sono laureata in Letteratura Greca e insegno Italiano e Latino: non ho proprio chance. Sarà per questo che leggendo il pezzo di Luca Sofri, inititolato appunto "L'era dei tardivi digitali", mi sono sentita debitamente urtata e il mio primo pensiero è stato: "ma di che caspiterina - veramente nella formulazione originaria la parolina era un'altra - sta parlando?"

Forse perché per mestiere e legami familiari (madre di una ventenne e un quattordicenne) in mezzo ai cosiddetti "nativi digitali" ci vivo  e lavoro, il primo paragrafo mi ha fatto letteralemente sganasciare. Cito: Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione «entomologica» nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. Le nostre analisi le pubblichiamo ancora sui libri di carta e di centinaia di pagine, come questo. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno: ne frequentiamo uno che risulta sempre più emarginato, illuso da una grande finzione collettiva tenuta in vita dai mezzi di comunicazione che a loro volta gli appartengono e che con lui se ne stanno andando.

Poniamo che l'analisi sia corretta ... a essere sincera, sono quindici anni o giù di lì che in varie formulazioni, questo straordinario luogo comune ci viene sistematicamente somministrato, specialmente a noialtri insegnanti, rimproverati di essere attardati, vecchi, polverosi etc etc, a fronte di ragazzini che, per la prima volta nella storia, sarebbero in grado di insegnare ai loro pretesi maestri. Insegnare che cosa? Come si naviga in Rete, come si scarica via torrent, come si chatta con MSN, come si copia da Wikipedia? Perché sono queste le cose che i ragazzini comunemente fanno e, francamente, non è che occorrano tutte queste capacità cognitive per pigiare un tasto  e rimanere lì a vedere cosa succede.  Attenzione, do una comunicazione sconvolgente, almeno per qualcuno: i "nativi digitali" sono degli straordinari "consumatori" dei materiali e degli strumenti prodotti e diffusi in Rete, ma in quanto a consapevolezza critica e capacità di discernimento lasciano parecchio a desiderare

Sapete dove stanno buona parte dei ragazzini che conosco e che frequento? Ma tu guarda, proprio su Facebook (proprio quel luogo largamente sopravvalutato dai "tardivi", almeno secondo l'opinione di Sofri), a scambiarsi fotografie della cena di classe, a pubblicare video più o meno demenziali. ad iscriversi ai  gruppi tormentone tipo "quello che dormono a pancia in giù con un braccio sotto il cuscino ...", a fare test del genere "che parolaccia sei" o "che personaggio dei manga" o cose così. Sono un po' invelenita, se non altro perché ne ho tanti fra i contatti e con queste piacevolezze mi intasano la home: ma non importa, così da "insetto" posso studiare meglio i cosiddetti "scienziati" e le loro fissazioni.

Non ce l'ho con i ragazzini, sia chiaro. Anzi. Il fatto è che i nostri figli e i nostri nipoti stanno proprio perdendo la battaglia per essere davvero protagonisti dell'innovazione e, con tutta probabilità, la stanno perdendo proprio per colpa nostra. Ovvero per colpa di quegli adulti che hanno identificato nella loro generazione uno straordinario target per il marketing, che hanno avuto tutto l'interesse a trasformare gli adolescenti (non solo loro, per la verità) in consumatori: consumatori passivi di mode,  di simboli, di tecnologia, di atteggiamenti tanto vuoti quanto apparentemente irrinunciabili. Internet poteva (può) forse essere lo strumento per la rinascita di un diverso umanesimo. Si sta implacabilemnte trasformando nel trionfo del conformismo: non solo le idee navigano per le maglie della Rete, ahimé, ma anche l'idiozia, anche il pregiudizio, anche il luogo comune, anche l'insignificanza. Se sono questi i mali che avvelenano il nostro mondo, e Internet è appunto lo specchio del mondo, non si vede come potrebbe evitare di rifletterli.

Confusamente, drammaticamente, i ragazzi ne sono consapevoli. Sono disillusi prima ancora di essere delusi. Non si sentono proprio per niente, e non sono considerati, protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo, come afferma Sofri. Al contrario, vengono sistematicamente spossessati del futuro e della speranza.  E stanno male. Altro che Italia salvata dai nativi digitali, come ottimisticamente si augura Sofri a chiusura del suo pezzo:  questa è solo demagogia generazionale. Sciacquarsi la bocca con l'abusato aforisma "il mezzo è il messaggio" serve a poco, a questo punto. Il fatto è che in questo straordinario medium che è Internet sono proprio i "messaggi", i contenuti che troppo spesso mancano. Per un giovane, un adolescente trovarsi imprigionato in un loop di link che finiscono per rimandarsi l'uno con l'altro, che non riferiscono nulla di quello che veramente vale la pena di conoscere e sapere, che gli raccontano favolette puerili su quello che è importante e su quello che non lo è,  non è poi così esaltante.

