contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
29/06/2009

Pregiudizi

Mi sono divisa fra correzione delle prove d'esame e discussioni in Rete sui medesimi, nello specifico sul famoso (o a questo punto dovrei dire famigerato?) tema sui Social Network. Si capirà che a questo punto l'argomento mi ha saturato.  Vagabondando, correggendo e conversando, una cosa però l'ho capita. C'è una bella quantità di teste pensanti che ancora non si è accorta che:
a) l'esame non si chiama più di "Maturità" dal 1997, ma la dicitura corretta è "Esame di Stato";
b) la prova di italiano, sempre dal suddetto 1997, non è più la medesima sulla quale noi anzianotti sudavamo all'epoca delle nostre fatiche di studenti, ovvero il buon vecchio tradizionale tema, ma è cambiata nella forma e nella sostanza (si parla di "analisi del testo", si parla di "saggio breve" o "articolo di giornale" in quattro ambiti differenti, artistico-letterario, socio-economico, storico.politico, scientifico-tecnologico, e solo due tracce su sette corrispondono all'antica fisionomia del tema); inoltre le tracce sono uguali per tutti gli indirizzi di studio;
c) parlare di scuola è come parlare della Nazionale: tutti si sentono commissari tecnici. A me, che so di latino, oltre che di Social Network, verrebbe da dire: "Sutor, ne ultra crepidam". Ma non lo dico: siamo in democrazia, no? e questa è la "big conversesciòn", bellezza!

Su questi argomenti, ottima disamina dello Scorfano, non a caso intitolata: "Di cosa parliamo quando parliamo di temi d'esame". Ho idea che non tutti parliamo della medesima cosa.

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28/06/2009

Come volevasi dimostrare (caro Vittorio Zambardino e C., un po' ve la cercate)

Come volevasi dimostrare, il luogo comune impazza. Il tema sui social network & C ha deliziato i commentatori digitali. Che, naturalmente, non hanno mancato di preoccuparsi dei proveri prof incartapecoriti che si troveranno alle prese con roba che non conoscono, incapaci quindi di correggere senza prevenzioni: ecchepalle, scusate! Incartapecoriti sarete voi.

Vittorio Zambardino (che arriva addirittura a parlare di "emergenza correzione" , nei commenti al suo ultimo post, si è tirato giustam
ente dietro le ire di prof che dell'argomento ne sanno quanto e più dei pargoli. Giovanni Boccia Artieri, di sicuro più equilibrato (ma forse un momentino sviato della sua imprevista ascesa nell'olimpo delle fonti per il compito, accanto a Italo Svevo e a ... Francesco Alberoni) si lancia nella proposta, peraltro condivisibile, di usare i temi (saggi brevi, in realtà, o articoli di giornale) come campione statistico per misurare la consapevolezza di sè  e del loro vissuto che i nativi digitali hanno: ovvia, facciamolo! Mi sa che uscirebbe qualche sorpresa per gli entusiasti della mutazione in atto: magari che i ragazzi sono molto più passivi e convenzionali e banali e, sì, ignoranti, di quanto i vati della "tecnica che si fa cultura" (uào) non pensino. Che i nativi digitali, con tutto il rispetto, rischino di identificarsi con gli I.A.P. (Idioti Abbastanza Preparati) di cui qualche anno fa parlava Savater? 

Per quanto mi riguarda, preferirei un altro genere di statistica: come è andato il compito di matematica? Perché le chiacchiere sono chiacchiere, ma la scienza è scienza, to' (aggiungo
un link, per gradire: ma siccome l'articolo di Ruggero Zanin è riccamente argomentato e non so quanto adatto alla lettura rapida e sincopata tipica della Rete, chissà se  il mio riferimento potrà essere utile ai profeti delle cosiddette "conversazioni dal basso", quelle stesse conversazioni che diffondono, ahimé, con efficacia virale, il contagio esiziale della banalità)

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25/06/2009

Come t'annacquo la prima prova (2)

Già li sento i paladini dell'innovazione internettiana plaudire al tema sui social network e new media.
Domanda: ma lo sapete che a conclusione dell'esame i pacchi dei documenti, verbali, compiti e quant'altro vada inviato all'Ufficio Scolastico Provinciale  vengono sigillati con la ceralacca? Sì, dico, con la ceralacca: usando la candela e il piattino con l'acqua.

Stamattina, da prof di letteratura italiana e latina e, nel contempo, blogger più o meno costante da sei anni a questa parte, mi sentivo curiosamente scissa. Da una parte il rito dell'esame, peraltro ormai spogliato della sua residua sacralità appunto di "rito di passaggio", con i fogli protocollo firmati uno ad uno dai commissari, la consegna preventiva dei telefonini, i verbali, le firme, le fotocopie delle tracce (e la fotocopiatrice doverosamente bloccata verso la fine del suo duro lavoro). Dall'altro titoli che inneggiavano all'innovazione e alla creatività, alla cultura giovanile, alla Rete. Per non peccare di eccessivo entusiasmo nei confronti del futuro, agli anonimi estensori delle tracce deve essere parso opportuno aggiungere fra gli argomenti l'accattivante "Innamoramento e Amore", con relativa citazione di Alberoni, il cui omonimo saggio viene presentato come edito nel 2009 (sbaglio, o la prima edizione risale al 1979?). Alberoni, per quanto mi riguarda, è il Mike Bongiorno della sociologia: qualunque cosa dica o scriva, ti fa sentire immediatamente al di sopra del livello di un professore universitario, il che, se vogliamo, può essere persino gratificante. Alla mia saggia collega di filosofia è parso sconsolante che nelle tracce manchino in pratica citazioni e riferimenti filosofici. In effetti sembra che a questo giro sia stato celebrato il trionfo della sociologia e della divulgazione giornalistica. Ma non solo.


