contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
16/10/2009

Che noia la politica: meglio il blues

Sto ascoltando una delle più belle canzoni del Boss, "New York City Serenade". Diciamo che ne ho bisogno. Forse anche qualcun altro ne ha bisogno: ve la regalo, via YouTube, così potrete godere dell'ascolto mentre leggete il post.


 Ale, un mio caro amico, collaboratore sull'altro blog e lettore più o meno fedele, già da un po' mi sta implorando di piantarla con la lunga sequela di post "politici" con i quali ho ammorbato il mio esiguo pubblico. Ah sì, ha ragione, lo so.

Ogni sera mi metto davanti alla tastiera e mi dico: "Ora parlerò dell'ultimo libro che ho letto ... Oppure mi abbandonerò alla musica e lascerò che la melodia guidi la scrittura ... O magari parlerò un po' della Rete ... o della scuola ... o di Dylan, che non guasta mai ... o più semplicemente dei fatti miei. E magari potrei pure rimettere mano a piombino.blogolandia.it che langue da un po'. Oppure, ancora, tornerò su Anobii e aggiornerò finalmente la mia libreria, ferma da mesi". Macché, succede sempre qualcosa che mi fa incazzare e finisco per buttare via il poco tempo a dispos
izione a discettare del PD, di Berlusconi o male che vada del Papa. Altro che intossicazione da Internet, sindrome della quale i media straparlano a giorni alterni. E' la situazione generale che è tossica, almeno per quanto mi riguarda, e mi trascina in questo loop di indignazione ciclica che cerco di tenere a bada con l'abusato strumento della parola.

Suvvia, spezziamo il circolo vizioso, almeno per una volta. Mi sono cacciata con le miei mani in questa faccenda delle primarie, al punto da ritrovarmi nella mia provincia in lista per Marino per l'Assemblea Nazionale (per la verità con scarsissime possibilità di essere eletta), ma grazie a Dio il mio Lucrezio mi aiuta a mantenere il giusto distacco:


Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene regioni

elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti,

donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri,

e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura,

la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare di nobiltà,

adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica

per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

 

Di piccoli e grandi opportunismi, strategie, tatticismi, ne ho visti non pochi in queste settimane. Ho usato questi versi come puntello spirituale, mi si perdoni la solennità della formula, assieme al richiamo costante al mio lavoro, la cosa più importante che ho (a parte la famiglia), il che mi ha permesso di non perdere il sorriso e, soprattutto, Deo gratias, di non prendermi troppo sul serio.

Una come me non solo può appoggiarsi ai suoi classici (come diceva Calvino: "È classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno"), e scusate se è poco, ma anche al blues. Blues alle masse, esorta l'amico Fabio Treves (andatevi ad ascoltare la sua trasmissione "Life in Blues", ogni giovedì su LIfeGate Radio, più o meno in contemporanea con Anno Zero, e poi ditemi che cos'è più interessante), e non è solo un bello slogan, vi assicuro.

E allora, a proposito di Fabio Treves, facciamo un po' di promozione, sperando  di dare un'informazione gradita agli appassionati di blues che, più o meno per caso, capitino da queste parti:

Una notizia che farà felici gli appassionati di musica. Lo storico locale Jux Tap di Sarzana (La Spezia) dal 19 novembre riprende la programmazione di musica dal vivo con 3 eventi che saranno di antipasto ad altri concerti nel corso dell’inverno e della primavera.
Il menu è ancora una volta all’insegna dell’alta qualità; il miglior rock, blues e jazz nazionale e internazionale e un ambiente unico dove assistere ai concerti, l’unico club ligure di grandi dimensioni con un’acustica perfetta e un’accoglienza di primo livello, con la possibilità di sedersi ai tavoli e cenare prima degli show in un’atmosfera eccezionale. Il Jux Tap ha rappresentato negli anni un punto di riferimento per la programmazione della musica di qualità live nel panorama nazionale.
Il primo ospite, il 19 novembre, è in tutto e per tutto degno della storia del locale e sarà l’inglese Peter Green, il leader dei Fleetwood Mac e membro storico dei Bluebreakers. Chitarrista sopraffino, Green ha scritto alcune tra le più memorabili pagine del blues inglese al punto di meritarsi la stima incondizionata di mostri sacri del blues americano come B. B. King. In questa serata Peter sarà accompagnato da Mike Dodd alla chitarra ritmica, Geraint Watkins al piano e organo, Matt Radford al basso, Andrew Flude alla batteria e Will Parnell alle percussioni e il set prevede vecchi successi dei Fleetwood Mac e di Green insieme a una selezione di cover di brani blues.

Giovedì 26 novembre sarà la volta del migliore e più longevo bluesman italiano, Fabio Treves, che ha deciso di celebrare il suo 60° compleanno proprio al Jux Tap. Sarà una grande festa con la più energica macchina da blues italiana e tanti amici.