Fra i ragazzi cresce il disagio: è un fatto  Mi limito ad un'osservazione. Insegno da ventisei anni e con le crisi esistenziali dei miei alunni adolescenti ho dovuto fare i conti più di una volta (non sono mancate autentiche tragedie), ma negli ultimi tempi mi pare che  i segnali di profondo malessere si siano drammaticamente moltiplicati: crisi di panico, isterismi, autolesionismo fino alle conseguenze peggiori, incapacità di affrontare le difficoltà, uso massiccio di psicofarmaci incoraggiato da psicologi e terapeuti fin troppo disinvolti, famiglie in affanno. Viviamo purtroppo nell'Epoca delle Passioni Tristi, come recita il titolo di un bel saggio di 
Miguel  Benasayag e Gérard  Schmit, saggio che quanti discettano amabilmente sui ragazzi dovrebbero urgentemente leggere.

Possiamo raccontarci quello che accadrà come più ci piace. Lungi da me demonizzare la Rete e quello che in Rete si fa, ma sia chiaro: mi tengo ben stretti la mia cultura classica, i miei libri di carta (non ebook!) e  non per smania  passatista e rifiuto del nuovo. So solo che senza passato il futuro è un'illusione, una mistificazione, un inganno. E allora, cari amici "tardivi digitali", come la sottoscritta, sarà bene, per quanto ci riguarda, tornare ad assumere qualche responsabilità nei confronti dei nostri ragazzi: non siamo "scienziati che studiano insetti", ma siamo uomini e donne che abitano lo stesso mondo abitato dai "nostri" ragazzi e dovremmo sforzarci di guardarli davvero, per quello che sono, e non per quello che sembrano o vorremmo che fossero.
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17/05/2009

Drinking in your sweetest decline - di Doctor Octopus

1897-03,-The-DreamDrinking in your sweetest decline – di Doctor Octopus

 

 

“Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il ricordo del tempo felice: esso è già trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato… Le immagini risorgono e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile ad un miraggio riappare, in uno spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento” (Ernst Junger)    

 

 

Gianni è un accento del Sud come tanti. Adesso sente freddo e umidità attraverso il suo giubbotto di resina e dolore. Sente freddo ma non di meno ha smesso di preoccuparsi della sua salute. Adesso esegue una marcia forzata, dai muscoli fino alle ossa, dentro un respiro gonfio e asmatico, di tabacco e alcool consumato in solitudine. La fermata del bus dista ancora qualche metro. Ogni mattina il solito tragitto. Il vento taglia il suo sguardo da finto duro. Lo stomaco in subbuglio, una fitta sul lato sinistro del petto, eppure è completamente svuotato dalle proprie viscere e da tutti gli organi interni, come uno di quegli animali imbalsamati.

 

Ferdinand_HodlerIl rumore della notte annulla i suoi pensieri, a distanza di tremila chilometri, pensa a Lei, a tutte le pinte versate, al calore e alle parole che ha tenuto dentro per paura d’inchiodare nel passato un attimo di Passione. Lei era stata spietata ma sincera, e lui era sempre più attratto, col suo masochismo epico. La voce di Beth Orton danzava con trasporto sul pianoforte di Dr John, e Gianni cattura la luce e il calore emanati dalla sua stanza, in grado di avvolgere e squassare un dolore immane. Distillato di lacrime guarnito con ciliegie sotto spirito. Una zolletta d’amarena e la sua poetica da due soldi a stringere alleanza. A farlo sentire meno solo, cercando di capire, di obliare quel cattivo ricordo, ancora fresco: un’altra piccola cicatrice, stavolta invisibile arricchiva la sua figura. Provò a trattenere il fiato nella speranza di porre in apnea anche i suoi pensieri nefasti, come un Nostromo che si vede decimato il proprio equipaggio. Ripensò alle sue calze arancioni, affascinanti ma inappropriate alla loro situazione; forse simbolo di una frivolezza ostentata più che autentica. A lui piaceva tutto di lei, la voce, le buffe espressioni del viso, la follia del suo sguardo passionale, il male di vivere che non si affannava a nascondere.

