contaminazioni

La caotica scrivania di Floria
29/10/2009

Va bene tutto, purchè se ne parli

Ovvero: Catepol, la nostra eroina.

Dai, Cate, noialtri peones della blogosfera, siamo comunque con te! Non abbiamo la tua irruenza, il tuo presenzialismo spinto in Rete, la tua inesausta energia, né i nostr blog ambiscono alla tua visibilità (questo qui meno di altri, ondivago com'è e incline ad argomenti seriosi, persino un po' noiosi). Senza contare che, per quanto ci riguarda, la vita vera, quella fuori dal Net, spesso reclama i suoi diritti e ci lascia svuotati, privi dell'energia sufficiente a star dietro a tutto, gli aggiornamenti di Twitter, quelli di Facebook, la lettura dei feed, le conversazioni su FF, e  il resto. Ogni tanto ci abbandoniamo persino al grande Satana televisivo e semiaddormentati preferiamo uno stanco esercizio di zapping alla frenetica digitazione di contenuti più o meno spiritosi, più o meno intelligenti sui nostri blogghettini poco conosciuti. E ai barcamp non andiamo, i contest non li facciamo, gli awards di vario tipo e misura non li
desideriamo.

Ma non importa, Tu comunque ci rappresenti. Sei la nostra testimonial. Questo mi sento di dirti dopo aver letto l'articolo sul Corriere che ti chiama in causa e il relativo post del Tagliaerbe. Troppo occupata in altre faccende, la polemica mi era sfuggita. Ma non capisco proprio perché si debba polemizzare. Alla fine, tutto va bene, purché se ne parli. Ovvero, purché i media mainstream come il Corriere ne parlino e non descrivano il mondo del social network come una palude, così come sono soliti fare: visto che non di palude si tratta ma di un'opportunità. E per una volta viene detto (come tu stessa lasci bene intendere). Tu sai che sono sincera anche perché la mia presenza nella cricca degli italici blogger che contano è del tutto marginale: non sarò mai blogstar, né mi interessa diventarlo. Se anche conosco qualcuno di quelli che contano, sia pure in virtù di quelle evanescenti amicizie che si possono intrecciare in Rete, la tessera del club non la possiedo. E non ne invidio i membri.

Ebbene, Catepol, che dire? Non ti curar di loro ma guarda e passa. Attaccarsi al fatto che il tuo blog non sia "tecnico", mi pare puerile: almeno sai scrivere e, al contrario di tanti altri guru illuminati, ai poveri newbies della rete riesci a dare delle dritte e dei consigli sensati e praticabili. Francamente paragonarti a Lele Mora e Fabrizio Corona mi sembra una sciocchezza. Senza contare che Videocracy non è questa gran cosa: usarlo come testo sacro per definire il preteso peggio del peggio della comunicazione in rete è
solo un omaggio alla facile indignazione modaiola che in fondo non è affatto migliore di ciò che vuole deprecare.
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08/09/2009

I meccanismi della delegittimazione

Sappiamo benissimo come funzionano certi meccanismi comunicativi. Fai finta che l'interlocutore non esista, non rispondere alle sue argomentazioni, battilo con il silenzio e con l'invisibilità, sposta il confronto su altro, trucca la partita. In una parola: sia pure con gentilezza, boicottalo. Se hai sufficiente potere mediatico, l'operazione, in genere, riesce benissimo.

La parola che più ricorre negli interventi di Marino è "chiarezza". Fare chiarezza sugli obiettivi, sull'identità, sulle risposte, sul progetto, sulle alleanze. E su questi aspetti chiede insistentemente un confronto con gli altri (anche oggi, nel videoforum  di Repubblica): che, naturalmente, nicchiano e non rispondono. Marino? E chi è? Chi sono quelli che lo sostengono? Chi li conosce? Chi li ha visti? Eppure ci siamo, e ci barcameniamo com'è possibile.

Se ascoltare l'intera intervista su Repubblica.it  vi annoia, leggete questo trafiletto online dell'Unità. Cito: «Da settimane chiedo un confronto pubblico tra i candidati perchè non si possono invocare le primarie all'americana e poi farla all'italiana», dice Marino: «Il confronto è necessario ma Bersani non risponde e Franceschini sostiene che non serva. Tra un po' rivolgerò l'invito agli azionisti di riferimento, Walter Veltroni e Massimo D'Alema». Ecco, appunto. Chiediamoci a chi fa comodo questo silenzio. O, se vogliamo, chiamarlo con il suo nome, questo boicottaggio.

