contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
10/11/2009

Metodo, ragazzi, ci vuole metodo!

Stamani, una mia alunna di prima, una ragazzina svaglia e per niente demotivata, dopo essersi beccata un triste quattro al primo compitino di storia, mi fa: "Prof, posso essere interrogata la prossima volta? Sa, sono piuttosto preoccupata ... perché io non ho metodo, non mi riesce memorizzare ... è sempre stato il mio problema". Naturalmente l'ho rassicurata. Ci mancherebbe che un quattro in questa fase dell'anno scolastico dovesse condizionare il rendimento futuro. Pensa di non avere metodo? Glielo insegneremo. Il quattro è servito giusto a segnalare un problema: un problema di metodo, appunto.

Il metodo ... il fantasma minaccioso che vaga da sempre nelle aule scolastiche. "Suo figlio non ha metodo", tipica frase fatta che echeggia stancamente nel corso della maggior parte dei ricevimenti, con tutta una serie di varianti più o meno scontate. D'altra parte, una gran quantità di libri di testo, dalle elementari al triennio liceale, è ampiamente corredata di indicazioni, schemi, mappe concettuali, consigli e ammonimenti su come si studia, come si prendono appunti, come si traduce, come si svolgono gli esercizi di matematica, come ci si autovaluta, come si scrive un tema e chi più ne ha più ne metta. Ma questo benedetto metodo è come l'Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

Negli ultimi tempi, poi, si è deciso, come dire, di tagliare la testa al toro: non hai metodo? peggio per te. Io ti boccio, ti rimando, e chi si è visto si è visto. Mica posso perdere tempo e fiato con te. Passata l'ubriacatura di didattichese che ci aveva ammorbato dopo la breve stagione berlingueriana, si è ritornati decisamente ai santi vecchi: tempi e mezzi sono quelli che sono, e l'unica strategia possibile sembra essere quella di ingozzare come oche gli alunni di nozioni destinate ad essere più o meno (mal)digerite. E per chi non ce la fa a seguire questa dieta poco salutare, tanti saluti

C'è qualcosa che non torna. Dopo tutte le chiacchiere sulla cosiddetta didattica "metacognitiva", quella che dovrebbe permettere di "imparare a imparare", siamo al punto che l'unico rimedio possibile, per chi se lo può permettere, sono le ripetizioni private, i tutor personalizatti e (orrore orrore!) il Cepu? Leggete questo articolo di Repubblica, un articolo che odora di antico ... in fondo anch'io ho cominciato la mia carriera, nei primi anni Ottanta, dando ripetizioni ai ragazzini rimandati a settembre: ma da quel tempo ormai remoto ci separano anni e anni di pubblicazioni, studi, chiacchiere pedagogico-didattiche. Eppure il cerchio si è chiuso e si tenta di giustificare il ricorso massiccio agli studenti universitari ansiosi di arrotondare i loro magri bilanci con giustificazioni abbastanza risibili: "Questi giovani possono essere un modello per i ragazzini: sono più grandi di loro, ma non ancora adulti, entrano facilmente in comunicazione, si scambiano mail o notizie musicali... E c'è anche un altro messaggio: il ragazzo di 20 o 22 anni che viene a darti lezioni è qualcuno che ancora studia ma intanto lavora per rendersi autonomo, come anche tu potrai fare tra pochi anni". Ma per favore!


Mi piacerebbe sapere, al contrario, perché una ragazzina in gamba come quella che ho ricordato a inizio post, una che ci tiene e che ha concluso la scuola media con pieno successo, possa ammettere candidamente e in tutta sincerità di non sapere davvero come si studia, di non essere capace di memorizzare e di prendere appunti. E non è la sola, anzi: questi casi si moltiplicano. E' sconfortante constatare che non pochi studenti universitari si ritrovano alle prese con problemi "metacognitivi", quegli stessi problemi che noialtri  reduci della vecchia scuola avevamo in qualche modo già risolto, più o meno da soli, senza mappe concettuali o slides in powerpoint, in prima media.

Io qualche ipotesi ce l'avrei. Ma in attesa di completare la mia argomentazione in un post successivo, mi piacerebbe conoscere anche l'opinione di qualche collega. O, meglio di tutto, di qualche studente.
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12/10/2009

Tre Insegnanti

Io mi sono fatta il blog, a suo tempo, con l'idea che, a prescindere dal numero dei lettori eventualmente conquistati, almeno avrei avuto la possibilità di descrivere quello che nessuno (giornalisti, intellettuali, politici, supposti esperti) si prende la briga non solo di raccontare ma, almeno, di vedere: la vita di una persona comune che, incidentalmente, di mestiere fa l'insegnante e che ha la pretesa, non così assurda a ben vedere, di sapere per esperienza diretta che cosa significhi entrare in classe ogni sacrosanta mattina per fare lezione agli adolescenti. Ma per molti aspetti la mia voce da sola non basta più. Ascoltate queste tre storie: Mariaserena potrebbe essere stata mia insegnante, io potrei essere stata prof di Costanza. Tre generazioni di docenti a confronto. La scuola è anche questo.

Lorenza

Mi sono laureata nel 1983, a ventidue anni. Mi sono ritrovata in cattedra subito, in una scuola privata, Nell' 86, come vincitrice di concorso, il primo anno di ruolo alle medie, Nell'87, la cattedra liceale. Sono ventisei anni che insegno: più di un quarto di secolo, un'enormità. Mi piace sempre insegnare? Maledizione, sì. Quando in qualche terza apro per la prima volta la Divina Commedia e comincio a leggere l'Inferno, ci credereste? Mi trema sempre la voce. Perché amo quello che faccio. Non c'entra niente lo spirito missionario o altre bazzecole del genere. C'entra Dante, magari. O la poesia latina. Sentire la bellezza di quello che ho studiato, che studio,  e avvertire la necessità fisica di comunicare questa bellezza ad altri. Retorica? Vi sembro retorica?

