Il Natale in Rete è fatto anche di questo: un gruppetto di blogger meritoriamente reclutato da Sir Squonk per buttar giù, ognuno come sa e come può, il suo piccolo pensierino natalizio. Eccolo qui, puntuale, il Post sotto l'Albero 2009. Scaricatelo, diffondetelo, regalatelo. Deve essere accaduto qualcosa che proprio non riesco a capire. Ora la casa è vuota. La mia compagna è improvvisamente scomparsa. Se n’è andata, forse, o piuttosto qualcuno l’ha portata via (camminava con grande fatica, negli ultimi tempi, e trascorreva buona parte del suo tempo in poltrona … mi pare difficile se ne sia andata da sola) mentre non c’ero: magari, chissà, stavo dormendo, e non mi sono accorta di niente. Sono giorni e giorni che non si vede. La casa è vuota. Esco, vagabondo un po’ nei dintorni, tengo d’occhio l’entrata, rientro. Mangio qualcosa, dormo un pochino. C’è un gran silenzio. Da fuori i rumori arrivano ovattati. Quando il sole va giù, un’oscurità ostile avvolge le stanze. La casa è fredda, come mai in passato. Io sono sola. Non so bene cosa fare. Forse dovrei allontanarmi. Forse chi l’ha presa, o costretta ad allontanarsi, minaccia anche me. Non so. E comunque, per il momento, non riesco a pensare a un altro posto. Questa, in fondo, è l’unica vera casa che abbia mai conosciuto. E allora aspetto. Aspetto.
C’è stata un po’ di confusione, qualche giorno fa. Facce nuove, facce strane, gente che entrava, frugava, spostava alcuni oggetti, altri ne portava via. Io me ne stavo nascosta. Non mi sembrava il caso di fare alcuna resistenza o di richiamare l’attenzione. In fondo non sono nessuno, solo una povera vagabonda accolta quasi per caso, anni fa, un’ospite provvisoria che poi si è fermata, grata. Non posso accampare diritti. D’altra parte, nessuno mi ha dato mai veramente fastidio. Chi viene non mi rivolge mai la parola, se non di rado. Insomma, vivo tranquilla.
Fin troppo tranquilla, a dire il vero. Un tempo questa casa era piena di voci. Arrivava una ragazza, la mattina presto. Lei e la mia ospite chiacchieravano fitto, mentre la ragazza rassettava, puliva, cucinava. Squillava il telefono, bussavano alla porta. Il giardiniere sistemava il giardino. Una coppia di anziane signore, di quelle con la voce gentile e l’aria volenterosa, portava la spesa. Capitavano anche parenti e amici in visita, e nessuno mancava mai di rivolgermi un gentile saluto, complimentarsi per il mio aspetto, sorridere per le mie strane risposte e le mie buffe moine. Il pomeriggio la padrona di casa si appisolava davanti alla televisione accesa. Ora la televisione tace. E anche la luce del salotto resta spenta quando viene buio.
Tutto è fermo, sospeso. Una volta al giorno una donna, una di quelle che più spesso capitava in passato, entra, spalanca le finestre, si guarda intorno, cerca qualcosa. Ha un’espressione tirata, seria. Ho capito che non mi farà del male, non mi pare minacciosa. Sembra, come dire? Triste, anzi no, direi quasi rassegnata a non trovare quello che pure sembra cercare con tanta insistenza. Faccio capolino dal mio rifugio, lei mi guarda, mi parla, mi fa cenno di seguirla in cucina. Ha portato qualcosa da mangiare, me lo offre con gentilezza, mi invita ad avvicinarmi. Mentre mangio, lei esce, sale le scale. Sento che apre la porta di una delle camere da letto. La seguo, incuriosita. Sta sfiorando le foto disposte sulla mensola accanto al letto. Le prende in mano, sembra quasi che un sorriso le aleggi sulle labbra, ma è solo un’ombra, forse una mia illusione. Tira giù qualche libro dalla libreria, lo sfoglia, lo rimette a posto. Si volta, mi vede, immobile sulla soglia, mi fissa, inespressiva. Scende le scale, si prepara ad andarsene.
Ora che mi ricordo, di questi tempi, quando le giornate si accorciavano e una luce fredda si diffondeva nel cielo, in casa succedeva sempre qualcosa. Festoni colorati abbellivano la porta d’entrata e sul tavolino, proprio accanto al telefono, venivano disposte delle graziose statuine colorate. Un alberello adorno di luci intermittenti appariva in un angolo e c’era anche un carillon che diffondeva uno squillante tintinnio di musica. Ogni anno, mentre sistemava questi pochi oggetti, la mia amica sembrava particolarmente allegra e mi parlava, suadente, indicando via via le statuine, i festoni, l’alberello, i fiori stellati che qualcuno immancabilmente le regalava.