La traccia di ambito socio-economico riguardava la creatività e l'innovazione. E va bene. La traccia di ambito tecnico-scientifico verteva, appunto, sui social network e sui new media. Siamo proprio sicuri che quest'ultima traccia, così com'è stata formulata,  riguardasse scienza e tecnica? In effetti si chiedeva di riflettere sui cambiamenti "sociali" che l'uso di determinati strumenti comunicativi comporta. Insomma: di scienza, per davvero, non si parla e, a ben vedere, anche gli aspetti tecnologici che sono sottintesi all'utilizzo della Rete sono lasciati assolutamente in ombra. Ancora una volta si prende atto che la cultura scientifica ( anche nei suoi aspetti epistemologici) non è patrimonio dei nostri giovani all'uscita della scuola secondaria di secondo grado. Però si presume che grossomodo sappiano che cosa sia facebook.

Da frequentatrice assidua della Rete, dotata di blog, account su Twitter, Facebook, FriendFeed, Anobii, LastFm e qualche altro social network che non ricordo, mi sono sentita piacevolmente sdoganata, senza contare che ho potuto millantare con i miei alunni la presenza fra i miei contatti di almeno un paio delle auctoritates citate nelle tracce (compreso il prof. De Kerchove la cui citazione fuori contesto rischiava di trasformarlo in un passatista, cosa che evidentemente non è). Che per una volta si ragioni dell'innovazione comunicativa in atto senza necessariamente demonizzarla mi pare senz'altro positivo, intendiamoci. Mi fa tuttavia una certa impressione che se ne parli in una circostanza che non è possibile immaginare più vecchia e arretrata di così: in una scuola dove il cambiamento fatica a farsi strada, dove i docenti più giovani sono condannati al precariato a vita indipendentemente dai loro meriti,  dove i fondi vengono tagliati, la didattica non si rinnova o, se prova a farlo, lo fa in un modo raffazzonato e improvvisato ... e per di più durante lo svolgimento di un esame ormai superato nelle modalità e nelle finalità, che poco ha a che fare con l'esperienza quotidiana dei ragazzi,  comunque costretti a vivere in un Paese per vecchi, che mortifica sistematicamente ogni sforzo orientato al cambiamento, governato da una classe dirigente gerontocratica, peraltro anche abbastanza ignorante. Ecco: in una parola, le tracce di oggi mi sono sembrate ipocrite, un tentativo poco riuscito di rincorrere i giovani su quello che presumibilmente dovrebbe essere il loro terreno, di facilitare e assecondare la loro prevedibile tendenza al luogo comune e alla chiacchiera in scolastichese. Approfondimento, poco. Bla bla modaiolo, fin troppo.

(Una notazione personale. Qualche giorno fa ho postato su Facebook l'immagine del quadro di Ensor "L'entrata di Cristo a Bruxelles", intitolandola "L'entrata di Cristo in Facebook". Un mio studente mi ha chiesto se poteva citarla in questi termini. E un altro mi ha confessato di essersi in parte ispirato al mio post di ieri sera. Mi auguro di non avere troppe responsabilità per quello che uscirà fuori da queste impreviste relazioni educative via Rete)
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25/06/2009

Come t'annacquo la prima prova (1)

Divertiamoci a fare le pulci alla Prima Prova e cominciamo con un'occhiata alle cosiddette "consegne".

Esame di Stato, anno scolastico 2008 - 2009

TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE”
(puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)
CONSEGNE
Sviluppa l’argomento scelto o in forma di «saggio breve» o di «articolo di giornale», interpretando e confrontando i documenti e i dati forniti.
Se scegli la forma del «saggio breve» argomenta la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.
Premetti al saggio un titolo coerente e, se vuoi, suddividilo in paragrafi.

Se scegli la forma dell'«articolo di giornale», indica il titolo dell’articolo e il tipo di giornale sul quale pensi che l’articolo debba essere pubblicato.
Per entrambe le forme di scrittura non superare cinque colonne di metà di foglio protocollo.


Esame di Stato, anno scolastico 2007 - 2008 (e tutte le edizioni precedenti)


TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE”
(puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)
CONSEGNE

Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano.

Se scegli la forma del  “saggio breve”,  interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.

Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro).

Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo.

Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’.

Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro).

Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo).

Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

 

Notate le differenze? Per quanto riguarda la redazione del cosiddetto "saggio breve", quello che si richiede quest'anno è, in pratica, la stesura di un temino generico: non è prevista da parte dello studente la scelta della destinazione editoriale, ovvero una riflessione del candidato sulla diversità dei registri linguistici implicati da differenti destinatari, E' intutivo che, nel caso di una scrittura saggistica,  tono e  lessico varieranno, anche in modo significativo,  se ci si rivolge, per dire, a studenti del liceo, a un pubblico indifferenziato, a una platea di specialisti. Poco male, direte. Ma ricordiamo che questa tipologia di prova è stata a suo tempo introdotta proprio per evitare la genericità di una scrittura ibrida ed irreale come quella del tema tradizionale. Perché sì: un temino scolastico è una cosa, un "saggio" breve un'altra, un articolo di giornale un'altra ancora. Io credo che l'omissione sia dovuta semplicemente alla fretta e all'approssimazione: come se ci si fosse stancati di credere ad una pratica didattica mirata ad un articolato "curriculum di scrittura" (pratica che l'introduzione dell'articolo di giornale e del saggio breve fra le tipologie di testi oggetto di prova doveva in qualche modo incoraggiare) e nella consapevolezza che i professori di italiano non sono, in genere, né giornalisti né saggisti, si sia ritornati di fatto, distrattamente, ai santi vecchi.

Chiamatelo "saggio breve", se vi va, ma se non si dice a chi  sia indirizzato e perchè, si trasforma inesorabilmente nel vieto tema scolastico
. Tutti sono rassicurati: gli studenti che smetteranno di giocare agli "esperti", i professori che non proveranno imbarazzo nel correggere prove velleitarie ipoteticamente indirizzate alle destinazioni editoriali più incredibili (dal cosiddetto "fascicolo scolastico di ricerca e documentazione" - dicitura misteriosa che nessuno ha mai capito cosa significasse in realtà - alla rivista Le Scienze - se non addirittura Nature - , passando per Focus, il libro di testo per gli alunni del biennio, la raccolta di saggi di livello universitario) e che, in prospettiva, potranno tranquillamente evitare ogni sforzo per ragionare in termini di "didattica della scrittura"( lo fanno già in molti, ma ora non sono più tenuti nemmeno a sentirsi in colpa). Resta il cosiddetto "articolo di giornale" ... ma si può sempre ricorrere alla facile scappatoia del "giornalino scolastico", come possibile destinazione, e uno sconosciuto studente liceale non si sentirà in obbligo di  fingersi un premio Pulitzer (oddio, potrei citare almeno un paio di testate nazionali che, in quanto a dilettantismo, non hanno niente da invidiare a nessuno, e che quindi si prestano ottimamente alla necessità, ma evitiamo).
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24/06/2009

La "maturità" nell' era di Facebook

I telegiornali hanno trasmesso i loro usuali servizi fotocopia sugli Esami che domani cominceranno. Immagino che moltissimi studenti siano, come sempre accade, a caccia di improbabili anticipazioni sui titoli  della prova di Italiano. Il Ministro ha fatto i suoi auguri e ha pronunciato pubblicamente le solite paroline di raccomandazione e consolazione. Io, per quanto mi riguarda, sono reduce da uno straordinario tour de force su Facebook e Gmail per correggere e discutere con i miei studenti i loro lavori di ricerca e approfondimento. E fra una tesina e l'altra leggevo un istruttivo saggio, "Nati con la Rete. la prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l'uso" di John Palfrey e Urs Gasser.  Checché ne pensi Luca Sofri (autore dell'introduzione all'edizione italiana, con il quale ho avuto un'interessante discussione sui cosiddetti "nativi digitali" proprio qui, su Contaminazioni), si tratta di un testo problematico, non semplicemente entusiastico,  che sottolinea sia le straordinarie potenzialità della Rete, sia i pericoli che un uso acritico e non meditato dello strumento Internet può comportare tanto per i cosiddetti nativi quanto per gli immigrati digitali come noialtri (assai interessantii, da questo punto di vista, i capitoli sulla sicurezza e sulla privacy).

La Rete è un meraviglioso strumento di aggregazione e un infinito contenitore di informazioni. Ma la buona  qualità dei rapporti che si costruiscono in questo ambiente e dei materiali che il Web ospita, naturalmente, non è automatica. Sembra un'affermazione lapalissiana ma a volte ho l'impressione che in alcuni l'entusiasmo faccia velo allo spirito critico, mentre ad altri una diffidenza preconcetta giochi pessimi scherzi. I cambiamenti vanno governati, non subiti. Certo, possiamo lasciare i nostri figli e i nostri studenti soli davanti allo schermo dello computer: prima o poi  ne tireranno fuori qualcosa di buono, anzi, con tutta probabilità, alcuni di loro lo  stanno già facendo. E tuttavia, leggendo per esempio le pagine di "Nati con la Rete" dedicate a Wikipedia, sono stata colta da un pensiero fulminante: i contenuti che rendono attendibile e autorevole un lemma qualsiasi della geniale enciclopedia collaborativa da dove provengono? E, cosa altrettanto importante, come si forma quella capacità di discernimento e di critica che permette ad un utente qualsiasi della Rete di individuare le informazioni corrette fra gli innumerevoli risultati proposti dall'algoritmo di Google?