Giovedì 3 dicembre approda al Jux Tap uno dei migliori jazzisti italiani, Francesco Cafiso, uno dei talenti più precoci del jazz italiano che il 19 gennaio ha suonato a Washington durante i festeggiamenti in onore del Presidente Barack Obama.
Ad aprire il concerto di Peter Green la Southside Blues Boys Band, un gruppo di musicisti che da sempre ha fatto del blues una ragione di vita. Prima di Treves il giovane rocker Leo James.
La rassegna non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di SpecTec, azienda che da sempre sostiene la musica di qualità.

Chiudo con un altro video, sempre del Boss: Working on a Dream.

Ognuno di noi sta lavorando al suo sogno, qualunque esso sia, in un modo o nell'altro. Che la sorte ci sia propizia.

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07/09/2009

Le belle favole che si raccontano gli intellettuali

Con grande entusiasmo e passione Aldo Schiavone ha presentato il suo ultimo libro, "L'Italia Contesa", alla locale festa del PD. Nel cosiddetto "Spazio Agorà" appositamente predisposto per i dibattiti, eravamo in ... quanti? Quindici, venti? Attorno i consueti rumori delle feste di partito, profumo di bomboloni, musiche da ballo, numeri della tombola, annessi e connessi. Ma non importa. Se c'è una cosa che va riconosciuta a Schiavone, è la capacità argomentativa brillante, che non si è negata nemmeno in questa occasione, nonostante la prevedibile atmosfera paesana. Schiavone è talmente brillante e convincente e persino consolante che quasi dispiace non dargli ragione. Visto che è un ottimista (e Dio sa se non abbiamo bisogno di ottimismo in questi tristi frangenti), obiettare che la sua tesi non pare giustificata fino in fondo, rischia di metterti nella scomoda posizione del guastafeste.

Ma qual è, in estrema sintesi, l'assunto del libro? Una bella narrazione (e Schiavone è maestro nelle narrazioni, come già ha osservato Paolo Rossi nel suo limpido "Speranze" a proposito di un'altra operetta del nostro, "Storia e Destino", della quale già ho avuto modo di parlare sul blog), secondo la quale Berlusconi a suo tempo avrebbe riempito il vuoto creato dalla crisi irriversibile vuoi del vecchio modello economico-sociale, spazzato via dalla globalizzazione e dai profeti del libero mercato senza vincoli e remore, vuoi del sistema politico italiano della cosiddetta "Prima Repubblica", di fatto imploso all'inizio degli anni Novanta, per ragioni esterne (la fine della guerra fredda) e interne (Tangentopoli e quel che ne è seguito).  Ma Berlusconi, che poteva incarnare i tratti di un'autentica "rivoluzione liberale", e vestire i panni di un novello De Gaulle in salsa italiana, ha mancato il bersaglio:  e ora, anche a prescindere dagli scandali che ne stanno logorando l'immagine, la mutata congiuntura mondiale che impone un ripensamento  radicale del paradigma liberista e la necessità di elaborare  risposte diverse per rispondere alla crisi, fanno sì che la sua parabola sia inesorabilmente in declino. A questo punto, mentre la Lega e Tremonti  già si preoccupano di elaborare una sorta di "revisione postberlusconiana", una specie di "neoguelfismo" del Terzo Millennio, alla Sinistra, finalmente fuori dai patemi identitari che la attanagliano da una ventina d'anni o giù di lì,  spetterebbe il compito di costruire "una storia forte e credibile da proporre al Paese,  un modo di raccontarla, e  un protagonista che la interpreti". Cito dalla conclusione del libro: "Oltre che una storia, occorre un modo persuasivo di raccontarla, che arrivi al cuore e alla testa di chi ascolta, che parli ai giovani, che leghi in maniera moderna ragione e passione. E questo non è solo un problema di media e comunicazione. E' soprattutto una questione di anima e di visione. E serve poi un protagonista che sia in grado di condurre questo racconto - un leader, certo: ma intorno a lui un partito, un gruppo,  e dietro ancora una classe dirigente; insomma un "principe" adeguato a un simile compito, che non può essere di una sola persona. Per ora di tutto questo si vedono solo le potenzialità - intelligenze, energie, disponibilità. C'è bisogno che si cristallizzino intorno a un programma e un obiettivo, che abbiano il sapore del realismo e dell'utopia".

Io mi sono provata a dire, con i miei poveri mezzi, che, messa in questi termini, la vedevo un po' complicata. Quale sia stata la reazione alle mie perplessità, espresse in modo effettivamente assai confuso (sarà che la mia chiarezza di idee lascia parecchio a desiderare, in questi frangenti, contrariamente a quello che accade a un intellettuale professionista come Schiavone), lo dirò in chiusura di post. Qui cercherò di esprimere i miei dubbi in modo più lineare rispetto a quanto mi consentissero, l'altra sera, il profumo della cena servita ai tavoli della festa e il chiasso dei bambini fra i vari padiglioni.