Ieri, poi, mi chiedevo che cosa fanno i politici su (e con) Facebook. Il contesto più generale della questione è: qual è, in realtà, il rapporto dei nostri politici con le dinamiche proprie della Rete?  A proposito dei tre candidati alla segreteria del PD, mi risponde di fatto Antonio Tursi sul blog di Alessandro Gilioli.

Cito ancora:

Per capire come i tre candidati alla segreteria del Partito democratico prendano in carico la cultura digitale vorrei partire da piccoli episodi.

In primo luogo, alcune dichiarazioni rese da Franceschini e Bersani negli ultimi mesi. Il segretario, durante i giorni dell’assemblea che lo elesse, sbottò contro quella che l’Unità definì “la rabbia del Web” e cioè contro e mail, commenti ai blog, prese di posizione che invasero il cibespazio in quel periodo, tesi a invocare un congresso immediato. Franceschini dichiarò: “Ma scusate la base qual è? Quella dei blog o quella che abbiamo visto sabato, le duemila persone elette con le primarie? Quella è gente vera, non virtuale. Gli italiani non sono il popolo della rete”.

Da parte sua, Bersani alla recente festa del partito a Genova ha concluso: “Va bene, sì, Internet, la tecnologia e tutto l’ambaradan. Ma non si può fare politica se non si guarda la gente negli occhi”.

In secondo luogo, il sondaggio online de L’espresso a cui hanno già partecipato trenta mila persone: circa il 47% si dichiara a favore di Marino, il 40% di Bersani e il 13% di Franceschini. [...]

Dopo questa premessa, Antonio Tursi passa a confrontare le tre mozioni sul tema della cultura digitale e conclude:

Se la cultura digitale non riguarda solo gadget tecnologici, ma permette di cogliere il tempo nuovo in cui ci è dato vivere, Marino sembra sicuramente quello dotato di maggiore capacità prospettica.

Questo è confermato, infine, dal fatto che delle tre mozioni l’unica a occuparsi di questioni più specifiche alle reti telematiche sia proprio quella di Marino che, all’interno di un’attenzione generale all’informazione, affronta i problemi della banda larga nel nostro paese e della libertà dei citizen journalists, cioè di tutti noi che pubblichiamo qualcosa su internet.

Marino capisce che “è una politica miope quella che si occupa delle leggi sulla comunicazione ignorando che nel futuro i nuovi mezzi che oggi rappresentano lo strumento di massima democrazia, potrebbero finire per essere controllati da pochi colossi industriali e limitati da normative che tendano ad introdurre limiti all’informazione in rete”.

Io credo che la democrazia si basi su una diffusa partecipazione dei cittadini fondata su una corretta informazione. In questo momento, nel quale appunto la libertà di informazione sembra essere messa in discussione, c'è tuttavia da chiedersi se coloro i quali, nel centrosinistra, se ne fanno orgogliosi alfieri siano davvero disposti, nei fatti, a mettere in pratica i principi che con tanta indignazione sbandierano. Se, per dire, stiano conducendo il confronto al loro interno, quel confronto dal quale dovrebbe emergere un fisionomia definita di un partito che si candida ad essere concreta alternativa, secondo criteri di reale trasparenza e di rispetto per tutti coloro che a questo fine si stanno impegnando.  A occhio, direi di no.

(Intanto altri giochi si stanno già giocando, a prescindere. Per esempio questo)




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07/09/2009

Ma che diavolo ci fanno i politici su (e con) Facebook?

Una doverosa premessa. Qui si parla di profili personali di politici e non di pagine di fan: sono due cose diverse (differenza che a chi parla del fenomeno "politici su facebook" non di rado sfugge). Si presume che il profilo sia gestito dal diretto interessato, mentre le "pagine", come i gruppi,  sono spesso frutto dell'iniziativa di anonimi supporter.

Ripropongo la domanda iniziale: che diavolo ci fanno i politici su (e con) facebook?