Esiste una differenza non da poco fra i tanti, giovani o più anziani, che si limitano a "scaricare" la prima cosa che sembra loro utile (o divertente) e chi affronta l'ambiente virtuale in maniera attiva e partecipata. La Rete dissemina intelligenza ma, ahimé, diffonde anche l'insanabile imbecillità che spesso contraddistingue l'umanità. Una volta c'erano i Bignami. Oggi una maggioranza poco accorta di ragazzini utilizza Internet come una sorta di Bignami formato gigante: non è certo l'utilizzo più indovinato, ma si tratta di un esito scontato se si continua a rispondere a nuove esigenze (ed emergenze educative) con un atteggiamento vecchio. Le "tesine interdisciplinari" e i "percorsi" che imponiamo ai nostri studenti sono la riedizione delle vecchie ricerchine che noi copiavamo dall'Enciclopedia dei Ragazzi o da "I Quindici". Non ci scandalizziamo se loro le scaricano da Internet: almeno non faranno fatica a copiare a mano.

Lascio scorrere lo sguardo sulla mia incasinatissima libreria e penso che no, non rinuncerei a nessuno dei libri che ho letto o che ancora devo leggere. Piuttosto posso provare a mettere in comune con altri l'esperienza culturale accumulata nel corso degli anni grazie alla lettura, utilizzando a questo scopo uno strumento veloce, collaborativo, flessibile. Posso dimostrare disponibilità nei confronti di nuove forme di relazione, accettando fra l'altro di ridefinire anche il mio ruolo di insegnante oltre gli angusti confini dell'aula scolastica. Posso tentare di  insegnare un metodo e, al tempo stesso, posso io per prima sperimentare e imparare, integrando le mie competenze (che, sia chiaro, non giudico affatto obsolete) con quelle necessarie ad interagire nell'ambiente virtuale. Posso, in una parola, mettermi in gioco.

Domani celebreremo per l'ennesima volta l'abusato rito dell'esame, quest'anno condito da moralistici richiami alla ritrovata serietà e plausi alla fine ingloriosa della cosiddetta scuola del lassismo (quella del '68, come ha ribadito serafica la Gelmini). E mentre la solita propaganda si trastulla con una poco credibile riedizione del maestro Perboni di deamicisiana memoria (quello che a un certo punto sbatte fuori dall'aula l'incorreggibile Franti), i nostri alunni si destreggiano come possono fra le nostre pretese abbastanza anacronistiche e le loro abituali frequentazioni virtuali, in genere poco meditate.

In questi ultimi giorni mi sono divertita moltissimo. Come racconto rapidamente nel post precedente a questo, ho mantenuto un contatto diretto e costante, via mail e via facebook, con la maggior parte dei miei alunni per revisionare i loro lavori e, se possibile, fornire loro informazioni e suggerimenti, senza tralasciare un sano e sdrammatizzante cazzeggio. L'ho chiamata, scherzosamente, "interessante interazione didattica". In realtà è semplicemente  accaduto perchè tutti noi utilizziamo abitualmente, senza tanto clamore, il social network per comunicare. Fa ormai parte delle nostre abitudini, di adulti e di giovani insieme: c'è poco da sperimentare, casomai è indispensabile utilizzare questo strumento con la stessa tranquillità con la quale, nelle aule, entrano ormai da anni lettori dvd e videoregistratori.

Quali sono state le osservazioni che mi hanno fatto più piacere? L'affermazione di un mio studente: "Ho usato Internet come una biblioteca multimediale, così come lei ci ha insegnato" e l'inusuale ringraziamento, a conclusione di tesina, di un altro: a Facebook, "un social network che è ormai diventato parte stessa del metodo di lavoro di noi studenti".




 


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17/06/2009

Sto sperimentando ...

un'interessante interazione didattica. Un'invasione di tesine e/o percorsi da parte dei miei studenti nella mia casella di posta, con correzione in tempo reale + commenti scherzosi riguardo l'intera faccenda sulla bacheca di facebook (persino uno studente che afferma: "Piergiorgio - Odifreddi n.d.r. - mi attizza"). Una classe virtuale semipubblica (si vuole aggiungere qualcuno dall'esterno? ben venga, così realizziamo in pieno la mia utopia della scuola "fuori di classe" e ... fuori di testa!). Beh, non male. E ancora non mi arrendo all'uso di msn!
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28/05/2009

La Repubblica dei Cialtroni

Si vede che Franceschini, poverino, ha perso diverse puntate di quello che è successo in Italia negli ultimi decennii. Chiedere: "Fareste educare i vostri figli da Berlusconi?" è quantomeno ingenuo: fra Amici, Uomini e Donne, Grande Fratello, Scherzi a Parte e qualche altra strullata che non mi ricordo, sono anni che le televisioni del Presidente stanno colonizzando l'educazione dei nostri figli (ma anche, ahimé, il cervello dei genitori). Al punto che il Cavaliere, disgraziato, deve essersi davvero meravigliato che il "velinismo"  in politica e altrove potesse ancora alzare tutto questo polverone: magari credeva che il "popolo" ormai fosse completamente assuefatto.  Certo che è surreale ascoltare le dichiarazioni di alleati e avversari,  impegnati  a denunciare, per un verso o per un altro, l'imbarbarimento della polemica politica, come se ciascun schieramento ospitasse nelle sue fila plotoni di Catoni pronti ad immolarsi in difesa della pubblica moralità. Francamente vorrei prendere una pausa da tutto questo ciarpame pre-elettorale, ma come si fa?