Prima di tutto: siamo sicuri che in Italia si sia davvero realizzata agli inizi degli anni Novanta quella discontinuità di cui parla Schiavone, al centro della quale lui pone la figura di Berlusconi che avrebbe in qualche modo "fiutato" il cambiamento del vento? Sì, lo ricordo: dopo la bufera di Tangentopoli niente è stato più come prima. Ma a me pare che la classe dirigente di "prima" si sia allegramente (e gattopardescamente) riciclata nella nuova situazione, a parte qualche vittima collaterale più o meno illustre. Ci sono stati un rimescolamento della carte, un abbandono di antiche rigidità ideologiche, conversioni clamorose, adattamenti e "strappi". Nel grande frullatore dei primi anni Novanta è scomparsa la Dc, è scomparso il PCI, è scomparsa la destra postfascista. Ma non ne sono scomparsi i protagonisti (altrimenti, scusate, perché a tutt'oggi si fa un gran parlare di "gerontocrazia"?). Hanno cambiato vestito e linguaggio, ma sono sempre tutti lì, espressione di mali antichi che si chiamano trasformismo e conformismo.  E non  parliamo del ruolo della Chiesa. Berlusconi scese in campo per salvare se stesso, mica per chissà quale spinta ideale o calcolo realmente politico. Ha incarnato (insieme alla Lega), casomai, l'arretratezza civile di un'Italia che non è poi mutata troppo da quando Pasolini lamentava che il nostro Paese vantava "la borghesia più ignorante e il proletariato più analfabeta d'Europa". Anche gli intellettuali più parolai, si potrebbe aggiungere.

In secondo luogo: un programma che abbia "il sapore del realismo e dell'utopia"? Abbiate pazienza, ma io diffido sempre degli ossimori, che hanno la sgradevole tendenza ad apparire suggestivi ma a significare poco. Non parliamo poi delle utopie: mi pare che abbiano fatto parecchio male nel "secolo breve" che ci siamo lasciati alle spalle e le lascerei volentieri alle analisi degli storici e dei filosofi. Sarò cinica, ma vorrei volare più in basso. Preferisco quelle che Paolo Rossi, nel volumetto che ho citato qualche rigo sopra, chiama "ragionevoli speranze". Preferisco soffermarmi sulle cose urgenti che dovremmo fare, qui e ora. Promuovere la cultura, la consapevolezza, la critica. Recuperare la scuola dal disastro nel quale sta sprofondando, e non solo per colpa della Gelmini. Rispondere all'emergenza economica, rivalutare il ruolo e la dignità del lavoro. Combattere in nome della libertà di informazione. Eliminare sprechi, nepotismi, clientelismi, corruzioni. Ristabilire (o stabilire?) una credibile etica pubblica. E tutto questo nella consapevolezza che ad ogni passo in avanti ne possono corrispondere due indietro, che il compito non è facile, che le contraddizioni sono tante. E che, in primo luogo, è indispensabile raccontare la storia per come è andata e ammettere responsabilità e mancanze. Insomma, un po' di sana onestà intellettuale non guasterebbe: allora sì, forse sì, sarebbe possibile trovare quel "principe", inteso come classe dirigente finalmente pari al suo compito, di cui parla Schiavone. Un passo indietro di chi è sempre stato in prima fila, a ogni livello. Ma noi siamo il paese che considera "divo" Andreotti, la cui frase più celebre, com'è noto,  recita "il potere logora chi non ce l'ha", aforisma che ha sempre trovato una folla di entusiasti  discepoli, a destra, a sinistra, al centro e anche sopra e sotto.

In terzo luogo. L'individuo Berlusconi è probabilmente in declino. Ma siamo davvero sicuri che lo sia il "berlusconismo", un impasto di demagogia, superficialità, approssimazione, opportunismo, ignoranza che, mi pare, affligge da tempo non solo il centro-destra ma anche il centro-sinistra? Siamo sicuri che la democrazia, come afferma Schiavone, non sia in pericolo in Italia, ma solo "stressata" (è esattamente il termine che ha usato Schiavone nel suo intervento)? No, dico: quando la maggior parte degli Italiani si informa solo tramite la televisione, e la televisione è asservita agli interessi di partito, quando la scuola pubblica è logorata e impoverita, quando il potere è gestito, in ogni ambito, in modo verticistico e scarsamente trasparente, quando manca il ricambio generazionale, il merito è solo uno slogan e la demagogia con il suo triste compagno, il populismo, la fanno da padroni ovunque,  quando il sistema dei controlli e dei contrappesi istituzionali viene svuotato e sistematicamente messo in discussione, può essere che la democrazia non rischi, ma di certo non gode di ottima salute. E in questo contesto, raccontare in modo credibile la storia elevata a cui allude Schiavone, quella grande narrazione impastata di grandi ideali che dovrebbero scaldarci il cuore ed accendere il nostro entusiasmo, mi sembra almeno improbabile. Rimbocchiamoci le maniche, piuttosto, e salviamo il salvabile, se siamo in grado.