Echissenefrega.

Sapete qual è una delle più belle telefonate che ho ricevuto in questi anni di insegnamento? Quella di un ex-alunno, ormai all'università, che mi telefonò per chiedermi: "Ti ricordi quel libro che ci citasti in terza? Quello che parlava del "Potere dei senza potere"? Chi era l'autore?" L'autore era Vaclav Havel, e mai avrei pensato che a distanza di cinque anni o giù di lì quel ragazzo si sarebbe ricordato di quella citazione, buttata lì per caso in una discussione sui fatti di Tienanmen (già, la Storia con la maiuscola ci è passata sotto il naso, per quanto da lontano, mentre noialtri continuavamo a tirare avanti nelle nostre aule un po' squallide: la caduta del Muro, Tangentopoli, la dissoluzione della ex Jugoslavia, la prima e la seconda guerra in Iraq, Berlusconi uno, due e tre, le Torri Gemelle, il G8 di Genova, Bush, la crisi finanziaria, Obama ... e la scuola italiana sempre lì, e sempre lì qualcuno che per un verso o per l'altro evoca il fantasma del 68, povero 68 che ormai appare più remoto del Giurassico). Il potere dei senza potere, di quelli come me, come noi, che, semplicemente, credono in quello che fanno. Quella telefonata fu una rivelazione.

Ma io sono stata fortunata. Pensare che per anni ho rimpianto la possibilità di fare ricerca all'università, scelta che ho dovuto scartare a suo tempo per l'improvvisa disgregazione della mia famiglia d'origine. Non sono comunque stata a piangere sul destino cinico e baro. Ho giocato la carta dei concorsi, visto che allora i concorsi c'erano, e ho vinto al primo colpo. Seduta in cattedra a ventisei anni, praticamente inamovibile. Gettata in braccio ad una vocazione che, prima, troppo giovane e ambiziosa, non avevo voluto vedere. L'ambizione ha preso un'altra strada: quella della responsabilità. Responsabilità verso me stessa e verso i miei studenti.

Mi sono arrabbiata spesso in questi anni, per l'approssimazione delle scelte politiche che ci hanno riguardato, per la pessima immagine che della mia professione veniva scientemente e demagogicamente data dai media, per le riforme mancate, per gli annunci spot, per l'assurdità della burocrazia scolastica, per le chiacchiere dei ministri e l'acquiescenza dei colleghi:  e delle mie arrabbiature, da quando ho aperto Contaminazioni, ho dato puntuale resoconto in queste pagine. Oggi, a volte, mi sento disarmata. Mi pare che la scuola sia abbandonata a se stessa, alle sue contraddizioni, e che la situazione stia precipitando troppo rapidamente. Poi, ogni mattina, entro in classe, guardo i ragazzi e mi dico che, finché si può, bisogna resistere.

Ma ... e se avessi ventisei  (o trenta, trentacinque) anni adesso, sarei comunque così determinata, nonostante tutto? Appesa a un pettine o a una coda, per quanto brava e motivata e preparata? Sarei ancora capace di dire "resistere resistere resistere"?

Maria Serena

Le parole che sempre più di frequente si usano per descrivere la situazione dei nuovi lavoratori sono disillusione, delusione, frustrazione e, purtroppo, rassegnazione.
Li chiamo nuovi lavoratori e non giovani (perchè spesso hanno intorno ai 40 anni) e cerco di non chiamarli precari, anche perchè siamo ad una situazione di precarietà elevata a sistema per cui è una precarietà fissa. Francamente ho difficoltà a trovare le parole.

Io sono in una situazione, credo precedente, ma simile a quella descritta da te; laurea a 22 anni, quattro anni come borsista e nel frattempo abilitazione per esami poi concorso per titoli ed esami e la cattedra. Quindi ho lavorato ininterrottamente da ottobre ’69!
Ci sarebbero, però, da aggiungere tante altre cose: al mio tempo le medie non erano dell'obbligo , le bocciature e le esclusioni iniziavano alle Elementari, alla laurea si arrivava dopo infinite selezioni.
Certamente tutto ciò avrà la sua  importanza.

Ma cos'ha a che fare con la precarietà? Secondo me forse poco. L'ho ricordato, tuttavia, perchè la mia formazione era, già dall'infanzia, improntata a un atteggiamento mentale che non voglio definire aggressivo, ma combattivo sì; e oltre ad essere combattivo si sapeva adattare (senza farsi sopraffare) anche ai difetti della realtà. Per cui le lunghe code per le iscrizioni all’università, gli appelli agli esami anche senza calendario (a volte tutti ammassati e ci interrogavano fin che il professore diceva: basta, andate via tornate domani), le aule universitarie strapiene e dense di fumo, le dispense che non sempre c’erano, l’obbligo di frequenza e il piano di studi rigidissimo... insomma abbiamo affrontato tutto, e superato davvero tante fatiche e frustrazioni spesso ingiustificabili, pre-sessantottine (sono giurassica: mi sono laureata a luglio ’69) che oggi farebbero gridare allo scandalo e al “non ne posso più”. Io/noi invece inghiottivamo, ci arrabbiavamo e proseguivamo.  

Torno a dire che con la precarietà tutto questo ha poco a che fare. Ma quei percorsi erano importanti per la formazione della personalità: quando oggi vedo i precari in mutande io mi innervosisco un po’ e mi chiedo perchè una categoria di docenti non riesca a mettere in atto una forma di manifestazione non dico più dignitosa (la dignità con la mutanda si apparenta anche nella pubblicità) ma più incisiva, seria, propositiva e tutto sommato più cattiva. Io, ragazza attempata e nelle retrovie ho scritto una nota sugli errori della Gelmini e molti altri interventi. Perchè? Che me ne viene? E’ forse la mia battaglia questa? Lo è solo lateralmente: ma il fatto è che quando sei stata tutta la vita sulla barricata ci rimani. Quando hai amato tutta la vita la tua missione (lasciatemi usare una parola di sentimenti) non la molli e continui a crederci. Non credo invece in una lotta fatta in mutande.