 

Quella sera la band eseguì una maestosa Like a rolling stone: il cantante, un distinto signore coi capelli grigi, era in grado di esprimere grinta, rabbia e voglia di vivere difficilmente riscontrabili nelle nuove generazioni. E’ passata acqua sotto i ponti e molte cose sembrano diverse adesso. Anche il suono è cambiato, ma il suo sentimento resta immutato.

 

trumpet 2Ruggero è un signore distinto che ha attraversato il tempo come un motore che romba e non perde mai giri. Uno che “se la vive di petto e se ne frega dell’oscurità”, perché sa che domani spunterà ancora il sole, e lui è stato accecato dalla Luce, dal Fuoco Sacro del Rock, mentre le mani si muovono sulla tastiera della sua Rickenbacker. Costa molto oggi privare gli uomini della propria speranza, dell’illusione: ragazzi meritiamo qualcosa più della verità, e meritiamo di essere ricoperti d’oro per la nostra resistenza attiva, cari Maestri di Sconforto fatevi un attimo in là perché il vostro fetore impedisce al pensiero di sgorgare con naturalezza.

 

E’ sabato sera, adesso; Qualcuno andrà a mangiare la pizza con gli amici, qualcuno resterà a casa a vedere un film con Heat Ledger, e qualcuno sta bruciano un pezzetto della sua remota primavera nei sedili posteriori della propria auto, dove ha caricato un trans che lo sta solleticando…Qualche idiota invece sta imbrattando un quaderno col suo sfogo cerebrale da autolesionista, malato di dissenteria umorale, sulla scia del divino William. Sembra di essere rimasti prigionieri in un racconto di Ray Carver, la radiolina gracchia un motivetto che conosco bene. Ermetika Dylanesque, ma ancora per poco tempo ci sarà questa voglia di esprimersi, cari amici!

 

“La coppa della vita e dell’amore ci sembra non esser stata colma fino all’orlo, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto. Oh fosse questa tristezza almeno d’insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità” (* II)

 

103_1218635560_Ferdinand_HodlerMa queste sono lezioni che non abbiamo ancora appreso. Il suo dolce declino fa sospirare e capire che la vacuità del mondo è fatta di bellezza. ”Eterna scaramuccia tra bene e male, ho sfiorato il tuo vello, ho provato a nascondere le mie labbra ai tuoi baci”. Serpenti in forma di rosa assalgono il mio riposo. Sono stremato e mi accascio dentro un pub fumoso, ma accogliente. Sento di aver dato tutto, a me stesso, al mio cuore e alla mia gioia, da qualche parte qualcuno sta brindando al mio dolore. Mi domando se è possibile morire di solitudine o di noia: ma chi si sente vivo, può essere felice?

 

“Another day wastes away and my heart sinks with the sun / A new day's dawning and a new day has not yet begun / So, anyway there I was just sitting on your porch / Drinking in your sweetest decline, your sweetest decline”

 

(*) Sweetest Decline è un brano di Beth Orton

 

(* II) Ernst Junger “ Sulle scogliere di marmo”

Quando Ismene danzò sull’Innocenza

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03/05/2009

Fenomenologia della cazzata d'autore (3)

Devo confessare un imbarazzante incidente emotivo che mi è occorso qualche giorno fa. Dunque, presenziavo al terzo incontro del ciclo "Visivamente", organizzato dal mio Liceo in collaborazione con il Comune di Piombino. Si proiettava "Elephant" di Gus Van Saint, degnamente introdotto dal mio collega e critico Fabio Canessa. Il quale ha pensato bene di confrontare il film con alcune pagine de "Il sopravvissuto", celebrata opera di Antonio Scurati, romanzo già vincitore del Campiello nel 2005 ma che la sottoscritta non aveva letto. Lo ammetto: sono davvero provinciale ed affetta da quella esterofilia assai dannosa (sì, perché mi perdo sublimi occasioni di divertimento) che mi porta inesorabilmente a snobbare le patrie lettere. Nonostante l'efferatezza del film (si narra la strage di Columbine) e del libro (incentrato su analoga strage compiuta dai un alunno, tale Vitaliano Caccia, che il giorno dell'orale dell'Esame di Stato fa fuori tutta la commissione, eccetto la voce narrante, il prof di filosofia), davanti all'ineffabilità della prosa di Scurati sono stata colta da una crisi di insopprimibile ilarità. Sono intervenuta nel dibattito con osservazioni che mi parevano intelligenti, ma non c'era niente da fare: mi scappava da ridere in modo incontenibile, al punto che i presenti devono essersi sinceramente preoccupati della tenuta del mio equilibrio mentale. Posso rassicurare tutti: sto bene. E' che l'eccesso di seriosità tende ad avere su di me questi effetti nefasti. Nei giorni successivi ho letto il libro, ma l'ilarità non è diminuita.  Si vede che sono proprio fuori squadra: perché,  da una rapida ricerca su Internet, ho ricavato solo un  articolato repertorio di giudizi positivi sul romanzo di Scurati, in particolare da parte di prof che evidentemente godono nel farsi strapazzare a botte di luoghi comuni. 