In linea di massima fanno poco. Ho  diversi "amici" fra i vip della politica italiana, in modo assolutamente "bipartisan" e senza illudermi che facebook sia davvero uno strumento perché il "popolo" possa interagire con il "palazzo". In realtà i loro profili sono degli straordinari mezzi di osservazione
per cogliere umori e malumori della "ggente": fra gli "amici" (ma forse è meglio chiamarli "contatti") chi lascia commenti, chi pubblica note, chi condivide video, chi si complimenta, chi lascia qualche foto, chi propone i suoi link, chi polemizza ...  Ma aggiornamenti di status che abbiano il sapore dell'autenticità? Pochi. Lo capisco. Chi ha alte responsabilità politiche, si presume, ha poco tempo per cazzeggiare su facebook, sia pure in nome della causa.  Immagino che i profili siano aperti e gestiti in linea di massima dallo staff di ciascun onorevole, con l'idea che sia bene, comunque, "esserci".  Ma i diretti interessati leggeranno mai quello che si pubblica sui loro profili? Mi permetto di dubitarne. Scuriosavo nel profilo di Gianfranco Fini e, ad occhio e croce, sono giorni che è in pratica "colonizzato" da una persona che posta a raffica video e insulti deliranti. Apparentemente senza alcuna reazione, a parte qualche blando consiglio da parte degli altri "amici" di ricorrere urgentemente ad un bravo specialista. E' che Facebook fa trendy: visto mai che da lì esca fuori un Barack Obama nostrano? L'altra cosa che mi chiedo, quando leggo i commossi ringraziamenti di chi ha visto accettata da qualche celebrità la richiesta di amicizia: crederanno davvero di aver ottenuto l'amicizia del potente di turno? Mah.

Un paio di idee. Facebook è un ottimo aggregatore e diffusore di contenuti. Dando per scontato che non è possibile  rapportarsi direttamente con 5000 amici e rispondere personalmente a ciascuno di loro, si potrebbe utilizzare lo strumento intanto per diffondere informazioni, notizie, opinioni fuori dal paludato rituale dei comunciati ufficiali. E poi, naturalmente, per misurare la temperatura della pubblica opinione sulla Rete: visto che ormai siamo un popolo di blogger che non possono trattenersi da discettare sui massimi sistemi, magari potrebbe essere interessante per chi ha responsabilità politiche andare a leggersi qualcosa che non sia frutto degli abusati meccanismi comunicativi.

Insomma, stare in Rete ha senso solo se si fa Rete. Altrimenti è solo propaganda malriuscita che espone anche a qualche sgradevole incidente di percorso: e tanto vale tenersi il solito sito o blogghettino più o meno statico dove pubblicare algidi comunicati stampa.


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18/07/2009

Il blogger sciopero del 14 luglio è stato un po' patetico?

Sì, sì, è possibile, lo ammetto. L'italica blogosfera, litigiosa al solito, si è divisa sulla sua opportunità. A suo tempo, dopo un po' di riflessioni, ho deciso di aderire. In Piazza Navona erano quattro gatti, pare, anche se, evidentemente non gli stessi che hanno la pazienza di ascoltare Benedetto XVI. Il dibattito fra "guru" è proseguito anche dopo, con toni che non sempre mi sono piaciuti. Che vogliono dire, per esempio, queste frasi di Michele Ficara Manganelli?  "Non mi piace la strumentalizzazione (giornalistica) relativa a “tutti i blog aderiscono allo sciopero nazionale” quando sono solo qualche centinaio e perlopiù sconosciuti in cerca di visibilità. E’ chiaro che il DDL Alfano sulle intercettazioni e sull’obbligo di rettifica (in tutte le sue eccezioni discutibili, pessime o meno)  è quindi solo il “Casus Belli” per fare un pò di casino in rete ed intercettare qualche centinaio di blogger (forse) in cerca di una idea per il post del 14 luglio".

Più belle ancora le affermazioni di Brian Boitano: "(Michele Ficara)
ha ragione quando parla di un nuovo popolo di fedayn digitali , che hanno necessità di mostrare la propria (poca, a mio avviso visti i risultati delle ultime tornate elettorali) forza, in barba ai principi, assolutamente trasversali, di libertà digitali  per il quale web è nato, e che sta perdendo proprio per causa dell’incapacità della politica di incontrare le richieste dell’elettorato".

Insomma, visto che ho aderito, sarei, nell'ordine: una marionetta agli ordini di un capobastone (Gilioli, se non ho capito male), una fedayn digitale (dai, questa mi piace), una blogger sconosciuta in cerca di visibilità, una che non ha idee e che ha rimediato un espediente qualsiasi per il post del 14 luglio.