Io piuttosto avrei aperto un tavolino davanti alle scuole offrendo lezioni gratis! Avrei scritto un libro bianco insieme ai colleghi, avrei assediato di email tutti: redazioni, tg, istituzioni, parlamento, ministeri, provveditorati. Avrei assediato Rai e Mediaset. Avrei avrei avrei.... probabilmente sembro matta. Ed ho un’età in cui tutto questo non lo posso fare.   Però vi sembra giusto accettare ospitalità alla manifestazione della Stampa e parlare da un microfono non nostro e solo per gentile concessione? Vi sembra giusto che tutti i media televisivi glissino sulla scuola e altri ne parlino solo per dir male (per carità la libertà consente tutto) di Berlusconi? La sinistra che ha fatto per la scuola? E dove sono le proposte loro e nostre? E’ giusto dire VOGLIAMO IL LAVORO. E’ fondamentale. Io sottoscrivo. Ma vogliamo anche dire dove e quali sono gli errori della politica nei confronti della scuola? Vogliamo dire che non ci sono solo ginnasi e licei frequentati da quieti adolescenti o ragazzi motivati, ma ci sono scuole dove  dilagano droga e bullismo, disagio e abbandono ecc ecc ? Vogliamo dire anche quali sono le nuove emergenze dell’educazione dei giovani e con quali proposte si intende affrontarle?

Io mi permetto di dire “meno mutande e più professionalità”. La cultura deve farsi rispettare; anche cominciando dall’abito. Ma certo non solo da quello. Quando si è rifiutati dal mondo del lavoro io credo si debba avere la lucidità di puntare il dito non solo contro la classe politica al governo, ma anche contro la latitanza dei sindacati e dell’opposizione, contro l’atteggiamento autoreferenziale della casta mediatica e, purtroppo, anche contro la diffusa perdita della coscienza politica e dei diritti del cittadino. Perdite che si possono ripianare solo con l’impegno. (Anche la parola “impegno” è decisamente attempatella, mi somiglia.)

Costanza

Con la mente ancora annebbiata stamattina, come Don Abbondio un istante prima di ricordarsi dello scomodo incontro, ho buttato gli occhi su un oggetto di uso comune e ho ricordato di colpo tutto. Il pettine. Inserimenti a pettine. Il ricorso per l'inserimento a pettine. Il ricorso contro l'inserimento a pettine. Quale fare? quale rifiutare?

 Mi sembra  lontano il biennio della SSIS (2004-2005): avevo il pancione ed ero tra le più giovani (classe 78, sessione di laurea 2001-2002); ho cominciato la ssis dopo aver "congelato" il dottorato di ricerca per "scongelare" (sono termini tecnici anche se grotteschi) il posto conquistato alla SSIS superando un concorso tanto estenuante  quanto grottesco nella misura in cui i posti disponibili non erano pochi ma soprattutto poichè -se non ricordo male- l'accesso fu consentito anche ai "soprannumerari" senza grosse difficoltà (qualche pagina in più da studiare agli esami disciplinari). La voce che il V sarebbe stato l'ultimo ciclo SSIS ha funzionato da catalizzatore prolungandosi per i successivi quattro cicli, fino all'effettiva disattivazione. I concorsi sempre più affollati ma, soprattutto,i posti sempre più numerosi rispetto all'effettiva necessità: una macchina dove lavoravano molte persone, una preziosa fonte di entrate per le Università. Questo è fuori discussione. Due anni pesanti, davvero pesanti perchè era palese che, al di là della gratificazione del voto e degli elogi, alla fine eravamo messi tutti sullo stesso piano: tutti abilitati, tutti futuri insegnanti -bravi e meno bravi- ma soprattutto tutti destinati a un lungo precariato. Ho cominciato a lavorare appena abilitata e non ho mai smesso, rifiutando una notevole quantità di supplenze dei presidi durante i quattro anni passati, disillusa e pronta a non aspettarmi il ruolo prima dei 35 anni.

Durante il mio secondo anno di servizio ho approfittato della (seconda) maternità per scongelare il dottorato, scrivere la tesi e discuterla. Un titolo in più. Appena entrata nelle permanenti (2005) mi sono stupita -non nego che sia stato persino piacevole e appagante- dell'esemplarità dei miei dati anagrafici rispetto a quelli della maggior parte dei colleghi inseriti nelle "mie" graduatorie: pochi nati negli anni settanta, pochissimi quelli nati dopo il 1975. Mi sono inacidita quando qualcuno ha giudicato ingiusta la regola per cui tra due abilitati con pari punteggio e condizioni, entrati in graduatoria nello stesso anno, quello più giovane passa avanti. Ho pensato (cinicamente?) che qualcuno avesse sostato più del dovuto all'Università per laurearsi fuori corso o riporre troppo a lungo le stesse mie vane speranze nella ricerca; o che, più semplicemente, i concorrenti più attempati avessero pensato tardi (troppo tardi?) all'insegnamento e, nel frattempo, fatto altro.

Io l'insegnamento l'ho scelto un po' per ripiego, per la sicurezza che le mie scelte di vita privata mi oobligavano a cercare ma, appena ho messo piede in una classe, ho capito di essere nata per questo, per la condivisione e la trasmissione del sapere, della fatica e della gioia della conoscenza e dell'impegno.
La mia posizione e il mio statuto di precaria hanno cominciato a pesarmi, nella sostanza, solo per la mancata certezza di riavere le mie classi, di continuare un percorso umano e didattico in cui non ho mai smesso di credere. L'ansia del posto fisso non mi appartiene.
Spesso mi chiedo che cosa potrebbe migliorare la qualità del mio lavoro e la prima risposta riguarda sempre la mia preparazione: avrei potuto, dovuto, studiare e leggere di più, adottare un rigore e una disciplina ancora maggiori. Stiamo pagando il fio di una scuola aperta ed eccessivamente lassista? Stiamo scontando la conquiste egualitarie? Stiamo facendo i conti con il fantasma di Gentile? Eppure ho avuto la fortuna di frequentare scuole abbastanza serie, superare esami difficili, avere genitori esigenti e intransigenti su certi aspetti, per esempio riguardo alla necessità di laurearmi in corso.