Adesso niente si muove, niente cambia. Ieri ho visto la donna che quotidianamente si ferma in questa casa (ogni giorno un po’ di meno, a dire il vero) tirar giù le statuine e l’alberello di plastica dallo scaffale dove erano stati riposti. Li ha guardati, in silenzio, poi ha sospirato: “Eh, mamma, non ha tanto senso tirar fuori gli addobbi natalizi solo per la gatta”. Mi ha guardato: “Gatta, che mi dici? Ti manca la padrona, vero?”. Ha fatto una pausa: “Manca anche a me, sai?” ha sussurrato. Mi ha carezzato, lentamente, con un’aria un po’ assorta: “Dovremo trovarti una sistemazione, mi sa”. Ha sospirato ancora: “Accidenti, mamma – ha esclamato, e nella sua voce c’era un tremito – dove sei? Mi puoi sentire? Dovevi morire proprio prima di Natale?”. Ha fissato l’alberello, la scatola dove erano allineate le statuine: ha esitato, poi, con un gesto deciso, li ha messi nuovamente nello scaffale e ha chiuso con un colpo secco lo sportello del mobile. Ha indossato il cappotto e se n’è andata, senza voltarsi indietro, sbattendo la porta.
Non è niente di particolare, non è qualcosa di memorabile. E' solo una curiosa sensazione di estraneità. Forse non vale la pena di descriverla, e può essere che decidere di scaraventarla qui, in piazza, sia in qualche modo inopportuno. Qualcuno potrebbe rimproverarmi una certa mancanza di delicatezza, un'assenza di pudore che dovrebbe essere imbarazzante per me, in primo luogo, e forse per i miei eventuali lettori.
A essere "tardiva digitale" mi condanna in primo luogo l'anagrafe: visto che fra un pugno di giorni festeggerò il mio quarantottesimo compleanno, c'è poco da fare, sono "vecchia", per quante arie da rockettara in ritardo mi possa dare, nonostante il blog, nonostante le mie frequentazioni "sociali" in Rete, da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Anobii, da LastFm a Tumblir o a Flickr, nonostante la mia curiosità e la mia voglia di sperimentare. Figurarsi, sono laureata in Letteratura Greca e insegno Italiano e Latino: non ho proprio chance. Sarà per questo che leggendo il pezzo di Luca Sofri, inititolato appunto "L'era dei tardivi digitali", mi sono sentita debitamente urtata e il mio primo pensiero è stato: "ma di che caspiterina - veramente nella formulazione originaria la parolina era un'altra - sta parlando?"
Drinking in your sweetest decline – di Doctor Octopus
“Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il ricordo del tempo felice: esso è già trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato… Le immagini risorgono e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile ad un miraggio riappare, in uno spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento” (Ernst Junger)
Gianni è un accento del Sud come tanti. Adesso sente freddo e umidità attraverso il suo giubbotto di resina e dolore. Sente freddo ma non di meno ha smesso di preoccuparsi della sua salute. Adesso esegue una marcia forzata, dai muscoli fino alle ossa, dentro un respiro gonfio e asmatico, di tabacco e alcool consumato in solitudine. La fermata del bus dista ancora qualche metro. Ogni mattina il solito tragitto. Il vento taglia il suo sguardo da finto duro. Lo stomaco in subbuglio, una fitta sul lato sinistro del petto, eppure è completamente svuotato dalle proprie viscere e da tutti gli organi interni, come uno di quegli animali imbalsamati.
Il rumore della notte annulla i suoi pensieri, a distanza di tremila chilometri, pensa a Lei, a tutte le pinte versate, al calore e alle parole che ha tenuto dentro per paura d’inchiodare nel passato un attimo di Passione. Lei era stata spietata ma sincera, e lui era sempre più attratto, col suo masochismo epico. La voce di Beth Orton danzava con trasporto sul pianoforte di Dr John, e Gianni cattura la luce e il calore emanati dalla sua stanza, in grado di avvolgere e squassare un dolore immane. Distillato di lacrime guarnito con ciliegie sotto spirito. Una zolletta d’amarena e la sua poetica da due soldi a stringere alleanza. A farlo sentire meno solo, cercando di capire, di obliare quel cattivo ricordo, ancora fresco: un’altra piccola cicatrice, stavolta invisibile arricchiva la sua figura. Provò a trattenere il fiato nella speranza di porre in apnea anche i suoi pensieri nefasti, come un Nostromo che si vede decimato il proprio equipaggio. Ripensò alle sue calze arancioni, affascinanti ma inappropriate alla loro situazione; forse simbolo di una frivolezza ostentata più che autentica. A lui piaceva tutto di lei, la voce, le buffe espressioni del viso, la follia del suo sguardo passionale, il male di vivere che non si affannava a nascondere.