Mah. Non potrei aver aderito solo perché il ddl Alfano mi pare una bestialità? Non potrei aver aderito solo per amore di discussione, prima, durante e dopo (e infatti su facebook con qualcuno ho civilmente e proficuamente discusso)? Non potrei aver aderito solo per manifestare, in un modo che mi pareva accettabile, il mio piccolo, piccolissimo dissenso? E diamine: anche se non me lo ribadite con sussiego, lo so bene che non si tratta di uno sciopero "vero" (è un po' come quello degli studenti, ai quali puntualmente noi prof ricordiamo che il danno lo fanno solo a  se stessi, visto che non hanno potere economico. E loro, com'è ovvio, rispondono: "O.K. prof, ma allora come riusciamo a farci sentire?")!  Detto questo, per me è legittima ogni forma di pacifico confronto, nonché di accesa polemica, soprattutto se serve a disseminare la Rete di quella consapevolezza che talvolta manca fra i peones della cosiddetta "informazione dal basso". Appunto, la famosa e citatissima trasversalità.

Poi ha ragione Zambardino che coglie uno spunto importante di Guido Scorza: vediamo se da tutta questa frenesia può uscire
"una dichiarazione dei diritti del cittadino digitale. Un manifesto alto, da discutere senza bullshit di marketing e stipendi di funzionario da difendere. Dai, forza, che forse stavolta ce la facciamo a parlarci".

Post Scriptum (apparentemente) off topic.
Ora datemi pure della prof pignola. Ma sapeste quanto si fa drammatico il mio sconforto quando ritrovo nei post di chi sicuramente, per ruolo e mansioni, gode di ben altra visibilità rispetto alla sottoscritta (e la fa pesare) un bel numero di sciatterie ortografiche e contorcimenti sintattici di varia misura e entità. E sì che esiste anche un meritorio gruppo su facebook, intitolato "Un po' si scrive con l'apostrofo, non con l'accento"!
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05/07/2009

Facebook, fra Bram Stoker e Casaubon

Che il cosiddetto web 2.0 sia una sorta di vampiro, già lo avevo scritto in tempi non sospetti.  Ma quella che era una mia giocosa intuizione, riceve forza di dimostrazione filologica da questa nota dell'amico (di Facebook, ma non solo: una delle rare persone che posso dire di conoscere personalmente) Marco Trainito. Tanto per essere chiari: Marco è filosofo. Verrebbe da tirare un sospiro di sollievo. Fra le tante, troppe dissertazioni di marca giornalistico-sociologica che ci affliggono a proposito di social network, innovazione, rete etc etc, si sente talvolta il bisogno di guardare a siffatti elevati fenomeni, anche se solo per ridere (ridere?), da una prospettiva altra. Intertestualità, decostruzione, critica. Tutte cose che, guarda guarda, hanno bisogno dello sguardo disincantato degli immigrati (o ibridi) digitali, gente di buone, solide letture, che, nonostante questo (o forse, badate bene, proprio per questo) non disdegna di mescolarsi con la plebe internettiana, esattamente come il califfo Harun al Rashid che passeggiava in incognito per la città di Bagdad.
Mettetevi comodi, perché la faccenda è un po' lunghetta e eccede le dimensioni asfittiche di un normale post
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28/06/2009

Come volevasi dimostrare (caro Vittorio Zambardino e C., un po' ve la cercate)

Come volevasi dimostrare, il luogo comune impazza. Il tema sui social network & C ha deliziato i commentatori digitali. Che, naturalmente, non hanno mancato di preoccuparsi dei proveri prof incartapecoriti che si troveranno alle prese con roba che non conoscono, incapaci quindi di correggere senza prevenzioni: ecchepalle, scusate! Incartapecoriti sarete voi.

Vittorio Zambardino (che arriva addirittura a parlare di "emergenza correzione" , nei commenti al suo ultimo post, si è tirato giustam
ente dietro le ire di prof che dell'argomento ne sanno quanto e più dei pargoli. Giovanni Boccia Artieri, di sicuro più equilibrato (ma forse un momentino sviato della sua imprevista ascesa nell'olimpo delle fonti per il compito, accanto a Italo Svevo e a ... Francesco Alberoni) si lancia nella proposta, peraltro condivisibile, di usare i temi (saggi brevi, in realtà, o articoli di giornale) come campione statistico per misurare la consapevolezza di sè  e del loro vissuto che i nativi digitali hanno: ovvia, facciamolo! Mi sa che uscirebbe qualche sorpresa per gli entusiasti della mutazione in atto: magari che i ragazzi sono molto più passivi e convenzionali e banali e, sì, ignoranti, di quanto i vati della "tecnica che si fa cultura" (uào) non pensino. Che i nativi digitali, con tutto il rispetto, rischino di identificarsi con gli I.A.P. (Idioti Abbastanza Preparati) di cui qualche anno fa parlava Savater? 