Osservo la differenza, quest'anno per la prima volta, tra le potenzialità didattiche che offre una classe di ginnasio di quattordici ragazzi rispetto a una di liceo scientifico di trentuno: imponderabile. Questo dato di fatto mi porta a ridimensionare la severità verso me stessa e alimentare l'indignazione verso annose politiche scolastiche senza colore e senza partito che rispondono solo ad esigenze di risparmio o di recupero fondi per le università (il caso SSIS), condite, di volta in volta, da ottuse rivendicazioni egualitarie o da assurdi richiami a un rigorismo costruito sui grembiulini, i maestri unici e i voti di condotta ma, parallelamente e vilmente, anche sulla svalutazione in toto della professionalità e serietà dei funzionari pubblici, insegnanti inclusi.

Se quest'anno molti precari non hanno (ancora) lavorato la causa va cercata nelle politiche di ridimensionamento per eccesso del numero di alunni per classe;  se gli sfortunati neo laureati in lettere anche molto bravi non hanno nessuna possibilità di lavorare nella scuola, la causa va cercata nell'assurda politica che per anni ha abilitato migliaia di insegnanti con la certezza assoluta che non c'era e non ci sarebbe stato posto per tutti. E la conseguenza è che si è tolta alla scuola l'opportunità di avere insegnanti giovani, motivati e preparati. Oggi quelli che lavorano rischiano di vedersi scavalcati da un esercito di precari (quasi sempre già avanti con l'età e con il punteggio e quasi tutti dal sud) inseriti "a pettine" che, in molti casi, non credo saranno in grado di garantire continuità e serenità alla proprie classi, per ovvie ragioni logistiche.

I precari sono solo quelli che perdono il massimo in questo sfascio, quelli che ci rimettono in termini economici ma è la scuola nel suo complesso a subire il maggior danno; e la scuola sono tutti gli insegnanti, gli alunni, i genitori, e tutto il resto del personale. Se tutte queste categorie non si uniranno in una protesta comune e prolungata e i sindacati, sempre divisi tra loro, continueranno a fare l'opposto di quello che dovrebbero fare; se, ancora una volta, si sposterà l'attenzione dal generale a particolare (in questo momento la situazione degli imbarazzanti "precari in mutande" da cui mi dissocio) il processo inesorabile e malcelato di affondamento della scuola pubblica giungerà molto rapidamente a buon fine, con buona pace di tutti gli istituti privati che già si fregano le mani e incassano privilegi.

I ricorsi... ho deciso di fare quello contro l'inserimento a pettine ma, in fondo, niente mi impedirebbe di farli entrambi cadendo in una contraddizione tutto sommato pacifica, visti i tempi che corrono.

Scritto di getto col cuore, la bile e le bimbe che mi ronzano intorno

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11/10/2009

Caos

Giuro, in questa faccenda dei precari della scuola ho perso completamente la bussola. Tutti, per ora, inneggiano alla sentenza del TAR che commissaria il Ministro. Magari la Gelmini è antipatica, non dico no, magari ha gestito goffamente l'intera faccenda (lei in prima persona o i funzionari del Miur?), ma la radice del pasticcio non risiede per caso nella precedente gestione Fioroni che, istituendo le graduatorie ad esaurimento (peraltro assai invise ai Cobas) e relativo regolamento, prevedeva che chi intendesse trasferirsi in altra provincia, contestualmente al primo aggiornamento del 2009, fosse comunque collocato in coda alla graduatoria? E non è forse  vero che, come mi è parso di capire, al momento della riapertura delle suddette graduatorie, gli stessi sindacati abbiano dimostrato forti perplessità riguardo al  rovesciamento del criterio appena ricordato? Va bene, la Gelmini, lungi da risolvere il problema del precariato, lo ha aggravato con la sua insipienza giuridica e la sua arroganza ideologica, aprendo la strada al ricorso dell'Anief ... ricorso che peraltro genererà altri ricorsi ... e così via, all'infinito, nella totale incomprensione di quei cittadini che, pur avendo a che fare con la scuola, come genitori o studenti, non hanno la minima possibilità di raccapezzarsi in questo marasma.

Su una cosa la Gelmini ha ragione, comunque: non è stata lei a inventare il precariato, piaga che nella scuola si trascina da decenni. Che l'attuale Ministro sia incapace di affrontare la questione, se non in chiave di annuncio demagogico, è un'altra faccenda. Ma non è che altri, prima di lei, abbiano fatto tanto meglio. Indicativa a questo proposito l'intervista rilasciata da Tullio De Mauro all'Unità. Queste le sue parole: "«Da più di vent’anni non sono stati fatti concorsi pubblici regolari per le assunzioni dei docenti nelle scuole, l’ultimo si è tenuto durante il ministero Berlinguer. Così la mancanza di concorsi ha accumulato precariato. Da anni e anni è stato sfruttato nel modo più bieco l’uso dei lavoratori temporanei». Un accumulo negli ultimi vent’ anni? «Sì, è diventata una pandemia. D’altra parte la scuola si è retta proprio su questo. Erano state delineate delle vie d’uscita, discusse con i precari stessi e i sindacati, ma sono state abbandonate».

Insomma, se qualcuno mi aiuta a chiarire le idee e suggerisce eventuali alternative, ne sarei felice. Perchè, per il momento, la penso come il buon De Mauro, quando afferma: «Mi piacerebbe, anche sui precari, vedere delineata una linea alternativa dalle forze d’opposizione. Mi sarà distratto, però vedo solo tante mozioni e non vedo proposte.. Se il programma è l’atrofizzazione culturale, si apre uno dei problemi di fondo della società italiana».