Insomma, non mi voglio ergere a paladina della categoria alla quale appartengo (secondo l'autore meritevole di  violenta decimazione fisica), altrimenti sembrerei quantomeno interessata e/o preoccupata della mia incolumità.. E invece chissenefrega. Scurati pensi un po' quello che vuole: non sta a me raccontargli che la scuola è anche altro, e che il suo giudizio è, come capita spesso, debitore nei confronti delle troppe approssimazioni mediatiche piuttosto che frutto di un'analisi attenta della situazione com'è davvero. E' proprio la qualità letteraria del libro che mi fa morire dal ridere. Via, ammettiamolo, il ragazzo, simbolo del vitalismo (e nfatti si chiama Vitaliano) giovanile perversamente represso dall'ottusità burocratica di una scuola ingrigita  e priva di ideali,  il giovane "angelo sterminatore" "caro agli dei" (Scurati non fa mancare proprio nulla al suo personaggio) che ammazza un consiglio di classe quasi per intero (compresa la prof di religione che non si capisce cosa ci stesse a fare in una commissione d'esame) è un pretesto narrativo un po' scontato. Sai quanto sarebbe stato più interessante (e straniante) immaginare un tranquillo prof di provincia che, esasperato dalla piatta mediocrità dei suoi alunni, si fosse armato di fucile a pompa e li avesse accoppati  tutti, o quasi. Perché gli adulti saranno  grigi e meschini, ma non è che questi adolescenti ipernutriti ( da qualunque tipo di robaccia in circolazione, in senso sia proprio che metaforico:  dalle merendine ai reality) siano tanto migliori dei loro padri. Immaginatevi la  gioia nel proporre Platone a chi giudica Fabrizio Corona, Marco Carta e Ferdi dei veri maîtres à penser.  Quasi quasi lo scrivo io: dite che me lo pubblicano? Ma no, lasciamo stare: anche questa sarebbe una generalizzazione insostenibile.

Perché Il Sopravvissuto non è popolato da personaggi  con un minimo di credibilità psicologica ma da tipi: il giovane ribelle (vuoi mettere Karl Moor dei Masnadieri?), il prof pensoso (In bilico fra un fustrato superomismo e un esistenzialismo ormai sconsolatamente rétro), lo sbirro sudaticcio (veramente puzza parecchio), il giudice saccente, la collega un po' troia, il prete tossico e  tormentato (con annessa teologiche elucubrazioni sull'impotenza di Dio), la fanciulla non più innocente (comunque bella, come direbbe Battisti), i giornalisti cinici, lo psichiatra supponente (Crepet?) ... Pare di essere capitati nella rivisitazione distorta di una commedia plautina condita in salsa pulp. Deve essere per questo che è piaciuto tanto: perchè concorre a quella visione semplificata, apocalittica e scontata della scuola (e della società) che oggi va tanto di moda. Ma siccome la banalità va travestita (sennò come fa a passare per profonda e intelligente?),  per l'operazione si utilizza una prosa che vorrebbe essere ... boh, iperrealistica? espressionistica? postmodernistica? 

Si veda un esempio per tutti: mise en abîme con punto nero.
Il suo naso era tempestato da una miriade di punti neri. Una distesa di piccoli crateri scavati nei pori dell'epidermide da depositi di grasso e di varie sostanze inquinanti sospese nell'aria. Ben presto, una di quelle minuscole buche riempite di feccia si dilatò fino diventare una voragine. Il punto inghiottì lo spazio. Mentre il corpo vacillava e la mente stordiva, quello che rimaneva di Andrea udì la voce partorita dal deserto della sua coscienza.
Come si vede un'orgia di parole che maschera la scarsa originalità della scena (protagonista in - voluta - crisi d'identità davanti allo specchio, alla faccia di Pirandello: un peeling no? anche perchè l'analogia punto nero - buco nero ecco, mi pare un gocciolino forzata).