Com'è andata a finire? Naturalmente Schiavone non mi ha risposto: colpa sicuramente del fatto che sono stata logorroica e poco incisiva. Ha preferito puntualizzare su altre questioni, proposte in tono e stile più "politico" e meno filosofico, meno fumoso del mio. All'uscita del dibattitto, a me e a mio marito è venuto incontro un nostro simpaticissimo amico, vero figlio del popolo, abbastanza alticcio, che mi ha fatto: "Boia deh come sei interessante quando parli! 'un t'ha caàto nessuno. Uno sbadigliava, l'altro si stirava. Li hai proprio ipnotizzati. Mi sono affacciato un minuto e guarda te che spettacolino!" Porca miseria, aveva ragione. Che figura meschina, la mia! Non sarebbe stato meglio se fossi andata a mangiarmi un bombolone e a farmi una birretta?
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27/07/2009

Non sperate di liberarvi dei libri: qualche riflessione sugli ebook

Vi dirò, la scelta di Amazon di cancellare dai terminali Kindle dei clienti proprio i testi di Orwell per imprecisate ragioni di copyright (una cosa parecchio orwelliana, come nota opportunamente il Corriere), nonostante le scuse, mi ha parecchio inquietata. Sarà che proprio in questi giorni stavo leggendo l'ultimo d Umberto Eco, "Non sperate di liberarvi dei libri", una conversazione con Jean Claude Carrière a cura di Jean Philippe de Tonnac, e che pur non potendo vantare la competenza da bibliofili dei due illustri interlocutori, ho riconosciuto nelle loro parole lo stesso feticismo dell'oggetto libro che mi anima (e che in fondo anima ogni vero, appassionato lettore). Non è che io tratti particolarmente bene i libri che ho (e del resto nessuno è particolarmente prezioso): sono ammucchiati ovunque, gratificati da strati più o meno alti di polvere, ma non riesco proprio a concepire l'idea di liberarmene, nemmeno di quelli più vecchi, meno interessanti, o superati. E' un'interessante perversione. Ad esempio non sono capace di leggere libri presi in prestito, con l'idea di doverli prima o poi restituire: il libro deve essere "mio", a disposizione in ogni circostanza, debitamente maltrattato e spiegazzato. Ma lasciamo perdere.

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di ebook, appunto. Solo due esempi: Data Manager Online ha messo a disposizione dei suoi lettori un entusiasta e documentatissimo approfondimento, "Ebook:  né Carta né Web", che per certi versi sfiora l'estasi visionaria. Garamond ha pubblicato online, sotto forma ovviamente di ebook, l'intero dibattito sull'argomento "Ebook a scuola" che si è tenuto su Facebook fra gli iscritti al gruppo "Garamond: per l'innovazione nella scuola" (ci sono anch'io!). Non troverete nessuno, o quasi, in Rete che non sia innamorato, a prescindere, dell'idea del libro digitale: è il feticcio del momento, l'oggetto del desiderio, la sfida cognitiva più alla moda. Sarà per questo che da queste parti pressoché tutti i recensori del testo di Eco e Carriére lo hanno interpretato nel modo più riduttivo, come un attacco passatista al nuovo che avanza, attacco condotto in nome di uno snobismo bibliofilo in perfetto stile antico regime (vedi ad esempio questo commento di Roberto Maragliano). Insomma un caso pressoché esemplare di "apocalittico" messo in croce dai cosiddetti "integrati".

Ma Eco è anche quello che anni fa coordinò il grande sforzo di Encyclomedia, una vera miniera di materiale digitale e multimediale sull'età moderna dal Cinquecento all'Ottocento: che tuttavia io non posso più consultare sul mio Mac (e mi dava qualche problemino anche con Windows XP) ... e in effetti con molta della roba che ho accumulato nel corso degli anni su supporto elettronico ho medesime difficoltà (esito a buttar via tutti i miei floppy, ma dovrò decidermi, prima o poi). Ovvero: Eco non è un attardato professore che frequenta solo incunaboli e non sa come si accende un pc; quando riflette sulla fragilità delle memorie digitali, continuamente messe sotto scacco dall'evoluzione della tecnologia (più o meno manovrata dalla logica del consumo ad ogni costo) non parla a vanvera. Encyclomedia no, non la posso consultare: ma la mia vecchia traduzione cartacea dell'Iliade, ormai vetusta, sì. Persino sulla spiaggia, per dire.

Ma la vera questione non è poi questa. Il libro (di carta) è un libro. L'ebook non è un libro. L'ebook può essere altro, e non ne voglio mettere in discussione l'eventuale validità, ma non si può ragionevolmente pensare che possa sostituire l'impatto cognitivo ed educativo del libro tradizionale. E' come dire che guardare il film ti esenta dal leggere il libro da cui il film medesimo è tratto: siamo ormai tutti abbastanza smaliziati per capire che letteratura e cinema si affiancano, si integrano, si ibridano, ma  l'uno non può sostituire in toto l'altra. Non si capisce perché anche in questo caso non dovrebbe essere lo stesso.  "Non sperate di liberarvi dei libri", per l'appunto, parla di libri: e non solo, se non marginalmente, di cultura libresca vs cultura digitale. Francamente non capisco tutta questa smania di buttare al macero i contenuti delle nostre librerie in nome dell'innovazione ad ogni costo, attaccando con virulenta polemica chi semplicemnete dichiara il suo amore per le pagine di carta. E questo slancio profetico è sbandierato senza riflettere adeguatamente su quello che potremmo perdere o rischiare (vedi il caso del Kindle che citavo a inizio di post: a voi piacerebbe che qualcuno controllasse o indirizzasse in remoto le vostre letture? L'episodio, in definitiva, spalanca uno scenario di questo genere).