Per quanto mi riguarda, preferirei un altro genere di statistica: come è andato il compito di matematica? Perché le chiacchiere sono chiacchiere, ma la scienza è scienza, to' (aggiungo
un link, per gradire: ma siccome l'articolo di Ruggero Zanin è riccamente argomentato e non so quanto adatto alla lettura rapida e sincopata tipica della Rete, chissà se  il mio riferimento potrà essere utile ai profeti delle cosiddette "conversazioni dal basso", quelle stesse conversazioni che diffondono, ahimé, con efficacia virale, il contagio esiziale della banalità)

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25/06/2009

Come t'annacquo la prima prova (2)

Già li sento i paladini dell'innovazione internettiana plaudire al tema sui social network e new media.
Domanda: ma lo sapete che a conclusione dell'esame i pacchi dei documenti, verbali, compiti e quant'altro vada inviato all'Ufficio Scolastico Provinciale  vengono sigillati con la ceralacca? Sì, dico, con la ceralacca: usando la candela e il piattino con l'acqua.

Stamattina, da prof di letteratura italiana e latina e, nel contempo, blogger più o meno costante da sei anni a questa parte, mi sentivo curiosamente scissa. Da una parte il rito dell'esame, peraltro ormai spogliato della sua residua sacralità appunto di "rito di passaggio", con i fogli protocollo firmati uno ad uno dai commissari, la consegna preventiva dei telefonini, i verbali, le firme, le fotocopie delle tracce (e la fotocopiatrice doverosamente bloccata verso la fine del suo duro lavoro). Dall'altro titoli che inneggiavano all'innovazione e alla creatività, alla cultura giovanile, alla Rete. Per non peccare di eccessivo entusiasmo nei confronti del futuro, agli anonimi estensori delle tracce deve essere parso opportuno aggiungere fra gli argomenti l'accattivante "Innamoramento e Amore", con relativa citazione di Alberoni, il cui omonimo saggio viene presentato come edito nel 2009 (sbaglio, o la prima edizione risale al 1979?). Alberoni, per quanto mi riguarda, è il Mike Bongiorno della sociologia: qualunque cosa dica o scriva, ti fa sentire immediatamente al di sopra del livello di un professore universitario, il che, se vogliamo, può essere persino gratificante. Alla mia saggia collega di filosofia è parso sconsolante che nelle tracce manchino in pratica citazioni e riferimenti filosofici. In effetti sembra che a questo giro sia stato celebrato il trionfo della sociologia e della divulgazione giornalistica. Ma non solo.


La traccia di ambito socio-economico riguardava la creatività e l'innovazione. E va bene. La traccia di ambito tecnico-scientifico verteva, appunto, sui social network e sui new media. Siamo proprio sicuri che quest'ultima traccia, così com'è stata formulata,  riguardasse scienza e tecnica? In effetti si chiedeva di riflettere sui cambiamenti "sociali" che l'uso di determinati strumenti comunicativi comporta. Insomma: di scienza, per davvero, non si parla e, a ben vedere, anche gli aspetti tecnologici che sono sottintesi all'utilizzo della Rete sono lasciati assolutamente in ombra. Ancora una volta si prende atto che la cultura scientifica ( anche nei suoi aspetti epistemologici) non è patrimonio dei nostri giovani all'uscita della scuola secondaria di secondo grado. Però si presume che grossomodo sappiano che cosa sia facebook.