Date un'altra occhiata: Le capacità logico - matematiche del suo intelletto, in radicale secessione dalla volontà, stavano addizionando il numero delle persone intrappolate nell'ingorgo e lo moltiplicavano per le due ore necessarie allo smaltimento del traffico, poi moltiplicavano ancora il risultato per il numero di volte in cui quegli stessi viaggiatori si sarebbero trovati nella medesima situazione nell'arco della loro vita, infine elevavano il risultato al quadrato, al cubo, all'ennesima potenza, proiettandolo sul numero totale degli individui che nel mondo vivevano in condizioni di viabiltà tali da richiedere un così salato dazio al tempo dell'esistenza. E che è? Il quiz settimanale della Settimana Enigmistica mischiato agli annunci di Onda Verde, Viaggiare Informati?

Via, basta. Altrimenti mi accascio sulla tastiera in una rinnovata sghignazzata, e non sta bene. Concludo con l'ultima doverosa citazione: L'istituzione scolastica era ormai divenuta il ricettacolo di frustrati, falliti, inetti, mediocri, parassiti, nella migliore delle ipotesi, e di personalità disturbate, psicolabili, stressati, depressi, sadomasochisti, nella peggiore. Più Andrea procedeva nella rilettura del suo diario, più sfogliava a ritroso l'album di famiglia del corpo docente, più vi ritrovava quasi soltanto l'immagine di madri dolorose, fossero essi maschi o femmine. E quei pochi padri che vi comparivano avevano i sorrisi tirati, gli occhi cerchiati, i postumi del doposbornia. Perdigiorno avvinazzati, scioperati, puttanieri ringhiosi e violenti. Quali effetti si poteva sperare che avesse nello sviluppo mentale di un ragazzino il fatto di crescere in una famiglia del genere?

Ora, ammettendo che il mondo della scuola sia così (ma io non sono affatto una mater dolorosa: sono, come dichiarato, una che ride, e parecchio, e di cuore), che dire delle lobby dell' editoria? No. scusate, dopo la farsa dell'autocandidatura di Scurati allo Strega, e questi edificanti raccontini,
e questi gentili scambi di cortesie, quale descrizione potrebbe adattarsi a tale eletta congrega? Che la prosa di Scurati, comunque, non abbia perso certi vizi anche nell'ultimo romanzo, Il Bambino che sognava la fine del mondo, lo lascia intendere questa recensione.
E allora, per non apparire troppo prevenuta, sapete che vi dico? Lo comprerò. Male che vada, mi faccio quattro risate.
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29/03/2009

Una motosega per Brandon Sclero a Piombino

E vai. E' andata. Cosa io pensi di queste occasioni che dalla Rete approdano alla vita reale è noto: l'ho dichiarato solo pochi giorni fa, su questo blog e altrove.

Ora, per scrivere questo post di resoconto, avevo pensato di riportare una delle poesie lette da Guido, oppure un passo delle narrazioni di Mauro.
Ma siamo sicuri che renderei giustizia ai due autori? Mah, forse no. Da sempre sono convinta che la parola detta, esibita, recitata, giocata a diretto contatto con il pubblico abbia comunque un'efficacia tutta particolare. E questo pomeriggio mi ha ulteriormente confermato nella mia idea. E' strano davvero. Questo evento è nato  dalla Rete, da quel mondo virtuale che rappresenta il cuore pulsante di questo primo decennio di XXI secolo (wow, come sono aulica!) ma poi si è trasformato in una cosa antichissima eppure insostituibile: non solo un momento di teatro (va da sé) ma un incontro diretto fra chi scrive e chi legge, per una volta trasformato in complice diretto degli equilibrismi verbali di Guido e Mauro, in bilico fra ironia, un pizzico di rimpianto, una spruzzata di malinconia, sorrisi e memorie. Non c'è stato bisogno di effetti speciali, musica, giochi di luce, cambi di scena, complesse operazioni di regia: due leggii, due microfoni, qualche foglio e la parola che creava mondi, situazioni, scene, personaggi, evocando amori, ricordi, strade, piazze, treni, viaggi, stelle, canzoni. Accidenti, è stato bello.

Insomma, se Mauro e Guido capiteranno anche dalle vostre parti nel loro tour, andate a trovarli. Perchè vi divertirete, riderete e magari penserete anche un po', al nostro presente e al nostro recente passato.