Attenzione. La strada non è così lineare. Il ritorno del vinile accanto all'Ipod, per esempio, non è dettato solo dalla smania di alcuni fanatici nostagici di scricchiolii e fruscii: il fatto è che la riproduzione analogica della musica è migliore rispetto alla compressione digitale. Tanti cominciano ad accorgersene.  E se anche la lettura su carta fosse qualitativamente migliore rispetto all'interattività, alla multimedialità etc etc,  di solito associate all'idea dell'ebook? Per esempio garantisce una concentrazione e un approfondimento concettuale forse destinati altrimenti a smarrirsi. E questa perdita sarebbe un bene? Un male?

Comunque sia,  vi consiglio il libro di Eco e Carriére, anche se di ebook non vi frega niente. Soprattutto se non ve ne frega niente. Ci troverete altro: un piccolo assaggio di storia del libro che si fa storia della cultura.




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18/07/2009

Blues e non solo - Treves Blues Band

(una dedica speciale ad Alex Badalic, per pagare un vecchio debito, visto che nel suo a Copywriter's Blues mi ha ricordato come una sua amica un po' bluesy: e in quale contesto poi! in un post su Rick Danko e Paul Butterfield).

I
n un'intervista a "Newsweek" del 6 ottobre 1997 a David Gates che gli chiede come si sente a parlare del suo periodo cristiano, Dylan fra l'altro risponde: "La verità per quanto riguarda il mio rapporto con la religione è questa: io trovo religiosità e filosofia nella musica. Non le trovo da nessun'altra parte ... Non seguo né rabbini, né predicatori, né evangelisti, niente del genere. Ho imparato più dalle canzoni di quanto abbia mai imparato da questo tipo di persone. Le canzoni sono il mio vocabolario. Credo nelle canzoni ["I believe the songs"] (Via Alessando Carrera " La voce di Bob Dylan - Una spiegazione dell'America" Feltrinelli 2001).

Oggi, in auto con mia figlia, ascoltavo "Nebraska" di Bruce Springsteen e improvvisamente mi sono sentita di affermare: "Mi togliessero la musica, mi toglierebbero un buon 30% delle ragioni che mi rendono la vita tutto sommato accettabile". L'altro 70%, per inciso, si divide equamente fra la famiglia, la scuola e i miei libri, in proporzioni variabili. Tutto il resto è accessorio.

Qualche giorno fa, ero al Rivellino di Piombino, ad ascoltare dal vivo la  Treves Blues Band (il resoconto della serata lo trovate qui, su piombino.blogolandia.it, grazie alla magistrale scrittura di Ale Melillo, assai più esperto di me sul tema). Come si conviene, ero seduta per terra proprio sotto il palco, e quindi mi sono goduta da vicinissimo la performance del Puma di Lambrate, aka Fabio Treves (armonica, voce), e della sua straordinaria band, il trascinante Alex "Kid" Gariazzo (chitarre, mandolino, dobro, lap steel, voce), l'incredibile Tino Cappelletti (basso, cori), lo straordinario, imprevedibile Massimo Serra (batteria, spoons, washboard). A prescindere dal fatto che mi trovavo davanti a un bel pezzo di storia della musica italiana (e non solo: andatevi a leggere, se non le conoscete, le vicende della band) e che la professionalità, unita all'eccezionale disponibilità verso il pubblico, durante e dopo l'esibizione, mi delizia sempre, è stato proprio il blues suonato dal vivo, per così dire in presa diretta,  a trasportarmi in quell'altrove che sempre la via di fuga della musica garantisce. Il fatto è che Fabio Treves, come il Dylan della citazione, "believes the songs", crede nelle canzoni, anzi "crede le canzoni". E si sente.

"Muddy Waters a Piombino, in una calda serata di luglio. Chissa cosa direbbe, lui. Ma il blues resta. Fra un paio di anni chi si ricorderà di quel signor nessuno che ha vinto il Festival di Sanremo?  A proposito, chi ha vinto il Festival? Ma Muddy Waters sarà ricordato anche fra due secoli" Così, più o meno, Fabione (come lo chiamano gli aficionados) a un certo punto del concerto. Ora, non voglio tirarmi addosso le ire delle ragazzine che ascoltano estasiate Marco Carta o Valerio Scanu. Alla loro età, confessiamolo, anch'io mi esaltavo per la robetta generazionale che il tempo, com'è giusto, ha spazzato via persino dai miei ricordi. La questione è diversa. Oggi sembra che non esista altro: le musichette ci perseguitano ovunque, mentre facciamo la spesa, nelle sale di aspetto,  quando prepariamo la cena con il sottofondo consueto dagli spot televisivi. La banalizzazione vittoriosa sul potere dionisiaco della musica vizia le nostre abitudini di ascolto. Apparentemente sembra un trionfo, in realtà è una sconfitta, se vogliamo anche abbastanza drammatica: la capacità trasgressiva della musica di evocare i demoni e gli angeli che si nascondono nel fondo di ciascuno viene semplicemente anestetizzata da un mainstream perversamente alla ricerca dell'omologazione della masse e della trasformazione degli individui in semplici consumatori.