Da frequentatrice assidua della Rete, dotata di blog, account su Twitter, Facebook, FriendFeed, Anobii, LastFm e qualche altro social network che non ricordo, mi sono sentita piacevolmente sdoganata, senza contare che ho potuto millantare con i miei alunni la presenza fra i miei contatti di almeno un paio delle auctoritates citate nelle tracce (compreso il prof. De Kerchove la cui citazione fuori contesto rischiava di trasformarlo in un passatista, cosa che evidentemente non è). Che per una volta si ragioni dell'innovazione comunicativa in atto senza necessariamente demonizzarla mi pare senz'altro positivo, intendiamoci. Mi fa tuttavia una certa impressione che se ne parli in una circostanza che non è possibile immaginare più vecchia e arretrata di così: in una scuola dove il cambiamento fatica a farsi strada, dove i docenti più giovani sono condannati al precariato a vita indipendentemente dai loro meriti,  dove i fondi vengono tagliati, la didattica non si rinnova o, se prova a farlo, lo fa in un modo raffazzonato e improvvisato ... e per di più durante lo svolgimento di un esame ormai superato nelle modalità e nelle finalità, che poco ha a che fare con l'esperienza quotidiana dei ragazzi,  comunque costretti a vivere in un Paese per vecchi, che mortifica sistematicamente ogni sforzo orientato al cambiamento, governato da una classe dirigente gerontocratica, peraltro anche abbastanza ignorante. Ecco: in una parola, le tracce di oggi mi sono sembrate ipocrite, un tentativo poco riuscito di rincorrere i giovani su quello che presumibilmente dovrebbe essere il loro terreno, di facilitare e assecondare la loro prevedibile tendenza al luogo comune e alla chiacchiera in scolastichese. Approfondimento, poco. Bla bla modaiolo, fin troppo.

(Una notazione personale. Qualche giorno fa ho postato su Facebook l'immagine del quadro di Ensor "L'entrata di Cristo a Bruxelles", intitolandola "L'entrata di Cristo in Facebook". Un mio studente mi ha chiesto se poteva citarla in questi termini. E un altro mi ha confessato di essersi in parte ispirato al mio post di ieri sera. Mi auguro di non avere troppe responsabilità per quello che uscirà fuori da queste impreviste relazioni educative via Rete)
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24/06/2009

La "maturità" nell' era di Facebook

I telegiornali hanno trasmesso i loro usuali servizi fotocopia sugli Esami che domani cominceranno. Immagino che moltissimi studenti siano, come sempre accade, a caccia di improbabili anticipazioni sui titoli  della prova di Italiano. Il Ministro ha fatto i suoi auguri e ha pronunciato pubblicamente le solite paroline di raccomandazione e consolazione. Io, per quanto mi riguarda, sono reduce da uno straordinario tour de force su Facebook e Gmail per correggere e discutere con i miei studenti i loro lavori di ricerca e approfondimento. E fra una tesina e l'altra leggevo un istruttivo saggio, "Nati con la Rete. la prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l'uso" di John Palfrey e Urs Gasser.  Checché ne pensi Luca Sofri (autore dell'introduzione all'edizione italiana, con il quale ho avuto un'interessante discussione sui cosiddetti "nativi digitali" proprio qui, su Contaminazioni), si tratta di un testo problematico, non semplicemente entusiastico,  che sottolinea sia le straordinarie potenzialità della Rete, sia i pericoli che un uso acritico e non meditato dello strumento Internet può comportare tanto per i cosiddetti nativi quanto per gli immigrati digitali come noialtri (assai interessantii, da questo punto di vista, i capitoli sulla sicurezza e sulla privacy).

La Rete è un meraviglioso strumento di aggregazione e un infinito contenitore di informazioni. Ma la buona  qualità dei rapporti che si costruiscono in questo ambiente e dei materiali che il Web ospita, naturalmente, non è automatica. Sembra un'affermazione lapalissiana ma a volte ho l'impressione che in alcuni l'entusiasmo faccia velo allo spirito critico, mentre ad altri una diffidenza preconcetta giochi pessimi scherzi. I cambiamenti vanno governati, non subiti. Certo, possiamo lasciare i nostri figli e i nostri studenti soli davanti allo schermo dello computer: prima o poi  ne tireranno fuori qualcosa di buono, anzi, con tutta probabilità, alcuni di loro lo  stanno già facendo. E tuttavia, leggendo per esempio le pagine di "Nati con la Rete" dedicate a Wikipedia, sono stata colta da un pensiero fulminante: i contenuti che rendono attendibile e autorevole un lemma qualsiasi della geniale enciclopedia collaborativa da dove provengono? E, cosa altrettanto importante, come si forma quella capacità di discernimento e di critica che permette ad un utente qualsiasi della Rete di individuare le informazioni corrette fra gli innumerevoli risultati proposti dall'algoritmo di Google?