Aggiungo un'ultima nota, del tutto personale: visto che io sono una blogger non così presenzialista e i vari barcamp, litcamp e quant'altro me li perdo tutti perchè abito troppo in periferia, è stato davvero straordinario non solo conoscere di persona Guido e Mauro, ma anche avere fra il pubblico Antonio Sofi (Webgol), arrivato appositamente da Firenze (è lui che ha scattato la foto che segue). E così eravamo quattro blogger impenitenti in compagnia: insomma, ho avuto anche il mio mini litcamp personale al Castello di Piombino.



(via, il link a una poesia di Guido lo posto lo stesso, per chi non c'era)


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|categoria: letteratura, blog, personale, internet, scritture, piombino, web 20




09/03/2009

The reader, promesse mantenute solo in parte

Ebbene, sì, un film da vedere. Un film che fa riflettere. E tuttavia un film che promette molto ma che manitiene solo in parte, impantanandosi verso la conclusione in una retorica poco convincente, abbastanza sentimentale e un po' scontata. Forse perché la carne al fuoco era molta, e alla fine qualcosa è risultato insufficientemente cotto, e qualcos'altro persino un po' bruciato. La colpa, la vergogna, il romanzo di formazione, la letteratura, l'Olocausto, la responsabilità collettiva, la responsabilità individuale, la seduzione attraverso le parole, la ricerca impossibile dell'innocenza perduta, la memoria, l'espiazione, la giovinezza, la maturità, i padri, i figli, il giudizio, il rimorso, la banalità del male, le generazioni, il perdono, i morti, i vivi ... di tutto, di più e, disgraziatamente, quel "tutto" in generale ha il sapore del già visto, del già sentito. Mi è piaciuto? Diciamo che non mi è dispiaciuto. Imperdibile? Ma no, escludendo l'intensa interpretazione di Kate Winslet: ma anche questa affermazione, dopo l'Oscar, rischia di essere derubricata a  luogo comune.
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|categoria: cinema, personale, scritture




20/02/2009

Di apostrofi ed altre quisquilie.

Sia. Sono prof di italiano, e per di più figlia devota di insegnante elementare in pensione. Vecchia scuola, per intenderci. Dunque scusatemi se, nonostante l'attualità offra ampia messe di argomenti scottanti dei quali discutere con passione sul blog e altrove, mi soffermerò su un tema assai marginale: ma l'articolo di Stefano Bartezzaghi, pubblicato qualche giorno fa su Repubblica, è occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Perché finalmente ho trovato conforto.  Per esempio, Bartezzaghi scrive: È infine inqualificabile l'usanza di trascrivere i discorsivi "ci hai sonno?" e "ci avevo fame" come "c'hai sonno?" o addirittura "ch'avevo fame". Grazie, Stefano: finalmente qualcuno lo afferma forte e chiaro. Quasi pensavo di essermi sognata la regola fonetica che presiede alla giusta grafia.

Destinata a  sicura sconfitta la crociata che mira a dimostrare che "qual è" non vuole l'apostrofo: trattasi di troncamento, non di elisione. Non parliamo poi di accenti e apostrofi allegramente intercambiabili:  si scrive non un pò ma un po',  tanto per intenderci. Ma gli Italiani, dopo essersi scoperti tutti blogger, presi dalla passione polemica e dalla verve espressiva, visto che è così facile lasciar scivolare il ditino sul tasto "pubblica" senza prima aver riletto i propri capolavori argomentativi, pensano evidentemente che la loro fantasiosa creatività possa applicarsi, senza pagar pegno, anche alla grammatica.

Sarò vecchia, polverosa e sorpassata: ma, ahimè, quando mi imbatto in certe mostruosità ortografico - morfologico - sintattiche, per brillante che sia l'esposizione, finisco per dubitare che chi scrive abbia le idee davvero chiare. Perdonate la citazione evangelica, ma anche Gesù diceva: "Chi è fedele in cosa di poco conto, è fedele anche in cosa importante" (Lc 16, 10). Se uno non sa mettere le virgole al posto giusto e il suo pensiero si contorce negli anacoluti, se non riesce a rispettare quelle quattro regolette che si reputano comprensibili persino ai bambini di seconda elementare,  posso credere che sappia sul serio quello che dice?