Mrecoledì il pubblico si moltiplicava  man mano che il concerto andava avanti. La gente un po' scoglionata, occupata come di consueto nell'obbligatorio passeggio serale si fermava, incuriosita, all'entrata del Rivellino, e poi finiva per restare, catturata dalla magia del blues. E l'impressione era quella di navigare nel tempo e nello spazio, che ne so, al tempo del Delta Blues o del Chicago Blues, della Chess Record ... Robert Johnson, Charley Patton, Muddy Waters, Howlin' Wolf  e scusatemi se non vado avanti, ma la storia del blues è una vera epopea e io la sto ancora studiando. Prendete per esempio "Stone Fox Chase", una lunga collana di citazioni anni '60, magistralmente eseguita l'altra sera, che semplicemente dimostra come il cuore  pulsante di buona parte di tutto quello che è venuto dopo, anche di generi  apparentemente estranei, sia appunto il blues, potente, metamorfico, sensuale, ipnotico, a buon diritto vera "musica del diavolo".

Ecco, c'è un gran bisogno di occasioni come questa, e soprattutto di gente come Fabio Treves e i suoi eccezionali compari,  per scoprire e riscoprire che cosa la musica, una certa musica, sia stata in passato  e, soprattutto, che cosa  possa ancora essere in futuro: un ideale testimone consegnato alle nuove generazioni, perché i ragazzi non si lascino troppo sviare da chi li vorrebbe tutti uguali, anestetizzati, imbambolati davanti alle canzoncine usa e getta che la moda (sorella della morte, come ben sapeva Leopardi) impone.

E per ribadire,  chiudo con un video un po' particolare, scovato su Youtube: non una performance durante un concerto, ma una "lezione" di Fabio Treves ai ragazzini del Liceo Berchet di MIlano durante l'autogestione

(un grazie sentito a Ale Melillo per la foto)


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29/06/2009

Statistiche

Io non mi intendo granché di statistiche e non voglio fare la catastrofista, ma se questa (da me ascoltata nel corso del Tg5, ovviamente celebrata in toni trionfalistici, e ritrovata online sulle pagine del Quotidiano Net) è vera, ossia che il 47% dei turisti in visita nel nostro Paese giudica l'Iitalia un paese stupendo (e per il 43% gli Italiani sono un popolo meraviglioso e per il 37% le nostre città sono bellissime), non è che all'altro 53% (più di uno su due, quindi) facciamo un po' schifo?
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15/05/2009

Mi hanno intervistato ...

Tranquilli, come racconto nell'intervista che mi ha fatto Camu di Due Chiacchiere, mettendomi in simpatica sfda con Marileda, sarà difficile che mi monti la testa: tanto blogstar non diventerò mai, per quanto tenti di autopromuovermi qua e là nella Rete. Però rispondere a queste domande è stato divertente e, soprattutto, mi ha offerto l'occasione di conoscere, anche se solo virtualmente, Marileda e Camu. Che poi conoscere gente nuova e scambiare opinioni è il motivo per cui stiamo tutti qui, a ticchettare sulle nostre tastiere. O no?

Se volete dare un'occhiata, l'aspro duello è qui.
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28/03/2009

La Carlucci la fa facile ...


... e risponde come può e come sa (cioè male), esponendosi a critiche più o meno gentili ed educate (vedi commenti al post
di Gilioli). Nel frattempo in Europa viene approvata a larga maggioranza la Raccomandazione sulle libertà fondamentali su Internet. Comunque in Italia c'è qualcuno che si batte a favore della neutralità della Rete, grazie a Dio. La battaglia è aperta, l'esito ancora non è deciso, ma non tutto è perduto. Stiamo in campana.
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18/03/2009

Perché no?

Perché non candidare Alessandro Baricco alla Presidenza della Rai?

Beh, non è che Baricco riscuota la mia massima simpatia. E tuttavia, qualche settimana fa,
il suo discusso intervento su Repubblica (Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e TV) mi ha convinto. Può piacere o non piacere, ma la verità vera è che un'autentica promozione culturale non può che passare dalla scuola (pubblica), quella stessa scuola che da anni ci si studia con impegno di smantellare in ogni modo possibile e immaginabile (al punto che mi sono a volte ritrovata a pensare ad una consapevole strategia bipartisan di rimbecillimento di massa). E dopo la scuola, duole dirlo, c'è la  televisione: sempre più scadente, sempre più desolante. Eppure, anche qui, anche in provincia, è tutto un fiorire di iniziative, settimane della cultura, festival vari, fiere e conferenze, appuntamenti teatrali, cicli di performance musicali, regolarmente foraggiati con i soldi pubblici. Gli spettatori? Sempre i soliti quattro gatti. Gli altri se ne stanno rintanati in casa, davanti alla scatola magica, catturati dall'angoscioso dilemma: il martedì,  meglio Amici o X Factor?