(Così, per sfizio, provate a dare un'occhiata ai commenti in coda all'articolo del Manifesto. Ne ho letto uno illuminante che riporto per intero. E non mi pare che c'entri qualcosa la Lega, no?

MA COME FATE A PARLARE COSI' SENZA ALCUNA INFORMAZIONE?
La legge del 2007 prevedeva l'iscrizione in UNA SOLA GRADUATORIA PROVINCIALE, A SCELTA! e poi basta inserimenti, basta immissioni ulteriori. Ognuno di noi precari aveva la scelta davanti, trasferirsi dove meglio credeva, oppure restare nella propria provincia. Su questa scelta sono basate migliaia di vite come la mia che hanno sofferto anni di precariato, di conquista dell'abilitazione, di difficile convivenza con l'incertezza di una nomina. Ed ora? Tutti a casa, surclassati da docenti del sud che per necessità hanno spinto la loro voce fino alle nostre provincie. Vero che è un loro diritto, ma vero anche che andava esercitato quando potevano scegliere.
Io non avrei affrontato due anni d'inferno per l'abilitazione a 40 anni suonati se avessi saputo che da primo in graduatoria mi sarei trovato 18mo e senza alcuna prospettiva di lavoro. Non avrei aperto un mutuo se avessi saputo che il mio posto conquistato in 17 anni di servizio, in attesa del ruolo, difeso perentoriamente da una legge che mi garantiva la chiusura della graduatoria, sarebbe stato invece messo in forse dalla precarietà generale oramai diffusa a tutto, anche alla certezza del diritto
).
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17/09/2009

Ebbene, mi hanno scippato il post (prima che lo scrivessi, s'intende)

Quelli di "Carta" mi hanno scippato il post. E' da un po' che medito su Giorgio Israel e sulla commissione da lui presieduta, commissione che ha partorito uno strombazzato documento sulle nuove modalità di reclutamento del docente del futuro. Più leggevo il documento, più avvertivo una fastidiosa sensazione di già visto e già sentito. Talmente fastidiosa che ho rinunciato a commentare: o meglio, ho rinunciato a ragionare dell'ennesimo polpettone in salsa ministeriale che viene calato dall'alto sulle fragili spalle dell'esausta scuola italiana.

Poi è scoppiato il caso. Siccome un illustre anonimo sul sito "comedonchisciotte.org" si è abbandonato ad un'esternazione  demenziale, nei toni e nel contenuto ("La Gelmini a questa riforma sta dando solamente il nome e la faccia. In realtà, l'artefice dietro le quinte di essa, il puparo, è l'ebreo Giorgio Israel. Come lo era Biagi, il riformatore della legge del lavoro, come lo è quel nano malefico di Brunetta." ), si è scatenato un putiferio mediatico. Sono intervenuti un po' tutti, lamentando la violenza del commento, l'antisemitismo implicito, la minaccia velata (il riferimento a Biagi, per intenderci) etc etc: la Gelmini, Sacconi, Feltri, Gianantonio Stella, Paolo Granzotto, Fiamma Nirenstein ... Insomma, se siete utenti di Internet e un minimo interessati a queste faccende, conoscerete la storia, per cui vi risparmio ulteriori commenti e link, limitandomi a citare l'ultimo  post del diretto interessato, dall'emblematico titolo Allievi di Goebbels, sull'argomento. Un gran polverone, nel quale, ahimé, è stato fagocitato proprio il lavoro della commissione Israel. Mi chiedo: a questo punto sarà possibile criticare il documento senza incorrere nel sospetto di essere mossi da abbietti motivi,  o no? (Per inciso, un'analoga riflessione, forse, va fatta a proposito della legge Biagi: chiunque non la condivida deve essere per forza tacciato di contiguità con il terrorismo?
Quanto a Brunetta: "nano malefico" è epiteto forte, indubbiamente, ma, com'è noto, non è che il soggetto sia esattamente un esempio di  bon ton nelle sue esternazioni).

E finalmente ho trovato chi mi  ha risparmiato il lavoro che avevo intenzione di compiere a uso e consumo dei lettori di "Contaminazioni", ovvero un puntuale controllo del curriculum scientifico e/o pedagogico-didattico dei membri della commissione Israel, gli esimi esperti che, di fatto, hanno tracciato il profilo futuro della docenza nel nostro Paese: informazione che mi pare assai più interessante e significativa rispetto agli insulti  senza argomentazione e al conseguente riflesso condizionato dell'indignazione (strumentale) sparata in prima pagina. Nel sito di Carta, infatti, ho trovato quest'articolo di Salvo Mangione, che merita di essere ampiamente citato (le sottolineature in grassetto sono mie):