Lo confesso: vorrei che si diffondesse una sorta di "ecologia della parola", ovvero, come pensava Calvino, un'ecologia del pensiero.
"A volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioé una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le forme espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze [...] Ma forse l'inconsistenza non è solo nelle immagini e nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio nè fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco di opporre l'unica difesa che riesco a concepire: un'idea di letteratura". (Italo Calvino, Lezioni Americane)
postato da floria1405 alle ore 23:24 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
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|categoria: letteratura, personale, scritture




18/02/2009

Blog compleanno

Un paio di giorni fa "Contaminazioni" ha compiuto sei anni. Per l'occasione sono andata a rileggere il mio primo post, anzi il primo post di Floria, questo scomodissimo alter ego che in verità ha poco a che fare con la sottoscritta (o no?). Un post assolutamente casuale, buttato giù in pochi minuti da una che non aveva la più pallida idea di quello che stava dicendo e che, soprattuto, non prevedeva affatto che quest'avventura comunicativa sarebbe durata tanto a lungo e con esiti assolutamente imprevisti.

Floria giocava a fare la riservata, non voleva fare concessioni  (cito testualmente) "
al narcisismo che pubblicare su Internet, in un modo o nell'altro, sottintende". Lorenza, figurarsi, si è allegramente sputtanata. Floria voleva essere solo "parola, frammentaria e disincarnata, come si conviene al cyberspazio". Lorenza chiacchiera parecchio, è vero, e con Floria ha in comune una certa prosopopea comunicativa, ma di certo non si è mai nascosta. Chi, per un motivo o per l'altro, capita sul blog si ritrova ad essere informato per filo e per segno sui suoi gusti musicali, sui libri che ama, sulle sue disavventure domestiche, su quello che le accade a scuola e bla bla bla. Con quale utilità, poi, non saprei dire.

Lorenza ha trascorso sei anni di vita a straparlare quasi ogni sera sul blog, continuando a rimpiangere quel famoso romanzo che vuole scrivere da quando andava alle elementari. A pensarci bene, con tutte le parole sprecate da Floria (e da Lorenza) su Splinder, chissà, di romanzi  ne sarebbero usciti fuori almeno tre o quattro. Il blog, il rifugio dei cialtroni e degli inconcludenti. Se poi vado a leggere il secondo post del neonato Contaminazioni, con sotto l'ineffabile commento dell'ineffabile prof Traina ("per uno che dice di non tirarsela, mi sembra un po' troppo"), devo effettivamente concludere che Floria, con quel suo tono supponente da maestrina in incognito, era davvero un po' antipatica. Lorenza è prof nell'anima, ma almeno lo ammette e se spesso sale in cattedra, via, concediamoglielo, in fondo è solo una prevedibile deformazione professionale.

E allora, buon compleanno, caro "Contaminazioni". Qualcosa di buono almeno lo hai portato, sia a Floria che a Lorenza: hanno mancato clamorosamente l'occasione di diventare blogstar (  c'è chi lo ha spiritosamente notato: e vediamo se con il link ci guadagniamo un'altra segnalazione), ma almeno si sono divertite, e tanto.

postato da floria1405 alle ore 23:19 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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16/02/2009

Il buio, il fuoco, il desiderio: ode in morte della musica.

Naturalmente, mentre scrivo, sto ascoltando musica: per la precisione Adam raised a Cain di Bruce Springsteen da Darkness on the edge of town. (1978)
Ah, la musica. La mia generazione non ne può fare a meno. Prima dell'onnipresente IPod, giusto negli anni settanta - ottanta il walkman si diffuse ovunque. Mi rammento che con la supponenza un po' snob tipica della gioventù trovavo la moda delle cuffiette solipsistica, nevrotica e piuttosto narcisista, vero segno della decadenza dei tempi. D'altra parte sono arrivata alla laurea accompagnata  da un costante sottofondo sonoro che faceva letteralmente impazzire le mie vicine di camera, insieme alla pessima abitudine di ripetere gli argomenti di studio a voce altissima e con tono chiaramente predicatorio. 

Ma non dimenticherò mai quando, qualche anno prima, studentella liceale un po' imbranata, nel locale circolo parrocchiale "Giovanni XXIII" che avevo cominciato a frequentare da qualche tempo, mi imbattei in due ragazzotti doverosamente armati di chitarra, bardati con i jeans stinti e la camicia a quadri all'epoca d'ordinanza, che, appoggiati ad una staccionata nel cortile, suonavano insieme Teach your children di Crosby, Stills, Nash. Il Circolo "Giovanni XXIII" non esiste più, quei ragazzi navigano ormai nei dintorni dei cinquanta, ma che bello, nel 2005, condividere a Lucca proprio quella canzone, soprattutto quella canzone con la figlia allora diciassettenne. Che ha ricambiato il favore trascinandoci a Roma per il concerto dei Queen + Paul Rodgers.