Se anche tenti di parlare d'altro, non riesci comunque a scansare  la follia collettiva che sembra aver travolto ogni senso della decenza e dell'opportunità. Nella scuola (pubblica ... mica quella "steineriana" dove Papi e Veronica hanno mandato i figli loro), non c'è più un soldo, e i Presidi non sanno come fare per fronteggiare economicamente le tante follie demagogiche che hanno intasato il funzionamento corrente della macchina educativa? L'impareggiabile Gelmini non trova  migliore risposta se non ripetere ossessivamente il mantra: "Non si deve fare politica nella scuola!" come se fare presenti le difficoltà concrete in cui si dibattono i Dirigenti Scolastici fra tagli, crediti inesigibili, spese per supplenze, corsi di recupero, visite fiscali etc etc, faccia parte di un insopportabile complotto dei "comunisti" contro l'illuminata gestione del Ministero. E i Presidi "colpevoli" di siffatto delitto di lesa maestà vengono sbrigativamente invitati a levarsi di torno se non sanno dirigere. 

E cosa dire di Brunetta, l'impagabile Brunetta ossessionato dai fannulloni,  che il giorno dopo la dichiarazione del primo sciopero della Celere, da gennaio senza straordinari, se la prende con i troppi "panzoni" che in Polizia dormono dietro le scrivanie? E aggiunge, serafico: "
Bisogna cambiare il concetto stesso di sicurezza, deve essere fatta da chi la sa fare». Da chi? dalle Ronde?


E' sempre colpa di qualcun altro. C'è sempre qualcuno che rema conttro, qualche malvagio malintenzionato invidioso frustrato che disprezza per pura cattiveria d'animo la bontà disinteressata del Premier e dell'Esecutivo che ne rappresenta la più diretta emanazione. E dall'altra parte c'è unicamente l'ossessione per il Satanasso spelacchiato e ritinto che avvelena le radici della nostra veneranda repubblica democratico: ma chi gli ha consegnato il Paese su un vassoio d'argento? E' una farsa indegna, comica se non fosse tragica, un plateale esibizione di  pressapochismo, ignoranza, mancanza di prospettiva, mancanza di ideali. A ben vedere, anche mancanza di quattrini.

La Repubblica dei cialtroni.



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15/05/2009

Un piattino avvelenato per la scuola italiana (pubblica)

Afferma l'on Valentina Aprea, presidente della Commissione Cultura della Camera: "Su nuovo reclutamento e carriera docente siamo alla stretta finale". Nell'intervista rilasciata al Sussidiario.net l'on. Aprea dichiara: Subito dopo le europee presenteremo il testo (dopo tutti i passaggi necessari con il governo, con la maggioranza e con l’opposizione) per arrivare così a una votazione a fine giugno su un testo condiviso. Capite? Il disegno di legge Aprea potrebbe essere votato a fine giugno, nel disinteresse e nella disinformazione  (quasi) generali, e comunque con il beneplacito dell'opposizione che ha la malsana abitudine di cavalcare demagogicamente la protesta  solo quando la situazione diventa potenzialmente incontrollabile. E così si rischia di ripetere la sceneggiata dello scorso anno: risvegli tardivi e autunnali proteste più o meno convulse, destinate fatalmente a rimanere inascoltate.

Potete trovare un'analisi esauriente di contenuti, finalità e prevedibili conseguenze del disegno di legge Aprea,  intitolato "
Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”,  qui  Cito:  "Già nel titolo sono enucleati i punti cardine di questo progetto che, se approvato in Parlamento, sarà la tomba dell’intero sistema d’istruzione pubblica. In nome dell’ “autogoverno delle istituzioni scolastiche” e della “libertà di scelta educativa delle famiglie”, gli Istituti statali diverranno “Fondazioni”, gestite da vere e proprie lobby di familismo territoriale. Saranno queste a determinare la progettualità pedagogico-didattica, sottraendola di fatto alla responsabilità professionale dei docenti. Per i quali, non a caso, si prevede “la riforma dello stato giuridico” in senso privatistico".

Le recenti campagne di stampa giocano tutto sulla prevista valutazione dei docenti e l'introduzione di una carriera differenziata ispirata all'abusata nozione di "meritocrazia": ma nel disegno Aprea c'è ben altro (tipo la trasformazione delle scuole in fondazioni, lo svuotamento della funzione didattica dei collegi dei docenti, la metamorfosi degli attuali consigli d'istituto in consigli d'amministrazione). L'impressione è che invece di valorizzare i migliori, si finirà per deprimere ancora di più l'intera categoria,  infliggendo un colpo pressoché fatale alla funzione educativa della  scuola pubblica, asservita a logiche che non le appartengono affatto. .