Quella sera la band eseguì una maestosa Like a rolling stone: il cantante, un distinto signore coi capelli grigi, era in grado di esprimere grinta, rabbia e voglia di vivere difficilmente riscontrabili nelle nuove generazioni. E’ passata acqua sotto i ponti e molte cose sembrano diverse adesso. Anche il suono è cambiato, ma il suo sentimento resta immutato.
Ruggero è un signore distinto che ha attraversato il tempo come un motore che romba e non perde mai giri. Uno che “se la vive di petto e se ne frega dell’oscurità”, perché sa che domani spunterà ancora il sole, e lui è stato accecato dalla Luce, dal Fuoco Sacro del Rock, mentre le mani si muovono sulla tastiera della sua Rickenbacker. Costa molto oggi privare gli uomini della propria speranza, dell’illusione: ragazzi meritiamo qualcosa più della verità, e meritiamo di essere ricoperti d’oro per la nostra resistenza attiva, cari Maestri di Sconforto fatevi un attimo in là perché il vostro fetore impedisce al pensiero di sgorgare con naturalezza.
E’ sabato sera, adesso; Qualcuno andrà a mangiare la pizza con gli amici, qualcuno resterà a casa a vedere un film con Heat Ledger, e qualcuno sta bruciano un pezzetto della sua remota primavera nei sedili posteriori della propria auto, dove ha caricato un trans che lo sta solleticando…Qualche idiota invece sta imbrattando un quaderno col suo sfogo cerebrale da autolesionista, malato di dissenteria umorale, sulla scia del divino William. Sembra di essere rimasti prigionieri in un racconto di Ray Carver, la radiolina gracchia un motivetto che conosco bene. Ermetika Dylanesque, ma ancora per poco tempo ci sarà questa voglia di esprimersi, cari amici!
“La coppa della vita e dell’amore ci sembra non esser stata colma fino all’orlo, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto. Oh fosse questa tristezza almeno d’insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità” (* II)
Ma queste sono lezioni che non abbiamo ancora appreso. Il suo dolce declino fa sospirare e capire che la vacuità del mondo è fatta di bellezza. ”Eterna scaramuccia tra bene e male, ho sfiorato il tuo vello, ho provato a nascondere le mie labbra ai tuoi baci”. Serpenti in forma di rosa assalgono il mio riposo. Sono stremato e mi accascio dentro un pub fumoso, ma accogliente. Sento di aver dato tutto, a me stesso, al mio cuore e alla mia gioia, da qualche parte qualcuno sta brindando al mio dolore. Mi domando se è possibile morire di solitudine o di noia: ma chi si sente vivo, può essere felice?
“Another day wastes away and my heart sinks with the sun / A new day's dawning and a new day has not yet begun / So, anyway there I was just sitting on your porch / Drinking in your sweetest decline, your sweetest decline”
(*) Sweetest Decline è un brano di Beth Orton
(* II) Ernst Junger “ Sulle scogliere di marmo”

E vai. E' andata. Cosa io pensi di queste occasioni che dalla Rete approdano alla vita reale è noto: l'ho dichiarato solo pochi giorni fa, su questo blog e altrove.
Ebbene, sì, un film da vedere. Un film che fa riflettere. E tuttavia un film che promette molto ma che manitiene solo in parte, impantanandosi verso la conclusione in una retorica poco convincente, abbastanza sentimentale e un po' scontata. Forse perché la carne al fuoco era molta, e alla fine qualcosa è risultato insufficientemente cotto, e qualcos'altro persino un po' bruciato. La colpa, la vergogna, il romanzo di formazione, la letteratura, l'Olocausto, la responsabilità collettiva, la responsabilità individuale, la seduzione attraverso le parole, la ricerca impossibile dell'innocenza perduta, la memoria, l'espiazione, la giovinezza, la maturità, i padri, i figli, il giudizio, il rimorso, la banalità del male, le generazioni, il perdono, i morti, i vivi ... di tutto, di più e, disgraziatamente, quel "tutto" in generale ha il sapore del già visto, del già sentito. Mi è piaciuto? Diciamo che non mi è dispiaciuto. Imperdibile? Ma no, escludendo l'intensa interpretazione di Kate Winslet: ma anche questa affermazione, dopo l'Oscar, rischia di essere derubricata a luogo comune.
Un paio di giorni fa "Contaminazioni" ha compiuto sei anni. Per l'occasione sono andata a rileggere il mio primo post, anzi il primo post di Floria, questo scomodissimo alter ego che in verità ha poco a che fare con la sottoscritta (o no?). Un post assolutamente casuale, buttato giù in pochi minuti da una che non aveva la più pallida idea di quello che stava dicendo e che, soprattuto, non prevedeva affatto che quest'avventura comunicativa sarebbe durata tanto a lungo e con esiti assolutamente imprevisti.
Contaminazioni
è il blog
di
Lorenza Boninu