Scrive Baricco, a proposito di Berlusconi e del suo roboante successo:
Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull'arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov'erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l'avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.
(notare l'eleganza con la quale vengono usati gli aggettivi "friabile", "marcia", "corrotta" ...  ah, la nobile arte dell'allusione!)

L'intervento di Baricco ha suscitato varie reazioni. Non sto qui a riassumerle tutte: ma Baricco per lo più ha ragione quando dice che spesso chi ha risposto  non  ha mostrato di aver letto per intero, o almeno con sufficiente attenzione, il contenuto della sua provocazione (come Scalfari: che mi pare stia parlando sostanzialmente di altro).  E conclude: Sarà vent'anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica.
Quando cerchiamo di abbozzare idee formate, schizzare modelli alternativi, immaginare soluzioni inedite, stiamo facendo un gesto lungo, sporto nel futuro: stiamo cercando di arrivare puntuali a un appuntamento che avremo tra anni: non domani, non alla prossima riunione sindacale, non alla prossima seduta della Commissione parlamentare, non alle prossime elezioni. Per quello c'è la politica. Ma riflettere, è un'altra cosa. Una cosa che non dobbiamo temere, anche quando strategicamente è scomoda. Un compito per cui nessun giorno è sbagliato.


Perché mai tiro fuori adesso questo dibattito già un po' datato? Perché proprio oggi ho ricevuto via Facebook questo messaggio, che riporto integralmente:

I
n più di quattrocento, via FaceBook, chiedono la nomina di Alessandro Baricco alla presidenza della Rai. Su iniziativa di Giulio Mozzi

Sono più di quattrocento. Tra loro ci sono Guido Michelone, saggista e docente di Storia del jazz; le scrittrici Sandra Petrignani, Maria Pia Quintavalla, Elisabetta Liguori, Carla Menaldo, Silvia Torrealta, Evelina Santangelo; gli scrittori Giuseppe Genna, Christian Frascella, Matteo Galiazzo, Giorgio Nisini, Massimo Cassani, Michele Governatori, Roberto Tossani, Federico Platania; la poetessa Giovanna Frene; l’editore Luca Sossella; l’editrice Chiara Fattori; l’editor Paolo Repetti; il gruppo letterario Sparajurij; l’anima del Premio Chiara Bambi Lazzati; il fotografo Luigi Tirittico; la direttrice della Scuola Holden Lea Iandiorio; l’editor Alessia Polli; il copywriter Giacomo Brunoro; il gallerista Massimo Arioli; la linguista Francesca Serafini; l’italianista Alberto Bertoni; il blogger Bloggo Intestinale; Maria Luisa Venuta responsabile dell’area di ricerca Contabilità ambientale e flussi di materiali del Crasl dell’Università Cattolica; l’architetto Fausto Carmelo Nigrelli; il sacerdote Fabrizio Centofanti, fondatore del blog «La poesia e lo spirito»; e poi semplici lettori & teleutenti, librerie, associazioni culturali, compagnie teatrali, e chi più ne ha più ne metta.

Tanti professionisti della cultura, e tanti «consumatori» di cultura, hanno aderito all’appello donchisciottesco lanciato via FaceBook dallo scrittore (e consulente editoriale, e curatore in rete del bollettino cult vibrisse) Giulio Mozzi per chiedere la nomina di Alessandro Baricco alla presidenza della Rai. «Alessandro Baricco è un intellettuale di fama nazionale e internazionale», dice il brevissimo testo dell’appello; «i suoi libri sono molto amati, ha lavorato con successo nel e per il teatro e il cinema, ha notevoli competenze musicali, ha curato uno dei programmi televisivi culturali più belli e seguiti. Perché non chiamarlo alla presidenza della Rai?».

Nel gruppo in FaceBook non mancano, ovviamente, gli scetticismi, i distinguo, le frecciatine e le indignazioni. «Visto che De Bortoli ha rifiutato quando ha capito che non avrebbe contato nulla, quale posto migliore per Baricco?», scrive nella bacheca Rodolfo Marotta, dirigente di movimento in Rete ferroviaria italiana nonché appassionato jazzista. «Mozzi e compagnia brutta, dovreste vergognarvi! Siete così miseramente ridicoli in questa proposta da minus habens che non posso che insultarvi tutti», tuona l’attore Orlando Cinque; e Saverio Fattori giudica addirittura «scorretta» la recente presa di posizione di Baricco proprio a proposito della distribuzione di risorse tra televisione e altre attività culturali tradizionalmente considerate più “nobili”. D’altra parte Pino Mercuri, pur non condividendo del tutto quella presa di posizione, conclude: «Credo che alla Rai, almeno finché ci sarà bisogno di una televisione pubblica, Baricco farebbe molto bene».