Esiste una differenza non da poco fra i tanti, giovani o più anziani, che si limitano a "scaricare" la prima cosa che sembra loro utile (o divertente) e chi affronta l'ambiente virtuale in maniera attiva e partecipata. La Rete dissemina intelligenza ma, ahimé, diffonde anche l'insanabile imbecillità che spesso contraddistingue l'umanità. Una volta c'erano i Bignami. Oggi una maggioranza poco accorta di ragazzini utilizza Internet come una sorta di Bignami formato gigante: non è certo l'utilizzo più indovinato, ma si tratta di un esito scontato se si continua a rispondere a nuove esigenze (ed emergenze educative) con un atteggiamento vecchio. Le "tesine interdisciplinari" e i "percorsi" che imponiamo ai nostri studenti sono la riedizione delle vecchie ricerchine che noi copiavamo dall'Enciclopedia dei Ragazzi o da "I Quindici". Non ci scandalizziamo se loro le scaricano da Internet: almeno non faranno fatica a copiare a mano.

Lascio scorrere lo sguardo sulla mia incasinatissima libreria e penso che no, non rinuncerei a nessuno dei libri che ho letto o che ancora devo leggere. Piuttosto posso provare a mettere in comune con altri l'esperienza culturale accumulata nel corso degli anni grazie alla lettura, utilizzando a questo scopo uno strumento veloce, collaborativo, flessibile. Posso dimostrare disponibilità nei confronti di nuove forme di relazione, accettando fra l'altro di ridefinire anche il mio ruolo di insegnante oltre gli angusti confini dell'aula scolastica. Posso tentare di  insegnare un metodo e, al tempo stesso, posso io per prima sperimentare e imparare, integrando le mie competenze (che, sia chiaro, non giudico affatto obsolete) con quelle necessarie ad interagire nell'ambiente virtuale. Posso, in una parola, mettermi in gioco.

Domani celebreremo per l'ennesima volta l'abusato rito dell'esame, quest'anno condito da moralistici richiami alla ritrovata serietà e plausi alla fine ingloriosa della cosiddetta scuola del lassismo (quella del '68, come ha ribadito serafica la Gelmini). E mentre la solita propaganda si trastulla con una poco credibile riedizione del maestro Perboni di deamicisiana memoria (quello che a un certo punto sbatte fuori dall'aula l'incorreggibile Franti), i nostri alunni si destreggiano come possono fra le nostre pretese abbastanza anacronistiche e le loro abituali frequentazioni virtuali, in genere poco meditate.

In questi ultimi giorni mi sono divertita moltissimo. Come racconto rapidamente nel post precedente a questo, ho mantenuto un contatto diretto e costante, via mail e via facebook, con la maggior parte dei miei alunni per revisionare i loro lavori e, se possibile, fornire loro informazioni e suggerimenti, senza tralasciare un sano e sdrammatizzante cazzeggio. L'ho chiamata, scherzosamente, "interessante interazione didattica". In realtà è semplicemente  accaduto perchè tutti noi utilizziamo abitualmente, senza tanto clamore, il social network per comunicare. Fa ormai parte delle nostre abitudini, di adulti e di giovani insieme: c'è poco da sperimentare, casomai è indispensabile utilizzare questo strumento con la stessa tranquillità con la quale, nelle aule, entrano ormai da anni lettori dvd e videoregistratori.

Quali sono state le osservazioni che mi hanno fatto più piacere? L'affermazione di un mio studente: "Ho usato Internet come una biblioteca multimediale, così come lei ci ha insegnato" e l'inusuale ringraziamento, a conclusione di tesina, di un altro: a Facebook, "un social network che è ormai diventato parte stessa del metodo di lavoro di noi studenti".




 


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17/06/2009

Sto sperimentando ...

un'interessante interazione didattica. Un'invasione di tesine e/o percorsi da parte dei miei studenti nella mia casella di posta, con correzione in tempo reale + commenti scherzosi riguardo l'intera faccenda sulla bacheca di facebook (persino uno studente che afferma: "Piergiorgio - Odifreddi n.d.r. - mi attizza"). Una classe virtuale semipubblica (si vuole aggiungere qualcuno dall'esterno? ben venga, così realizziamo in pieno la mia utopia della scuola "fuori di classe" e ... fuori di testa!). Beh, non male. E ancora non mi arrendo all'uso di msn!
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13/06/2009

La privacy e la reputazione non hanno prezzo. E infatti, chi se ne frega?

Scusatemi tanto se, mentre in Rete ci si accapiglia sugli esiti potenzialmente nefasti dell'articolato riguardante Internet all'interno del disegno di legge sulle intercettazioni (ottima sintesi ne viene offerta su Punto Informatico), io mi soffermo su una problematica evidentemente marginale, legata non tanto alla minaccia che incombe sulla libertà di espressione di noialtri comunicatori via Web (almeno in apparenza), quanto al vissuto concreto della gente comune.