Visto che siamo in periodo pre-elettorale, vorrei sapere con chiarezza qual è la posizione delle forze dell'opposizione in merito alla questione. Mi pare richiesta legittima e ho avuto modo, a suo tempo, di rivolgerla direttamante anche all'onorevole Giovanni Bachelet, membro della Commissione Cultura,  intervenuto a novembre ad un incontro sulla scuola promosso dal circolo locale di  Libertà e Giustizia. Non ho ricevuto allora risposta chiara e temo che nessuno potrebbe o vorrebbe rispondermi in modo esauriente nemmeno adesso. Eppure credo che sia legittimo domandare se esistono proposte diverse, se si ha intenzione oppure no di informare e ascoltare chi nella scuola vive e lavora (docenti, studenti, genitori, personale ATA), se al di là di dichiarazioni facili, tutto sommato gratuite e, se vogliamo,  parzialmente inesatte, su singoli problemi, tipo questa di Mariangela Bastico sul voto in condotta (
un'affermazione di facile propaganda che si basa su un ipotetico caso limite, il somaro sempre zitto e quindi per questo premiato, cosa  improbabile perché in linea di massima il criterio di attribuzione del voto in condotta tiene conto anche della partecipazione "attiva" al dialogo educativo: diavolo, ma per chi ci prendono?)  esiste una concreta volontà di ripensare un'idea di scuola pubblica davvero alternativa a quella della maggioranza attualmente al Governo, o se dobbiamo continuare a fare questo penoso gioco delle tre carte. 

(Le belloccia nella foto, con giacchettina rosa, bocca vezzosa, capello fatto e aria furbetta è Valentina Aprea, per chi non l'avesse capito)
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14/05/2009

Se questo me lo chiamate noioso ...

Domani pomeriggio, nel corso dell'ultimo incontro del ciclo "Visivamente - Cinema e Pensiero fra Filosofia e Cultura Classica, introdurrò la professoressa Monica Longobardi, invitata a parlarci della sua pregevolissima traduzione del Satyricon di Petronio, recentemente pubblicato per i tipi della casa editrice Barbera,
E ora, chi capita qui per caso o per scelta, magari in virtù di qualche bizzarro capriccio di Google, potrà anche, se vuole, chiudere tutto e andarsene, temendo magari la solita pallosissima dissertazione da occhialuta prof di latino che ogni tanto, persino qui, sul blog, destinato in genere a ben diversi argomenti e cazzeggi vari,  si ricorda di essere una persona seria, con un'antica vocazione alla filologia. Beh,  peggio per lui, arrivederci e grazie della visita. Sappia comunque che si sbaglia, e di tanto.

Prima di tutto, perché Petronio è tutto meno che un autore noioso, e non solo perché il Satyricon è un romanzo un po' porco (figurarsi, con un protagonista perseguitato dall'ira di Priapo che gli sabota sistematicamente la virilità sul più bello, accompagnato per di più da un corteggio scalcagnato di froci, puttane, arricchiti, profittatori, ruffiani, intellettuali falliti, vecchiacce sordide, streghe, lupi mannari, cacciatori di eredità ... altro che il "pio Enea" e i suoi scrupoli da eroe riluttante). In realtà si tratta di un'operazione geniale e misteriosa di contaminazione letteraria e linguistica, una miscellanea di situazioni grottesche, di parodie finissime, di humor nero, il tutto contemplato con uno sguardo disincantato, ironico, che non giudica mai, ma si limita a prendere atto dell'insondabile complessità della vita, persino nei suoi aspetti più turpi e impresentabili.

E poi perché questa traduzione è straordinaria. Va detto: Dio ci salvi dai professori di latino. Ne abbiamo bisogno, perché non si può pretendere che il popolo dei lettori comuni dotati di comune cultura possa accedere direttamente al testo in lingua originale, sebbene per il Satyricon, che basa buona parte del suo fascino sul gioco linguistico, sull' intreccio e la sovrapposizione di diversi registri stilistici, sui motti di spirito, sullo stravolgimento dei generi, parrebbe quasi indispensabile, pena la rinuncia ad una piena comprensione del meccanismo di funzionamento del testo. Ma troppo spesso le traduzioni sono scialbe, piatte, magari "grammaticalmente" corrette, ma prive di quella verve espressionistica, quell'istrionismo comunicativo che rappresentano la cifra distintiva di questo vero unicum delle letterature classiche. 

Petronio è una sfida che i traduttori sembrano destinati invariabilmente a perdere. Non in questo caso. Monica Longobardi è filologa, certo, e l'operazione che compie si basa non sull'arbitrio, ma si fonda su una salda consapevolezza delle caratteristiche originarie dell'opera e su una riflessione attenta e motivata, come dimostra il ponderoso saggio introduttivo che dà conto puntualissimo e documentato delle motivazioni alla base delle singole scelte di traduzione, nonché dei presupposti metodologici che hanno guidato la curatrice in un'operazione che lei stessa definisce "arrischiata, incauta e spericolata": . Ma Monica Longobardi, per così dire, "ha orecchio", Non tradisce e non appiattisce. Ma interpreta in modo originalissimo e intelligente la polifonia varia delle mille voci che si incontrano nel Satyricon. Il risultato non solo è godibile ma è letterariamente ineccepibile: la traduzione è una riscrittura originale, viva, autentica in un senso che va al di là di una "fedeltà" magari erudita ma troppo spesso un po' pedestre, asfittica, esangue.

Concludo con una notazione solo apparentemente off topic. Leggo sul Corriere di oggi un pezzo per me abbastanza scioccante che riferisce i risultati di una ricerca condotta fra 1508 ragazzi della fascia d'età 19 - 25 anni delle province di Lecce, Siena, Bologna. Titolo: "A scuola meno latino e più italiano" Occhiello: "Molto apprezzati inglese e informatica. Bocciate letteratura, matematica, musica. Critiche sulla competenza dei professori". Catenaccio: " I giovani giudicano i programmi appena studiati: insofferenza per la teoria, voglia di materie subito utili". Il succo sarebbe questo:  i ragazzi vorrebbero più inglese (ma non per leggere Shakespeare!), più informatica,  e, per favore, via letteratura, via filosofia, via matematica. E noialtri prof? Giudicati noiosi, pedanti, spenti, non all'altezza.