Ho letto d'un fiato il bel libro di Castaldo. E stamani, mentre spiegavo in classe Arte poetica di Verlaine (la musica prima di ogni altra cosa ... e tutto il resto è letteratura), me ne tornavano in mente passi significativi, che sembravano accompagnarsi perfettamente ai versi del poeta. La musica che è buio (Darkness on the edge of town, appunto),  fuoco,  desiderio. Soprattutto desiderio: per noi, quando eravamo adolescenti, desiderio di essere altrove, di sfuggire il tempo che inesorabilmente avvertivamo trascorrere, di ritrovare la nostra verità, un'intensità di vita che sfiorava pericolosamente i sentieri dell'autodistruzione, abbacinati da una luce che si rovesciava nel suo opposto, un'oscurità che ci spaventava e ci attraeva ... la maturità ci ha comunque catturato, siamo diventati grandi, almeno quelli di noi che sono sopravvissuti (perché qualcuno no, qualcuno è sprofondato nell'abisso, si è smarrito in un altrove dal quale ci siamo ritratti inorriditi), brave persone alle prese con i doveri quotidiani, la famiglia, la casa, le bollette da pagare, i conti da controllare, i figli da crescere, educare, controllare, i figli, i figli che ci spaventano perché non sappiamo riconoscerli, non sappiamo riconoscere in loro i ragazzi che anche noi siamo stati, la loro confusione che è stata anche la nostra. Può  essere che la loro musica ci appaia plastificata e vuota, roba adatta giusto agli spot e alle suonerie dei cellulari,  e del resto il libro di Castaldo si fregia del sottotitolo "Ode in morte della musica", ma che ne sappiamo di quello che si nasconde giusto dietro l'angolo, che ne sappiamo se quel buio, quel fuoco, quel desiderio non esploderanno ancora in forme che non sappiamo prevedere, che non possiamo intuire ... che ne sappiamo delle trappole del futuro, delle sue svolte repentine, dei suoi scarti imprevisti?

Potevamo immaginare, solo dieci anni fa, la crescita esponenziale della Rete? questa improvvisa e rapidissima diffusione di ogni genere di contenuto, i video di YouTube che raccontano ai ragazzi quello che siamo stati (e raccontano a noi quello che sono loro), le melodie scaricate, condivise, mescolate, contaminate, i gruppi e i solisti che si fanno strada nei siti di MySpace o nelle pagine di LastFm, le community che nascono ovunque, le radio Internet che diffondono generi e performance solitamente snobbati dai canali mainstream (ma sono davvero mainstream, a questo punto?), gli appassionati che si scambiano link, i bootleg prima introvabili e ora improvvisamente disponibili, le riviste online che coltivano i gusti di nicchia di un pubblico ben più frammentato di quanto comunemente si pensi? Che cosa può uscire fuori da questo panorama così polverizzato, eppure globale, trasversale alle generazioni, agli stili, ai linguaggi?

Vale la pena di citare la conclusione del libro di Castaldo:

Immagina Bruce Springsteen che guida la Cadillac rosa decappottabile di Elvis su un'autostrada birmana con a fianco Stanley Kubrick e dietro i Sigùr Ros, mentre decidono le sorti del mondo ...

Immagina Alice che incontra Jerry Cornelius e insieme decidono di cantare Penny Lane sul palco degli déi ...

Immagina che Jack Kerouac non sia morto e stia scrivendo di nascosto un libro che si intitola "On the Net" ...

Immagina  lo spirito di Nina Simone che si impossessa di quello di Amy Winehouse e attraverso la sua voce ci racconta quello che succede in paradiso, o all'inferno, che è la stessa cosa ...

Immagina un sentiero luminoso alla fine del quale c'è la musica che nessuno ha ancora mai suonato...

Immagina Bob Dylan che dice:"Ragazzi, fin qui abbiamo scherzato, il bello deve ancora venire ...

Immagina te stesso cantare ...

Immagina ...

E poi guardate questo video e chiedetevi se non può indicare una strada, se sarebbe stato possibile senza la Rete (fonte: Playing for change)


 

 

postato da floria1405 alle ore 22:15 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu

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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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