In effetti una violazione del copyright in un filmato pubblicato su You Tube o Facebook, anche se soltanto presunta, comporta la rapida rimozione del contenuto sospetto, qualunque ne sia l'origine o la finalità. Mi è personalmente capitato: sono stata costretta a rimuovere da Google Video almeno tre video didattici, dal momento che contenevano materiale protetto da copyright (ovvero frammenti di note canzoni a commento delle immagini), a seguito di relativa notifica da parte del team di Google. Francamente non mi sono strappata i capelli, anche se mi pare abbastanza risibile che un pezzettino di una canzone di Mika usato come sottofondo alla presentazione  degli indirizzi di un oscuro liceo di provincia rappresenti questo immedicabile danno al diritto d'autore. Ma tant'è, si sa che la legge va rispettata e di fatto l'avevamo violata.

Ma ipotizziamo un altro scenario: un video diffamatorio su un perfetto sconosciuto, magari minorenne (e quindi vittima inconsapevole di uno strisciante cyberbullismo),  o ancora un gruppo di buontemponi su facebook che insultano un malcapitato esposto al pubblcio ludibrio con tanto di foto scattata a sua insaputa. Provate a segnalarli, usando l'apposito tastino, vero monumento all'ipocrisia. Passano i giorni, le settimane, i mesi: nessuno rimuove nulla. Puoi consumarti il dito ripetendo compulsivamente la segnalazione. E non esiste uno straccio di mail, su Youtube o Google o Facebook, che ti permetta di contattare direttamente un responsabile. Ovvio: esiste la possibilità di denuncia alla polizia postale. Eppure non sempre è una strada praticabile o opportuna, almeno in prima battuta, per i più svariati motivi: ad esempio per tutelare la vittima, che magari non si è accorta di niente, e quindi per evitare contraccolpi psicologici, ovvero che il rimedio sia peggiore del male; oppure perché prima di rovinare un ragazzino con una denuncia, preferiresti fargli capire in altro modo che ha sbagliato.
In ogni caso, occorrerebbe monitorare a priori l'esistenza di contenuto del genere che fra l'altro scatena la dubbia fantasia dei commentatori (di ogni età), se non altro perché comunque la segnalazione può arrivare con notevole ritardo, dopo mesi dall'avvenuta pubblicazione del contenuto diffamatorio, quando il danno è già stato fatto, e da tempo.

Ne parlavamo a scuola qualche giorno fa e naturalmente la reazione di qualche collega non particolarmente esperto di scenari digitali è stata drastica: "Sarebbe meglio oscurare tutto". Ecco quindi il nesso con tematiche più ampie, quelle stesse tematiche alle quali accennavo in apertura di post. Il bavaglio alla Rete che la blogosfera politicamente più accorta giustamente paventa ed esecra trova la sua giustificazione propagandistica nelle quotidiane violazioni alla privacy e alla reputazione che l'idiozia della plebe pratica.  Date ad un adolescente (ma anche a qualche maggiorenne privo di criterio) un telefonino e un computer senza controllo e  rischiate di trasformarlo in un'arma letale. L'adulto spaventato, genitore o educatore che sia, preferirà azzerare anche il buono che in Rete esiste, pur di non correre rischi. D'altra parte, per dire, Facebook o You Tube dimostrano di preoccuparsi più del diritto d'autore che dell'onorabilità degli anonimi cittadini: chissà perché.

Io non sono una tecnica, e non so se sia effettivamente possibile studiare delle soluzioni accettabili in grado da un lato di non castrare irrimediabilmente il diritto di espressione e di libera opinione, dall'altro di evitare il gran numero di abusi che di fatto l'anarchia della Rete consente. Mi piacerebbe confrontarmi su questo tema con qualcuno che lavori sul campo, magari nell'ufficio legale in Italia dei network multinazionale più noti: ma sono personaggi sconosciuti e irraggiungibili per gli utenti comuni come la sottoscritta, al punto che sono arrivata a dubitare della loro esistenza. Quando mi ritroverò a fronteggiare situazioni come quelle che ho descritto, continuerò ad insistere, ma senza grandi speranze, con il tasto "segnala". 


postato da floria1405 alle ore 23:03 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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|categoria: tecnologia, internet, comunicazione, giovani, censura, web 20, youtube, facebook




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