Mi limito a un paio di considerazioni.  Poverini, questi ragazzi, che giudicano
una cosa inutile, vuota, insensata quella cultura che è il sale della vita, la panna montata che addolcisce la sconfortante noia di un'esistenza altrimenti piatta, unicamente votata al consumo e alla routine (compresa la routine della trasgressioni del finesettimana). Non sanno quello che si perdono: per esempio il ghigno sarcastico che di certo Petronio rivolgerebbe ai tanti discendenti di Trimalcione che popolano ancora oggi i palinsesti televisivi e non solo

Poveri noi prof, che abbiamo fra le mani questo tesoro e lo affoghiamo nella demotivazione, quella nostra e quella dei nostri alunni, nella ripetitività, nella mancanza di entusiamo, nell'incapacità di comunicare quella che pure dovrebbe essere la nostra passione.

E infine povera questa società che giudica superflui l'intelligenza, la bellezza, lo spirito  che ci sono stati tramandati e sarebbe disposto a barattarli per un corso di lingua De Agostini o una patente ECDL o un corso di educazione stradale o, peggio del peggio,  una canzonetta di Marco Carta.

Grazie a Dio, ogni tanto escono libri come questa traduzione: libri che sanno tenere lontana la noia senza rinunciare al rigore, capaci di restituirci la fiducia nella possibilità di scuotere via la polvere dai cosiddetti "classici", in grado di ridarceli vivi e veri: libri che ci fanno sentire quanto sia ancora entusiasmante continuare a studiare, a riflettere, a ragionare sulla nostra eredità. E chi non lo capisce ... mah.



postato da floria1405 alle ore 00:16 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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|categoria: letteratura, scuola, personale, giovani, classici, società, intersezioni culturali




03/05/2009

Fenomenologia della cazzata d'autore (3)

Devo confessare un imbarazzante incidente emotivo che mi è occorso qualche giorno fa. Dunque, presenziavo al terzo incontro del ciclo "Visivamente", organizzato dal mio Liceo in collaborazione con il Comune di Piombino. Si proiettava "Elephant" di Gus Van Saint, degnamente introdotto dal mio collega e critico Fabio Canessa. Il quale ha pensato bene di confrontare il film con alcune pagine de "Il sopravvissuto", celebrata opera di Antonio Scurati, romanzo già vincitore del Campiello nel 2005 ma che la sottoscritta non aveva letto. Lo ammetto: sono davvero provinciale ed affetta da quella esterofilia assai dannosa (sì, perché mi perdo sublimi occasioni di divertimento) che mi porta inesorabilmente a snobbare le patrie lettere. Nonostante l'efferatezza del film (si narra la strage di Columbine) e del libro (incentrato su analoga strage compiuta dai un alunno, tale Vitaliano Caccia, che il giorno dell'orale dell'Esame di Stato fa fuori tutta la commissione, eccetto la voce narrante, il prof di filosofia), davanti all'ineffabilità della prosa di Scurati sono stata colta da una crisi di insopprimibile ilarità. Sono intervenuta nel dibattito con osservazioni che mi parevano intelligenti, ma non c'era niente da fare: mi scappava da ridere in modo incontenibile, al punto che i presenti devono essersi sinceramente preoccupati della tenuta del mio equilibrio mentale. Posso rassicurare tutti: sto bene. E' che l'eccesso di seriosità tende ad avere su di me questi effetti nefasti. Nei giorni successivi ho letto il libro, ma l'ilarità non è diminuita.  Si vede che sono proprio fuori squadra: perché,  da una rapida ricerca su Internet, ho ricavato solo un  articolato repertorio di giudizi positivi sul romanzo di Scurati, in particolare da parte di prof che evidentemente godono nel farsi strapazzare a botte di luoghi comuni. 

Insomma, non mi voglio ergere a paladina della categoria alla quale appartengo (secondo l'autore meritevole di  violenta decimazione fisica), altrimenti sembrerei quantomeno interessata e/o preoccupata della mia incolumità.. E invece chissenefrega. Scurati pensi un po' quello che vuole: non sta a me raccontargli che la scuola è anche altro, e che il suo giudizio è, come capita spesso, debitore nei confronti delle troppe approssimazioni mediatiche piuttosto che frutto di un'analisi attenta della situazione com'è davvero. E' proprio la qualità letteraria del libro che mi fa morire dal ridere. Via, ammettiamolo, il ragazzo, simbolo del vitalismo (e nfatti si chiama Vitaliano) giovanile perversamente represso dall'ottusità burocratica di una scuola ingrigita  e priva di ideali,  il giovane "angelo sterminatore" "caro agli dei" (Scurati non fa mancare proprio nulla al suo personaggio) che ammazza un consiglio di classe quasi per intero (compresa la prof di religione che non si capisce cosa ci stesse a fare in una commissione d'esame) è un pretesto narrativo un po' scontato. Sai quanto sarebbe stato più interessante (e straniante) immaginare un tranquillo prof di provincia che, esasperato dalla piatta mediocrità dei suoi alunni, si fosse armato di fucile a pompa e li avesse accoppati  tutti, o quasi. Perché gli adulti saranno  grigi e meschini, ma non è che questi adolescenti ipernutriti ( da qualunque tipo di robaccia in circolazione, in senso sia proprio che metaforico:  dalle merendine ai reality) siano tanto migliori dei loro padri. Immaginatevi la  gioia nel proporre Platone a chi giudica Fabrizio Corona, Marco Carta e Ferdi dei veri maîtres à penser.  Quasi quasi lo scrivo io: dite che me lo pubblicano? Ma no, lasciamo stare: anche questa sarebbe una generalizzazione insostenibile.