Il testo riporta in calce la firma dell’intera commissione di esperti composta da sei docenti universitari, tre funzionari del Dipartimento Istruzione, due funzionari della Direzione generale dell’Università, un avvocato, capo dell’ufficio legislativo, un consigliere del Consiglio nazionale degli studenti universitari, e un dirigente di cui non viene specificata la carica.
Siamo andati a dare un’occhiata al curriculum degli esperti. Su internet si trova di tutto, non solo minacce, ma anche informazioni utili. Solo in un caso su sei abbiamo riscontrato una breve [tre anni circa] esperienza d’insegnamento nelle scuole. Per il resto una lunga lista di onorificenze accademiche, ponderosi studi di materie scientifiche, filosofiche e socio-pedagogiche, incarichi prestigiosi presso le Università italiane ed estere e tanti, tanti interventi alle conferenze sulle Ssis [le Scuole di specializzazione per l’insegnamento], in cui, in qualche caso, hanno insegnato pure loro.
Al termine dell’istruttivo viaggio nella multiforme personalità di questi docenti, i cui interessi spaziano dalla cosmologia alla formazione delle galassie, dalla creatività artistica al più scivoloso studio del desiderio e piacere, il senso di disorientamento s’è rafforzato, al punto da obbligarci a chiedere per quale ragione un gruppo di professori universitari che ha svolto tutta la propria carriera nelle aule accademiche debba scrivere le teorie della formazione della nuova classe docente. E ancora, quale conoscenza approfondita dei problemi dell’insegnamento nelle scuole e dei bisogni didattico-educativi dei discenti e dei docenti hanno acquisito in questi anni di insegnamenti accademici? Di quali dinamiche scolastiche [quotidiane] sono in possesso? Forse in quanto genitori? O amici di insegnanti?
L’esperienza delle Ssis, chiusasi in maniera ingloriosa, non ha consegnato solo un precariato sempre più numeroso. Ha indicato a chiare lettere che non si può affidare la scuola pubblica in mano alle Università, perché le Università poco o nulla sanno di scuola pubblica. Mentre invece molti docenti di scuola con anni d’ esperienza alle spalle, ma senza pedigree, non vengono presi in considerazione, né consultati, in quanto non sarebbero in grado di teorizzare a sufficienza. Il rischio, dunque, non è solo la precarietà, ma l’ennesima elaborazione teorica di chi, per dirla alla maniera di Flaiano, avanza la pretesa d’indicare la strada da seguire, ma non sa guidare.

Ecco, appunto. Non è che il documento in questione dica cose sbagliate, o non condivisibili in linea generale e teorica. E', semplicemente, aria fritta. Io li vorrei vedere, questi signori, alle prese con i ragazzini veri, con i problemi autentici che fare scuola quotidianamente implica, in strutture spesso inadeguate, con disponibilità orarie risibili, con strumentazioni inefficaci e insufficienti, in un contesto confuso e contraddittorio, dove spesso, al di là delle buone intenzioni, si è costretti a fare ricorso all'italica dote di arrangiarsi con i proverbiali fichi secchi. Il fatto è che, al solito, si parte dal tetto prima di scavare le fondamenta: predisporre strutture, riflettere seriamente sugli obiettivi, fare i conti con l'esistente. Magari, che so, investire di più e più intelligentemente invece di tagliare senza pietà. Ma no: si inventa un bel documento autoreferenziale, si fa (a suo tempo) un bel battage pubblicitario (ecco a voi, signore e signori! Tirocinio Formativo Attivo, mica noccioline! Più inglese! Più computer) doverosamente generico ... e poi? Poi un cretino qualsiasi con un commento in stile troll fa sì che si inneschi ua tempesta mediatica che, al solito, sposta altrove la vera questione e la nasconde in un velo do oblio.

E vabbè. Continuiamo a parlare d'altro.
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16/09/2009

Sto per fare delle affermazioni scomode ...

... ma comunque mi sento di scriverle, e quindi procedo. In fondo ho il blog per questo.
Credo che non ci siano dubbi sul fatto che la demagogia di chi ci governa abbia ormai superato il livello di guardia. Ma la demagogia, in genere, fa leva su motivi reali di malcontento. Chiediamoci perché, nonostante tutto, certi proclami, certi provvedimenti, incontrino il favore della gente.

Prendiamo la scuola. La confusione è totale e le mosse del Ministro sono del tutto inadeguate. Le sue esternazioni preoccupanti. Ma Gelmini non è l'unica colpevole, non è il "male". Le radici sono remote.

"Fuori la politica dalla scuola", "Bisogna tornare al merito e alla severità", "E' finito il Sessantotto, è finita la stagione del permissivismo". Sono questi, all'incirca, gli slogan che passano. Intanto si tagliano posti di lavoro, si accorpano classi, si cancellano scuole, si azzerano anni di esperienze didattiche, si impoveriscono i finanziamenti. Sale sulle ferite, rimedi peggiori del male.

E tuttavia. Guardiamoci in faccia e valutiamo la realtà. Per com'era, per com'è. Ci sono o non ci sono docenti incompetenti, impreparati, faziosi, fannulloni? Quanto denaro pubblico, negli anni, è andato sprecato in iniziative pretestuose, in progetti mai valutati, in abbozzi (o aborti) di riforma che sono presto finiti nel dimenticatoio? Quante chiacchiere in scolastichese abbiamo ascoltato, quanti corsi di aggiornamento privi di reale spendibilità nel nostro lavoro ci siamo sciroppati, quanta carta è andata sprecata in verbali che nessuno si è mai preso la briga di leggere, dopo riunioni chilometriche che partorivano il niente? Quante autogestioni studentesche demenziali abbiamo subito,  quante assemblee perfettamente inutili abbiamo tollerato? Quanti furbetti (colleghi, genitori, studenti) abbiamo visto cavarsela senza merito, barcamenandosi astutamente nelle pieghe di un sistema impazzito?

Certo, Gelmini e Tremonti intervengono nel caos a colpi di machete, buttano via il bambino con l'acqua sporca, procedono con sicumera non alla cura e al miglioramento del sistema pubblico di istruzione ma al suo definitivo smantellamento. Ma il punto è un altro. Il punto è che sono nelle condizioni di poterlo fare, con il consenso dei più. Che magari per conformismo hanno taciuto e subito e ora, finalmente, si sentono dalla parte della ragione. E plaudono.  Dopo le prevedibili proteste autunnali, esattamente com'è accaduto nell'anno passato, inghiottiremo l'amaro boccone, a meno che gli equilibri politici non mutino per altre ragioni.  Perché la  demagogia della destra al governo è, in fondo, la risposta prevedibile ad una demagogia di segno opposto che negli anni ha progressivamente logorato la scuola.