Claudia Casolaro si dice preoccupata che anche Baricco «come autore, pensatore, insomma pensiero “libero”, vada a impantanarsi», essendo quello della Rai «un terreno sconnesso e pieno di insidie»; e Valentina Pigmei si domanda: «Ma con quale coraggio uno potrebbe accettare di finire in un tale groviglio politico?». Alberto Bertoni: «Ma Baricco merita un incastro del genere?». Stella Brandini: «L’iniziativa è da condividere, ma Baricco merita questo uso?». D’altra parte, scrive Alessio Iarrera, deve pur cambiare, prima o poi, la «rosa culturale» italiana.
 
Ora io mi chiedo: perché no? E in alternativa propongo Baricco come prossimo ministro della Pubblica Istruzione: peggio della Gelmini non potrà fare. Anzi.

(Ah, se condividete, diffondete)

postato da floria1405 alle ore 21:59 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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17/03/2009

Le magiche armonie di Monica Shannon

In collaborazione con
Elfa Promotin

Mettetevi tranquilli. Accomodatevi nella stanza più quieta della vostra casa. Lasciate il mondo fuori dalla porta. Basta poco. Chiudete gli occhi. La musica giusta, il giusto mood. E così, d'un tratto, potreste trovarvi proiettati in un luogo diverso, lontano dalla confusione, dall'abituale, inquieta frenesia.  Spiagge infinite lungo l'oceano, la luce tenue del tramonto, una pioggia sottile, il disco della luna intravisto nel cielo che rapidamente si oscura.

La voce avvolgente di Monica Shannon può creare un incantesimo come questo. Evocativa, carica di suggestioni. al tempo stesso remota e confidenziale, accompagnata da una musica nella quale si intrecciano elementi di jazz, rimandi alla tradizione celtica,  sonorità elettroniche, citazioni funk. Il risultato è un particolarissimo amalgama, una melodia ipnotica, onirica, che riesce a contaminare con successo tradizioni diverse in una sintesi accattivante ma mai scontata, sempre personale: un esercizio di stile pienamente riuscito.

Monica Shannon (nome d'arte di Monica Marengo, scelto in onore dell'Irlanda) ha alle spalle una lunga gavetta. Si sente che  dietro al suo album "Beyond 9", uscito nel 2007 negli Stati Uniti e attualmente in distribuzione su CdBaby, iTunes e altri portali digitali, ci sono professionalita e attenzione ai dettagli. Ma si avvertono anche sincerità di ispirazione, autentica passione, amore per gli altri e per la natura, desiderio di impegno, voglia di mettersi in gioco.  Vuole essere, nelle intenzioni dell'artista, una sorta di "concept album" che ruota attorno ai quattro elementi fondamentali: Acqua (The Island e Up and Down), il Fuoco (Marina's Tale e Soul Portrait), la Terra (The Iron Train,The shadows among the trees, I'm aware), l'Aria (My Sheltering Sky e Infinita Infinità): un omaggio all'armonia della natura, all'autenticità dei sentimenti, alla passione, alla libertà, ai sogni più segreti che possono comunque darci la forza di andare avanti. Nulla di gridato, di esasperato: tutto molto tenue, accennato, a tratti sussurrato.

E dunque, visto che, se state leggendo queste parole, siete davanti allo schermo del computer, fate un salto nel Myspace di Monica o nella sua pagina di IMIsound e ascoltate le sue proposte, magari i suoi ultimi brani, The free side of you o More.

Mettetevi tranquilli. Accomodatevi nella stanza più quieta della vostra casa. Lasciate il mondo fuori dalla porta ...

Monica%20Shannon
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17/03/2009

Novità

Da qualche giorno Contaminazioni è presente nell'aggregatore di ShowFarm. Che carino! Nella pagina dell'aggregatore è immediatamente preceduto da "Cinema e Dintorni" e immediatamente seguito dal blog su Costantino Vitagliano. Quando si dice il postmoderno: l'austera prof e la fan sfegatata dell'ex tronista gomito a gomito nella stessa dimora virtuale. Insomma, passate parola: magari, se ci saranno inserzionisti, con il revenue sharing una pizza me la pago!

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Ma a proposito del blog, c'è un'altra novità che mi preme segnalare: l'inizio di una carriera di recensionista musicale, in collaborazione (gratuita) con ELFA Promotions. Non che sia questa grande esperta di pop-rock.funky-jazz-celtic e chi più ne ha più ne metta: ma sono un'ascoltatrice, una che va a caccia di novità, una che crede nel potere della "coda lunga" (non sapete cos'è? studiate!), e visto che robetta come "Amici", "X Factor", Povia annessi e connessi, nonchè l'ineffabile Arisa, mi ha un po' stufato, mi sono messa in cerca di quel qualcosa di diverso, di inaspettato, che, nonostante la qualifica di "emergente", in realtà stenta parecchi ad emergere nei mezzi di comunicazione mainstream. Staremo a vedere gli sviluppi (a seguire il post su Monica Shannon, artista emergente della scuderia di ELFA).

Elfa Promotin
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Lorenza Boninu

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Una volta il sottotitolo del blog era:"Ricercare le connessioni, i territori di confine, le affinità e le opposizioni, le risonanze, i richiami, le somiglianze, i riflessi...contaminare linguaggi, ibridare conoscenze e competenze, sperimentare ... esprimere". Bella pretesa, non è vero?


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