Perché Il Sopravvissuto non è popolato da personaggi  con un minimo di credibilità psicologica ma da tipi: il giovane ribelle (vuoi mettere Karl Moor dei Masnadieri?), il prof pensoso (In bilico fra un fustrato superomismo e un esistenzialismo ormai sconsolatamente rétro), lo sbirro sudaticcio (veramente puzza parecchio), il giudice saccente, la collega un po' troia, il prete tossico e  tormentato (con annessa teologiche elucubrazioni sull'impotenza di Dio), la fanciulla non più innocente (comunque bella, come direbbe Battisti), i giornalisti cinici, lo psichiatra supponente (Crepet?) ... Pare di essere capitati nella rivisitazione distorta di una commedia plautina condita in salsa pulp. Deve essere per questo che è piaciuto tanto: perchè concorre a quella visione semplificata, apocalittica e scontata della scuola (e della società) che oggi va tanto di moda. Ma siccome la banalità va travestita (sennò come fa a passare per profonda e intelligente?),  per l'operazione si utilizza una prosa che vorrebbe essere ... boh, iperrealistica? espressionistica? postmodernistica? 

Si veda un esempio per tutti: mise en abîme con punto nero.
Il suo naso era tempestato da una miriade di punti neri. Una distesa di piccoli crateri scavati nei pori dell'epidermide da depositi di grasso e di varie sostanze inquinanti sospese nell'aria. Ben presto, una di quelle minuscole buche riempite di feccia si dilatò fino diventare una voragine. Il punto inghiottì lo spazio. Mentre il corpo vacillava e la mente stordiva, quello che rimaneva di Andrea udì la voce partorita dal deserto della sua coscienza.
Come si vede un'orgia di parole che maschera la scarsa originalità della scena (protagonista in - voluta - crisi d'identità davanti allo specchio, alla faccia di Pirandello: un peeling no? anche perchè l'analogia punto nero - buco nero ecco, mi pare un gocciolino forzata).

Date un'altra occhiata: Le capacità logico - matematiche del suo intelletto, in radicale secessione dalla volontà, stavano addizionando il numero delle persone intrappolate nell'ingorgo e lo moltiplicavano per le due ore necessarie allo smaltimento del traffico, poi moltiplicavano ancora il risultato per il numero di volte in cui quegli stessi viaggiatori si sarebbero trovati nella medesima situazione nell'arco della loro vita, infine elevavano il risultato al quadrato, al cubo, all'ennesima potenza, proiettandolo sul numero totale degli individui che nel mondo vivevano in condizioni di viabiltà tali da richiedere un così salato dazio al tempo dell'esistenza. E che è? Il quiz settimanale della Settimana Enigmistica mischiato agli annunci di Onda Verde, Viaggiare Informati?

Via, basta. Altrimenti mi accascio sulla tastiera in una rinnovata sghignazzata, e non sta bene. Concludo con l'ultima doverosa citazione: L'istituzione scolastica era ormai divenuta il ricettacolo di frustrati, falliti, inetti, mediocri, parassiti, nella migliore delle ipotesi, e di personalità disturbate, psicolabili, stressati, depressi, sadomasochisti, nella peggiore. Più Andrea procedeva nella rilettura del suo diario, più sfogliava a ritroso l'album di famiglia del corpo docente, più vi ritrovava quasi soltanto l'immagine di madri dolorose, fossero essi maschi o femmine. E quei pochi padri che vi comparivano avevano i sorrisi tirati, gli occhi cerchiati, i postumi del doposbornia. Perdigiorno avvinazzati, scioperati, puttanieri ringhiosi e violenti. Quali effetti si poteva sperare che avesse nello sviluppo mentale di un ragazzino il fatto di crescere in una famiglia del genere?

Ora, ammettendo che il mondo della scuola sia così (ma io non sono affatto una mater dolorosa: sono, come dichiarato, una che ride, e parecchio, e di cuore), che dire delle lobby dell' editoria? No. scusate, dopo la farsa dell'autocandidatura di Scurati allo Strega, e questi edificanti raccontini,
e questi gentili scambi di cortesie, quale descrizione potrebbe adattarsi a tale eletta congrega? Che la prosa di Scurati, comunque, non abbia perso certi vizi anche nell'ultimo romanzo, Il Bambino che sognava la fine del mondo, lo lascia intendere questa recensione.
E allora, per non apparire troppo prevenuta, sapete che vi dico? Lo comprerò. Male che vada, mi faccio quattro risate.
postato da floria1405 alle ore 19:27 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
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|categoria: cultura, libri, scuola, scritture




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