E la scuola, per l'ennesima volta, sarà l'unica vera vittima: una scuola (pubblica) che dovrebbe aiutare  a superare le disuguaglianza, rispettare le persone, garantire a tutti pari occasioni formative, essere aggiornata, funzionale, efficace. Non lo era prima, non lo è adesso, non lo sarà in futuro. Chi oggi approva, non si illuda. Ma chi protesta, non manchi di fare un doveroso esame di coscienza.

postato da floria1405 alle ore 18:34 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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|categoria: scuola, personale, gelmini




13/09/2009

Domani comincia la scuola

Domani comincia la scuola e, naturalmente, per una prof è doveroso scriverne. Chissà perché non mi viene in mente altro se non " Che Dio ce la mandi buona"? Quest'anno scolastico non inizia sotto i migliori auspici. Troppa confusione, troppe polemiche. Le proteste dei precari, i tagli, una riforma che non è una riforma, la serafica Gelmini che non perde occasione per gratificarci delle sue perle di saggezza, i telegiornali con la loro propaganda ...


No, non ho voglia di parlarne. Avrò tempo e modo in futuro: il blog mi serve anche a questo, in fondo. Ma non solo. Qualche giorno fa, su Facebook, un mio amico comunista mi ha rimproverato per la mia moderazione: dice che mi lamento troppo, ma alla mia protesta, come si dice, mancherebbe il condimento di una proposta che sia davvero "alternativa". Non so, forse vuole convincermi a fare la rivoluzione, e invece si trova a discutere con una scribacchina che
dà fiato solo ai suoi umori e malumori.

E il mio umore di stasera mi suggerisce solo una cosa. Ho una voglia matta di entrare in aula, domani, e di conoscere i miei nuovi alunni. Ho una voglia matta di insegnare latino. E storia (antica). E letteratura. E la grammatica italiana. Dopo anni e anni di triennio liceale, ho scientemente deciso di cimentarmi con una prima liceo (linguistico).
Niente di scontato. Tutto da costruire. O comunque da non sciupare. Interesse, curiosità, motivazione. Passione. Cavoli, a me insegnare piace da matti, nonostante tutto. E mi piace proprio insegnare quello che oggi sembra più improbabile. Altro che rivoluzione.
postato da floria1405 alle ore 22:11 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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|categoria: scuola, personale, giovani, gelmini




04/09/2009

Poi è chiaro che ti viene qualche dubbio ...

Gheddafi chiede all'ONU la cancellazione della Svizzera perché non ha perdonato agli Elvetici l'arresto del figlio e della nuora per una vicenda di maltrattamenti.

Berlusconi vuole denunciare mezzo mondo (letteralmente, dall'Italia alla Spagna, dal Regno Unito alla Francia) per pretese offese alla sua onorabilità (e virilità), anzi già denuncia.  Inoltre, per gradire,  minaccia di bloccare i lavori della Commissione Europea se i portavoce non si daranno una regolata. Solo qualche giorno prima, per la precisione il 18 agosto, è volato in Tunisia e in uno straordinario francese, nel corso di un incredibile show sulla tv satellitare Nessma TV (per il 50% di proprietà di Mediaset e di Quinta Communication - di quest'ultima il gruppo Finivest è socio di rilievo assieme a Tripoli, entrata nel capitale attraverso la Lafitrade: vedi qui),  ha promesso ai migranti  di “aumentare i canali di ingresso legali” in Italia,  garantendo “casa, lavoro, istruzione” , “aprendo tutti i nostri ospedali alle loro necessità”, perché “pure gli italiani sono stati emigranti, e quindi devono aprire il loro cuore a chi oggi viene in Italia” (il video in coda al post). Per inciso, ha chiesto anche il numero di telefono a una graziosa giornalista. Scherzava. Scherzava?

E Bossi che ne dice? Forse dsi consola con l'inserimento dell'erede, detto "la Trota", del quale sono note le dubbie performance scolastiche e i graziosi passatempi digitali (tipo il videogioco "Rimbalza il clandestino"), nella speciale commissione che avrà il compito di sorvegliare per conto delle piccole imprese la realizzazione dell'EXPO 2015 e la distribuzione di commesse e prebende.

Nel frattempo i precari della scuola sono letteralmente in mutande, la MInistra spaccia per soluzione un provvedimento per ora vago che non prevede lo stanziamento di un euro in più per risolvere la questione. Aggiungo solo che la paventata invasione del nord da parte dei Presidi meridionali non è avvenuta: della serie, quanto tempo perso a parlare del nulla. Però noi prof siamo destinati a riciclarci anche come paramedici: corsi ai docenti per riconoscere il virus. Che idea grandiosa: mi vengono in mente certe deliziose diagnosi del pediatra che, quando aveva poco tempo da perdere con i malesseri stagionali dei miei pargoli, mi liquidava con un frettoloso "E' un virus!" Grazie tante, una diagnosi così potevo farla anche da sola. Ma "quale" virus? Sai quante curiosità mi toglierò da qui in avanti ...

Va avanti la telenovela Boffo - Feltri, fra le sofferte dimissioni del primo (però a me non pare un martire così credibile, con tutto il rispetto) e lo spettegulèz del secondo sugli altri protagonisti della vicenda (dei quali si racconta tutto, ma proprio tutto, alla faccia della privacy). La Chiesa? Io penso che alla fine venderà il suo sostegno al miglior offerente. Vedremo.

Mah, ho messo in fila un po' di roba. A leggere queste faccenduole tutte di seguito, qualche dubbio ti viene: per esempio, di vivere in una società completamente impazzita. Ma di che cosa stiamo parlando, per davvero? Quanto si è sbagliato Bakunin, quello che diceva "la fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà". Mica aveva prevsito un caso come il nostro, con  il potere, per l'appunto, così fantasioso e ridanciano. E tutti noi, estatici, a corrergli dietro e a prenderlo sul serio.



postato da floria1405 alle ore 00:10 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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|categoria: politica, scuola, personale, cronaca, attualità, berlusconi




31/08/2009

Ecco quello che la televisione non vi farà vedere.

Non ci sono molti commenti da fare al video che mi accingo a pubblicare. L'aria si sta facendo poco respirabile. Si comincia con pochi poliziotti schierati davanti ad un Ufficio Scolastico Provinciale per impedire il presidio dei docenti precari (sono migliaia, in tutta Italia, che stanno perdendo ogni ragionevole prospettiva di impiego, mentre la Gelmini si vanta di "nuove regole di reclutamento" che in realtà nuove non sono affatto e che comunque saranno applicate fra anni: e intanto, di quelli che già hanno retto in qualche modo gli incerti destini della scuola italiana che ne facciamo, li sottoponiamo a decimazione?), ma quando, a settembre, la tensione inevitabilmente salirà, che cosa potrebbe accadere?
postato da floria1405 alle ore 23:56 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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|categoria: politica, scuola




30/07/2009

Qui in Toscana siamo messi benissimo ... in Italia un po' meno

Qui in Toscana siamo messi benissimo. Ovvero, tanto per chiacchierare di cultura locale e legami con il territorio, noialtri abbiamo Dante, Petrarca e Boccaccio, così, per gradire. E poi possiamo affiliarci tutti i boss della italica cultura che, nel corso dei secoli, volenti o nolenti, al toscano si sono piegati: da Ariosto a Leopardi, da Alfieri a Pascoli passando per Manzoni, fedifrago, che, pur essendo lùmbard, i panni, com'è noto,  per necessità se li risciacquò in Arno.

Ma lasciamo perdere queste piacevolezze campanilistiche. Signori, l'emendamento proposto dalla Lega  si collega al famigerato (ma non altrettanto famoso, evidentemente) disegno di legge Aprea, in discussione in queste calde giornate estive. Del suddetto disegno Aprea qualcuno di coloro che si strappa le vesti
per l'attentato leghista all'integrità nazionale sa qualcosa? Perché, come autorevolmente ha scritto Tuttoscuola, si rischia altrimenti di guardare il dito dimenticando la luna.

Io devo ancora capire il senso vero della proposta leghista: vogliono smarcarsi dall'Aprea? oppure è un diversivo per far sì che la riforma (e magari una riforma persino peggiore di quella proposta da Aprea) sia alla fine approvata più velocemente e fatta passare per la salvezza rispetto ai nefandi attacchi leghisti? Ma lo sapete che cosa mette in discussione il progetto Aprea? Nientepopodimeno che l'integrità della scuola pubblica, le modalità di reclutamento dei docenti, la carriera, etc etc

In ogni caso mi sono fatta l'idea che si voglia, forse, buttare a mare l'iniziativa Aprea (che nel corso della discussione in Commissione aveva subito diverse modifiche e vari ridimensionamenti) per propinare alla scuola italiana un altro bel piattino preparato  da Gelmini con l'avallo della Lega. Mi spiegate altrimenti il senso di queste parole di Cota, che stempera così la polemica (forse mai nata davvero) con il MInistero:
«Sono assolutamente d'accordo con il presidente Cicchitto. Le proposte di riforma della scuola le deve fare il ministro Gelmini e non devono essere affidate a estemporanee proposte anche se provenienti da presidenti di Commissione»? Estemporanee? E' più di un anno che si discute del disegno Aprea ... anche se nell'indifferenza dei mass media comunque orientati (e quindi nella perfetta assenza di dibattito davvero pubblico e consapevole). Insomma, attenzione: c'è dietro qualcosa di più sottile del solito razzismo che è troppo facile attribuire in automatico ai leghisti.

Staremo a vedere.
postato da floria1405 alle ore 23:02 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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|categoria: politica, scuola, razzismo, attualità, gelmini




21/07/2009

MI pareva che qualcosa non tornasse

L'idea di una folla di prof con il coltello fra i denti, pronti a  vendicarsi di bulli e somari grazie ai provvidi strumenti approntati per loro dalla serafica Gelmini nella sua crociata contro la scuola figlia del '68,  mi turbava un po'. Più che altro, le lodi innalzate all'aumento delle bocciature e alla riconquistata serietà mi puzzavano di propaganda a buon mercato.

In effetti, pare che le cose stiano un po' diversamente e che i numeri non tornino, almeno stando a questo timido articolo di "Repubblica", l'unico finora reperito sull'argomento, che afferma:

I bocciati agli esami di terza media sono appena lo 0,48 per cento. Durante l'estate 2008 se ne contarono un numero maggiore (lo 0,53 per cento), differenza che si accentua se si prendono in considerazione i dati relativi ai soli ragazzini delle scuole statali: 0,45 nel 2009, contro 0,53 del 2008. Anche sui bocciati al superiore le prime stime ministeriali parlavano di crescita, per scoprire più tardi che è vero il contrario: 13,8 per cento di bocciati nel 2008 e 13,6 quest'anno.

Sarebbe interessante ascoltare nuovamente le opinioni dei sedicenti esperti, nostalgici di Don Milani o suoi acerrimi avversari,  a suo tempo prontamente intervistati da giornalisti frettolosi, su queste cifre abbastanza diverse rispetto a  quelle sparate da un Ministero poco accorto.

Io me le spiego così:
a) la scuola italiana (pubblica), nel complesso, non è quella giungla che a più riprese è stata evocata da mass media e politicanti;
b) i professori non sono marionette e sanno benissimo che le bocciature non risolvono di per sé problemi strutturali che hanno ben altre radici e motivazioni;
c) a bocciar troppo, fra l'altro, ci si rimette il posto: siamo in una fase di tagli selvaggi e isterici, vengono accorpate finanche le quinte, se  scende sotto i venti alunni una classe rischia di essere cancellata senza se e senza ma (e gli alunni superstiti  costretti a spostarsi per chilometri e chilometri, se vogliono concludere il loro corso di studi).

Conclusione? Piantiamola di prenderci in giro.
postato da floria1405 alle ore 12:11 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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|categoria: politica, scuola, società




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